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venerdì 22 novembre 2019

Folk-lore

La concezione di folk-lore, come abitualmente intesa, si fonda su un'idea radicalmente falsa, e questa è l'idea che ci possano essere delle "creazioni popolari", prodotti spontanei della massa del popolo; si percepisce immediatamente lo stretto rapporto che questo modo di vedere ha con i "pregiudizi" democratici.
Qualcuno ha detto, molto giustamente, che "l'interesse profondo di tutte le tradizioni cosiddette popolari consiste soprattutto nel fatto che, in origine, esse non sono popolari" Luc Benoist..
Si tratta, come quasi sempre, di elementi tradizionali nel vero senso della parola, per quanto deformati, sminuiti o frammentari essi possano talvolta essere, e di cose che abbiano un valore simbolico, tutte queste cose, ben lungi dall'essere di origine popolare, non sono neppure di origine umana.
Quel che può essere popolare è unicamente il fatto che tali elementi "sopravvivano", quando appartengano a forme tradizionali scomparse; e, sotto questo riguardo, il termine folk-lore assume un significato abbastanza prossimo a quello di "paganesimo", tenendo di quest'ultimo presente solo l' etimologia, con l'intenzione "polemica" e ingiuriosa in meno.
Il popolo conserva in tal modo, senza capirli, i frammenti di antiche tradizioni, frammenti che risalgono talvolta a un passato così lontano che sarebbe impossibile determinarlo, e che ci si accontenta di riferire, per tal ragione, all'oscuro campo della "preistoria"; adempie in tal modo al ruolo di una sorta di memoria collettiva più o meno "subconscia", il cui contenuto è palesemente venuto da altre fonti (è questa funzione essenzialmente lunare, e si può osservare che, secondo l' astrologia, la massa popolare corrisponde di fatto alla Luna, ciò che indica nello stesso tempo, opportunamente, il suo carattere puramente passivo, incapace di iniziativa o di spontaneità)..
Quando si va al fondo delle cose si constata che quel che si è conservato in tal maniera contiene soprattutto, in forma più o meno velata, una somma notevole di dati d'ordine esoterico, vale a dire precisamente quanto è meno popolate nella sua essenza.
Quando una forma tradizionale è sul punto di estinguersi, i suoi ultimi rappresentanti possono benissimo affidare volontariamente, alla memoria collettiva, ciò che altrimenti si perderebbe senza remissione; in fondo è questo il solo mezzo per salvare quel che salvare si può ancora in una certa misura; e nel contempo l'incomprensione naturale della massa è una garanzia sufficiente perché ciò che possedeva un carattere esoterico non resti snaturato, ma si conservi soltanto, in guisa di testimonianza del passato, per coloro che in tempi diversi saranno capaci di capirlo.
Tratto da "Sull'esoterismo cristiano" di René Guénon

giovedì 14 novembre 2019

La bella addormentata in chiave cabalistica


C'è una similitudine che unisce le due parole porta-dalet דלח e conoscenza-da'at דעח.
Una lettera, quella mediana, le differenzia.
Nella parola "conoscenza", questa lettera, 'ayin ע, simbolizza la "sorgente" cui l' uomo deve attingere, così come l'"occhio" nuovo che deve acquisire avanzando sul cammino degli sponsali.
Nella parola "porta", questa lettera, lamed ל, simbolizza la "guida" sul cammino.
Il "conoscente" passa la "porta" tra le due lettere dalet ד e taw ח, la cui unione costituisce la parola דח che significa la legge.
Se passa la porta senza tener conto della legge, senza essersi reso conforme ad essa, è annientato dal complesso energetico nuovo cui la porta dà accesso; è fulminato dal fuoco della realtà che incontra e che le sue strutture non possono allo sopportare.
L'uomo non può dunque passare la porta se non nella conoscenza che, ancora una volta, non è intellettuale ma esperienza vissuta.
Lasciare il primo piano dell'esistenza per entrare nell'essere, passare la porta stretta che le tradizioni chiamano "porta degli uomini", vuol dire lasciare l'ignoranza intellettuale per vivere.
Chi può passare questa porta?
Ce lo dice la storia ben nota de La bella addormentata nel bosco:
Da 100 anni una principessa dorme all'interno di un castello nascosto nel centro di una foresta che si infoltisce di giorno in giorno ogni anno di più, fino a divenire invalicabile, al punto da soffocare questa vita nel sonno.
Con la principessa dormono il cane, i domestici, il castello intero, il giardino... al termine dei cent'anni, il figlio del re vicino viene a sapere dell'esistenza della bella addormentata.
Il suo cuore si infiamma per lei.
Decide di andare a svegliarla.
Si possono immaginare le avventure del giovane principe che sfoltisce la foresta per penetrarvi e arrivare fino al centro. Dopo un lungo tempo, con 1000 ferite, il principe ardente d'amore giunge a deporre sulle labbra della principessa un bacio che la sveglia.
Con lei si svegliano il cane, i domestici, la casa, il giardino. Tutto questo piccolo universo apre gli occhi.
Cosa è successo? La Bella che dorme e tif'eret-bellezza, il sole dell'essere, cui non sarebbe possibile brillare se prima l'uomo non ne ha portato a termine l'ascesa.
Non può raggiungerlo se prima non si è spogliato della foresta psichica, cosciente e inconscia, che l'invade, e lo soffoca a poco a poco.
Non può intraprendere questa avventura se non dopo aver preso coscienza della presenza di questa principessa, il suo essere essenziale, spirituale, riflesso e promessa del divino, germe nascosto, addormentato.
Il principe seducente che viene a sapere  della presenza della Bella non è altro che la coscienza informata, capace di orientare sul cammino di questa avventura l'uomo risvegliato al solo desiderio giusto.
E l'uomo non può vivere l'avventura se non sotto l'impulso dell'amore, in una dimensione dell'amore in cui, purtroppo, questa parola oggi incredibilmente usurata, non può più e rendere l'accezione.
Solo l'amore vero permette al principe di attraversare le prove della foresta.
Dato il bacio, si ha il risveglio dell'essere.
Teniamo presente che contemporaneamente si risveglia Il cosmo intero.
I familiari, il cane, il giardino, sono i regni che attendono tutti il risveglio dell'umanità per brillare del loro "vero colore".
Lo possono testimoniare coloro che hanno fatto l'esperienza: il quotidiano, il gesto quotidiano, vissuto fino ad allora nella banalità della ripetizione, prende a questo livello un rilievo sempre nuovo:  "Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Apocalisse 21, 5)
Tratto da "Il simbolismo del corpo umano" di Annick de Souzenelle

lunedì 4 novembre 2019

La falsa "opera al bianco"


