Visualizzazione post con etichetta platone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta platone. Mostra tutti i post

giovedì 16 novembre 2017

Platone e i suoi miti


Platone non ha inventato i suoi miti, ne ha fatto uso nel contesto giusto, senza divulgare il loro preciso significato: chiunque aveva accesso alla conoscenza della terminologia relativa li avrebbe capiti.
A Platone, in fondo, la "farina" interessava ben poco.
Nel creare il linguaggio della filosofia del futuro, Platone parlava ancora l'antico idioma.
Era, per così dire, una "stele di Rosetta" vivente.
E difatti - per quanto strano possa sembrare agli specialisti di antichità classica - una lunga esperienza ha dimostrato la seguente regola metodologica empirica: ogni disegno rinvenuto in miti che vanno dall'Islanda alla Cina all'America precolombiana, e per il quale esistano allusioni in Platone, risale certamente a un'età remota, e può essere accettato per moneta buona.
Esso proviene da quella zecca "protopitagorica" situata nella "mezzaluna fertile", che un tempo coniò il linguaggio tecnico e lo consegnò ai pitagorici (ed altri).
Platone sapeva che il linguaggio del mito opera, in linea di principio, per generalizzazioni, con la stessa spietatezza del gergo della moderna tecnologia.
Il modo in cui Platone lo usa, i fenomeni che preferisce esprimere nell'idioma mitico rivelano come egli lo comprendesse perfettamente.
Non esiste, a quanto pare, altra tecnica oltre il mito che riesca a raccontare la  struttura.
Il trucco è questo : s'incomincia col descrivere l'opposto della realtà conosciuta, sostenendo che "tanto tempo fa" le cose stavano nella tal maniera e funzionavano in un modo strano, ma poi avvenne che...ciò che conta è unicamente l'esito, il risultato degli avvenimenti narrati.
Di solito non si pensa che questo modo di dire le cose è solo un artifizio tecnico, e si accusano gli antichi mitografi di aver 'creduto' che in tempi ancor più antichi le cose fossero tutte capovolte.
Dal momento che si tratta di lingua vera e propria, l'idioma del mito porta con se l'emergere della poesia...
Il mito può essere usato come veicolo per trasmettere conoscenze concrete indipendentemente dal grado di consapevolezza delle persone che concretamente narrano le storie, le favole o altro.
Esso permetteva ai membri del 'brain trust' arcaico di parlare di 'lavoro' senza curarsi della presenza dei non addetti...
Platone è stato uno degli ultimi in grado di comprendere a fondo il linguaggio tecnico, e le 'storie' sono rimaste vive e conservano spesso l'autentica archeologia antica.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 14 novembre 2017

L'Eternità

L'Eternità risiede nell'unità, nel più alto e remoto 'fuori', al di là del visibile e del localizzabile.
'Dentro', per così dire, questa eternità necessaria al pensiero si muove costantemente il tempo secondo numero - il tempo che è stato definito come "l'immagine, che procede secondo numero (in misure determinate), dell'eternità che risiede nell'unità (μένοντος αίώνος έν ένί κατ' άριυηόν ίοΰσαν αίώνιον είκόνα)" - cioè mediante la quotidiana rotazione della sfera fissa nel senso del "Medesimo" (l'equatore celeste) e mediante gli strumenti del tempo, i pianeti, che si muovono in direzione opposta lungo "l'Altro" (l'eclittica).
Presi assieme, essi rappresentano gli "otto moti".
Ma con la fase successiva, quella che conduce dai pianeti alle creature viventi, il moto secondo numero viene escluso e deve essere sostituito (con grande rammarico di Platone) da una qualità di " moto" fondamentalmente diversa, il "moto" per generazione.
I pianeti, quantunque "diversi" tanto dall'eternità che risiede nell'unità quanto dal moto regolare della sfera delle costellazioni, rimangono perlomeno "se stesse" e sette di numero.
L'anima dell'uomo, invece, non solo si reinventa di continuo, ma poiché l'umanità si moltiplica, come il grano a cui l'uomo viene così spesso paragonato, si suddivide sempre più.
Questa similitudine -ripetutamente fraintesa dai patiti della fertilità- andrebbe presa molto seriamente, e alla lettera.
Il Demiurgo non ha creato le singole anime di tutti gli uomini destinati a nascere, bensì i primi antenati dei popoli, delle dinastie ecc... vale a dire il "seme dell'uomo" che si moltiplica ed è macinato in farina impalpabile nel Mulino del Tempo.
L'idea che vi siano "Anime delle Stelle Fisse" da cui ebbe origine la vita mortale e a cui le anime eccezionalmente virtuose "una volta liberate" possono ritornare in qualsiasi momento, mentre la "farina" comune del mulino deve attendere pazientemente l'"ultimo giorno" nella speranza di poter fare altrettanto allora, tale idea non solo è una parte vitale del sistema arcaico del mondo, ma spiega anche, fino a un certo punto, l'interesse quasi ossessivo per gli avvenimenti celesti che ha dominato i millenni del passato.
Tratto da "Il Mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 2 novembre 2017

