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giovedì 28 giugno 2018

Le 10 facoltà di sensazione e d'azione e il manas

"L'apparato sensorio, nella sua funzione, è preciso come la natura l'ha fatto, per darci conto di ciò che immediatamente ci riguarda.
Le impressioni che dalla periferia si trasmettono ai centri, dalle più semplici alle più complesse, sono però tutte false quando i centri che le rivelano non sono tersi, cioè spogli da qualunque nebbia, cioè non malati, né fisicamente per alterazioni anatomiche, né passionalmente per attività suggestiva.
Il senso, in un uomo sano, compie il suo ufficio: il ricettore lo altera secondo le sue condizioni di ricettività."
G.Kremmerz 

I 5 tanmatra, determinazioni elementari sottili, dunque incorporee e non percettibili esteriormente, sono in modo diretto, i principi rispettivi dei 5 bhuta o elementi corporei e sensibili, ed hanno la loro definita espressione nelle condizioni stesse dell'esistenza individuale al grado dove si colloca lo stato umano.
La parola tanmatra significa letteralmente un'"assegnazione" (mantra, misura, determinazione) che delimita l'estensione propria d'una certa qualità (tad o tat, pronome neutro "quello").
Nell'Esistenza universale i 5 tanmatra sono abitualmente designati con i nomi delle qualità sensibili: auditiva o sonora (shabda), tangibile (sparsha), visibile (rupa, nel duplice significato di forma e colore), sapida (rasa), olfattiva (gandha); ma siffatte qualità, poiché saranno effettivamente manifestate nell'ordine sensibile soltanto dai bhuta, non possono essere qui considerate che allo stato principiale e "non-sviluppato"; la relazione dei tanmatra ai bhuta è analoga, nel suo grado relativo, a quella fra l'"essenza" e la "sostanza", perciò i tanmatra potrebbero giustamente chiamarsi "essenze elementari".
I 5 bhuta sono, nell'ordine della loro produzione e delle loro manifestazione l'Etere (Akasha), l'Aria (Vayu), il Fuoco (Tejas), l'Acqua (Ap) e la Terra (Prithvi o Prithivi); tutta la manifestazione grossolana o corporea è appunto formata da questi elementi.
Fra i tanmatra ed i bhuta, e costituendo con questi ultimi il gruppo delle "produzioni improduttive", vi sono 11 facoltà distinte, propriamente individuali, che procedono d'ahankara, e che partecipano tutte contemporaneamente dei 5 tanmatra.
10 di queste facoltà sono esterne: 5 di sensazione ed altrettante di azione; l'undicesima, la cui natura partecipa contemporaneamente di queste e di quelle, è il senso interno o la facoltà mentale (mamas), che è unita alla coscienza (ahankara) direttamente.
A manas deve essere riferito il pensiero individuale, d'ordine formale (includendo ragione, memoria e immaginazione).
Per Aristotele, l'intelletto puro è d'ordine trascendente ed ha per oggetto proprio la conoscenza dei principi universali; questa conoscenza, nient'affatto discorsiva, è ottenuta direttamente ed immediatamente dall'intuizione intellettuale, la quale, non ha alcun punto comune con la pretesa "intuizione" d'ordine unicamente sensitivo e vitale.
"L' intelletto, il senso interno e le facoltà di sensazione e d'azione sono sviluppati (nella manifestazione) e riassorbiti (nel non-manifestato) in un simile ordine, ordine che è sempre quello degli elementi da cui procedono queste facoltà per la loro costituzione tranne l'intelletto che è sviluppato nell'ordine informale, precedentemente ad ogni principio formale o propriamente individuale"
Brahma-Sutra
"Le diverse facoltà di sensazioni e d'azione (designate con la parola prana) sono 11: 5 di sensazione (buddhindrya o jnanendrya, mezzi o strumenti di conoscenza nel loro campo particolare), 5 d'azione (karmendriya), e il senso interno (manas)"
Le undici facoltà menzionate (designate insieme con la parola prana) non sono semplici modificazioni del mukhya-prana o dell'atto vitale principale (la respirazione) ma principi distinti (al punto di vista speciale dell'individualità umana).
La parola prana significa propriamente "soffio vitale": è detto che nel sonno profondo (sushupti) le facoltà sono riassorbite nel prana, poiché, "mentre un uomo dorme senza sognare, il suo principio spirituale (Atma) è uno con Brahma e questo stato è sopra-individuale; perciò la parola swapiti, "dorme", è interpretata con swam apito bhavati, "è entrato nel suo proprio Sè".
Le facoltà ed il suo organo corporeo insieme costituiscono uno strumento sia di conoscenza (buddhi o jnana) sia d'azione (karma), e sono così designate da uno stesso ed unico vocabolo indriya (potere, facoltà).
I 5 strumenti di sensazione sono: gli orecchi o l'udito (shrotra), la pelle o il tatto (twach), gli occhi o la vista (cakshus), la lingua o il gusto (rasana), il naso o l'odorato (ghrana),  essendo così remunerati nell'ordine dello sviluppo dei sensi, vale a dire quello degli elementi (bhuta) corrispondenti.
I 5 strumenti d'azione sono: gli organi di escrezione (payu), gli organi generatori (upastha), le mani (pani), i piedi (pada), e finalmente la voce o l'organo della parola (vach) [termine identico al latino vox].
Il manas dev'essere considerato l'undicesimo, poiché implica per la sua propria natura la duplice funzione, serve cioè alla sensazione ed all'azione e poi, partecipa alle proprietà degli uni e degli altri strumenti, che centralizza in certo modo in se stesso.
Un senso corporeo percepisce, ed un organo d'azione esegue, fra i due il  manas esamina, la coscienza (ahankara) compie il riferimento individuale, vale a dire l'assimilazione della percezione dell'"io", e l'intelletto puro (Buddhi) traspone nell'Universale i dati delle facoltà precedenti.
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

martedì 26 giugno 2018

Le Upanishad


Le Upanishad, facendo parte integrante del Veda, sono una delle basi stesse della tradizione ortodossa.
Le Upanishad rappresentano qui la tradizione primordiale e fondamentale, costituiscono il Vedanta stesso nella sua essenza, come tutti gli altri testi vedici fanno parte della Shruti.
La Shruti non è una "rivelazione" nel senso religioso ed occidentale, ma è il frutto di una ispirazione diretta, in modo da possedere per sé stessa la sua propria autorità.
La Shruti è necessariamente dipendente da un'altra autorità; la Smriti rappresenta una parte analoga a quella dell'induzione, poiché anch'essa fonda la sua autorità su un'autorità altra che se stessa.
Perché non si faccia confusione sul senso dell'indicata analogia tra la conoscenza trascendente e quella sensibile, bisogna aggiungere che, come ogni vera analogia, questa dev'essere intesa in senso inverso [Nella tradizione ermetica, il principio dell'analogia è espresso da questa frase della Tavola Smeraldina: "Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso"; ma per comprendere questa formula ed applicarla correttamente, bisogna riferirla al simbolo del "Sigillo di Salomone" formato da due triangoli disposti in senso inverso l'uno all'altro ]: mentre l'induzione s'innalza al di sopra della percezione sensibile e permette di trasporsi ad un grado superiore, al contrario la percezione diretta o l'ispirazione, nell'ordine trascendente, raggiunge da sola il principio stesso, vale a dire ciò che vi è di più elevato e da cui in seguito bisogna soltanto dedurre le conseguenze e le diverse applicazioni.
La distinzione tra Shruti e Smriti equivale in fondo a quella dell'intuizione intellettuale immediata e della conoscenza riflessa; se la prima è designata con un nome il cui senso originario è "audizione", è appunto precisamente per far notare il suo carattere intuitivo (il suono secondo la dottrina cosmologica indù ha il primo posto fra le qualità sensibili).
Per la Smriti il senso originario del suo nome è "memoria"; infatti la memoria, essendo un semplice riflesso della percezione, può significare, per estensione, tutto quello che presenta il carattere di una coscienza riflessa o discorsiva, cioè indiretta; se la conoscenza è simbolizzata dalla luce, l'intelligenza pura e la memoria o anche la facoltà intuitiva e la facoltà discorsiva, potranno essere rappresentate rispettivamente dal sole e dalla luna.
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

giovedì 21 giugno 2018

Il Vedanta


Il Vedanta non è una filosofia, né una religione, né qualcosa che partecipa più o meno dell'una e dell'altra.
Nel Vedanta bisogna scorgervi una dottrina puramente metafisica, aperta su possibilità di concezioni veramente illimitate e che, come tale, non potrebbe affatto racchiudersi nei limiti più o meno angusti di un qualunque sistema.
La metafisica pura è interamente libera da ogni relatività, da tutte le contingenze filosofiche o altre, appunto perché la metafisica è essenzialmente la conoscenza dell'Universale, ed una tale conoscenza non potrebbe lasciarsi racchiudere in una qualunque forma, per quanto vasta.
Le diverse concezioni metafisiche e cosmologiche dell'India non sono dottrine differenti ma soltanto sviluppi secondo certi punti di vista e direzioni varie, ma per nulla incompatibili, di una sola dottrina.
La dottrina unica alla quale facciamo allusione costituisce essenzialmente il Veda, vale a dire la Scienza sacra e tradizionale per eccellenza, poiché tale è esattamente il senso proprio di questo vocabolo [la radice vid, da cui derivano Veda e vidya, significa nello stesso tempo "vedere" (in latino videre) e "sapere" (come in greco οεδα): la vista è rilevata come il simbolo della conoscenza di cui è il principale strumento nell'ordine sensibile; questo simbolismo è trasporto fin nell'ordine intellettuale puro, dove la conoscenza è paragonata ad una "vista interiore"].
La tradizione nella sua integralità, forma un insieme perfettamente coerente, poiché tutti i punti di vista che comporta possono essere considerati tanto simultaneamente quanto successivamente.
Se l'esposizione può, secondo le epoche, modificarsi fino ad un certo punto nella sua forma esteriore per adattarsi alle circostanze, il fondo resta sempre rigorosamente lo stesso, e queste modificazioni esteriori non alterano, né cambiano affatto l'essenza della dottrina.
Per la metafisica e tutto ciò che ne deriva più o meno direttamente, l'eterodossia di una concezione è in fondo, la sua falsità, risultante dal suo disaccordo con i principi essenziali; giacché questi sono contenuti nel Veda, ne consegue che l'accordo col Veda è l'unico criterio dell'ortodossia.
L'eterodossia comincia là dove comincia la contraddizione volontaria o involontaria col Veda....La tradizione ha per effetto di limitare la portata degli errori individuali...
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