L'abito di luce non può che bruciare colui che non è divenuto luce.
Questo è il processo della falsa "opera al bianco".
Non mediteremo mai abbastanza su questa grandiosa tentazione di potere, uno dei tre tentacoli dell'idra -śatan, opera nera per rifiuto dell' "opera al nero".
E molte opere nere hanno l'apparenza del bianco.
Ma quando l'"opera al nero" viene elusa, la tunica brucia prima o poi chi l'ha rubata.
Ogni potenza acquisita per magia (scoramento dei misteri fuori dal NOME) è del śatan - opera di indiscrezione di colui che getta uno sguardo sul mistero che egli non è divenuto, e che va a diffonderlo all'esterno.
La magia non è che uno degli aspetti dei rapporti di forza dell'uomo e del cosmo.
Essa usa dei mezzi segreti che esigono il rinnovo dell'atto di Adamo che apre il suo nucleo prima del tempo.
Lungi da far uscire l'uomo dalla sua condizione di tunica di pelle, la magia ve lo imprigiona ulteriormente.
Essa non ha niente a che vedere con l'arte dei Magi, sacerdoti e uomini di scienza dell'antichità che formavano primitivamente la casta sacerdotale dei Medi.
In ciò consiste l'insidioso pericolo presentato da tutte le tecniche che pretendono di condurre all'"opera al bianco", quando non sono insegnate da maestri capaci di risvegliare nei loro discepoli la coscienza della totalità dell'"opera".
L'occidente è tanto più tentato da questo "falso bianco" in quanto è stato rinchiuso per secoli in una costruzione morale molto poco esaltante.
Ha cercato un compenso, finendo nella trappola inaridente di un attivismo intellettuale ad oltranza, che conduce all'attuale impasse.
Per reazione rischia fortemente di cadere nella trappola contraria di una mistica ad ogni costo.
Ciò viene diffusamente sollecitato con esperienze di ogni genere, praticate oggi senza discernimento, dalle tecniche che appaiono le più sagge fino ai viaggi artificiali più folli.
Via arida e via umida sono entrambe vissute come compensazione d'una tradizione rifiutata, perché infantilizzante e totalmente insufficiente per la nuova esigenza di un'umanità che affronti il mostro divoratore della "porta degli uomini".
L'uomo deve ritrovare la tradizione e, in essa, un'altra dimensione del suo messaggio.
Solo se vivrà questo messaggio, la tradizione gli affiderà il resto dei suoi tesori, e l'uomo comincerà a vivere la propria incarnazione autentica.
Tratto da "Il simbolismo del corpo umano" di Annick de Souzenelle

martedì 29 ottobre 2019

I doppi personaggi che accompagnano la figura di Cristo

I due Giuda
Osserviamo anzitutto i due Giuda, il cui nome ebraico Yehuda הרדה' è quello divino, il tetragramma, cui è stata aggiunta la lettera ד dalet.
Dalet, la "porta", corrisponde al numero 4, simbolo dell'arresto, qui in modo del tutto particolare "porta" dell'Incarnazione.
Questo nome Giuda, più di tutti stupendo, significa veramente incarnazione di הרה'.
(Altro significato è;  הרה' si inscrive nella storia).
Nato dalla tribù di Giuda, quarto di dodici figli d'Israele, morto per mano di Guida, ultimo dei dodici apostoli, Cristo, tra queste due "porte" di nascita e di morte, è la vita: la vita trascende la storia è vi si incarna.

I due Giuseppe
Andiamo verso i due Giuseppe: da una parte, Giuseppe, sposo della Vergine, veglia sul ventre materno, grembo della nascita di Dio fatto uomo; dall'altra, Giuseppe d'Arimatea prende il corpo del Cristo morto, lo depone nella tomba e veglia su questo grembo di morte che si rivela essere matrice di resurrezione, di rinascita, dell'uomo che diviene Dio.
Tra loro, Cristo, Dio e uomo, è in perfetta unità del cielo e terra, il loro giusto rapporto.
Ventre materno e tomba sono due "limiti" - sof םזף in ebraico.
Il nome di Giuseppe, Yossef זםף' (yod che si fa limite) è quello del verbo yassof "aumentare": non ci sarà alcuna crescita senza accettare di farsi germe e di lasciarsi catturare per il tempo necessario dentro i limiti di una struttura.

I Ladroni
Ai due lati della croce, simbolo dell'albero di vita, sono erette le croci dei due ladroni: tra due errori si erge la verità.
Uno dei due ladroni si identifica con la misericordia divina, l'altro con il rigore.

Maria e Giovanni
(Io avrei messo anche Maria e Maria Maddalena come archetipi della madre e "sposa" di Cristo, Binah e Malkhut, la radice e il frutto...)
Ai piedi della croce sono Maria e Giovanni, archetipi del femminile e del maschile. Sulla croce è Colui che non c'è "né uomo né donna" (Galati 3, 28), perché in questa morte estrema egli ha riconquistato l'umanità.

Mosè ed Elia
Attorno al Cristo trasfigurato sul monte Tabor, appaiono Mosè ed Elia.
Tra il rigore della legge ed il fuoco del profetismo, Cristo è la tradizione vivente.