Il Demiurgo del Timeo


Quando il Demiurgo del Timeo ebbe costruito la "struttura", lo skambha, governato dell'equatore e dall'eclittica (chiamati da Platone "il Medesimo" e "l'Altro"), che configurano la greca X, quando ebbe regolato le orbite dei pianeti secondo proporzioni armoniche, creò le "anime".
Per farle, si servì degli stessi ingredienti che aveva usato per fare l'Anima dell'Universo, essi però non erano "così puri come prima".
Il Demiurgo fece:
"anime in numero pari a quello delle stelle e le distribuí, ciascun'anima nella propria stella.
E ponendole come su dei carri, egli mostrò loro la natura dell'universo e dichiarò loro le leggi del Destino (νόμους.... τούς είμαρμένους).
Sarebbe toccata una prima nascita uguale per tutte, affinché nessuna risultasse svantaggiata per opera sua, e sarebbero state seminate tutte negli strumenti del tempo, ciascuna in  quello che le era appropriato, per nascere come le creature viventi più timorate di Dio; e d momento che la natura umana è duplice, la parte migliore sarebbe stata quella che d'ora in poi avrebbe avuto il norme di "uomo"...
E colui che fosse vissuto bene per il tempo assegnatogli sarebbe ritornato alla dimora della sua stella consorte, dove avrebbe vissuto una vita felice e congeniale; ma se fosse venuto meno in ciò, nella sua seconda nascita sarebbe stato mutato in una donna; e se in tale condizione non si fosse ancora astenuto dal male, allora, secondo il carattere della sua depravazione, sarebbe stato continuamente tramutato in una qualche bestia dalla natura conforme a tale carattere, né avrebbe avuto requie dal travaglio di queste trasformazioni finché, lasciando che la rivoluzione del Medesimo e dell'Uniforme entro di sé si trascinasse dietro tutto il tumulto di fuoco e di acqua e di aria e di terra che vi si era in seguito aggregato attorno, egli non avesse controllato la propria turbolenza irrazionale con la forza della ragione e non fosse ritornato alla forma della sua condizione primitiva e migliore.
Dopo che ebbe comunicato loro tutte queste disposizioni, così da rimanere senza colpa della futura malvagità di chiunque tra di loro, li seminò, alcuni sulla terra altri nella luna, altri negli altri strumenti del tempo" (Timeo, 41e 42d)
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 31 ottobre 2017

Le anime e le stelle fisse


Il Demiurgo senza macchia seminò le anime, in numero pari a quello delle stelle fisse, negli "strumenti del tempo" (cioè i pianeti), fra i quali Timeo annovera anche la Terra; anzi le seminò "ciascuna in quello che le era appropriato".
Timeo allude a un antico sistema che stabiliva un rapporto tra i membri fissi della comunità astrale e quelli vaganti - e non s'intendono le "case" zodiacali e le "esaltazioni" dei pianeti, bensì le stelle fisse in gebere.
Conosciamo questa impostazione da tavolette cuneiformi astrologiche che contengono un numero considerevole di informazioni sulle stelle fisse che rappresentavano un determinato pianeta e viceversa; ma il materiale non è sufficiente per spiegare le regole di questo disegno assai complesso.
Per dirla con E. Weidner: "abbiamo comunque a che fare con il sistema molto complicato. Soltanto una nuova raccolta e revisione di tutto il materiale ci consentirà forse di risolvere gli enigmi ancora esistenti".
Riteniamo che possa essere stato proprio il passaggio dalla "costellazioni" ai "segni" e, più genericamente, l'avvento di quel linguaggio astronomico che è il solo a essere riconosciuto come "scientifico" dagli storici contemporanei, cioè la terminologia dell'"astronomia posizionale", a interrompere la tradizione omerica.
Le anime vennero dunque tolte dalle loro stelle fisse e trasferite sui rappresentati planetari corrispondenti, sempre secondo regole ben precise.
Il Demiurgo si ritrovò - trasformandosi nel personaggio noto sotto il nome di deus otiosus - e venne messa in moto la Macchina del Tempo.
Timeo afferma: "Secondo la meccanica del mito è naturale supporre che la prima generazione di anime venga seminata sulla Terra, mentre le altre aspettano il loro turno, non incarnate, nei pianeti".
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 29 agosto 2017