martedì 19 giugno 2018

Il Buddhi


Il primo grado della manifestazione d'Atma è l'intelletto superiore (Buddhi) anche chiamato Mahat o il "grande principio": la prima di tutte le produzioni di Prakriti.
Questo principio è ancora d'ordine universale, poiché è informale; tuttavia, non bisogna dimenticare che già appartiene alla manifestazione; infatti ogni manifestazione, in qualunque grado la si considera, presuppone necessariamente questi due termini correlativi e complementari, Purusha e Prakriti, l'"essenza" e la "sostanza".
Buddhi è di là dal dominio, non soltanto dell'individualità umana, ma di ogni stato individuale; essa non è dunque mai individualizzata e non è che allo stadio seguente che noi troveremo l'individualità effettuata con la coscienza particolare (o meglio "particolarista") dell'"io".
Buddhi, considerata in rapporto all'individualità umana ne è dunque il principio immediato, ma trascendente essa è contemporaneamente l'espressione della personalità nella manifestazione, dunque ciò che unifica l'essere attraverso la molteplicità indefinita dei suoi stati individuali.
Se si considera il "Sé" (Atma) o la personalità come Sole spirituale che brilla al centro dell'essere totale, Buddhi sarà il raggio direttamente emanato da questo Sole ed illuminante nella sua integralità.
Si deve considerare il centro di ogni stato, nel quale si proietta questo raggio spirituale come identificato virtualmente col centro dell'essere totale, qualunque stato, tanto l'umano tanto gli altri, può essere la base per realizzare l'"Identità Suprema".
Buddhi può essere considerata in rapporto alla personalità (Atma) ed all'"anima vivente" (jivatma), quest'ultima non essendo che il riflesso della personalità nello stato individuale umano, riflesso che non potrebbe esistere senza l'intermediario di Buddhi: il raggio che determina la formazione dell'immagine e che, contemporaneamente, la ricollega alla sorgente luminosa.
È proprio in virtù del duplice rapporto indicato, e di questa parte d'intermediario fra le personalità e l'individualità che si può considerare l' intelletto come passante in un certo senso dallo stato di potenza universale allo stato individualizzato.
L' intelletto non cessa veramente di essere quello che era; la sua apparente individualizzazione non esiste che per il fatto della sua intersezione col dominio speciale di certe condizioni d'esistenza, dalle quali è definita l'individualità considerata; esso produce allora, come risultante di questa intersezione, la coscienza individuale (ahankara), implicita nell'"anima vivente" (jivatma), alla quale è inerente.
Questa coscienza, che è il terzo principio del Sankhya, dà la nascita alla nozione dell'"io", poiché ha per funzione propria di prescrivere la convinzione individuale (abhimana), vale a dire precisamente la nozione dell'"io sono" in rapporto agli oggetti esterni (bahya) ed interni (abhyantara), rispettivamente oggetti di percezione (pratyaksha) e di contemplazione (dhyana); l'insieme di questi oggetti è designato con la parola idam, "questo", quando è così concepito in opposizione con aham o l'"io".
Così la coscienza individuale procede immediatamente dal principio intellettuale e a sua volta produce gli altri principi o elementi speciali dell'individualità umana.
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

giovedì 14 giugno 2018

Manifestazione formale e informale


È necessario fare una distinzione tra la manifestazione informale e quella formale: quando ci limitiamo all'individualità si tratta sempre della seconda.
Lo stato propriamente umano appartiene interamente dall'ordine della manifestazione formale, poiché è precisamente la presenza della forma, fra le condizioni d'un certo modo d'esistenza.
Se consideriamo un elemento informale, questo sarà perciò un elemento sopra-individuale e quanto ai rapporti con l'individualità umana, dovrà essere rilevato, non perché la costituisca o ne faccia parte ad un qualche titolo, ma perché collega l'individualità alla personalità; infatti quest'ultima è non-manifestata.
La manifestazione informale è ancora principiale, in un senso relativo, in rapporto alla manifestazione formale; essa stabilisce così un legame fra questa ed il suo principio superiore non-manifestato.
Se si distingue poi, nella manifestazione formale o individuale, lo stato sottile e quello grossolano, il primo è, più relativamente ancora, principiale in rapporto al secondo e si colloca gerarchicamente fra quest'ultimo e la manifestazione informale.
Si ha dunque um concatenamento contemporaneo logico e ontologico che va dal non-manifestato alla manifestazione grossolana, per l'intermediario della manifestazione informale, poi di quella sottile; questo è l'ordine generale che dev'essere seguito nello sviluppo delle possibilità di manifestazione, sia che si tratti del "macrocosmo" o del "microcosmo".
La manifestazione sottile è produttrice di quella grossolana, mentre questa non è produttrice di nessun altro stato.
Deve ben essere inteso che quanto è rilevato della manifestazione sottile, in tutto ciò, non è altro propriamente se non quel che concerne lo stato individuale umano, nelle sue modalità extra-corporee; e quantunque queste siano superiori alla modalità corporea, in quanto ne contengono il principio immediato, tuttavia se le si ricolloca nell'insieme dell'Esistenza universale, esse apparterranno ancora allo stesso grado di quest'Esistenza, nel quale è interamente compreso lo stato umano.
L'individualità umana non può essere situata temporalmente in rapporto agli altri stati dell'essere, poiché essi, in modo generale, sono extra-temporali, e ciò anche quando si tratta di stati che ugualmente rilevano della manifestazione formale.
Certe estensioni dell'individualità umana al di fuori della sua modalità corporea, già sfuggono al tempo, senza essere però sottratte alle altre condizioni generali dello stato al quale appartiene questa individualità, perciò esse si situano veramente in semplici prolungamenti di questo stesso stato; tali prolungamenti possono precisamente essere raggiunti col sopprimere l'uno o l'altra delle condizioni il cui insieme completo definisce il mondo corporeo.
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

martedì 12 giugno 2018

I diversi gradi della manifestazione di Atma



I diversi gradi della manifestazione di Atma, considerato come la personalità costituente l'individualità umana, la quale non avrebbe esistenza separata dal suo principio, che è per l'appunto la personalità.
Per manifestazione d'Atma, intendiamo la manifestazione riferita ad Atma come al suo principio essenziale; ma non bisognerebbe perciò credere che Atma si manifesti in qualche modo, poiché mai entra nella manifestazione, che non può condizionarlo.
Atma è "Ciò per cui tutto è manifestato, senza che sia da nulla manifestato" (Kena Upanishad, 1° Khanda, shruti 5 a 9)
Atma e Purusha sono uno stesso e unico principio, la manifestazione è prodotta da Prakriti, non da Purusha.
Il Vedanta considera Atma fuori dalla modificazione e del "divenire", come il vero principio a cui tutto dev'essere infine riferito... a questo riguardo v'è il punto di vista della "sostanza" e quello dell'"essenza", quello della Natura e del "divenire", la metafisica non si limita all'"essenza", concepita correlativa della "sostanza", e nemmeno all'Essere, nel quale questi due termini sono unificati; essa li supera entrambi, poiché s'estende anche a Paramatma o Purushottama, il Supremo Brahma, perciò il suo punto di vista è veramente illimitato.
Quando parliamo dei differenti gradi della manifestazione individuale questi corrispondono a quelli della manifestazione universale, per analogia costitutiva del "macrocosmo" e del "microcosmo".
Tutti gli esseri manifestati sono ugualmente sottomessi alle condizioni generali che definiscono gli stati d'esistenza nei quali essi sono posti; se considerando un essere qualunque, è impossibile isolarne realmente uno stato dall'insieme degli altri stati fra i quali, ad un determinato livello, gerarchicamente si colloca, similmente non si può, ad un altro punto di vista, isolare questo stato da ciò che appartiene allo stesso grado di dell'Esistenza universale; così tutto è collegato in più modi, sia nella stessa manifestazione, sia in quanto questa, formando un insieme unico nella sua molteplicità indefinita, si riattacca al suo principio, vale a dire all'Essere, e quindi al Principio Supremo.
La molteplicità esiste secondo il suo modo proprio... l'esistenza stessa di questa molteplicità ha per base l'unità, da cui essa è prodotta e nella quale è principialmente contenuta.
Nella stessa molteplicità dei suoi gradi e dei suoi modi, l'"Esistenza è unica"..
Una differenza importante fra "unicità" e "unità" è  che la prima comporta la molteplicità come tale, la seconda ne è il principio (non la "radice", nel senso in cui questa parola è riferita solamente a Prakriti, ma in quanto contiene in sé tutte le possibilità di manifestazione, tanto "essenzialmente" quanto "sostanzialmente".
Dunque l'Essere è propriamente uno, ed è l'Unità stessa in senso metafisico d'altronde, non in senso matematico.
Fra l'Unità metafisica e l'unità matematica vi è analogia, non identità; parimenti, quando si parla della molteplicità della manifestazione universale, non si tratta nemmeno di una molteplicità quantitativa, poiché la quantità è solamente una condizione speciale di certi stati manifestati.
L'unità è la prima di tutte le determinazioni ma è già una determinazione e come tale non potrebbe essere riferita propriamente al Principio Supremo.
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