I due Giovanni
Giovanni il battista e Giovanni l'evangelista.
Nell'antichità tempo storico ben anteriore al cristianesimo, era venerato il dio Giano.
Rappresentato sottoforma di un'unica testa con due volti, uno da vecchio e l'altro da giovane, era festeggiato ai due solstizi dell'anno.
Questo Giano bifronte simboleggiava il tempo: il passato con il viso di vecchio, l'avvenire con quello di un giovane.
Il solo viso che non era e non poteva essere rappresentato era quello del presente, l'inafferrabile, l'immateriale, l'atemporale.
Nella persona di Cristo, l'inafferrabile si lascia cogliere, l'immateriale s'incarna, il presente si fa realtà, l'eterno si rende storico, l'immortale muore e resuscita per reintrodurre l'uomo nella sua dimensione divina.
Circondato da questi due Giovanni, il battista, "l'uomo vecchio", l'uomo in "tunica di pelle" (è vestito di peli di cammello) e Giovanni l'evangelista, il divenire, del quale il Maestro parla così misteriosamente come a significare che sia già compiuto (Giovanni 21, 22-23), Cristo è "l'istante".
...legato per essenza all'eternità, il presente è portatore d'assoluto.

Giuda e Giovanni
La sera della santa cena, quando il Cristo indica chi lo tradirà, Giovanni il prediletto ha reclinato la testa sul petto di colui che andrà a morte per amore.
Giuda e Giovanni sono l'ombra e la luce.
Essi eseguono gli ordini del Padre.
Sono i due lati del cuore: Giuda cuore destro-ombra; Giovanni cuore sinistro-luce.

Tratto da "Il simbolismo del corpo umano" di Annick de Souzenelle

venerdì 25 ottobre 2019

Il simbolismo delle mani


Tutto ciò che può essere oggetto della nostra meditazione è a portata di mano, a condizione che la mano prolunghi il nostro cuore, tif'eret, informato da keter.
Il verbo ebraico yada' דע', "conoscere",  è costruito sulla radice yad - la mano - cui si aggiunge la lettera 'ayin ע che vuol dire "occhio".
Potremmo dire che la mano è dotata della visione, e l'occhio di una certa qualità del toccare.
Visione e toccare conducono alla conoscenza che libera.
In questa prospettiva, l'iconografia cristiana, che non rappresenta mai la persona del Padre della rivelazione trinitaria, poiché è l'inconoscibile, lo rappresenta comunque attraverso una mano;  in quanto l'Inconoscibile si fa conoscere.
L'iconografia Cristiana rappresenta anche il Cristo in gloria con mani smisuratamente lunghe (il Cristo della basilica di Autun, per esempio).
Intende significare con ciò l'uomo che conosce.
La mano dell'uomo in tanto conosce in quanto è icona di quella del Padre e ne riceve le energie.
La tradizione cristiana, sulla scia di quella ebraica (salmi), parla delle due mani del Padre che agiscono nel mondo: - una quella del Figlio Verbo che struttura; - l'altra, quella dello Spirito Santo che vivifica.
Ad immagine di queste, le due mani dell'uomo conoscente strutturano e vivificano.
Le mani strutturano, plasmano, modellano, ritmano e quindi danno vita a questi differenti piani. Una non è nulla senza l'altra.
La mano dell'"uomo che aveva la mano inaridita" (Luca 6,6), che Cristo guarisce nel giorno di sábbat, è quella destra, mostrando così che il rigore della legge, senza la vita, è sterile.
Con l'imposizione delle mani e dato ogni potere al consacrato, all'unto, costituito secondo i rituali propri alle differenti iniziazioni: quella del vescovo, del prete, del cavaliere, del re.
Con l'imposizione delle mani la vita risorge.
Il medico, quando era anche sacerdote, lo sapeva.
Il numero 10 legato allo yod, che è yad (la mano), simbolizza l'unità che si ritiene vissuta a livello della testa da parte dell'uomo.
Le due mani giunte ricompongono con le loro dieci dita questa unità e ciascuna delle mani è lo strumento che opera nella conoscenza, che implica la conquista di tale unità, e nella potenza che essa conferisce.
Per questo motivo lo scettro è spesso sormontato da una mano, al posto della testa.
I due emisferi cerebrali sono inseparabili dalle mani - come inseparabili dalla loro sono i due polmoni che esse prolungano
Conoscere דע' può essere solo cerebrale, allora non è più amore.
Se la conoscenza e anche amore, le mani sono soffio creatore!
Attraverso le cinque dita la mano è collegata a precisi organi del corpo.
- il pollice (dito di Venere) è legato alla testa. I romani, che abbassavano il pollice in segno di condanna a morte, lo sapevano.
-  l'indice (dito di Giove) è legato alla cistifellea.
- il medio (dito di Saturno) è legato alla milza-pancreas.
- l'anulare (dito del Sole) è legato al fegato.
- il mignolo (dito di Mercurio) è legato al cuore, come conferma l'inconscio collettivo che emerge dalle filastrocche: "il dito mignolo gli racconta tutto"
Ogni dito ha il suo segreto e la sua potenza, tutti i gesti della mano delle dita che gli yogi e le danzatrici sacre compiono, muovono così delle energie che mettono l'uomo in una relazione con l'uno con l'altro aspetto della sua potenzialità divina.
Lo yoga delle dita in India è chiamata mudrā - ogni mudrā è significativo -; ogni movimento della mani o delle due mani giunte, è carico di potenza.
Doveva esistere uno yoga occidentale, come ci rivela in particolare l'opera del  qabbalista Avraham Abulafia.
In questa prospettiva la posizione delle mani del sacerdote celebrante i santi misteri cristiani potrebbe essere un retaggio di questo yoga.
Non comprendendone più il significato, i preti occidentali hanno fatto tabula rasa dei simboli e contemporaneamente dei misteri.
Le mani esprimono le due faccie dell'unità, l'unica potenza, l'unica conoscenza che si manifesta nelle dualità con il numero 5.
Questo simbolo del germe, è promessa della totalità che le mani giunte realizzano ricostituendo il 10.
Perciò le sue mani riunite nell'unità simboleggiano la "forza", in ebraico koah בח     (20+8 che si fondono in 10).
Non dimentichiamo che siamo sul sentiero della giustizia-rigore che, tradizionalmente, è anche quello della forza (gevurah, la forza divina).
Tratto da "Il simbolismo del corpo umano" di Annick de Souzenelle