Il mito arcaico e l'universalità dei dati sparsi nelle varie tradizioni


Platone sapeva ancora parlare la lingua del mito arcaico; nel costruire la prima filosofia moderna, egli rese il mito consono al proprio pensiero.
Platone ci ha dato una prima norma empirica, ed egli sapeva quel che diceva.
Dietro Platone si erge il corpus imponente delle dottrine attribute a Pitagora, di grezza formulazione in parte, eppure ricche di contenuto prodigioso della matematica primitiva, pregne di una scienza e di una metafisica destinate a sbocciare ai tempi di Platone; da qui provengono parole come "teorema", "teoria" e "filosofia".
Tutto ciò poggia a sua volta su quella che potremmo definire una fase proto-pitagorica, diffusa in tutto l'Oriente, ma con punto focale a Susa.
E infine c'è dell'altro ancora: il severo calcolo numerico dei Babilonesi.
Da tutto ciò deriva lo strano principio che "le cose sono numeri".
Una volta afferrato il filo che risale indietro nel tempo, la prova delle dottrine più tarde e dei loro sviluppi storici sta nella loro congruenza con una tradizione conservatasi intatta anche se compresa solo a metà.
Vi sono infatti semi che si propagano lungo le correnti del tempo.
E l' universalità, quando è unita a un disegno preciso, è già da sola una prova.
Quando per esempio un elemento presente in Cina compare anche in testi astrologici babilonesi, lo si deve considerare pertinente, poiché rivela un complesso di immagini insolite cui nessuno potrebbe attribuire una genesi indipendente per generazione spontanea.
Non è accidentale che i numeri come 108, oppure 9X13, si trovino, ripetuti in vari multipli, nei Veda, nei templi di Angkor, a Babilonia, negli oscuri detti di Eraclito e anche nella Valhöll norrena.
Vi è modo per controllare i segnali così sparsi negli antichi dati, nelle tradizioni, nelle favole, nei testi sacri.
Una morfologia comparata: il serbatoio dei miti e delle fiabe è assai vasto ma esistono 'segnacoli' morfologici per tutto ciò che non è semplice narrazione di tipo spontaneo.
Inoltre presso i promitivi 'secondari', quali gli Amerindi e gli indigeni dell'Africa occidentale, si trova materiale arcaico meravigliosamente ben conservato.
Abbiamo infine  racconti cortesi e annali dinastici che sembrano romanzi: il Feng-shen Yan-yi, il giapponese Nihongi, lo hawaiano Kumulipo, che non sono soltanto favole infarcite di credenze fantastiche.
Un'altra notevole fonte sono i testi sacri che in origine rappresentavano una forte concentrazione di attenzione su materiali distillati per la loro importanza nel corso di un lungo periodo di tempo e considerati degni di essere imparati a memoria generazione dopo generazione.
La tradizione druidica celtica veniva trasmessa non solo mediante canti ma anche attraverso una dottrina dell'albero molto simile a un codice; in Oriente, da giochi complessi fondati sull'astronomia si sviluppò una specie di stenografia che divenne poi l'alfabeto.
Una molteplicità rieccheggiante ove ogni cosa reagisce a ha un suo luogo e un suo tempo stabilito.
Una specie di matrice matematica, un'Immagine del Mondo che s'accorda a ognuno dei molti livelli, regolata in ogni sua parte da una rigorosa misura.
È la misura a fornire la controprova; molte cose possono essere identificate e ricombinante in base a regole a analoghe al vecchio detto cinese sui flauti rituali e il calendario.
Nell'universo arcaico tutte le cose erano segni e segnature l'una dell'altra, iscrizioni nell'ologramma, da divinarsi con sottigliezza.
E su tutte dominava il numero.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di G. di Santillana e H. von Dechend

giovedì 20 luglio 2017

Amore e "Ali"


La virtù delle ali è quella di portare in alto ciò che pesa, sollevandolo sino alla sfera abitata dagli dei... e il divino vuol dire bellezza, sapienza, bontà e ogni altra cosa simigliante.
...L'intelletto  si nutre di pensiero e di scienza pura, come quello di ogni anima a cui stia a cuore accogliere ciò che le si conviene, vedendo di tanto in  tanto l'ente, se ne compiace; e, contemplando il vero, si nutre e si diletta, fino a che il moto circolare non lo riporti al medesimo luogo.
E nel suo tragitto esso contempla la giustizia in sé, contempla la temperanza, contempla la scienza, non quella che è soggetta a divenire, ed è diversa nei diversi oggetti che chiamiamo enti, ma quella che è la vera scienza del vero ente.
È legge di Adrastea (la dea a cui non si sfugge, la dea della necessità) che qualsiasi anima, fattasi seguace d'un dio, riesca a vedere qualcuno dei veri, fino all'altro giro sia immune da dolore; e qualora possa farlo sempre, non vada mai soggetta ad alcun male.
Allorché un uomo, vedendo la bellezza di quaggiù e rammentandosi della vera bellezza, metta le ali e desideri, così alato, di levarsi in volo e s'accorga di non poterlo fare e, come un uccello, guardi in alto e trascuri le cose terrene, costui si acquista la fama di folle.
Ebbenei, io dico che di tutte le forme di delirio divino questa è la più alta e derivante dalle più alte sorgenti, così per chi la possiede, come per chi ne partecipa; e che colui il quale, possedendola, s'innamori di quelli che son belli, si chiama appunto amante..... ricordarsi attraverso le cose terrene di quel che vide lassù non è facile per ogni anima...
Alcune appena ne serbano un ricordo sufficiente; e queste, allorché vedono qualcosa che somigli a quelle, ne rimangono sbalordire.
La giustizia infatti e la temperanza e quant'altro hanno importanza per le nostre anime, nelle loro immagini di quaggiù hanno perso ogni splendore; e ben pochi e a stento, attraverso questi nostro torbidi organi, appressandosi a queste immagini, contemplano il modello che esse rappresentando.
Ma la bellezza brillava ai nostri occhi, quando insieme col coro dei beati...c'iniziavano alla più beata delle iniziazioni che celebravamo, allorché perfetti e immuni dei mali che ci attendevano nell'avvenire, iniziati ai più profondi misteri, godevamo di quelle visioni perfette, semplici, calme, felici, in una luce pura, puri noi stessi e non sepolti in questa tomba, che chiamiamo corpo e che trasciniamo con noi, imprigionati in esso, come ostriche nel proprio guscio.
La bellezza.... sfolgorava allora nella sua essenza tra quegli spettacoli; e noi, venuti quaggiù, l'abbiamo senz'altro riconosciuta per la sua luminosità mediante il più luminoso dei nostri sensi.
La vista è infatti il più acuto dei nostri sensi corporei, ma con essa non si vede la sapienza - che desterebbe in noi ardentissimi amori, se la sua immagine si offrisse altrettanto chiara al nostro occhio - come del resto non si vedono le altre amabili essenze.
Alla sola bellezza toccò questo privilegio d'essere la più evidente e la più amabile.
Chi è iniziato di recente, chi è pieno delle visioni avute, allorché veda un volto divino o una forma corporea, imitazione felice della vera bellezza...è assalito dagli sgomenti d'un tempo...la contempla e la venera come un nume..
Nell'accogliere attraverso gli occhi l'efflusso della bellezza si riscalda d'un calore, da cui si ristora la natura delle ali, e per effetto di esso si fonde l'involucro che copriva i germogli e che da tempo induratosi ne impediva lo sviluppo.
Quindi, penetrandovi il nutrimento, il gambo delle penne si gonfia e tenta di spuntare dalla radice di sotto a tutta l'anima, perché questa era un tempo tutta alata.
...Tutta l'anima ribolle e sussulta...soffre l'anima, quando comincia a rivestirsi di penne; essa prova un ardore, una pena, un solletico nel metter le ali.
Ma non appena volge lo sguardo alla bellezza...si ristora e riscalda e, cessando di soffrire, si sente lieta e felice.....si sente lieta nel ricordo della bellezza...
A questa passione....gli uomini hanno dato il nome di amore...
Lui Eros alato noman per fermo i mortali
Ma gl'immortali Pteros, perché egli impenna le ali.
Tratto da "Dialoghi sull'amicizia e sull'amore" Platone