giovedì 7 giugno 2018

Luce e acqua come analogia di Prakriti e Purusha


"Così la luce solare o lunare (suscettibile di modificazioni multiple) sembra identica alla sua sorgente (luminosa e immutabile in sé stessa), ma tuttavia essa ne è distinta (nella sua manifestazione esteriore). Come l'immagine del sole riflessa nell'acqua trema i vacilla, secondo le ondulazioni di questa, senza tuttavia pregiudicare le altre immagini riflesse, né, a più forte ragione, l'orbe solare stesso, così le modificazioni di un individuo non alterano un altro individuo, né soprattutto il Supremo Ordinatore stesso" [ Brahma-Sutra, 2° Adhyaya, 3° Pasa, sutra 46 a 53]
come ogni scintilla l'è al fuoco, considerato indivisibile nella sua natura intima.
L'"anima vivente" (jivatma) qui paragonata all'immagine del sole nell'acqua è il riflesso (abhasa) nell'individuale ed in rapporto ad ogni individuo, della Luce, principalmente una, dello "Spirito Universale" (Atma); il raggio luminoso che fa esistere questa immagine e la unisce alla sua sorgente è l'intelletto superiore (Buddhi), che appartiene alla manifestazione informale [Bisogna notare che il raggio presuppone un ambiente di propagazione (manifestazione in modo non-individualizzato) e che l'immagine presuppone un piano di riflessione (individualizzazione per le condizioni d'un certo stato d'esistenza)].
Quanto all'acqua, che riflette la luce solare, e abitualmente il simbolo del principio plastico (Prakriti), l'immagine della "passività universale"; d'altronde, questo simbolismo è comune a tutte le dottrine tradizionali...
"E lo Spirito Divino era portato sulla superficie delle Acque" Genesi, 1, 2;
Lo Spirito corrisponde a Purusha e le Acque a Prakriti.
Ad un differente punto di vista, ma non di meno collegato analogicamente al precedente, il Ruahh Elohim del testo ebraico è anche assimilabile a Hamsa, il Cigno Simbolico, veicolo di Brahma, che cova il Brahmanda o l'"Uovo del Mondo", contenuto nelle Acque primordiali:
Hamsa è ugualmente il "soffio" (spiritus) Ruahh in ebraico...Ruahh è l'Aria (Vayu)...
L'acqua non può dunque qui rappresentare che l'insieme potenziale delle possibilità formali, il domino della manifestazione in modo individuale... essa lascia fuori di sé quelle possibilità informali che debbono essere riferite all'Universale [Se si conserva al simbolo dell'acqua il significato generale che ed esso è proprio, l'insieme delle possibilità formali è designato come le "Acque inferiori", e quello delle possibilità informali come le "Acque superiori". La separazione di esse, dal punto di vista cosmogonico, si trova anche descritta nella Genesi, I 6 e 7; ...le Acque primordiali, prima della separazione, sono la totalità delle possibilità di manifestazione, in quanto costituisce l'aspetto potenziale dell'Essere Universale, vale a dire Prakriti....Le Acque rappresentano la Possibilità Universale, considerata in modo assolutamente totale, abbraccia il dominio della manifestazione e quello della non-manifestazione.
È il grado immediatamente inferiore, nella polarizzazione primordiale dell'Essere, Prakriti.
Seguitando a percorrere altri gradi inferiori, possiamo considerare i tre gradi di questa; avremo allora, per i due primi, il "duplice caos" e finalmente, per il mondo corporeo, l'Acqua in quanto elemento sensibile trovandosi già contenuta nella manifestazione grossolana, nel domino delle "Acque inferiori", poiché la manifestazione sottile rappresenta la parte del Principio immediato e relativo in rapporto a questa manifestazione grossolana]
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

martedì 5 giugno 2018

Mula-Prakriti la Natura Primordiale

Tutte le cose manifestate sono prodotte da Prakriti, di cui sono determinazioni o modificazioni, però senza la presenza di Purusha, queste produzioni sarebbero sprovviste di ogni realtà.
Mula-Prakriti è la "Natura primordiale" (in arabo El-Fitrah), radice di ogni manifestazione (mula significa infatti radice); essa è anche qualificata come Pradhana, vale a dire "ciò che è posto prima di ogni cosa", contenendo in potenza tutte le determinazioni; secondo i Purana è identificato a Maya, concepita "madre delle forme".
È indifferenziata (avayakta), "indistinguibile", non avendo parti, né essendo dotata di qualità, solo potendo essere indotta per i suoi effetti, poiché non la si potrebbe percepire in sé stessa, produttiva senza essere essa stessa produzione.
"Essendo radice, è senza radice, poiché non sarebbe radice, se essa stessa ne avesse" [Sankhya-sutra, 1° Adhyaya, sutra 67].
Scoto Erigena ne "De Divisione Naturae" scrive: "La divisione della Natura mi sembra dover essere stabilita in quattro differenti specie, di cui la prima è ciò che crea e non è creato; la seconda, ciò che è creato e crea a sua volta; la terza, ciò che è creato e non crea; la quarta infine, ciò che non è creato e nemmeno crea" (Libro 1).
"Ma la prima specie e la quarta (rispettivamente assimilabili a Prakriti e da Purusha) coincidono (si confondono o piuttosto si uniscono) nella Natura Divina, poiché questa può essere detta creatrice ed increata, come essa è un sé, ma ugualmente né creatrice né creata, poiché, essendo infinita, non si può niente produrre che le sia esteriore e nemmeno vi è possibilità alcuna che essa non sia in sé per sé" (Libro III).
Si noterà tuttavia la soluzione dell'idea di "creazione" a quella di "produzione"; d'altra parte, l'espressione "Natura Divina" non è perfettamente adeguata, poiché ciò che designa è propriamente l'Essere Universale: in realtà, è Prakriti che è la Natura primordiale, e Purusha, essenzialmente immutabile, è al di fuori della Natura, il cui nome stesso esprime un'idea di "divenire".
Prakriti contiene in sé una triplicità che, attualizzandosi per l'influenza "ordinatrice" di Purusha, produce le sue multiple determinazioni.
Possiede tre guna o qualità costitutive, che sono in perfetto equilibrio nella sua indifferenziazione primordiale; ogni manifestazione o modificazione della sostanza rappresenta una rottura di questo equilibrio, e gli esseri, nei loro differenti stati di manifestazione, partecipano dei tre guna per gradi diversi e secondo proporzioni indefinitivamente variate.
Questi guna non sono stati ma condizioni dell'Esistenza universale alle quali sono sottomessi tutti gli esseri manifestati.
I tre guna sono:
sattwa, la conformità all'essenza pura dell' Essere (Sat), che è identificata alla Luce intelligibile o alla Conoscenza ed è rappresentata come una tendenza ascendente;
rajas l'impulso espansivo, secondo il quale l'essere si sviluppa in un certo stato a un livello determinanto dell'esistenza;
tamas, l'oscurità, assimilata all'ignoranza e rappresentata come una tendenza discendente.
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

sabato 2 giugno 2018

Le cinque funzioni vitali


Le 5 funzioni o azioni vitali sono chiamate vayu e si riferiscono allo stato sottile, non a quello 
corporeo; esse sono modalità del "soffio vitale" (prana o più generalmente ana) [La radice an si ritrova, con lo stesso senso, nel greco άνεμος "soffio" o "vento" e nel latino anima il cui senso proprio e primitivo è esattamente quello di "soffio vitale"], rilevato principalmente in rapporto alla respirazione.
Queste funzioni sono:
1° l'aspirazione, (prana) vale a dire la respirazione ascendente nella sua fase iniziale che attira gli elementi non ancora individualizzati dell'ambiente cosmico, per farli partecipare, per assimilazione, alla coscienza individuale;
2° l'ispirazione discendente in una fase successiva (apana), per la quale questi elementi penetrano nell'individualità;
3° una fase intermediaria fra le due precedenti (vyana), che, da una parte consiste nell'insieme delle azioni e reazioni reciproche, prodotte dal contatto fra l'individuo e gli elementi ambienti e, d'altra parte, nei diversi movimenti vitali la cui corrispondenza nell'organismo corporeo è la circolazione sanguigna;
4° la espirazione (udana), che proietta il soffio e lo trasforma, di là dai limiti dell'individualità ristretta, nel campo delle possibilità dell'individualità estesa, considerata nella sua integralità (la parola espirare significa contemporaneamente ricacciare il soffio e morire e questi due sensi sono entrambi in rapporto con l'udana);
5° la digestione o l'assimilazione sostanziale intima (samana), per la quale gli elementi assorbiti divengono parte integrante dell'individualità.
Non si tratta d'una semplice operazione d'uno o più organi corporei; ciò infatti non dev'essere considerato solamente per le funzioni fisiologiche analogicamente corrispondenti, ma anche l'assimilazione vitale nel suo più vasto senso.
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

venerdì 1 giugno 2018

Gli involucri del Sé


Atma secondo il Vedanta si riveste con una serie di "involucri" (kosha) o "veicoli" successivi, che rappresentano altrettante fasi della sua manifestazione.
Non si può affermare che Atma sia in realtà contenuto in questi involucri perché, per la sua propria natura, non è suscettibile di alcuna limitazione, né può essere condizionato da qualche stato di manifestazione.
I diversi involucri sono direttamente riferiti al "Sé" secondo lo si consideri in rapporto a tale o talaltro stato della manifestazione.
Il primo involucro (anandamaya-kosha) è l'insieme di tutte le possibilità di manifestazione che Atma comporta in sé, nella sua "permanente attualità", allo stato principiale e indifferenziato.
Si dice "fatto di Beatitudine" (Ananda), poiché il "Sé", in questo stato primordiale, gode della pienezza del suo proprio essere e non è affatto veramente distinto dal "Sé"; esso è superiore all'esistenza condizionata.
Il secondo involucro (vijnanamaya-kosha) è formato dalla Luce (nel senso intelligibile), direttamente riflessa, della Conoscenza integrale ed universale [jnana è identica al greco Γνωσις per la radice che è anche quella del vocabolo "conoscenza" (da co-gnoscere), e che esprime un'idea di "produzione" o di "generazione"]; esso è altresì composto della 5 "essenze elementari" (tanmatra), "concepibili", ma non "percettibili", nel loro stato sottile; e consiste nella congiunzione dell'intelletto superiore (Buddhi) alle facoltà principiali di percezione che procedono rispettivamente dai 5 tanmatra ed il cui sviluppo esteriore costituirà i 5 sensi nell'individualità corporea.
Il terzo involucro (manomaya-kosha), nel quale il senso interno (manas) è unito con il precedente involucro, implica specialmente la coscienza mentale o facoltà pensante che è l'ordine esclusivamente individuale e formale ed il cui sviluppo procede dall'irradiazione in modo riflesso dell'intelletto superiore in uno stato individuale determinato, li stato umano.
Il quarto involucro (pranamaya-kosha) comprende le facoltà che procedono dal "soffio vitale" (prana), cioè i cinque vayu nonché le facoltà d'azione e di sensazione.
L'insieme dei tre involucri, vijnanamaya, manomaya e pranamaya, costituisce la forma sottile (sukshma-sharira o linga-sharira), in opposizione a quella grossolana e corporea (sthula-sharira).
La forma corporea o grossolana (sthula-sharira) è il quinto ed ultimo involucro, quello che corrisponde, per lo stato umano, al mondo di manifestazione più esteriore; è l'involucro alimentare (annamaya-kosha), composto dei 5 elementi sensibili (bhuta).
Esso si assimila gli elementi composti che ha ricevuto dal cibo (anna derivante da ad, mangiare), secernendo le parti più fini ed escretando o rigettando le più grossolane.
Come risultato di questa assimilazione, le sostanze terree diventano la carne, quelle acquee il sangue, quelle ignee il grasso, il midollo ed il sistema nervoso (materia fosforica).
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

