Follow by Email

giovedì 30 novembre 2017

Archetipo della Grande Madre e del Padre


Gli aspetti più importanti della Grande Madre sono stati individuati da Jung nelle seguenti immagini tipiche: sul piano personale la Madre, Grande Madre, la matrigna, la balia, la bambinaia, la nonna, la dea, la Vergine Maria, Sophia.
È la meta dell' ansia di liberazione, il Paradiso, il regno di Dio, la Chiesa, la terra, il cielo, il bosco, il mare, l'acqua stagnante, la materia, il mondo infero, la luna, il campo, il giardino, la roccia, la caverna, l'albero, il pozzo, il fonte battesimale, il fiore, il mandala, il forno, il cavallo, la mucca, la lepre e in generale tutti gli animali socorrevoli.
Psicologicamente è il principio benefico, protettivo, sostenitore, stimolante, fecondo e nutriente, il luogo della trasformazione, della rinascita, il segreto, l'occulto, la tenebra, il mondo dei morti, divorante, seducente, intossicante, la fonte d'ansia, l'ineluttabile.
Tutte queste immagini appartengono all'archetipo della Grande Madre.
All'archetipo del padre, cioè lo spirito, al polo opposto, appartengono le seguenti associazioni mitologiche: l'etere, il vento, il soffio spirituale, l'ossessione, i fantasmi dei defunti; si pensi allo pneuma, alla psiche, agli gnomi, agli spiriti, al diavolo, ai demoni, agli angeli, al vecchio soccorrevole.
Sul piano personale: il padre, il professore saggio, l'autorità, il sacerdote.
Spirito è l'elemento attivo, alato, mobile, vitale, stimolante, eccitante, focoso e dinamico elemento della psiche, ciò che produce entusiasmo e ispirazione.
Jung definisce lo spirito un principio spontaneo di movimento e attività, nel quale dimorano la peculiarità della libera produzione di immagini al di là della percezione sensoriale e la capacità d'una manipolazione autonoma e sovrana di esse.
Come si può facilmente osservare, in questi due archetipi - come in tutti - si distinguono determinati aspetti: Jung afferma che materia e spirito non sono per nulla comprensibili in sé e per sé, sono in definitiva forme fenomeniche d'un essere in sé trascendente, cioè transpsichico.
L'unica realtà immediata indagabile è la realtà psichica, cioè i nostri contenuti coscienti che deduciamo per così dire a posteriori da un'origine materiale o spirituale.
Tratto da "Psiche e materia" di Marie Louise von Franz

martedì 28 novembre 2017

L'Esodo e la ricchezza ebraica


Gli Egizi inseguirono gli Ebrei secondo il racconto della Bibbia.
Perché? Essi non avevano alcun bisogno degli Ebrei e, dopo le "piaghe d'Egitto" che uccisero ogni primogenito maschio in quel regno, l'esodo degli Ebrei avrebbe dovuto essere desiderato e non avversato.
È strano che un popolo di schiavi, o almeno considerato tale dagli Egizi, sia stato inseguito dai carri del Faraone.
La Bibbia dice che le Tavole della Legge furono dettate a Mosè sul monte Sinai, ossia dopo la fuga.
L'ipotesi più probabile è che gli Ebrei, che erano stati prima ospitati e nutriti dall'Egitto nel corso di una grande carestia che aveva colpito tutto il Medio Oriente e poi utilizzati come manodopera, abbandonassero la fertile valle del Nilo dopo essersi impadroniti dell'essenza delle conoscenze e dei saperi dei suoi abitanti
Non è a caso che di lì a poco la grande civiltà egizia abbia conosciuto l'inizio di un'inarrestabile decadenza, mentre, sia pure dopo un lungo peregrinare per il deserto, il popolo ebraico conobbe la propria fioritura.
È estremamente probabile che le Tavole della Legge siano derivate dai testi sacri egiziani, ma non era un "sapere" invisibile l'obbiettivo dietro al quale il faraone lanciò i suoi carri.
Egli cercava di recuperare qualcosa di fisico e tangibile, un oggetto sacro e potente, forse una "misura".
Ricordiamo il Numero d'Oro, che coincideva con la sezione aurea e permetteva di passare geometricamente dalla retta alla curva; il Ginocchio d'Oro, che era anch'esso un segreto geometrico, corrispondente all'Angolo d'Oro dei pitagorici; il Vello d'Oro, che fu rubato con il decisivo aiuto di Medea dal greco Giasone; le Mele d'Oro, che erano conservate nell'estremo Occidente, nel Giardino delle Esperidi...Ercole le portò via alle Esperidi che erano figlie di Atlante (si suppone un collegamento con Atantide)...
Un esercito non si mobilita solamente per recuperare delle pure conoscenze teoriche. Gli Ebrei portarono con loro anche qualcosa di materiale.
Non si dimentichi che essi fabbricarono il famoso "vitello d'oro" che provocò l'ira di Mosè e del suo Dio, durante la faticosa traversata del deserto.
Anche l'oro è dunque coinvolto in questa vicenda.
Sembra lecito pensare che gli Ebrei portassero con loro anche oggetti d'oro dall'Egitto, che forse contenevano la "misura" che sarebbe stata poi realizzata nell'Arca.
L'oro designava tutti i più preziosi segreti del mondo antico, che equivalevano a poteri sulla natura e sulle forme e costituivano una chiave iniziatica nelle credenze delle popolazioni mediterranee.
Questa improvvisa ricchezza di conoscenze sembra essere stata una conseguenza della conquista di Gerusalemme, dove probabilmente trovarono qualcosa.
Non si deve dimenticare l'aiuto degli studiosi ebraici tenuti in grande considerazione nell' Islam come nel resto in Europa.
I cabalisti ebrei sapevano infatti come leggere la Bibbia al di là della lettera e nei libri di Mosè, derivate dalle Tavole, era possibile trovare tutto quello che serviva.
Molti sapienti israeliti hanno confidato "formule" e segreti nascosti nel Libro.
Gli Ebrei avrebbero quindi tratto dagli Egizi, forse depositari della sapienza di Atlantide, un importante segreto che rese possibile la fondazione di Gerusalemme e del suo Tempio.
Si suppone che le piramidi sono un formulario di scienza cosmica e le tavole di pietra contengono una "formula dell'universo". 
Ciò potrebbe spiegare l'identità fondamentale che esiste, malgrado la diversità di forme dovute ai tempi e ai luoghi, tra le proporzioni e le misure ritmiche dei monumenti dell'antico Egitto e quelle di alcune moschee e di alcune cattedrali gotiche....
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