giovedì 13 luglio 2017

Amore e crescita spirituale (Platone)


- La follia divina è più bella della saggezza umana -
- Le cicale furono un tempo esseri umani che invaghiti del canto delle Muse, non facevano che cantare, dimenticando di mangiare e di bere e così estinguendosi senza accorgersene.
Trasformati in cicale ottennero in sorte di non nutrirsi e di cantare perpetuamente e dopo la morte, di poter riferire alle Muse i nomi di quegli uomini, da cui ciascuna delle Muse era stata particolarmente onorata.
Non è per niente vero che chi non ama merita di ottenere i favori dell'amato, solo perché egli è sano di mente, laddove chi ama è in preda alla follia.
Ciò sarebbe vero se la follia fosse in ogni caso un male, ma non è così; c'è una follia ispirata dalla divinità, che è per noi la fonte di grandissimi beni....
Ad essa dobbiamo l'amore, che ne è la più alta manifestazione che ci fu concesso dagli dei come la maggiore delle felicità...
La follia amorosa.

Di tutte le essenze che l'anima umana poté contemplare più o meno rapidamente nel suo viaggio, quella che, come le altre, brillava in tutta la sua purezza, nel cielo e brilla ancora, unica nei suoi riflessi terreni, è la bellezza, che noi percepiamo mediante il più luminoso dei nostri sensi: la vista.
Chi s'innamora di essa fino al delirio è chiamato con il nome d'amante.
Non tutti per altro hanno la virtù di sollevarsi dalle immagini terrene e imperfette del bello al ricordo della pura e divina bellezza; e, incuranti di questa, non trattenuti da un senso di rispetto, alla bellezza umana non chiedono che la soddisfazione d'un piacere momentaneo; e questo non è che amore volgare e libidine.
Ma chi è iniziato di recente ed ha l'animo tuttora pieno delle meraviglie che ha ammirato, in presenza di un bel corpo subito risente qualcosa delle antiche emozioni e s'infiamma d'un desiderio nel quale non c'è nulla di basso o di turpe, ma uno schietto omaggio alla bellezza eterna.
Nel calore della passione si dilatano i pori dell'anima che si sforza di rimetter le ali; e il sentimento, che egli prova, diventa per lui come per l'amato, la via per sollevarsi all'imitazione degli dèi immortali; e più particolarmente di quel dio che egli seguì nella sua peregrinazione ultraterrena.
Costoro cercano un amato che abbia un'anima filosofica e fatta per comandare; e quando l'abbiano trovato lo circondano d'ogni affetto e d'ogni reverenza, s'impegnano a promuovere le buone disposizioni e se anche prima non erano dediti allo studio della vera sapienza, allora vi si rivolgono con ardore si preoccupano molto di rintracciare da soli l'immagine del loro dio a cui si sforzano di uniformarsi; e poiché sentono che dall'amato è venuto in loro questo impulso, essi trovano in ciò un motivo per amarlo e venerarlo ogni giorno di più.
A questa forma così alta d'amore non si giunge facilmente...
L'intimità che si stabilisce in questo amore puro e filosofico, assicura ad entrambi una vita perennemente concorde e il premio più alto a cui si possa aspirare.

Essi.. affiancando quel che vi genera la virtù, hanno conquistato un bene, di cui non è possibile immaginarne un altro maggiore e al termine della vita riprendono le ali, perché sono riusciti a superare la prova più ardua imposta ad un uomo.
Ma quell'anima che  si lascia adescare dalle lusinghe d'un uomo senz'amore, il cui  commercio non può far germogliare in essa altro all'infuori d'una prudenza servile, che può sembrare una virtù soltanto agli occhi del volgo, sarà condannato ad errare priva di ragione durante novemila anni in terra e sottoterra.
Egli deve mirare al vero, cercar di conoscere la natura dell'anima umana nella sua varietà infinita e ingegnarsi di risalire da questa alla conoscenza dell'anima universale: deve insomma divenire filosofo e un dialettico...
Questa via è certo lunga e difficile; ma nella ricerca delle cose anche il soffrire per esso è bello.
Giacché l'uomo saggio non deve prefiggersi come scopo di piacere agli uomini, che sono i suoi compagni di servitù, ma agli dei, che sono i suoi padroni buoni e nobili (XXXIX-LVIII)
Tratto da "Dialoghi sull'amicizia e sull'amore" Platone

giovedì 6 luglio 2017

Anima (Platone)