giovedì 31 maggio 2018

Purusha e Prakriti


Perché la manifestazione si produca, Purusha, deve entrare in correlazione con un altro principio, quantunque questa correlazione nel suo aspetto più elevato (uttama) sia inesistente e non vi sia realmente altro principio se non in senso relativo, al di fuori del Principio Supremo; ma quando si tratta della manifestazione, anche principialmente, già siamo nella relatività.
Il correlativo di Purusha è allora Prakriti, la sostanza primordiale indifferenziata, il principio passivo, rappresentato come femminile, mentre Purusha, è il principio attivo, cioè maschile; e mentre sono entrambi non-manifestati, tuttavia sono i due poli della manifestazione.
L'unione di questi due principi complementari produce lo sviluppo integrale dello stato individuale umano, e ciò relativamente ad ogni individuo; potrebbe lo stesso asserirsi per tutti gli stati manifestati dell'essere, diversi da quello umano...
Purusha e Prakriti ci appaiono risultanti in qualche modo da una polarizzazione dell'essere principiale non al limite della sola individualità umana, ma al limite della totalità degli stati manifestati, in molteplicità indefinita.
Considerando isolatamente ogni individuo, l'insieme del dominio formato da un grado determinato dell'Esistenza, quale il dominio individuale (lo stato umano),... Purusha per tale dominio comprendente tutti gli esseri che vi sviluppano le loro possibilità di manifestazione corrispondenti, tanto successivamente quanto simultaneamente è assimilato a Prajapati, il Signore degli esseri prodotti....
Questa Volontà si manifesta più particolarmente in ogni ciclo speciale di esistenza, come il Manu di questo ciclo, che ad esso dà la sua Legge (Dharma); Manu non deve essere considerato un personaggio né un mito, ma un principio, propriamente l'Intelligenza cosmica, immagine riflessa di Brahma che si esprime come il Legislatore primordiale ed universale...
Manu è il prototipo dell'uomo (mancava), in rapporto ad uno stato d'essere determinato, può equivalere, nel dominio di esistenza che corrisponde a questo stato, a quello che per l'esoterismo islamico è l'"Uomo Universale" (El-Insanul-kamil) [È l'Adam Qadmon della Qabbalah ebraica; è anche il "Re" (Wang) della tradizione estremo-orientale (Tao-te-king,XXV)], concezione che può essere poi estesa a tutto l'insieme degli stati manifestati e che stabilisce l'analogia costitutiva della manifestazione universale e della sua modalità individuale umana...Vishwakarma, aspetto o funzione dell'"Uomo Universale" corrispondente al "Grande Architetto dell'Universo" delle iniziazioni occidentali o per usare il linguaggio dell'Ermetismo, del "macrocosmo" e del "microcosmo".
La concezione della coppia Purusha-Prakriti non ha rapporti con qualsiasi "dualismo" ed è totalmente differente dal dualismo "spirito-materia"...
Le parole "essenza" e "sostanza", nella loro più ampia accezione, sono forse, nelle lingue occidentali, quelle che meglio rendono l'idea della concezione di cui si tratta, concezione d'ordine molto più universale di quella di "spirito" e "materia"...
Il Vedanta è puramente metafisico, è essenzialmente la "dottrina della non-dualità" (adwaita-vada).
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

martedì 29 maggio 2018

Potenzialità e possibilità


Il "Sé" è essenzialmente incondizionato; è immutabile nella sua "permanente attualità", perciò non è affatto potenziale.
È bene avere cura di distinguere "potenzialità" e "possibilità": la prima indica l'attitudine per un certo sviluppo e presuppone una possibile "attualizzazione", può dunque riferirsi solamente al "divenire" o alla manifestazione; invece, le possibilità, considerate nello stato principiale e non-manifestato, che esclude ogni "divenire", non potrebbero affatto essere riguardate come potenziali.
Soltanto per l'individuo, le possibilità che l'oltrepassano appaiono potenziali, appunto perché, fin da quando si considera in modo "separativo", come se avesse in sé il suo proprio essere, ciò che può raggiungere è propriamente un riflesso (abhasa), e non queste possibilità stesse; ....queste possibilità restano sempre potenziali per l'individuo; finché si è tale, infatti, non le si può raggiungere e, quando esse sono realizzate, non vi è più veramente l'individualità...
È bene ormai porci di là dal punto di vista individuale, al quale, anche considerandolo illusorio, non disconosciamo la realtà di cui è suscettibile nel suo ordine; quand'anche noi consideriamo l'individuo, è sempre per scorgerlo essenzialmente dipendente dal Principio, unico fondamento di questa realtà, ed in quanto si integra, virtualmente o effettivamente, all'essere totale; metafisicamente, tutto deve in definitiva riferirsi al Principio, che è il "Sé".
Al punto di vista fisico, quello che risiede nel centro vitale è l'Etere; al punto di vista psichico, è l'"anima"vivente"; fin qui non oltrepassiamo il dominio della possibilità individuali; ma anche e soprattutto, al punto di vista metafisico, quel che risiede nel centro vitale è il "Sé" principiale ed incondizionato.
È dunque veramente lo "Spirito Universale" (Atma), che è in realtà Brahma stesso, il "Supremo Ordinatore"; così è pienamente giustificato di qualificare questo centro come Brahma-pura.
Ora Brahma, inteso in tal modo nell'uomo è chiamato Purusha, perché riposa o risiede nell'individualità integrale, non semplicemente nell'individualità ristretta alla sua modalità corporea....
"Bisogna ricercare il luogo (simbolizzante uno stato) da cui non è più possibile un ritorno (alla manifestazione), e rifugiarsi nel Purusha primordiale donde è venuto l'impulso originale (della manifestazione universale)... questo luogo, né il sole, né la luna, né il fuoco lo rischiara; là è il mio soggiorno supremo" [Bhagavad-Gita, XV, 4 e 6].
Si può scorgere una similitudine con la descrizione della "Gerusalemme Celeste" nell'Apocalisse, XXI, 23; "E questa città non ha bisogno di essere rischiarata dal sole né dalla luna, poiché l'illumina la gloria di Dio e l'Agnello e il suo luminare".
Gerusalemme Celeste e città di Brahma hanno una relazione che unisce l'"Agnello" del simbolismo cristiano all'Agni vedico...notiamo nello stesso riguardo che il veicolo di Agni è un ariete.
Purusha è rappresentato con una luce (jyotis), perché la luce simbolizza la Conoscenza, ed esso è la sorgente di ogni altra luce, che in fondo è il suo riflesso..
Nella luce di questa Conoscenza, tutte le cose sono in perfetta simultaneità, poi che, non può esservi che un "eterno presente"...
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

giovedì 24 maggio 2018

Il Sè, il cuore e il piccolo loto...


Il Sè non deve essere distinto da Atma, Atma è identificato a Brahma stesso: possiamo chiamare ciò l'"Identità Suprema", da un'espressione dell'esoterismo islamico la cui dottrina, malgrado le grandi differenze di forma, è in fondo la stessa di quella della tradizione indù.
La realizzazione di questa identità si opera per mezzo dello Yoga, vale a dire l'unione divina ed essenziale dell'essere col Principio Divino....il senso proprio della parola Yoga è infatti "unione"...questa realizzazione non deve essere considerata propriamente come una "effettuazione" o come "la produzione di un risultato non preesistente"...poiché l'unione di cui si tratta....esiste pur sempre potenzialmente o piuttosto virtualmente; si tratta, per l'essere individuale, di prendere effettivamente coscienza di ciò che è realmente e dall'eternità.
È detto che Brahma...è considerato come corrispondente analogicamente al più piccolo ventricolo (guha) del cuore (hridaya), ma non deve essere tuttavia confuso col cuore nel senso ordinario della parola, vale a dire con l'organo fisiologico che ha appunto questo nome, poiché è in realtà non solamente il centro dell'individualità corporea, ma dell'individualità integrale, suscettibile di un'estensione indefinita nel suo dominio...
Il cuore, considerato il centro della vita, lo è effettivamente dal punto di vista fisiologico, per la circolazione del sangue, al quale la vitalità stessa è essenzialmente legata in modo particolarissimo, come tutte le tradizioni lo riconoscono; ma è anche altresì considerato come tale, in un ordine superiore, ed in qualche modo simbolicamente, per l'Intelligenza universale nelle sue relazioni con l'individuo....
Quando si considera il cuore centro dell'individualità integrale....si tratta propriamente di una corrispondenza...perfettamente fondata..
"In questa dimora di Brahma (Brahma-pura), vi è un piccolo loto, una dimora nella quale vi è una piccola cavità (dahara), occupata dall'Etere (Aksasha); se si ricerca Ciò che risiede in questo luogo, Lo si conoscerà" [Chhandogya Upanishad, 8° Prapathaka, 1°Khanda, shruti 1].
In questo centro...non vi è soltanto l'elemento etereo, principio degli altri quattro elementi sensibili,... quello che si riferisce unicamente al mondo corporeo, nel quale questo elemento rappresenta infatti la parte del principio, ma (è) in un'accezione molto relativa, come questo stesso mondo è eminentemente relativo...
Come "appoggio" per questa trasposizione è designato l'Etere...il loto e la cavità di cui si tratta debbono essere anche rilevati simbolicamente, non dovendosi intendere letteralmente una tale "localizzazione", quando si oltrepassa il punto di vista dell'individualità corporea, poiché le altre modalità non sono più sottomesse alla condizione spaziale.
Non si tratta veramente neanche soltanto dell'"anima vivente" (jivatma), vale a dire della manifestazione particolare del "Sé" nella vita (jiva).... infatti, metafisicamente,  questa manifestazione non deve essere considerata separatamente dal suo principio, vale a dire dal "Sé"; se questo, nell'esistenza individuale, e dunque in modo illusorio, appare come jiva, esso è Atma nella realtà suprema.
"Questo Atma, che sta nel cuore, è più piccolo di un chicco di riso, più piccolo di un chicco d'orzo, più piccolo di un chicco di mostarda, più piccolo di un chicco di miglio; più piccolo del germe racchiuso in un chicco di miglio; questo Atma, che sta nel cuore, è anche più grande della terra (il dominio della manifestazione grossolana), più grande dell'atmosfera (il dominio della manifestazione sottile), più grande del cielo (il dominio della manifestazione informale), più grande di tutti questi mondi insieme (vale a dire oltre tutta la manifestazione, essendo l'incondizionato)"
[Chhandogya Upanishad,3° Prapathaka, 14° khanda, shruti 3]
Il Sé sta potenzialmente nell'individuo, finché non è realizzata l'"Unione"....
L'individuo che è nel Sè, e l'essere ne prende effettivamente coscienza quando l'"Unione" è realizzata; ma questa presa di coscienza implica la liberazione dalle limitazioni che costituiscono l'individualità come tale, e che, più generalmente, condizionano l'intera manifestazione.
Quando parliamo del Sé come in un certo modo nell'individuo, il nostro punto di vista è quello della manifestazione...l'individuo e l'intera manifestazione esistono soltanto per esso ed hanno realtà solo perché partecipano alla sua essenza, mentre esso oltrepassa immensamente l'intera manifestazione, essendo il Principio unico delle cose.
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R Guénon