lunedì 21 ottobre 2019

OM e AMEN



La tradizione indù riferisce che il suono primordiale OM era chiuso nella conca, śankha, e che la conca ha allo stesso dell'orecchio umano.
Ora, la coclea dentro l'orecchio interno è il κόχσος greco, significa "conca" o "conchiglia".
Una coscienza molto primitiva di ciò che ci fa udire Il canto del mare nel fondo di una conchiglia.
La stessa tradizione Indù chiama la creazione śruti, che letteralmente significa "ciò che viene udito".
Essa è primordialmente racchiusa nella conca śankha che contiene l'OM.
La conca, a livello dell'orecchio, è dunque la coclea che, con il labirinto, fa parte dell'orecchio interno.
È la parte più arcaica della nostra struttura.
In India come in Tibet il monosillabo OM viene ritualmente modulato essendo il suono primordiale e imperituro.
Il Nome del Verbo manifestato.
Viene vibrato a più livelli di risonanza nella scatola cranica, in modo tale che l'ultima vibrazione è nettamente nasale, mobilitando così il rinoencefalo, ossia la parte più arcaica del cervello; vedremo che in questo modo nutre Il risveglio del Verbo divino nell'uomo.
Quest'ultima vibrazione si collega quella che induce la lettera N; fa dunque che si connettano intimamente il suono OM e quello che fa vibrare la AMEN ebraico. אמן amen è una parola intraducibile, perché non può essere racchiusa in un concetto.
Come per tutte le parole ebraiche, il suo corpo stesso è vivo fino alla più sottile punta dello spirito, che pone chi lo modula in condizione di totale adeguamento con la realtà del mistero divino.
OM e AMEN sono centrati sulla maternità, אם em in ebraico, che ci obbliga a morire in una terra per risorgere in una nuova, finché raggiungiamo la dimensione di Verbo, a cui è legata la lettera N (in nun finale della parola אמן è quello del  Liwyatan, ultimo pesce delle profondità che è simbolo della nostra ultima mutazione. È anche quello della parola ben בן, il "figlio", nostra ultima realtà).
In questo senso la lettera N nella parola AMEN mette un accento ancora più preciso di OM sulle incarnazioni successive, a cui ci danno accesso le nostre maternità interiori, fino a quella che determina l'apertura del nostro nucleo tenuto nascosto nel complesso coclea-labirinto.
Come l'orecchio è analogo a un corpo intero, questo terzo piano chiamato ''orecchio interno'' corrisponde alla testa e ha per funzione l'equilibrio e la verticalizzazione.
Saggezza e intelligenza vi presiedono.
Tratto da "Il simbolismo del corpo umano" di Annick de Souzenelle

mercoledì 7 agosto 2019

Il mi e il ma'


La parola ebraica BDL, che traduciamo con "separare, significa invece "distinguere": Dio distingue la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte, poi l'uomo dalla donna, ma, soprattutto, dalle acque originali mayim distingue "le acque che sono sopra il firmamento" dalle "acque che sono sotto il firmamento" (Genesi 1, 6-7), acque che la tradizione ebraica chiama rispettivamente mi è ma'.
Mi e ma' sono legate dal "firmamento" che è chiamato šamayim volgarmente tradotta con "i cieli" e che, separando il mi dal ma', contraddittoriamente li riunisce nel suo nome attorno alla lettera ש che noi vedremo non essere estranea a ciò che chiamiamo il "nocciolo".
Simbolicamente possiamo dire che il mi è il mondo dell'unità archetipale non manifesta, il ma' quello della molteplicità manifestata ai differenti livelli di realtà
La radice mi troverà il corrispondente greco nella radice mu che presiede alla formazione delle parole che illustrano il mondo degli archetipi come μύειν, "chiudere la bocca", "tacere", e μυετν, "essere iniziato".
Ogni iniziazione è una introduzione sulla via che lega il mondo manifesto a quello dei suoi archetipi; essa si compie nel silenzio.
Il mito -μύθος- è la storia che rende conto della vita degli archetipi.
Le nostre parole murmure, muto, mistero, derivano dalla stessa radice.
La radice ma' è la radice-madre di tutte le parole significanti la manifestazione (come materia, materno, matrice, mano, ecc)
Ogni elemento ma' è l'ispirazione del suo corrispondente nel mi.
Questo risuona incessantemente su quello, che ne porta non solo l'immagine, ma anche la potenza.
In questo senso il ma', in ognuno dei suoi elementi, è simbolo del mi.
Il simbolo (sym-bállein: gettare insieme, unire) unisce il ma' al mi.
Il dia-bállein (gettare di traverso, separate) separa i due mondi, lasciando nell'erranza quello del ma', privato del suo giusto riferimento e della sua giusta potenza.
Gli ebrei chiamano Elohim l'"uomo dall'alto", Adam l'"uomo dal basso".
Questo "uomo dall'alto" è il mondo del mi; si esprime bel ma'.
A sua immagine, Adamo -l'"uomo dal basso"- riunisce in sé la totalità del ma' che contiene, nel suo germe e nella promessa del frutto, quella del mi.
In questa prospettiva, l'uomo è punto d'incontro dell'universo e degli dei.
Per questo le scienze tradizionali lo chiamano mikrokósmos (piccolo universo) e mikròtheos (piccolo dio).
È il punto di partenza di tutte le vibrazioni, fulcro su cui tutte le risonanze si riflettono.
A qualsiasi livello del ma' il conoscente acceda, gli elementi di questo m'è hanno sempre un'obbiettivitá in se stessi, in quanto si riferiscono al loro archetipo nel mondo del mi.
Privati di questo riferimento sono "illusione", māyā per gli indù, abel הבל -vanità- per gli ebrei; sono detti "soggettivi" dagli scettici, quelli che non hanno alcuna conoscenza del mondo del mi e che proiettano sugli altri la loro ignoranza.
Ma illusione è anche l'esperienza del mi scissa da quella del ma'!
Mi e ma, sebbene distinti sono inseparabili.
La conoscenza è un matrimonio, un'unione del conosciuto e del conoscente.
«La conoscenza è amore»
«Conosci te stesso e conoscerai l'universo e gli dèi»
Tratto da "Il simbolismo del corpo umano" di Annick de Souzenelle