-...In quanto poi all'idea dell'anima in sé, definire cosa essa sia richiederebbe per tante ragioni un'esposizione divina e interminabile...-
..L'anima è immortale perché è principio di moto.
Ma poiché non è facile mostrare per via diretta qual è la sua natura, mi avvarrò di un'immagine.
La paragonerò a una biga alata col suo auriga.
Negli dei cavalli ed aurighi sono perfetti ma negli uomini l'uno dei due cavalli è di buona indole, l'altro cattivo e recalcitrante, sicché l'auriga ha un compito tutt'altro che agevole.
Tutto ciò che diciamo anima si occupa di tutto ciò che è inanimato, e penetra l'universo sotto forme differenti.
Finché l'anima rimane perfetta ed alata si libra in alto e domina tutto; ma se perde le ali, precipita in giù e non d'arresto se non quando s'imbatte in un corpo, in cui va ad abitare.
Come può avvenne che l'anima perda le ali?
La virtù delle ali è di portare ciò che pesa in alto, verso il divino.
E divino è il bello, il vero, il bene e ogni cosa che somiglia a queste essenze assolute. E poichè le ali sono tra le cose corporee che più partecipano del divino, dal divino appunto sono fortificate e nutrite, mentre dal brutto o dal male esse sono rovinate e distrutte.
I cavalli degli dèi raggiungono il culmine senz'alcuno sforzo, ma quelli degli uomini, pur ingegnandosi nel seguirli, non sempre ci riescono o, se mai, vi riescono in misura diversa, giacché il cattivo cavallo s'appesantisce e tende a precipitare verso terra.
Gli immortali, raggiunta la sommità e portati in giro, contemplano tutte le essenze nella loro purezza, pure per colore e forma, in quel luogo sopracceleste, che nessuno ha mai celebrato o potrà celebrare come si conviene e quando, sazi e rinvigoriti da un così mirabile spettacolo, ritornano al punto da dove erano partiti.
Questa è la vita degli dèi.
Ma delle altre anime quelle che seguono più da vicino gli dei e che somigliano più a loro... cercano come possono... di contemplare le essenze; e alcune vedono di più, altre meno, altre infine restano al di sotto della volta celeste, non godono di quel magnifico spettacolo e, tratte in giù dal moto circolare... cercando di farsi largo, si pigiano, si combattono, vi perdono in gran parte le ali, né riescono a vedere l'essere e si nutrono di ipotesi.
E la ragione per la quale è così viva in tutte il desiderio di vedere il campo della verità, è che lì appunto si trova l'alimento adatto alla parte migliore dell'anima, quell'alimento  che nutre e rinvigorisce le ali.
Per una legge fatale le anime che nel loro giro celeste hanno visto qualcuna delle pure entità, rimangono immuni da sofferenze sino ad un nuovo viaggio e se vi riescono sempre non vanno soggette ad alcun male.
Quelle invece che non vi riescono... s'appesantiscono e precipitano in basso, entrano in un corpo terreno.
Quella che ha visto di più si incarna in un uomo devoto o alla sapienza o alla bellezza o alle Muse o all'amore; quella che ha visto di meno...entra in un corpo d'un re giusto o bellicoso e potente; quella che segue al terzo posto, anima imo statista, un economo, un uomo d'affari; la quarta, un atleta o un medico; la quinta un profeta  o un sacerdote; la sesta un poeta o un artista; la settima un artigiano o un agricoltore; l'ottavo un sofista o un demagogo; la nona un tiranno.
E tra costoro chiunque viva giustamente ottiene dopo la morte una sorte migliore chi ingiustamente una peggiore.
Nessun'anima può ritornare là da dove era venuta, prima di diecimila anni perché prima di questo periodo non recupera le ali; salvo che non sia quella di un uomo che abbia vissuto filosoficamente con purezza di cuore... questo a patto che abbia scelto per tre volte consecutive la medesima vita, dopo il terzo millennio riprendono il volo.
La proprietà fondamentale dell'uomo è di potere da molte percezioni sensibili elevarsi al concetto di genere e questa facoltà non è che ricordo di ciò che l'anima nostra vide nel suo viaggio celeste...
Tratto da "Dialoghi sull'amicizia e sull'amore" Platone

sabato 30 gennaio 2016

Il mito di Er di Platone e il daimon

 Ciascuna persona viene al mondo perché è chiamata.
L'idea viene da Platone, dal mito di Er che egli pone alla fine della sua opera più nota, la Repubblica.
Prima della nascita, l'anima di ciascuno di noi sceglie un'immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù,  un daimon, che è unico e tipico nostro.
Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti.
È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino.
Secondo Plotino (205-270 d.C.), il maggiore dei filosofi neoplatinici, noi ci siamo scelti il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti all'anima e corrispondenti, come racconta il mito, alla sua necessità.
Come a dire che la mia situazione di vita, compresi il mio corpo e i miei genitori, che magari adesso vorrei ripudiare, è  stata scelta direttamente dalla mia anima e se ora la scelta mi sembra incomprensibile è  perché  ho dimenticato.
Bisogna prestare particolare attenzione all'infanzia per cogliere i primi segni del daimon all'opera per afferrare le sue intenzioni e non bloccargli la strada.
Le altre conseguenze pratiche vengono da sé:
riconoscere la vocazione come un dato fondamentale dell'esistenza umana;
allinearela nostra vita su di essa;
trovare il buon senso di capire che gli accidenti della vita fanno parte del disegno dell'immagine, sono necessari a esso e contribuiscono a realizzarlo.
Vedi anche: Il mio primo libro scelto
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