martedì 22 maggio 2018

Il Sé considerato in rapporto ad un essere


Il "Sé" considerato in rapporto ad un essere... è propriamente la personalità; si potrebbe restringere l'uso di quest'ultimo termine al "Sé" come principio degli stati manifestati, nello stesso modo che la "Personalità Divina", Ishwara, è il principio della manifestazione universale; ma lo si può anche estendere analogicamente al "Sé" come principio di tutti gli stati dell'essere, manifestati o non-manifestati.
Questa personalità è una determinazione immediata, primordiale e non particolarizzata, del principio chiamato in sanscrito Atma o Paramatma e che possiamo designare, in mancanza di una parola che meglio si addica, come "Spirito Universale...
Atma penetra tutte le cose, che sono le sue modificazioni accidentali...ed è sempre "lo stesso", tanto attraverso la molteplicità indefinita dei gradi dell'Esistenza, intesa in senso universale, quanto di là dall'Esistenza stessa, vale a dire nella non-manifestazione principiale.
Il "Sé", anche per un essere qualsiasi, è identificato con l'Atma...tranne se lo si considera particolarmente e "distintamente", in rapporto ad un essere....in rapporto ad un certo stato definito di quest'essere, tale lo stato umano, ma soltanto finché lo si considera da questo punto di vista specializzato e limitato.
In tal caso il "Sé" non diventa effettivamente distinto da Atma, poiché non può essere "altro che se stesso"....
Dinnanzi al "Sé" tutti gli stati della manifestazione sono rigorosamente equivalenti e possono essere considerati similmente...
L'Universale sarà, non più solamente il non-manifestato, ma l'informale, comprendente nello stesso tempo il non-manifestato e gli stati di manifestazione sopra-individuali; quanto all'individuale, esso contiene tutti i gradi della manifestazione formale, vale a dire gli stati nei quali gli esseri sono rivestiti di forme, poiché il carattere speciale dell'individualità, che la costituisce essenzialmente come tale, è precisamente la presenza della forma fra le condizioni limitative che definiscono e determinano uno stato d'esistenza....
Lo "stato sottile" comprende, da una parte, le modalità extracorporee dell'essere umano, o di tutt'altro essere nello stesso stato di esistenza, ed anche, d'altra parte, tutti gli stati individuali altri che quello....
L'essere umano, considerato nella sua integralità, comporta un certo insieme di possibilità che costituiscono la sua modalità corporea o grossolana, nonché una moltitudine di altre possibilità che, prolungandosi in diversi sensi di là da questa, costituiscono le sue modalità sottili; ma tutte queste possibilità riunite non rappresentano tuttavia che solo ed uno stesso grado dell'Esistenza universale....
L'esistenza, vale a dire l'essere condizionato e manifestato, è contemporaneamente reale in un certo senso e illusoria in un altro...
L'Essere non è affatto il non-manifestato in sé, ma semplicemente il principio della manifestazione; e, poi, ciò che è al di là dell'Essere è molto più importante ancora, metafisicamente, dell'Essere stesso.
In altre parole, è Brahma, non Ishwara, che deve essere riconosciuto Principio Supremo; ciò è espressamente e prima di tutto dichiarato dai Brahma-sutra.
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R. Guénon

giovedì 17 maggio 2018

Il Sé


Il Sè è il principio stesso dell'essere...
Invece dei termini "Sé" ed "io" possiamo usare quelli di "personalità" ed "individualità"...tuttavia il "Sé" può essere anche qualche cosa in più della personalità.
...la personalità, intesa metafisicamente, niente ha in comune con quello che filosofi moderni chiamano la "personalità umana", che in realtà è l'individualità pura e semplice; del resto gli occidentali attribuiscono alla personalità quello che in verità è soltanto la parte superiore dell'individualità, o una semplice sua estensione...
Il "Sé" è il principio trascendente e permanente di cui l'essere manifestato, l'essere umano per esempio, non è che una modificazione transitoria e contingente, modificazione che non potrebbe d'altronde affatto alterate il principio..
Il "Sé" come tale, non è mai individualizzato, né può esserlo, poiché, dovendo sempre essere considerato nell'aspetto dall'eternità e dell'immutabilità, che sono attribuiti necessari dell'Essere puro, non è suscettibile di alcuna particolarizzazione...
Immutabile nella propria natura, sviluppa le possibilità indefinite che in sé comporta, per mezzo del passaggio relativo della potenza all'atto, attraverso un'indefinità di gradi, senza che la sua essenziale permanenza ne sia modificata...perché questo sviluppo è uno, propriamente parlando, solo considerandolo dal lato della manifestazione, fuori dalla quale non può essere questione di una qualsiasi successione, ma semplicemente di una perfetta simultaneità, di modo che anche quello che è virtuale sotto un certo rapporto non è meno realizzato nell'"eterno presente".
Quanto alla manifestazione, si può dire che il "Sé" sviluppa le sue possibilità in tutte le modalità di realizzazione, in moltitudine indefinita, che sono, per l'essere integrale, altrettanti stati differenti, stati di cui uno solo, sottoposto a condizioni d'esistenza.....costituisce la....particolare determinazione di quest'essere che è l'individualità umana.
Il "Sé" è così il principio per il quale esistono, ognuno nel suo proprio dominio, tutti gli stati dell'essere;...gli stati manifestati...come lo stato umano, o sopra-individuali, ma anche... lo stato non-manifestato, comprendente le possibilità che non sono suscettibili di alcuna manifestazione...
Tratto da "L'uomo e il suo divenire secondo il Vedanta" di R.Guénon

martedì 15 maggio 2018

Normalità e anormalità


Sotto il Regno delle Quantità, come ha definito la nostra epoca Guénon, ordinario, regolare, equilibrato, centrato, prevedibile, sono diventati norme ideali stabilendo i parametri per l'anima.
"Anormale" è contemporaneamente definizione statistica e condanna morale.
Ciò che è singolare diventa sbagliato; ciò che è irregolare e insolito diventa biasimevole....
Assistiamo all'affermazione del Regno della Quantità nel regno dell'uomo comune, all'infiltrazione della statistica nelle norme ideali....
(Se) la nostra visione dell'anima diventa normalizzata, (allora non siamo distinguibili) dalle api e dalle formiche: sociale, pratica, naturale.
E allora si che saremo ben difesi contro gli archetipi della nostra vita...e allora si che ci saremo modellati su norme prive di dimensioni archetipiche; l'uomo misuratore di tutte le cose, osservatore esterno, esterno alla propria sofferenza....un uomo che vive una vita priva di qualunque intrinseco senso di necessità..
Per Finicio la mediana...rappresenta la posizione dell'uomo pratico, l'uomo d'azione, la cui preoccupazione è la moralità e la cui posizione è quella dell'osservatore.
Tali uomini "se ne stanno fermi nei piaceri del vedere e delle relazioni sociali soltanto".
La via mediana evita la discesa nel contatto voluttuoso, sia l'ascesa all'astrazione contemplativa.
Limitarsi a osservare, a porre agli eventi l'interrogativo morale, a trasformare i moti dell'anima in azioni pratiche sono tutti atteggiamenti che attengono alla vita mediana, che è orizzontale e serve a difendersi dal potere demonico dell'amore, il quale ci attira sempre verticalmente, verso il basso e verso l'alto.
La vita mediana dell'uomo sociale-morale-pratico è la difesa della normalità contro l'irresistibile coinvolgimento delle altre due strade.
Le grandi passioni, le grandi verità, le grandi immagini non sono vie di mezzo...
Invasamenti, errori, ferite,...la verità metaforica è qualcosa di più grande della vita, di diverso della vita, pur mentre ci mostra i modelli ideali della vita.
Quell'idea stessa è in parte espressa attraverso enormità patologizzante.
Queste cose non sono che l'altra faccia della normalità...
la ragione da sola non governa il mondo né fissa le sue regole.
Cercare nella vita le norme, norme senza enormità, è ricusare la causa errante di  Anankē.
Norme del genere sono illusioni, false credenze, che non tengono conto della natura delle cose nella sua interezza.
Le norme senza patologizzazioni nelle loro immagini attuano un processo di normalizzazione sulla nostra visione psicologica, fungendo da idealizzazioni repressive, che ci fanno perdere il contatto con le nostre individuali anormalità...
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

giovedì 10 maggio 2018

Il potere delle parole


Pedro Laín Entralgo nel suo libro "la terapia della parola nell'antichità classica", dice : "Le parole, parole vigorose e persuasive: esse sono la chiave delle relazioni tra gli uomini..."
Toshihiko Izutsu scrisse: il linguaggio è in primo luogo un potere magico, tale potere è insito "nella sua stessa costituzione semantica" e determina l'organizzazione grammaticale, sintattica e semantica di una lingua: è la voce che attualizza in parole "l'alito sacro"; e ha la facoltà di risanare perché è eo ipso e a priori sacro.
Il discorso mette a nudo la natura più intima dell'uomo, disse Sofocle (Edipo a Coloni, v.1188).
La dea Peito, che è capace di modificare la realtà, "non ha altro tempio che la parola" disse Euripide.
Il discorso giusto è anche un modo di restaurare "il Tempio".
La retorica, come io la intendo, è una devotio, un tentativo di restituire la parola agli Dei e di dare forma appropriata alla magia divina, all'alito divino che è nel linguaggio...
La libertà di parola è dunque un principio psicologico fondamentale, un'esigenza dell'anima, che attraverso il linguaggio trova la libertà, entro i confini della necessità.
Il discorso scaturisce dalle medesime più segrete profondità, dove la necessità tiene schiava l'anima creando le nostre patologizzazioni.
Il discorso esprime l'anima d'aria delle pherenes.
Il discorso umano, non è mai completamente il logos di Nous. È sempre anche balzano, spontaneo, disgressivo, come la Causa Errante.
La parola non può por termine all'arcaico e feroce dominio di Anankē....
Possiamo offrire ad Anankē modalità espressive, modi di darsi un'immagine con le parole, persuadendola a uscire dal suo implacabile silenzio: una terapia archetipica, una terapia dell'archetipo stesso.
Con le parole, noi possiamo modificare la realtà;  possiamo far esistere e far cessare di esistere; possiamo plasmare e modificare la struttura e l'essenza stessa del reale.
L'arte della parola diventa modalità primaria per far muovere la realtà.
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