giovedì 23 novembre 2017

L'Adam Magister e la parola perduta


Chi costruisce secondo tutte le regole e le misure "segrete" non compie soltanto un'operazione sulla materia, usando i principi della geometria e producendo le "onde di forma", ma compie, da vero Franco Muratore o Massone operativo, un lavoro di trasformazione su se stesso.
Il Maestro Adamo è l' uomo che ha raggiunto completamente il centro più intimo del suo essere, ritrovando la fonte dell'energia e dell'equilibrio interiore.
Se la trasformazione ha avuto luogo, egli si ritrova nello stato primordiale di Adamo nel Giardino dell'Eden dove non c'è più la necessità d'imparare o di costruire nulla, ma solo la gioia del Giardino.
È come se, grazie a un lungo lavoro sui materiali, che simboleggiano quello che il Maestro ha compiuto su se stesso, egli abbia finalmente raggiunto lo stato della perfezione umana originaria.
L'opera materiale e visibile del Maestro è un dono elargito a tutti.
Il doppio ruolo della Massoneria operativa è questo: si tratta di trasformare i membri della confraternita in senso elevato, trasformando nello stesso tempo gli altri, che non possono accedere direttamente al grado più alto di realizzazione.
Questo fine non è diverso dall'attività che i monaci compiono su se stessi per purificarsi in modo da raggiungere quella condizione di pienezza che li pone in grado di aiutare gli altri, rendendoli capaci di accogliere influenze spirituali.
Nell'iniziazione muratoria lo scopo non è solo di raddrizzare ciò che è storto,  di rendere cubica la pietra grezza, di raddrizzare e levigate se stessi, ma di ritrovare una "parola perduta".
Potrebbe essere quella stessa parola, il Verbo, di cui si parla nel prologo del Vangelo di Giovanni.
La parola perduta sta per una condizione da cui ci si riconosce lontani e che si desidera ritrovare, ed è anche la "pietra che i costruttori hanno scartato", poi divenuta testata d'angolo.
La ricerca massonica della parola, o della pietra-chiave è anche una figura del lavoro che si deve compiere sul cuore.
Cuore, pietra e parola sono equivalenti simbolici e l'antica condizione dell'uomo di cui si ha nostalgia, corrisponde al cuore stesso.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