giovedì 28 gennaio 2016

Il mito platonico della discesa


Ascesa e caduta.
È uno dei modelli archetipici della vita, una delle sue lezioni morali più antiche, cosmiche.
Ma ciò che importa è come si cade, lo stile della caduta.
Il mito platonico della discesa dice che l'anima discende in quattro modi: attraverso il corpo, i genitori, il luogo, le condizioni esterne.
Possiamo prenderli come istruzioni per completare l'immagine che ci siamo portati con noi al nostro arrivo.
Per prima cosa, il corpo: discendere, cioè crescere, significa ubbidire alla legge di gravità, assecondare la curva discendente che accompagna l'invecchiamento.
Secondo, accettare di essere un membro della tua famiglia, di fare parte del tuo albero genealogico, così com'è, con i suoi rami contorti e i suoi rami marci.
Terzo, abitare in un luogo che sia adatto alla tua anima e che ti leghi a sé con doveri e usanze.
Infine, restituire, con gesti che dichiarano il tuo pieno attaccamento a questo mondo, le cose che l'ambiente ti ha dato.
Per il secondo punto "accettare  di essere un membro della tua famiglia..." può  accadere che...
Da qualche parte un folletto continua a sussurrare un'altra storia: "Tu sei diverso; non assomigli a nessuno della famiglia; tu non sei dei loro".
Nel cuore si annida un eretico, che chiama la famiglia una fantasia, una superstizione.
La teoria della ghianda propone una soluzione antica: è  stato il mio daimon a scegliere sia l'ovulo che lo spermatozoo, così come aveva scelto i portatori, detti "genitori".
La loro unione deriva dalla mia necessità, non il contrario.
Questo non aiuta a spiegare le unioni impossibili, le incompatibilità i veloci concepimenti e i bruschi abbandoni che si verificano tra i genitori di molti di noi?
Tratto da "Il codice dell'anima di James Hillman

martedì 11 agosto 2015

Il perpetuo fluire di tutte le cose..



Protagora aveva detto che l'uomo è misura di ciò che è, e questo è tutt'uno col dire che le cose appaiono a ciascuno, tali in realtà sono a ciascuno....
.....Protagora insegnava segretamente ai suoi discepoli, affermando che nulla è, ma tutto diviene; che l'essere in sostanza non è che mutazione.
E questa dottrina, nella quale consentono poeti e pensatori sommi, ha per se prove non insignificanti.
"Traslazione e sfregamento sono l'unico fiondo del divenire e dell'essere apparente.
Generazione del fuoco e del calore, che sono fonte e focolare di vita; sanità del corpo e progresso intellettuale; equilibrio vitale e moto eterno della natura, simboleggiati nell'aurea catena di Omero, svelano sotto l'essere apparente la continuità di questo divenire mobile"
Donde segue che la sensazione è sempre relativa. Colore, calore, perfino grandezza e numero non sono per sè, ma solo rispetto ad altro; e perchè non si pone mente a ciò, si cade nelle maggiori contraddizioni.
Bisogna però non farsi sentire dai non iniziati, da quei materialisti, cioè, rozzi e cocciuti che, credono soltanto a ciò che vedono con gi occhi o toccano con le mani, negano l'essere agli atti ed alle generazioni, a tutto quello, insomma, che è invisibile ed immateriale.
Gl'iniziati invece, di cui Socrate si propone di svelare i misteri, sono gente di ben altra cultura.
Il loro principio fondamentale è che tutto è moto.
Ora, il moto è di due specie, attivo e passivo; e ciascuna specie si risolve in infiniti atti.
Questi moti, incontrandosi, generano ad un tempo coppie infinite di numero: sensazioni da una parte, sensibili dall'altra.
Le sensazioni si dicono visioni, suoni, impressioni olfattive, impressioni di freddo, di caldo ecc..., ed anche piaceri, dolori, desideri, paure; e ce n'è molte altre a cui non si dà un nome.
I sensibili si chiamano colori, suoni e via dicendo.
Tutte queste cose si muovono, ma talune velocemente, altre lentamente.
Quando, per esempio, l'occhio ed un oggetto, attivo rispetto ad esso, vengono a contatto, la visione si stcca dall'occhio ed il colore dall'oggetto; onde l'occhio diviene veggente e l'oggetto colorato....
In breve, noi non possiamo parlare nè del soggetto sensiente nè dell'oggetto sentito come di cose che stiano da sè e per sè, ma sempre in relazione tra loro.
E questo principio si applica così ai singoli oggetti come a quei fasci di cose che si chiamano specie o nature.
....Che opinione si fa dei sogni, delle malattie, della follia, vale a dire di quelle condizioni individuali o morbose, permanentio transitorie, nelle quali le cose appaiono diverse della realtà, e se si debba riconoscere che anche qui sia vero che tutto quello, che a ciascuno appare, è vero a ciascuno e se inoltre s'abbia qualche valida prova da addurre a chi in un dato momento chiedesse se siamo desti o sogniamo.
In tutti quei casi dunque sembra che ci manchi il mezzo per discernere il vero.
Chi dorme o è malato prova una sensazione diversa e dissimile da chi è sano e sveglio; ma non per questo la sua sensazione è meno vera per lui nel momento in cui la prova.
L'uomo è misura di tutto, così questa a sua volta si fonda sul principio eracliteo del perpetuo fluire di tutte le cose.
Tratto e adattato da "La verità" Platone

lunedì 6 luglio 2015

Socrate: Cos'è la conoscenza?