martedì 8 maggio 2018

L'immobilità di Necessità e il potere delle parole


Gli eventi reali della nostra anima, quello che possiedono vera realtà, sono quelli in cui non c'è movimento.
È nell'immobilitá, nelle immutabili fissazioni del nostro universo psichico, là dove siamo costretti e immobilizzati, che opera la necessità.
"E la necessità è considerata qualcosa che non è suscettibile di persuasione: e questo giustamente, perché essa è contraria al movimento che si accorda con lo scopo e col ragionamento....ciò che impedisce e ha la tendenza a ostacolare, che è contrario allo scopo"
Aristotele, Metafisica (1015 a).
"Contrario allo scopo"...eventi necessari come eventi arbitrari e contro i nostri scopi...Li viviamo come intralci, impedimenti senza motivo....
Un fastidioso impedimento da eliminare.
La necessità è dolorosa, dice Aristotele,  "perché ogni cosa necessaria è sempre fastidiosa"...
Gli Dei stessi, poiché sono necessari ci tormentano senza sosta.
La loro fastidiosità è inerente alla loro stessa necessità...e noi dobbiamo servirli e sentire il loro giogo...
La necessità opera alla stregua di un'inesorabile causa interna, di una virtù o proprietà inerente all'evento stesso.
"La necessità è quello per cui una cosa non può essere altrimenti"; è quello "senza il quale" una cosa non può esistere.
Aristotele richiama l'attenzione sul fatto che la necessità può operare come funzione della natura di una cosa, anziché essere soltanto una causa esterna, meccanica.
La necessità attiene allo stato, alla condizione in sé, alla natura stessa di un'immagine...un evento è indotto a forza non soltanto dall'esterno, ma anche dall'interno, dalla propria immagine....
I greci indagavano su ciò che definivano "la natura delle cose" e la domanda che si ponevano era: "che cosa in x fa sì che esso si comporti come si comporta?".
Su questo punto la teoria e la terapia di Jung sono tradizionali e greche.
La domanda che si pongono è: "che cosa nell'intima natura del mio disturbo e della mia afflizione è necessario e autogeno?"..
Quando l'angoscia ci invade o ci assale, noi non possiamo fare altro che accoglierla come un vuoto (chaos) aperto nella continuità della ragione....
(L'angoscia) Si fa strada ineluttabilmente finché non ne viene ammessa la necessità...
Non è possibile alcuna teoria razionale dell'angoscia.
Essa non ha altra ragione di essere che la sua intrinseca necessità. Le basi dell'angoscia risiedono nella necessità stessa...
Quando eludi la necessità, soffri nella carne, e peggio, smarrisci il corpo della tua immaginazione...
Più oltre andiamo con l'interiorizzazione, più le nostre necessità psichiche perdono corpo.
Allora mete come la scarica emotiva, la liberazione, la trasformazione impallidiscono, perché siamo indotti ad accudire con intelligenza e a comprendere immaginativamente le necessità che, attraverso il suo corpo psichico, le sue immagini più intime, le mitiche profondità che si celano l'anima nelle sue fantasie, governano l'anima...
La parola chiave per lo scioglimento dell'intera vicenda è peitho; la forza di persuasione, il discorso che convince, il fascino delle parole...
Il fondamentale conflitto tra la ragione che è dentro di noi e le forze del destino, che non sono capaci di prestare ascolto a quella ragione, che non possono essere raggiunte dall'intelletto né essere smosse dal loro corso obbligato...
Le parole hanno la facoltà di persuadere gli elementi più tenebrosi a partecipare, a darsi uno spazio.
Dobbiamo parlare e lasciarci parlare.
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

giovedì 3 maggio 2018

Ananke-Necessità il Tempo e le immagini

La dea Anankē ha occupato nell'immaginazione dei creatori di cosmologia un posto centrale.
Per Parmenide (frr. 8 e 10) Anankē governava l'Essere; lo stesso vale per gli atomisti, sia pure in maniera diversa.
Nel pensiero cosiddetto pitagorico e orfico Anankē era accoppiata con un grande serpente, Chronos, formando una sorta di spira che stringeva tutt'attorno l'universo.
Tempo e Necessità impongono un limite a tutte le nostre possibilità di espansione all'esterno..insieme formano una sizigia, una coppia archetipica, il cui nesso è intrinseco, sicché dove è l'uno è anche l'altra.
Quando siamo incalzati dalla necessità, noi esperiamo questa coercizione in termini temporali; ne sono un esempio i disturbi cronici, il ripetuto ripresentarsi dei medesimi complessi che ci rinserrano e impediscono...essere liberi dal tempo è essere liberi dalla necessità.
Avere tempo libero costella una fantasia di libertà dalla necessità...
Lo stato di essere afferrati o costretti dalla necessità viene espresso in modo concreto come un essere nelle mani di una potenza estranea.
Il pensiero orfico ha di fatto identificato direttamente Anankē con Persefone, la Regina del Mondo infero.
Il suo nome è stato tradotto come "portatrice di distruzione", sicché il processo di patologizzazione può essere inteso come un modo di muovere la psiche verso il Mondo infero.
La necessità s'impadronisce di noi attraverso le immagini.
Ogni immagine possiede una sua intrinseca necessità, per cui la forma che l'immagine assume "non può essere altra che quella", sia che dipingiamo, moduliamo un verso o facciamo un sogno....
Appunto perché è inseparabile dall'immagine diciamo che la forza dell'immagine è senza immagini. Cioè, la necessità non ha un'immagine perché è all'opera in ogni e qualsiasi immagine....
L'immaginazione non ci libera, ma anzi ci cattura e ci soggioga ai suoi limiti; noi siamo gli operai dei suoi Re e Regine.
Siamo legati con vincoli di sangue a ciò che Jung chiama le nostre "immagini istintuali"....
Le immagini sono primordiali, archetipiche, realtà ultime in se stesse, l'unica realtà immediata di cui la psiche ha esperienza.
Come tali, le immagini sono le presenze della necessità che hanno preso forma....
È alle immagini delle nostre fantasie che dobbiamo volgerci, dentro le quali sta celata la necessità.
Implica inoltre che bisogna stare attenti a non essere troppo "attivi" con le nostre immagini, manipolandole come facciamo per riscattare i nostri problemi.
Perché in tal caso l'immaginazione attiva diventerebbe il tentativo di eludere la necessità dell'immagine e i suoi diritti sopra l'anima.
Benché Necessità sia detta essere senza immagini, tuttavia a questa grande Dea, che è anche al tempo stesso un principio metafisico, attiene un gruppo di metafore particolari, che ci dicono come essa opera.
...essa rimanda ai limiti che vincolano e circoscrivono, vincoli e legami, l'anello, la corda, il cappio, il collare, il nodo, il fuso, la ghirlanda, le briglie e il giogo sono tutti modi per dire il dominio di anankē.
E così pure il chiodo.
Il chiodo conficcato in un personaggio (come Prometeo, come Cristo)... sta ad indicare l'ineludibile imperativo della necessità...
Vale la pena fermarsi un attimo sulla ghirlanda: per esempio la corona di alloro del laureato... è un riconoscimento che implica anche, però, un obbligo vincolante, la necessità di essere quello per cui si è stati incoronati...
Il riconoscimento vincola l'anima a uno specifico destino...
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

giovedì 26 aprile 2018

Necessità e l'idea di "vincolo"

Che cos'è Necessità?
Nel pensiero mitico greco la necessità è definita ed esperita con modalità patologizzante.
Le esperienze patologizzate sono spesso connesse direttamente con Ananke (Necessità).
Le più usuali etimologie ricollegano anankē con il tedesco eng (angusto), con angina, angst e ansia, con il greco anchein, strangolare, e con il sanscrito agham, male.
Anche l'etimologia platonica raffigura anankē attraverso una metafora indicando il farsi stretto.
"L' idea è tratta dall'attraversare una volta impraticabile, accidentata e piena di rovi, che impedisce il movimento: e questa è la derivazione della parola necessario" Platone
Schereckenberg sottolinea in particolare i significati di giogo/collare/cappio, i quali mostrano al di là di ogni dubbio come, al fondo, necessità significhi un vincolo di servitù fisicamente oppressivo nei confronti di una potenza alla quale è impossibile sfuggire.
La parola latina per anankē è necessitas.
Anche qui troviamo l'idea di "legame stretto" o "vincolo stretto".
Necessitudines sono "persone alle quali si è strettamente legati, partenti, amici ecc..".
Necessaria è una donna parente o amica.
Questo sta ad indicare che i rapporti familiari e i legami che stringiamo nel nostro mondo personale rappresentano alcuni dei modi in cui noi esperiamo la forza della necessità.
I tentativi di liberarci dai vincoli personali sono tentativi di sfuggire allo stringente cerchio di anankē.
....sentirsi soffocare nella cerchia familiare...essere strangolati dal coniuge o... patologizzazioni della gola e del collo sono tutte espressioni della necessità...
Il complesso familiare è una manifestazione della necessità e la schiavitù nei confronti dei vincoli familiari un modo di ubbidire alle sue pretese.
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