mercoledì 31 luglio 2019

Colonna vertebrale


Nell'oscurità del lungo deserto, che è il nostro transito terrestre, la colonna vertebrale è la guida luminosa che sa vedere.
Essa è lo strumento di colui che sa operare.
Essa è il cammino di colui che può salire.
In India, la spina dorsale è chiamata brahmadanda o "bastone di Brahamā".
Lungo questo bastone si compie la risalita lenta di Kundalinī, il serpente di fuoco che assomiglia molto al serpente di bronzo che Mosè innalza nel deserto (Numeri 21, 8-9), che guarisce ogni piaga, dona la vita, e con il quale Cristo s'identifica dicendo: "E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo" (Giovanni 3, 14).
Nei misteri cristiani il Figlio di Dio discende, il Figlio dell'uomo s'innalza.
Questa realtà è vissuta nel cristianesimo sul piano della Persona divina che si lascia prendere nella storia per elevare l' uomo alla sua deificazione.
Nell'induismo è vissuta sul piano dello spirito che si lascia catturare nel corpo per portarlo ad aprire lungo la colonna vertebrale i chakra o centri di forze.
Queste forze liberate, si riversano nell'essere al fine di portarlo per gradi successivi a partecipare pienamente dell'energia divina.
I sette principali chakra si ergono dalla base dell colonna vertebrale (o chakra fondamentale) alla sommità del capo (o chakra coronale): ritroviamo le sefirot "fondamento" e "corona".
Tra loro, si conta il chakra ombelicale, il chakra splenico, quello del cuore, quello della laringe e il chakra frontale.
Ciò che nei miti è scala, colonna o albero, ciò che nella tradizione cinese è il Tao, la via, via di riunificazione dei contrari, nella tradizione cristiana è la persona del Cristo che dice di sé: "Io sono la via, la verità e la vita" (Giovanni 14, 6).
Ciò che i cinesi chiamano yin e yang, che gli ebrei o altre religioni chiamano energie-principi, sono, nella suddetta tradizione, persone viventi che incarnano la dualità.
Nei Vangeli infatti vediamo formarsi un affresco di personaggi diversi che a due a due stanno intorno al Cristo...
"La vita è in esso, a livello della colonna di mezzo".
Simbolicamente dunque, la colonna vertebrale è il cammino del nostro incontro con noi stessi, nella nostra potenzialità deificante.
La colonna di mezzo, è "luogo del mi, luogo dell'incontro del mi e del ma', perché luogo dell'incontro e del connubio della destra e della sinistra, del maschile e del femminile in noi, del "compiuto" e del "non ancora realizzato".
Per questa ragione la colonna vertebrale, già radicata al primo stadio (infanzia, AVERE), quando l'uomo comincia il processo di discernimento e non si costruisce veramente se non  al secondo stadio (età adulta ESSERE) con la verticalizzazione, nell'erezione della colonna dorsale.
La colonna vertebrale è il luogo privilegiato dove si iscrivono tutte le nostre liberazione, i successivi compimenti, ma anche i nostri blocchi, le paure, il nostro rifiuto, rifiuto di evolvere, rifiuto di sposare, rifiuto di amare... e tutte le tensioni, tutte le sofferenze che essi generano.
Tratto da "Il simbolismo del corpo umano" di Annick de Souzenelle

mercoledì 24 luglio 2019

Capovolgimento delle luci


Tra la coscienza e la sovra-coscienza si situa ciò che la tradizione ebraica chiama il "capovolgimento delle luci".
Si tratta di un rovesciamento misterioso secondo il quale l'uomo, che fin qui era specchio di Dio, attraversa lo specchio.
Il suo braccio destro di viene il braccio sinistro di Dio, quello sinistro il braccio destro di Dio.
L'uomo che entra del Divino è "capovolto" e l'interiore diviene esteriore; "Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia" (1Corinzi 13,12).
Questo capovolgimento si legge anche al livello del corpo umano : l'emisfero cerebrale destro comanda il lato sinistro del corpo, l'emisfero sinistro lato destro.
L'immagine più "mediata" di questo capovolgimento archetipale ci è data tramite i simboli; se la tradizione ebraica ci trasmette il "capovolgimento delle luci", la tradizione cristiana lo usa anche nella liturgia pontificale, durante la quale il vescovo va verso il popolo regale, il laós, (parola greca da cui deriva il termine laico), incrociando i candelabri.
Questo capovolgimento si effettua all'altezza delle "porte regali" (balausta presso i cattolici romani), le quali nella planimetria tradizionale del tempio cristiano, stanno, in rispondenza con lo schema dell'albero, all'altezza e "la porta degli déi".
Nella tradizione egiziana, il mista tiene la croce ansata nella mano destra.
Sugli affreschi che possiamo vedere al museo del Louvre, per esempio, e che rappresentano le scene che si svolgono dopo la morte nel soggiorno degli eletti, costoro tengono questa stessa croce ansata di vita nella mano sinistra.
Una sorta di operazione-specchio si è compiuta, ma colui che ha varcato la "porta degli dèi" è realmente all'altra parte dello specchio.
Questa nozione di capovolgimento, inafferrabile intellettualmente, non può essere accostata che attraverso l'immagine di un guanto che viene rovesciato; il guanto destro allora può coprire solo la mano sinistra.
Ma l'interno è divenuto esterno...
Questo rovesciamento si accompagna con la traversata delle gerarchie angeliche, mondi invisibili, di cui a livello corporeo, sono simbolo le vertebre cervicali.
Esse conducono al mistero ultimo.
Tratto da "Il simbolismo del corpo umano" di Annick de Souzenelle