....Imparare vuol dire divenir sapiente; e divenir sapiente a sua volta significa acquistare delle conoscenze. Ma che è conoscenza?...
Io pratico la stessa professione di mia madre: sono al pari di lei un ostetrico.
la mia arte però si esercita non sulle donne ma sugli uomini...
le levatrici devono essere in età da non aver più figli, perchè tale è il volere della vergine Artemide, loro protettrice;
così Socrate per volere di Apollo,... non ha per suo conto pensieri originali da esporre, ma adempie la missione d'aiutare a produrre quei giovani che ne hanno l'attitudine; e può solo verificare se i loro parti siano vitali o vani; onde la gente che ignora questa sua missione lo crede l'uomo più strano del mondo....
Secondo la dottrina di Protagora si è sapiente non  solo al pari di qualsiasi uomo, ma anche di un dio.
L'improvvisa sfiducia non è che l'effetto della giovane inesperienza..Protagora, o chi per lui, potrebbe rispondere che ad un ragionamento bisogna contrapporre un ragionamento, non obiezioni fondate su probabilità o verosimiglianze.
...Chi una volta ha imparato una cosa perchè l'ha vista e la ricorda e chiude gli occhi, si potrà dire  che conosce e non conosce a un tempo?
...si può conoscere e non conoscere la stessa cosa,... l'uomo il quale conosce è diverso dall'uomo che non conosce, giacchè ogni uomo, tramutandosi incessantemente, diventa tanti uomini quante sono le sensazioni a cui va soggetto.
...per sapienza s'intende il potere di condurre gli uomini, non già da false a vere cognizioni .- il che è impossibile perchè tutte le sensazioni-cognizioni sono vere per chi le prova - bensì da uno stato fisico, intellettuale, morale peggiore a uno migliore;
e sapiente in ogni campo è per l'appunto chi può operare un simile cambiamento.
...ognuno dovrà rassegnarsi, lo voglia o no, ad esser misura di tutte le cose.
Socrate vuole innanzitutto riesaminare se si è avuto ragione o torto di censurare il ragionamento che faceva ognuno bastevole a se stesso; e se nel giudicare del meglio o del peggio ci sia chi vale di più e chi meno.
...Egli afferma che ciò che appare a ciascuno, questo anche è; ma a tutti gli uomini pare che nel mondo ci sia chi sappia di più e chi meno, e che chi sa, ha opinioni vere; chi ignora, opinioni false; sicchè anche ammettendo con Protagora che tutti abbiano opinioni vere, si dovrà ammettere che opinino con verità anche quelli i quali opinano che non tutti abbiano opinioni.
...L'esperienza di ogni giorno ci insegna che gli uomini si giudicano a vicenda;...lo stesso Protagora, credendo che tutti opinino il vero, dà ragione anche a chi crede che egli opini il falso; e così questa umanità di dissenso da lui non è rotta nemmeno da Protagora stesso.
Concediamo che nelle cose sensibili quello che appere a ciascuno, in realtà sia; concediamo che le cose calde, fredde, aspre, ecc siano a ciascuno taliquali appaiono; concediamo altresì che perfino negli affari pubblici sia onesto o turpe, giusto o ingiusto quello che tale pare a ciascuna città; siamo perciò forse autorizzati ad ammettere che altrettanto accada anche di quelle cose che implicano un giudizio circa i loro effetti? Che le cose che ciscuno giudica salubri, siano in realtà tali? Che le leggi che una città reputa a sè utili, debbano poi col fatto riuscirle tali?...
La libertà e la superiorità di quelli che vivono la vita interiore del pensiero di fronte a quanti schiavi delle loro passioni e delle loro ambizioni, logorano le proprie forze nelle beghe e nelle lotte di una esistenza tormentata e malvagia.
Uno Stato può darsi delle leggi che stima benefiche; un uomo può credere che il calore di cui soffre sia indizio di febbre;....eppure in questi casi è possibile che le previsioni non si verifichino. E perchè?
Perchè anche ad ammettere che ogni uomo sia buon giudice delle impressioni, sensazioni e cognizioni presenti, non si può non essere d'accordo sul fatto che solo chi sa è miglior giudice delle conseguenze future.
Ci sono cose che l'anima percepisce da sè senz'aiuto del corpo, per via  di comparazioni e giudizi; e se le sensazioni appartengono a tutti gli esseri viventi fin dalla nascita, la facoltà di comparare, di opinare, di giudicare si acquista lentamente e non sempre da tutti.
La sensazione anche se presente, raggiunge l'essere, manca di verità e non è conoscenza, che consiste non già nelle impressioni sensibili, ma nelle conclusioni che la mente trae.
La sensazione dunque, anche se presente, non può esser conoscenza.
E così noi, se non abbiamo trovato ciò che cercavamo, vale a dire che cosa sia conoscenza, abbiamo almeno trovato che non si debba cercarla nella percezione sensibile, sì bene in quella operazione dell'anima, qualunque nome le si dia, quando l'anima da se s'occupi degli enti.
Tratto da "La verità" di Platone