mercoledì 25 aprile 2018

Rock rose: il tipo animico...e la sirenetta

Bach le conferì le proprietà del Terrore e del Coraggio.
Ha anche una profonda assonanza con un determinato tipo di individui: quelli che vivono in silenzio, oppressi dalla paura..
Quando riusciranno a vincerla, potranno a loro volta aiutare gli altri.
Quella Rock Rose tratta di una paura particolare, non di origine nervosa, ma di un sentimento più profondo e nascosto, provocato dalla vita stessa.
Dato che è nascosto è più difficile da cogliere da parte del prossimo: come i segreti della dodicesima casa astrologica, quello di Rock Rose non è visibile al mondo esterno.
Solo chi vibra con la sensazione di panico assoluto dell'anima Rock Rose sa riconoscerlo.
La sirenetta, la nota fiaba di Anderson, illustra perfettamente la condizione dell'anima Rock Rose; una sirena si innamora di un principe dopo avergli salvato la vita durante una tempesta.
Decide di lasciare la sua famiglia e di andare a vivere sulla terraferma, nella speranza che il principe ricambi il suo amore, cosa che le donerà un'anima immortale.
La sirenetta va allora dalla strega del mare, che le da la pozione che trasformerà la sua coda in arti umani, ma a determinate condizioni..
ogni passo le costerà un grande dolore, come se camminasse su una fila di coltelli affilati; se il principe sposerà un'altra, le si spezzerà il cuore e lei si dissolverà in schiuma nell'acqua del mare, e infine, quale forma di pagamento, dovrà donare alla strega la cosa più bella che possiede, la voce...
Con grande coraggio la sirenetta acconsente, la strega allora, le taglia la lingua e le dà la pozione.
Una volta giunta nel mondo degli uomini, beve la pozione.
Le fa male, la sente bruciare come fuoco, lacerarle le viscere come una lama e sviene.
Il principe la trova sulla spiaggia, la raccoglie e le dà protezione.
La sirenetta vive a palazzo e lo segue un tutto il regno, il cuore sempre pieno di speranza e dolore.
Alla fine il principe si innamora di una principessa e la sposa.
La sirenetta, come predetto, si dissolve in schiuma e sotto forma di spirito puro, vaga nel mondo.
È una fiaba interpretabile in più modi... soffermiamoci sul simbolismo dell'anima che si incarna nel mondo fisico; è il desiderio espresso dalla sirenetta... vuole avere un'anima umana...
Quando ne ha l'occasione, deve dimostrare grande coraggio, è costretta a patire costantemente, cosa che non può evitate se vuole realizzare il suo scopo, ossia sposare il principe...
Resta muta, incapace di raccontare la sua storia e fatto ancora più importante di dar voce allo splendido canto del suo essere.
Questa è la situazione animica di Rock Rose...
Questo tipo animico vive con tale paura per tutta la vita.
La forza e la speranza vengono infuse dalla luce dorata del sole che dona coraggio, forza d'animo e la volontà di vincere.
Questo tipo animico ha uno scopo chiaro, personale nella vita.
Quest'anima fa fatica a prosperare sulla terra; per lei esistere è già un compito abbastanza impegnativo....
Le persone Rock Rose si dimostrano attente: sono sempre vigili, pronte a osservare, a reagire all'ambiente.
Come la sirenetta che ammirava il suo principe, parlano poco ma vedono molto, in attesa che la vita risponda..
Rock Rose è incredibilmente sensibile.
Tratto da "Fiori di Bach - forme e funzioni" di J. Barnard
Conosco bene questo stato animico...
mi ha caratterizzato fin dalla nascita e per gran parte della mia vita, fino a quando non l'ho tramutato in Coraggio... quel coraggio che ti porta a sfidare la vita qualsiasi cosa ti riservi... perché comprendi che quello è l'unico modo di vivere la Tua vita e solo in questo modo  potrai giungere all'unica meta che prima di incarnarti ti sei proposto..
Tempo prima che leggessi questo libro scrissi una riflessione sul mio passato e di come mi sentivo metaforicamente e come, sempre, metaforicamente ero riuscita a trovare me stessa e la mia forza... il mio Coraggio;
 Dalle spine alle rose

martedì 24 aprile 2018

Rivelazione e poesia



"una poesia dovrebbe somigliare 
non essere veritiera...
Una poesia non dovrebbe significare 
solo essere"
Perceval 
Dalla maschera allo smascheramento, da uno specchio oscuro ed enigmatico all'illuminazione e a uno stato di conoscenza avremmo slittamenti incessanti dentro qualunque rappresentazione; "rivelato" e "occultato": un semplice gioco tra primo piano e sfondo, tra superficie e profondità; "rivelato" e "occultato": felici trasposizioni all'interno di qualunque metafora, modi di scherzare, allusione....nessun velo più da sollevare, aprire, squarciare.
Il velo diventa.. una vergogna, una timidezza che sta nella scoperta...A ogni nudità; il velo un sentimento dell'anima che mantiene...."diffidenti", riservati nello sguardo, che ci mantiene dal pronunciarci persino nel pieno significato.
...è l'emozione appropriata all'incontro, la risposta alla presenza piena che vorrebbe mantenerla parzialmente assente, nascosta.
...il mondo intrinsecamente intellegibile nel suo presentarsi all'esperienza estetica non necessita di alcuna rivelazione per essere divino...
L'esegesi diventa non un disvelamento del significato nascosto, bensì piuttosto una poiēsis, un'elaborazione poetica del dato, condotta nel piacere di un incessante immaginare.
Il cosiddetto 'nascosto' può essere riconosciuto come una necessaria letteralizzazione a posteriori dell'intuizione...
La rivelazione...Non ha bisogno di testimoni letterali, di speciali doni profetici, solo di intelligenza esegetica, della capacità di leggere il dispiegarsi dei fenomeni, di avvertire bellezza....
La rivelazione...è una categoria dell'esistenza che, se "rivelata", diventa letteralizzata come "l'occultato", mentre, in quanto categoria dell'esistenza, contiene e offre profondità, segretezza, interiorità, pregnanza, ricettacolo, risonanza, potenzialità e morte in ogni e qualunque fenomeno, e promuove nei confronti del fenomeno attenzione, cura diligente, proficua vigilanza e un modo di valutare che non considera mai le cose soltanto per quelle che a prima vista e semplicemente sembrano.
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

giovedì 19 aprile 2018

Anima Mercurialis


L'anima mercurialis fornisce l'orecchio capace di distogliere la mente dall'udire il 'vero' significato.
Senza Ermes il Messaggio, le allusioni e i gesti divini diventano ingiunzioni letterali e l'istinto religioso diventa malato, paranoide.
Jung paragona Mercurio con l'inconscio.
L'idea stessa di inconscio....diventa, riguardo alla paranoia, terapeutica in modo decisivo...l'idea di inconscio salva se stessa dalla letteralizzazione; l'inconscio non può essere identificato con alcun effettivo stato mentale di comportamento.
L'inconscio non può avere una fenomenologia sua propria e le asserzioni fatte su di esso non possono essere verificate.
Elusivo, mercuriale, l'inconscio non è un luogo, non è uno stato, è un oscuro fratello ironico, una sorella che fa da eco, per non dimenticare.
...come osserva Jung, la rivelazione non può essere distinta da "un autonomo funzionamento dell'inconscio"...
Il Deus absconditus non può diventare manifesto separatamente dalle immagini in cui la manifestazione si presenta.
La rivelazione non può essere separata dall'immaginazione.
Tra il nascosto e la percezione del nascosto sta il terzo elemento, la forza immaginativa dell'anima, la portatrice dei messaggi, l'anima mercurialis...
Mercurio pieno di stratagemmi, un malizioso monello, è lo psicopompo che conduce al nascosto, salvandoci dal letteralismo e dalla paranoia.
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

martedì 17 aprile 2018

Delirio e rivelazione

Libro Rosso di Jung -La depressione creativa

Tra delirio e rivelazione non esiste e non può esistere alcuna netta distinzione.
La rivelazione arriva sempre in forma non suscettibile di correzione, arriva sempre in forma delirante.
Come "il delirio in senso proprio non è suscettibile di correzione", così anche la rivelazione.
Essa viene dalla suprema Autorità, dalla voce stessa della Verità con tutta la certezza del nous trascendente.
Che cosa mai si potrebbe correggere, e di dove potrebbe venire una siffatta correzione, se non da una prospettiva inferiore, fallibile e meramente umana?
...Il delirio è sempre rivelazione e la rivelazione sempre delirio...
La Divinità è nascosta e l'essenza della religione è il rapporto con il nascosto, allora la rivelazione diventa necessaria alla religione, ma così pure il delirio...
Quel bisogno... che un Dio nascosto si riveli, un Dio le cui rivelazioni non si possono nettamente distinguere dai deliri..
Psicologia e teologia hanno bisogno di mantenere il loro inerente nesso reciproco, altrimenti la teologia perde anima e la psicologia dimentica gli Dei...
Non ci è lecito dividere la psicologia dalla teologia, così come non ci è lecito dividere l'anima dallo spirito...
Finché una cultura per la propria religione avrà bisogno della rivelazione, in quella cultura sarà endemica la follia religiosa; finché la rivelazione sarà necessaria all'essenza della religione, avremo necessariamente una teologia dogmatica e una Chiesa e una psichiatria istituzionalizzata che garantiscono la correttezza della rivelazione..
Possiamo vedere (i contenuti della follia) anche dell'odierna crisi apocalittica, nel nostro settarismo fondamentalista e nella paranoia politica del nostro mondo.
Perceval disse che la sua follia era il letteralismo:...eppure, questo letteralismo del matto è il diretto risultato della rivelazione...
Non possiamo rimuovere il fatto che Dio della teologia della nostra cultura sia una divinità che per essere divina deve rivelare, rivelare con parole, parole letterali; che questo Dio della teologia sia egli stesso un praticante del letteralismo...
È un Dio teologico, un Dio delle scritture - delle Sacre Scritture - che si identifica con la propria parola...
"Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio"
Vangelo di Giovanni
...come dice William James, con una "qualità noetica": "illuminazioni, rivelazioni, piene di senso e importanza... sono stati di conoscienza".
Lo spirito parla letteralmente con istruzioni e profezie assolutamente letterari e con miracoli esclusivamente sensoriali fatti di carne e di cose.
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

giovedì 12 aprile 2018

Il Sé e la paranoia

Immagine tratta dal Libro Rosso di Jung

Secondo K. Jaspers la paranoia è un disturbo del significato... e la visione del significato è stata il principale impegno di Jung:il suo fu davvero "il mito del significato"....
Nel sistema junghiano l'archetipo del significato è il Sè.
Ne consegue, dunque, che la paranoia, in quanto disturbo del significato, è un disturbo del Sé e che la fenomenologia della paranoia rende manifeste le patologizzazioni del Sé.
In tutti i casi (di paranoia) sono evidenti fenomeni riferibili al Sé: pensiero fisso su Dio, quaternità, ermafroditismo, grandiosità cosmica, trascendenza ecc..
Il Sé, che nella scala di Jung è l'archetipo più importante, diventa il contenitore del nostro più importante disturbo mentale....
Esperienze del Sé non soltanto per ricevere rivelazioni ma anche per delucidare la nostra paranoia.
...si può cader preda del significato ed essere resi deliranti dal Sé...
Ciò che Jung vuole significare con significato ha un significato più ampio di quanto esso significhi di solito.
Il significato junghiano trascende le spiegazioni del significato.
Si identifica con la realtà dello spirito.
È qualcosa di più che semantico, contestuale, o perfino ermeneutico; è cosmologico, talchè la lotta dell'anima col significato, è in ultima analisi, una lotta con Dio, con lo spirito, con il cosmo.
...La ricerca di significato da parte dell'anima, ovvero per parafrasare William James, il suo armonico adattamento al divino, comporta che si lavori sulla propria paranoia..
Come dice Jung;
La psiche non offre alcun punto di osservazione oggettivo, esterno.
Siamo sempre prigionieri della nostra personale visione delle cose...
Dobbiamo 'vedere un trasparenza', vedere i significati che si celano oltre lo schermo delle apparenze e ascoltare con un terzo orecchio. Dobbiamo percepire nell'altro ciò di cui l'altro nega l'esistenza e affidarci a una teoria dell'"inconscio" per giustificare questo comportamento....
La psicologia cammina sempre al limite tra significato e paranoia: gli psicologi sono, a loro volta, dei casi "borderline", dei casi limite. Jung stesso con ironia... commenta questo fatto: "...Il significato è qualcosa di mentale o spirituale. Una finzione se vogliamo".
Ecco affiorare il sorriso malizioso di Mercurio....il significato come finzione, o la funzione come significato.
Le idee paranoidi che rendono manifesto il Sé, il Sé che manifesta idee paranoidi.
Dove finisce il delirio e dove comincia la rivelazione?
Ermes cammina sui confini.
Ed Ermes, ha detto Jung in una conferenza...è il Dio della rivelazione.
...Dobbiamo aspettarci nella rivelazione...a cogliere: lo scherzo, l'angolatura sorprendente, l'accenno.
E poiché Ermes è il dio della rivelazione, alle rivelazioni va prestato ascolto sono con orecchio ermetico, mercuriale, intendendo i loro significati come finzioni, trasponendo la parola dello spirito in immagine poetica...
Schreber, per trovare la duplicità mercuriale, ricette trasporre il proprio genere, diventare un travestito, mentre Perceval e Jung poterono immaginare Mercurio come analogie, come immagini.
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