venerdì 19 luglio 2019

Le due dimensioni dell'essere umano


In ognuno di noi ci sono due dimensioni una ontologica, l'altra legata alla "tunica di pelle", esse coesistono e si sovrappongono.
I cinesi confermano questa visione: secondo la loro tradizione, il corpo energetico è, nella realtà non manifesta, maschile a destra e femminile a sinistra; nella realtà manifesta, femminile a destra e maschile a sinistra.
Chiamano il non-manifesto ontologico il "cielo anteriore" e il manifesto biologico immediato il "cielo posteriore".
Queste due dimensioni saranno spesso espresse nei miti con la gemellarità.
Le coppie Caino-Abele o Giacobbe-Esaù ne sono dei simboli viventi.
Caino e Giacobbe sono omologhi nell'ontologia dell'uomo.
L'uno, Qain ק'ז è "nido" (qen קז) dello yod, l'altro, Ya'aqov עקב', è "tallone" ('aqov עקב) dello yod.
Abele e Esaù  sono omologhi dell'uomo in "tunica di pelle" natura aggiunta.
Sono entrambi identificati con il mondo animale: Abele, guardiano di greggi; Esaù, "uomo rosso" villoso, amante della caccia etc.
Ma per ciascuna coppia, i due uomini sono fratelli e ormai la natura profonda, portatrice della deificazione nello yod, non potrà compiersi se non assumendo totalmente la tunica animale.
ll dramma di Caino sarà uccidere Abele. La grandezza di Giacobbe sarà di accogliere Esaù, del quale riprenderà le energie (il diritto della primogenitura) solo quando sarà capace di realizzarle ontologicamente per mettere al mondo il Messia.
In altre parole, saremo più Abele-Esaù durante la prima parte della nostra vita, nel primo stadio della crescita del nostro albero, stadio dell'AVERE.
A questo stadio, totalmente identificati con le nostre energie -il mondo animale- non sapremo discernere la destra dalla sinistra.
Diventare uomini, passare "la porta degli uomini", vuol dire cominciare a discernere la destra dalla sinistra, e ancora di più: la destra ontologica maschile dalla destra esistenziale (fuori dall'essere) femminile, la sinistra ontologica femminile dalla sinistra esistenziale maschile.
Significa allora entrare nel vero senso della "sinistra" (in ebraico smol שםאל che può essere letto: שם'אל šem-El, NOME di Elohim), perché la sinistra femminile contiene lo yod, nome femminile in cui Elohim si nasconde, si fa germe nel cuore alla sua creazione.
Ma è vero che il suo avvicinarsi è terribile, come indica la sinistra latina, compresa nel suo senso spirituale.
Questo lato corrisponde alla colonna di sinistra del tempio di Salomone, colonna chiamata boaz בעז, "nella ב la forza עז".
La destra è yamin מ'ך'; essa raggiunge la colonna di destra del tempio di Salomone chiamata yakhin ב'ר'; queste due parole portano il simbolo solare del vino (yayin ך'').
L'opera maschile è sorgente d'ebrezza.
Divenire uomini col dire diventare Giacobbe-Israele, è cominciare costruire la colonna vertebrale di cui Giacobbe fa esperienza nel sogno della scala.

lunedì 15 luglio 2019

Il mondo interno e il mondo esterno all'uomo


"Mondo interiore" e "mondo esteriore" sono distinti tra loro e non separati. L'uomo nel cosmo; Il cosmo nell'uomo. L'uomo nel cosmo implica immediatamente la vita relazionale: sensazione che l'uomo prova nel suo corpo e nella sua psiche, di se stesso e degli altri, degli avvenimenti e delle cose, e quindi comunicazione con se stesso e con gli altri.
Da questa relazione discende la vita del pensiero che si manifesta per via emozionale o intellettuale.
Non chiamo qui mondo interiore questo mondo del pensiero, per quanto segreto possa essere.
Il pensiero è ancora condizionato dall'esterno delle cose.
Al limite, queste "cose" si propongono in tutte le loro dimensioni, fino a quella che raggiunge il cuore stesso, il nocciolo, lo spirito.
Esse allora non entrano più in relazione ma in comunicazione, in comunione con il "nocciolo" dell'essere che si è reso capace di viverle; ciò costituisce il mondo interiore dell'uomo.
Il cuore del cosmo, nell'uomo, trova la sua immagine, la sua risonanza.
La vita del pensiero animata da questa ricezione interna fa parte del mondo interiore.
Vediamo come il pensiero appartenga ai due piani, esteriore o interiore, dell'uomo a seconda che si nutra di mondi psicofisici immediati o del mondo spirituale mediato.
Nel primo caso, il mondo spirituale non affiora alla coscienza, l'essere spirituale dorme, ed il fenomeno d'identificazione muove dal corpo e dalla psiche verso il mondo esteriore che li nutre.
Nel secondo caso il mondo spirituale è vissuto, l'uomo ne nutre insieme l'anima psichica, che si spiritualizza, e il corpo fisico che si identifica a poco a poco con la sostanza stessa del suo nutrimento.
Secondo il grado di partecipazione dell'uomo al suo essere divino, il corpo irradia, a differenti gradazioni, il mondo dell'alto.
In tale prospettiva, il corpo umano sembra veramente essere ciò che di più concreto ci è dato per riflettere il mondo divino.
Il corpo umano deve corrispondere al "corpo" divino.
La sua costruzione deve obbedire allo schema ontologico delle strutture divine deve essere adeguata al disegno del tetragramma, al disegno dell' albero delle sephiroth.
L'albero è lo schema della costruzione del mondo e che, a sua immagine, il corpo umano è lo schema della costruzione del nostro divenire.
Il corpo è ad un tempo lo strumento, il laboratorio e l'opera per raggiungere la nostra vera statura che è divina.
Tratto da "Il simbolismo del corpo" di Annick de Souzenelle