venerdì 27 giugno 2014

L'androgino nella cultura



L'uomo in quanto microcosmo, condivide le leggi che danno unità e dinamismo all'Universo.
Possiamo leggere l'Universo dentro di noi come in uno specchio, le caratteristiche principali che contrassegnano l'essere umano sono l'immagine riflessa di quelle che identificano il cosmo.
Tra gli attributi fondamentali di ogni soggetto che segnalano la sua doppia natura maschile e femminile (razionalità/affettività, calma/passione, esteriorità/interiorità ecc..) troviamo anche latenti tensioni erotiche bipolari, eterosessuali e omosessuali.
Tutto questo significa che il nucleo maschile-femminile è originato tanto nell'uomo che nel cosmo, ma anche che la potenza creatrice intelligente, quella che attimo dopo attimo imprime forma, movimento e trasformazione alla natura, contiene in sè una duplice valenza erotica.
Il maschile e femminile sono dunque principi della natura che operano in perfetta sintonia.
Nella cultura scritta umana l'idea del doppio principio maschile-femminile è radicato fin dagli albori del pensieri filosofico, prendiamo il caso dell'antica filosofia cinese: qui tale concetto compare nella forma della contrapposizione delle complementarità cosmiche dello Yin (femminile) e dello Yang (maschile), fin dalle prime pagine de Il libro delle trasformazioni (I-Ching VIII sec. a.C.) e anche nel taoismo tale nozione occupa una posizione di primo piano.
Secondo questa filosofia non c'è tra yin e yang una frontiera netta: uno è contenuto nell'altro, poichè la loro unione è all'origine di tutte le cose, ogni essere è una vita che palpita dei due principi, un punto di incontro di entrambi i sessi.
Anche nelle gesta delle divinità egizie quali Mut, Iside e Hathòr si mettono ben in luce la compresenza in esse di caratteri maschili e femminili.
Ermete Trimegisto (VI sec. d,C) pensa a un mondo generato da una potenza divina che possiede "la fecondità di ambedue i sessi"(Corpo ermetico e Asclepio).
Non da ultimo, la teoria del doppio principio trova riscontro nella psicoanalisi di Jung, a testimonianza del fatto che essa è ancora parte viva e integrante della nostra cultura.

venerdì 20 giugno 2014

Platone: il mito dell'Androgino

Il mito narra che alle origini gli uomini erano dotati di forma sferica, di quattro mani, quattro gambe e doppia faccia si  muovevano in modo rapido come delle palle, appoggiandosi sulle quattro mani e sulle quattro gambe.
I sessi erano tre, il maschile aveva avuto origine dal Sole, il femminile dalla Terra, il terzo sesso quello androgino, che univa il maschile e il femminile, dalla Luna.
Data la loro grande forza fisica tentarono di dare l'assalto all'Olimpo, Zeus padre degli dei, volle punirli e neutralizzarli e così decise di dividerli in due metà ciascuna autonoma dall'altra.

Era del tutto naturale, da parte di ciascuna, cercare ardentemente l'altra perduta, ma congiunte in modo casuale finivano per morire.
Allora Zeus decise di ristrutturare il corpo di questi nostri progenitori spostando il sesso sul davanti e permise quindi la distinzione maschio-femmina e da quel momento il concepimento avvenne tramite il congiungimento degli organi genitali.
Platone attraverso questo gioco di fantasia fa intendere che è fuorviante pensare che l'uomo è separato dalla totalità dell'Universo.
Nel mito infatti, Zeus è il cosmo, è lui che plasma l'umanità.
E' lui che dà forma dinamica alla sessualità dell'uomo.
Le due facce di Eros, il divenire cosmico e quello umano, non sono dunque separabili.
Con l'immagine dell'androgino, segnala che la partecipazione dell'uomo al Tutto comporta anche la condivisione del duplice principio che alimenta l'Universo: quello maschile e quello femminile.
Pertanto, tutto ciò che ha corpo e vita proviene da questo desiderio androgino che è la segreta, impenetrabile officina magica di ogni vita, se custodito senza forzature genera gioia di vivere, se invece profanato, perchè ingabbiato in reti di giudizi e pensieri, produce malattia e infelicità.
Ognuno di noi dunque porta in se una parte femminile e una maschile, è un doppio nucleo dell'anima misteriosa e senza tempo.
Il femminile indica il desiderio erotico incontenibile, passionale, il suo ripetersi incessante come le stagioni della Terra, il femminile è tutto ciò che di creativo ruota intorno al desiderio sessuale, è invenzione, trasformazione e rottura delle abitudini, è apertura dell'anima a esperienze sempre nuove, è il lato "demonico" e poetico dell'amore rivolto all'interno.
Il maschile è il lato prosaico e pratico dell'amore, diretto all'esterno. La sua luce esprime anch'essa un principio di creatività illimitata, di intima ricreazione, di potenza vivificante. Tuttavia, è anche il principio di razionalità applicato alle reazioni d'amore che rischia di porre dei reticolati alla libera manifestazione dell'energia interiore.
Il maschile, se non temperato dal femminile, tende quindi a irrigidirsi in regole abitudinarie che spengono la forza innovativa interiore.
Il femminile inonda il mondo intero di poesia, ma chiede però la liberazione da modelli preconcetti di vita.
Se il maschile saprà accettare questi inviti allora le due potenze rigenerative potranno congiungersi per dar luogo a un percorso di vita contrassegnato da gioia e soddisfazione.
Da "Platone filosofia e salute"

Google+