martedì 10 aprile 2018

Jung e la paranoia

Immagine del Liro Rosso di Jung: fig 16 pag 164 - Io-Jung, Elia Salomè e il serpente

Jung scrisse pochissimo direttamente sulla paranoia.
Il punto focale del suo interesse psichiatrico era la schizofrenia.
Indirettamente, però, gli scritti di Jung dicono cose profonde e istruttrive sulla paranoia.
Anche Jung aveva la mente costantemente occupata dall'idea della femminilizzazione dell'unilateralità maschile, come si vede nei toni ispirati con cui parla dell'assunzione di Maria, nell'enfasi posta su Sophia....e nelle molteplici elaborazioni dell'archetipo dell'Anima... per illustrare la struttura di rapporti psicologici fecondi.
Jung disegnò diagrammi basati sulla quaternità e descrisse una sua "famiglia a quattro" (come Anton Boisen che scrisse nel resoconto del suo crollo psicotico uno schema di famiglia a quattro).
Jung immaginò una cruciale scissione all'interno dell'immagine di Dio è meditò sull'"instabilità interiore di Yahvèh".
Anche Jung esperiva i suoi pensieri e le sue immagini come se fossero autonomi.
Ricorreva a rituali dovinatori come Boisen che apriva la Bibbia a caso; anche Jung inventò una terminologia ricca e a tratti arcaica e riconobbe la natura personificata e 'alchemica' dei propri concetti.
Jung si sentiva chiamato ad ammonire dell'incombente catastrofe: "Non è la presunzione che mi muove, bensì la mia coscienza...che m'impone di compiere il mio dovere e di preparare i pochi che mi vorranno prestare ascolto a eventi futuri che si accordano con la fine di un'era..."
Schreber usa un linguaggio blasfemo e volgare... da Jung apprendiamo che questo è un effetto del divino, quasi che colui che è eletto dal cielo debba anche maledire il cielo.
"..."imprecazioni" è parola troppo mite di fronte a quello che si prova quando Dio ti sloga l'anca o trucida il tuo primogenito..."imprecazioni" è davvero una parola troppo moderata.
Sarebbero più adatti aggettivi come "bruto", "violento", "crudele", "infernale", "demoniaco"".
Anche Jung nutriva la convinzione che il destino della razza umana e la realizzazione del messaggio cristiano dipendessero dal singolo individuo, "quell'unità infinitesima da cui dipende il mondo"..."perché cambi l'intero, l'individuo deve cambiare se stesso"..."l'esperienza soggettiva dell'individuo rappresenta l'alfa e l'omega della religione".
Jung nella "Risposta a Giobbe", propone un'idea che è blasfema per la teologia e megalomane per la psichiatria, "l'idea dell'uomo superiore, dal quale Yahvèh  è mortalmente sconfitto"
Jung ha parole dure dettate da una certezza interiore, per l'ipocrisia della falsa religione, quasi che la vera religione fosse la setta della psicologia.
"Provo un senso di reale comunione solo con coloro che hanno un'esperienza religiosa uguale o simile alla mia, ma non con i credenti della Parola... essi usano la Parola per proteggere se stessi dalla volontà di Dio"...
Jung era un uomo pieno di idiosincrasie: ed era sano.
Il fatto che Jung chiama la sua "malattia creativa", (e) conversasse con i fantasmi, con Filrmone ed Elia, non toglie validità a quelle visioni né alla rivelazione ricevuta circa il mandala, circa l'autonomia delle figure e delle voci psichiche, o la disciplina dell'immaginazione attiva.
Possiamo dunque mantenere distinti i testi paranoidi e gli individui paranoidi...
Quanti di noi esibiscono tratti di personalità paranoidi: siamo rigidi, sospettosi, ipervigili, seriosi e pieni della nostra importanza, eppure ci sono stati risparmiati deliri e rivelazioni.
Traggo da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

giovedì 5 aprile 2018

La voluttà dell'anima dei deliri di Schreber


I deliri di Schreber sono permeati di una sessualità erotica che egli chiama voluttà.
"Una volta, mentre ero ancora a letto, di mattina...ebbi una sensazione che mi fece un effetto assai singolare...era la rappresentazione che dovesse essere davvero bello essere una donna che soggiace alla copula.
Questa rappresentazione era talmente estranea a tutto quanto il mio modo di sentire e io l'avrei respinta...se fossi stato in piena coscienza, con... indignazione..".
..Fu il processo, dapprima straziante poi via via sempre più fonte di piacere,... di evirazione, intesa non in senso fisico, ma come rimozione della categoria di uomo.
Schreber avvertiva nel suo corpo la ritrazione del membro maschile, la formazione di rudimentali genitali femminili, il primo fremito dell'embrione.
L'evirazione non mirava all'amore per gli uomini, all'omoerotismo nel senso letterale di omosessualità.
Mirava non tanto alla femminilizzazione quanto all'anima, e procedeva mediante la voluttà, una sempre crescente voluptas; e Voluttà è il nome della creatura che, nella favola di Apuleio, Psiche porta in seno.
La voluttà è "corrispondente alla condizioni di esistenza delle anime conforme all'Ordine del Mondo...
Questa beatitudine è soprattutto un godimento di carattere voluttuoso al quale occorre la fantasia di essere o di voler diventare un essere femminile...
Il virile disprezzo della morte, quale si attende dagli uomini... per esempio in guerra dal soldato e in particolare dall'ufficiale, non è... dato alle anime per la loro stessa natura...
Ogni giorno si verificarono a più riprese periodi nei quali...nuoto nella voluttà... un benessere indescrivibile, corrispondente alla sensazione femminile della voluttà... per questo è assolutamente necessario che io lasci libero gioco alla mia fantasia in direzione sessuale; anche in altre occasioni, per esempio quando leggo un passo d'opera poetica che mi commuove particolarmente, suono al pianoforte un brano musicale che mi procura una particolare gioia estetica, oppure mi trovo sotto l'impressione di un particolare godimento della natura....il benessere che si fonda sulla voluttà dell'anima genera...un presentimento della beatitudine"
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman

martedì 3 aprile 2018

L'antidoto del delirio; l'umorismo


Perceval;
"Ritengo pertanto che la pazzia sia anche uno stato di confusione dell'intelletto, per cui la mente sbaglia nell'interpretare i comandi di uno spirito di umorismo, o di ironia, o di farsa; ritengo altresì che siano molte le menti che si trovano in questo stato; e forse questo è lo stato di tutte le menti umane.... voglio dire che nelle operazioni dell'intelletto, accade sovente che la Divinità... manifesti il suo volere così celiando, se mi è concessa l'espressione... e che nel fraintendere o pervenire questa forma di discorso consiste forse il peccato originale; o comunque tale fraintendimento.... è la conseguenza prima del peccato originale ...da cui risultarono invalide ogni futura deliberazione e concezione e azione.
Di qui, suppongo, deriva il fatto che coloro che professano la religione sono così di sovente degli ipocriti..."
L'uomo dopo la caduta è uomo sincero e insieme uomo malato di mente; infatti, avendo perduto lo spirito di umorismo, che è lo stato di grazia, egli scambia la levità dello spirito di Dio per gravità della verità.
Dalla levità alla gravità: è questa la Caduta...
Il Verbo è ellittico, parabolico, scherza, gioca con le nostre menti definitorie.
L'Onnipotente pensa secondo spirito di umorismo: un Dio Briccone; Dio, un fanciullo che gioca (Eraclito, fr. 52 DK); Dio che si gioca Giacobbe con Satana. Dio contaminato da Mercurio, come direbbe Jung.
....imparando a non ripudiare i deliri, perché... la cura è consistita nell'andare fedelmente a fondo del delirio (delusion) stesso...deludico, giocoso, imparando a eludere il delirio, a giocare bricconate al Briccone, usando l'immaginazione per curare l'immaginazione....
Che l'inganno e la duplicità sono coerenti con una coscienza sana... a una metafora di Mercurio con i due serpenti del caduceo, intesi come le componenti maschile e femminile di una coscienza umana bifronte.
La più debole o più femminile porta umorismo, gaiezza e allegria, indispensabili per la duttilità della mente...le figure parlano in sogno.
Ma la cura non consiste nell'annientarle.
Parceval dice;
"La mia rovina fu causata da un abituale errore della mente, comune a molti credenti... quello di temere il dubbio..."
Fu tentato in considerazione delle sue lunghe sofferenze, di recitare una sorta di imitatio Christi, "ma resistetti risolutamente...con tutti i difetti, ma anche con tutta l'onestà di un uomo naturale"
Bosein diceva di agire "in obbedienza a un comando divino".
Schreber scrive che era giunto il suo "momento sacro": "grazie alla mia malattia entrai in particolari rapporti con Dio.... io vivevo nella consapevolezza...di dovere assolvere uno dei compiti più difficili che mai siano stati imposti a un uomo e di condurre una santa battaglia per i beni supremi dell'umanità"
Il suo compito era niente meno che quello di dare un nuovo ordine al cosmo...rendere Dio cosciente dei Suoi difetti".
Il fine di tutto questo era essenzialmente di ordine teologico.
Tratto da "La vana fuga dagli dei" di J. Hillman
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