mercoledì 10 luglio 2019

Il monoteismo come credenza primordiale




Gli avvenimenti narrati nel primo capitolo del libro del Genesi sembrano essersi svolti nelle vicinanze dell'Eufrate.
Il paese circostante si chiama la terra di Scinear (Sennaar), terra dei Caldei o Mesopotamia.
Essa porta il nome di Babilonia e le si dà attualmente quello di Stato dell'Irak.
Sotto la superficie del suolo, alcuni scavi hanno rivelato le vestigia di una vasta civiltà che risale a più di cinquemila anni prima dell'era cristiana.
Queste testimonianze d'un'età completamente leggendaria per gli scrittori classici, sono state lasciate da due grandi razze: i Sumeri e i Semiti.
Gli ultimi presero il loro nome da Sem, il primo figlio di Noè, e la razza ebraica da cui venne Abramo fu un ramo di questo popolo.
Ciò che esce dalla penombra degli attuali studi storici è il fatto che le tavolette d'argilla in caratteri cuneiformi attestano la veridicità dei primi capitoli del Genesi.
Sotto nomi diversi e forse per mezzo di alte e forme teologiche, si insegnava ai bambini del tempo di Abramo, come si fa a quelli d'oggi, la storia della creazione, della tentazione, della morte di Abele, dei Patriarchi prima del diluvio e del diluvio stesso.
Ciò che in primo tempo ci colpisce, è che il monoteismo (credere in un Dio supremo) precedette il politeismo o la fede in più dei.
Tale è, d'altronde, la conclusione profonda cui è giunto il dott. Langdon, professore di assirologia a Oxford e una delle maggiori autorità in letteratura cuneiforme e in tutto ciò che concerne il lontano periodo della civiltà cui corrisponde questa letteratura...
In Semitic Mythology il dott. Langdon scrive:
"..Il monoteismo precedette il politeismo e la credenza in spiriti buoni e malvagi.
La prova che io porto e le ragioni che fornisco in favore di una tale conclusione, sì contraria ai punti di vista accettati e dunque divulgati, sono state stabilite con la massima cura e tenendo conto degli argomenti della critica.
Io affermo, con la più profonda convinzione, che la mia conclusione è dovuta allo studio e non al risultato di una ipotesi temeraria..
A mio avviso, la storia della più antica religione (tradizione) degli uomini, rivela un declino rapido del monoteismo e l'espandersi della credenza negli spiriti del male.
Nel senso più assoluto, è propriamente, la storia della caduta dell'uomo"
Questo giudizio è il risultato di una studio profondo della letteratura mesopotamica.
Già nel XIX sec sir Peter Le Page Renouf, il traduttore dell'antico Libro dei Morti scriveva:
"M. De Rouge dichiara che a datare il periodo storico, e forse anche prima, il monoteismo puro passò attraverso una fase di sabeismo... tuttavia, più di 5000 anni fa, nella Valle del Nilo, l'inno religioso cominciava dal riconoscimento dell'Unità di Dio e dall'immortalità dell'anima..
Questa credenza nella Unità del Dio Supremo e nei suoi attributi in quanto creatore e legislatore supremo, era incastonata come un diamante indistruttibile nel centro delle sovrastrutture mitologiche accumulate in seguito nel corso dei secoli"
Anche gli annali cinesi forniscono la testimonianza di un monoteismo originale.
E le indicazioni che si trovano presso gli altri popoli confermano questa testimonianza.
Il grande tragico greco, Eschilo, si esprime in questi termini:
"Zeus è l'etere, Zeus è la terra, Zeus è il cielo, Zeus è l'universo e ciò che è al di là dell'Universo".
Quando si nota anche che c'è identità tra Zeû Pater e il Dyaus-Pitar dell'antica India,  lo Jupiter dell'antica Roma e il Thor dell'antica Scandinavia, la deduzione che s'impone è che questi diversi popoli ebbero tutti, in una certa epoca, lo stesso "Padre Celeste", la stessa credenza monoteistica, che degenerò in seguito in politeismo, come avvenne in Mesopotamia, in Egitto e in Cina.
Anche il prof Schmidt di Vienna nel suo Origine e sviluppo della Religione: fatti e teorie... ha tratto le sue conclusioni da testimonianze che gli sono state fornite da tutte le parti del mondo.
Esse attestano l'esistenza tra i popoli primitivi di un originario monoteismo e di una credenza universale in una vita futura.
(Il libro del dott Langdon e quello del prof Schmidt hanno conclusioni simili che derivano da studi diversi, il primo dall'archeologia e il secondo dall'antropologia e la scienza delle religioni comparate)
Tratto da "La Bibbia ha detto il vero" di Charles Marston"