martedì 21 novembre 2017

La Misura del Tempo


Il Tempo Cosmologico, la "danza delle stelle", come lo chiamava Platone era una semplice misura angolare, un ricettacolo vuoto, com'è diventato ora, per contenere la cosiddetta storia.
Si pensava che esso fosse abbastanza possente da esercitare un controllo inflessibile sugli eventi, plasmandoli alle proprie sequenze in un sistema cosmico dove passato e futuro si chiamavano l'un l'altro, da profondità a profondità.
Maestosa e tremenda, la Misura ripeteva e riecheggiava la struttura in molti modi, scandiva il Tempo, era fonte delle inesorabili decisioni che determinavano la 'scadenza' di un dato istante.
Quelle Misure concatenate possedevano una dignità così trascendente da dare alla realtà un fondamento inattingibile da tutta la fisica moderna: perché, a differenza di questa, esse esprimevano la prima idea di "che cosa significhi essere" e ciò su cui si concentravano diveniva, per contrasto, quasi un amalgama di passato e futuro, così che il Tempo tendeva a essere essenzialmente oracolare: esso presentava, annunciava, per così dire, orientava gli uomini verso l'evento....
Keplero, cimentandosi nella folle impresa di trascrivere le note dell'"Armonia delle Sfere", non poteva non fallire miseramente nel suo tentativo di esprimere la vera conformità alle leggi: quella che Platone chiama il canto di Lachesi.
Gli uomini hanno imparato a rispettarla senza pensarci.
Ancor oggi, nel celebrare il Natale, si invoca il dono impareggiabile di quel tempo ciclico - il dono di non essere nella storia, il suo aprirsi nel senza tempo, la sua virtù di delineare tutto quanto se stesso in un presente vitale, pregno di voci ancestrali, di oracoli e riti del passato.
Con quel tanto di sincerità loro rimasta, gli uomini invocano la remissione di antichi peccati e la rinascita dell'Anima, così come si faceva molti millenni fa.
Si implora da quel Tempo la rinnovata forza per continuare a vivere a dispetto di una realtà senza senso - e si chiede ancora ai figli di venire in soccorso alla propria incredulità.
La storia vera procede per miti, le sue forze sono mitiche.
Come osserva imperterrito Voltaire, si tratta di vedere quale mito scegliere.
Nella conoscenza astronomica e ne mito, "rivoluzione" è un vero termine tecnico: indica ciò che ritorna sempre allo stesso punto.
Esso viene sempre più a identificarsi con l'idea di Grande Mutamento.
Nelle Apocalissi e nelle Cosmogonie, negli inni vedici, il tempo viene rimescolato artificialmente e deliberatamente in elementi, stazioni lunari o protoscacchi per restituire la visione, la visione poetica o sibillina. 
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 16 novembre 2017

Platone e i suoi miti


Platone non ha inventato i suoi miti, ne ha fatto uso nel contesto giusto, senza divulgare il loro preciso significato: chiunque aveva accesso alla conoscenza della terminologia relativa li avrebbe capiti.
A Platone, in fondo, la "farina" interessava ben poco.
Nel creare il linguaggio della filosofia del futuro, Platone parlava ancora l'antico idioma.
Era, per così dire, una "stele di Rosetta" vivente.
E difatti - per quanto strano possa sembrare agli specialisti di antichità classica - una lunga esperienza ha dimostrato la seguente regola metodologica empirica: ogni disegno rinvenuto in miti che vanno dall'Islanda alla Cina all'America precolombiana, e per il quale esistano allusioni in Platone, risale certamente a un'età remota, e può essere accettato per moneta buona.
Esso proviene da quella zecca "protopitagorica" situata nella "mezzaluna fertile", che un tempo coniò il linguaggio tecnico e lo consegnò ai pitagorici (ed altri).
Platone sapeva che il linguaggio del mito opera, in linea di principio, per generalizzazioni, con la stessa spietatezza del gergo della moderna tecnologia.
Il modo in cui Platone lo usa, i fenomeni che preferisce esprimere nell'idioma mitico rivelano come egli lo comprendesse perfettamente.
Non esiste, a quanto pare, altra tecnica oltre il mito che riesca a raccontare la  struttura.
Il trucco è questo : s'incomincia col descrivere l'opposto della realtà conosciuta, sostenendo che "tanto tempo fa" le cose stavano nella tal maniera e funzionavano in un modo strano, ma poi avvenne che...ciò che conta è unicamente l'esito, il risultato degli avvenimenti narrati.
Di solito non si pensa che questo modo di dire le cose è solo un artifizio tecnico, e si accusano gli antichi mitografi di aver 'creduto' che in tempi ancor più antichi le cose fossero tutte capovolte.
Dal momento che si tratta di lingua vera e propria, l'idioma del mito porta con se l'emergere della poesia...
Il mito può essere usato come veicolo per trasmettere conoscenze concrete indipendentemente dal grado di consapevolezza delle persone che concretamente narrano le storie, le favole o altro.
Esso permetteva ai membri del 'brain trust' arcaico di parlare di 'lavoro' senza curarsi della presenza dei non addetti...
Platone è stato uno degli ultimi in grado di comprendere a fondo il linguaggio tecnico, e le 'storie' sono rimaste vive e conservano spesso l'autentica archeologia antica.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 14 novembre 2017

L'Eternità

L'Eternità risiede nell'unità, nel più alto e remoto 'fuori', al di là del visibile e del localizzabile.
'Dentro', per così dire, questa eternità necessaria al pensiero si muove costantemente il tempo secondo numero - il tempo che è stato definito come "l'immagine, che procede secondo numero (in misure determinate), dell'eternità che risiede nell'unità (μένοντος αίώνος έν ένί κατ' άριυηόν ίοΰσαν αίώνιον είκόνα)" - cioè mediante la quotidiana rotazione della sfera fissa nel senso del "Medesimo" (l'equatore celeste) e mediante gli strumenti del tempo, i pianeti, che si muovono in direzione opposta lungo "l'Altro" (l'eclittica).
Presi assieme, essi rappresentano gli "otto moti".
Ma con la fase successiva, quella che conduce dai pianeti alle creature viventi, il moto secondo numero viene escluso e deve essere sostituito (con grande rammarico di Platone) da una qualità di " moto" fondamentalmente diversa, il "moto" per generazione.
I pianeti, quantunque "diversi" tanto dall'eternità che risiede nell'unità quanto dal moto regolare della sfera delle costellazioni, rimangono perlomeno "se stesse" e sette di numero.
L'anima dell'uomo, invece, non solo si reinventa di continuo, ma poiché l'umanità si moltiplica, come il grano a cui l'uomo viene così spesso paragonato, si suddivide sempre più.
Questa similitudine -ripetutamente fraintesa dai patiti della fertilità- andrebbe presa molto seriamente, e alla lettera.
Il Demiurgo non ha creato le singole anime di tutti gli uomini destinati a nascere, bensì i primi antenati dei popoli, delle dinastie ecc... vale a dire il "seme dell'uomo" che si moltiplica ed è macinato in farina impalpabile nel Mulino del Tempo.
L'idea che vi siano "Anime delle Stelle Fisse" da cui ebbe origine la vita mortale e a cui le anime eccezionalmente virtuose "una volta liberate" possono ritornare in qualsiasi momento, mentre la "farina" comune del mulino deve attendere pazientemente l'"ultimo giorno" nella speranza di poter fare altrettanto allora, tale idea non solo è una parte vitale del sistema arcaico del mondo, ma spiega anche, fino a un certo punto, l'interesse quasi ossessivo per gli avvenimenti celesti che ha dominato i millenni del passato.
Tratto da "Il Mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 2 novembre 2017

Il Demiurgo del Timeo


Quando il Demiurgo del Timeo ebbe costruito la "struttura", lo skambha, governato dell'equatore e dall'eclittica (chiamati da Platone "il Medesimo" e "l'Altro"), che configurano la greca X, quando ebbe regolato le orbite dei pianeti secondo proporzioni armoniche, creò le "anime".
Per farle, si servì degli stessi ingredienti che aveva usato per fare l'Anima dell'Universo, essi però non erano "così puri come prima".
Il Demiurgo fece:
"anime in numero pari a quello delle stelle e le distribuí, ciascun'anima nella propria stella.
E ponendole come su dei carri, egli mostrò loro la natura dell'universo e dichiarò loro le leggi del Destino (νόμους.... τούς είμαρμένους).
Sarebbe toccata una prima nascita uguale per tutte, affinché nessuna risultasse svantaggiata per opera sua, e sarebbero state seminate tutte negli strumenti del tempo, ciascuna in  quello che le era appropriato, per nascere come le creature viventi più timorate di Dio; e d momento che la natura umana è duplice, la parte migliore sarebbe stata quella che d'ora in poi avrebbe avuto il norme di "uomo"...
E colui che fosse vissuto bene per il tempo assegnatogli sarebbe ritornato alla dimora della sua stella consorte, dove avrebbe vissuto una vita felice e congeniale; ma se fosse venuto meno in ciò, nella sua seconda nascita sarebbe stato mutato in una donna; e se in tale condizione non si fosse ancora astenuto dal male, allora, secondo il carattere della sua depravazione, sarebbe stato continuamente tramutato in una qualche bestia dalla natura conforme a tale carattere, né avrebbe avuto requie dal travaglio di queste trasformazioni finché, lasciando che la rivoluzione del Medesimo e dell'Uniforme entro di sé si trascinasse dietro tutto il tumulto di fuoco e di acqua e di aria e di terra che vi si era in seguito aggregato attorno, egli non avesse controllato la propria turbolenza irrazionale con la forza della ragione e non fosse ritornato alla forma della sua condizione primitiva e migliore.
Dopo che ebbe comunicato loro tutte queste disposizioni, così da rimanere senza colpa della futura malvagità di chiunque tra di loro, li seminò, alcuni sulla terra altri nella luna, altri negli altri strumenti del tempo" (Timeo, 41e 42d)
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend
Google+