mercoledì 26 giugno 2019

Dall'immagine alla Somiglianza


Il nome di Adamo è quello dell'umanità di tutti i tempi, quello di ciascuno di noi, uomini e donne.
È l'"uomo".
-"Creato" nel sesto giorno della Genesi, "a immagine di Dio", è chiamato a essere "fatto a sua somiglianza"; questo "fare" nettamente distinto dal "creare" è l'opera divino-umana di tutte di tutta la vita, la dinamica della nostra storia personale o collettiva.
Questo Adamo è creato "maschio e femmina"; ciò significa che su un piano animale -quello del sesto giorno- noi siamo biologicamente uomini e donne capaci di riproduzione; ma sul piano dell'uomo che emerge alla sua reale dimensione d'uomo, al di sopra dell'animale, capace di mutazioni per andare verso la "somiglianza" -quello del settimo giorno-, il significato è diverso.
Ogni essere umano è allora "maschio" quando "si ricorda" dell'immenso potenziale di cui è costituito nelle sue profondità; questo potenziale è chiamato la adamah, che è madre delle profondità, il polo "femminile" nel cuore del quale è sigillata segretamente l'immagine divina, seme di ogni essere, che costituisce la propria, unica persona (sebbene paradossalmente e poiché immagine di Dio, ogni essere sia anche l'umanità tutta intera; ogni parte di un tutto ricostruisce questo tutto).
Andare dall'immagine alla somiglianza significa realizzare questo potenziale nello sposalizio maschio-femmina, intendendolo a quel secondo livello che abbiamo detto sopra.
L'albero della conoscenza piantato in mezzo al giardino dell'Eden, non è quello della conoscenza "del bene e del male".
Queste due ultime parole qualificano rispettivamente la luce e la tenebra, cioè, nell' interiorità dell'uomo, la coscienza, e ciò che è ancora non cosciente e che costituisce il potenziale (di cui parlavo sopra).
Questo albero è l'uomo stesso (uomini e donne) nei suoi due lati cosciente e incosciente, relativi ai due rispettivi poli maschile e femminile che l'ebraico chiama: compiuto e incompiuto.
Quando nel secondo capitolo della Genesi, Dio mostra ad Adamo il suo lato (e non la costola) non compiuto, gli fa scoprire quella sua parte "femminile", con la quale fino a quel momento era totalmente confuso - è il primo "processo di differenziazione" caro a Jung - perché egli la sposi.
Questo suo lato è carico del seme divino chiamato dalla tradizione il NOME.
Ciascuno di noi è in seminato nel suo NOME segreto.
Questo seme è il bambino divino che dobbiamo far crescere nel corso delle nozze interiori che sono ancora l'avventura di un'immensa gestazione.
Il femminile interiore ad ogni essere e gravido del seme divino costituisce quel nostro lato in cui, all'inizio, siamo del tutto incoscienti perché siamo altrettanto totalmente confusi con esso.
Questo nostro inconscio guida la danza della vita finché all'improvviso... appare la luce d'un gioco nuovo!
E la vita reale comincia; essa è la storia del nostro compimento.
Il dramma, detto della "caduta" trascina l'uomo a dimenticare la vocazione a sponsali interiori e dunque a far nascere se stesso ad altri livelli di coscienza; lo trascina a normalizzare il suo stato di incoscienza in un identificazione quasi totale alla sua situazione animale del sesto giorno della Genesi.
Tale stato di incoscienza genere allora la schiavitù interiore dell'uomo.
L'ebreo, prototipo dell'umanità, sarà chiamato a vivere concretamente questa situazione in un'esperienza storica di estrema schiavitù in Egitto.
L'ebreo simboleggia in noi colui nel quale si apre uno spazio di coscienza via via più ampio attraverso mutazioni successive, mentre l'egiziano rappresenta colui che resta bloccato dalle forze di schiavitù interiore e chi si oppone ad ogni crescita di coscienza.
Ogni situazione esteriore è rivelatrice di uno stato interiore
Tratto da "L'Egitto interiore" Annick de Souzenelle

mercoledì 19 giugno 2019

La Grande Principessa

Intorno al 1537 a.C. o 17 anni prima della nascita di Mosè, nacque la più illustre delle donne di tutta la storia egiziana.
Si chiamava Hatshepsut e era l'unica figlia di Thoutmes I.
Sua madre, la regina Aahmes o Ahmose, nata dal Faraone Amenophis I, era doppiamente di sangue reale da parte dei suoi genitori.
Né Thoutmes I e i suoi immediati successori godettero di questo privilegio.
Così, per essere di fatto figlia della regina Aahmes e discendente di quei re che avevano cacciato gli Hyksos, Hatshepsut era circondata dalla fedeltà di una gran parte dell'Egitto che riteneva il sangue delle sue linea come il solo degno di onori sovrani.
Per questa ragione, ed anche a causa delle due superiore abilità, suo padre, Thoutmes I, l'associò al suo governo, circa all'epoca in cui nacque Mosè.
Essa continuò realmente a governare l'Egitto, durante il regno di Thoutmes II, ed anche durante i primi 16 anni di quello di Thoutmes III, prima che diventasse il più grande conquistatore egiziano.
Così, quanto si conosce della biografia di questa donna straordinaria concorda perfettamente con le allusioni della Bibbia riguardo alla figlia di un Faraone che accolse nella navicella dei giunchi Mosè bambino che navigava sulle acque del Nilo...
L'Epistola agli Ebrei afferma che la figlia del Faraone era disposta ad adottare Mosè.
Le circostanze che circondano la vita di Hatshepsut suggeriscono che essa avrebbe potuto attuare il suo progetto, ed anche fare di Mosè un Faraone.
"E Mosè fu istruito in tutta la saggezza degli Egiziani; ed era abile in parole e in opere."
Tratto da "La Bibbia ha detto il vero" di Charles Marston

mercoledì 12 giugno 2019

Iside e Eva


Su di un gran numero di monumenti egizi si vede una donna coronata, che tiene in mano una croce ansata, simbolo della vita eterna, e nell'altra uno scettro con fiori di loto, simbolo dell'iniziazione.
È la dea Iside.
Ora Iside ha tre sensi differenti.
Nel senso proprio essa è il tipo della Donna, e per conseguenza del genere femminile universale.
Nel senso comparativo, essa personifica la natura terrestre con tutti i suoi poteri di concezione.
Nel senso superlativo, simboleggia la natura celeste ed invisibile, l'elemento proprio delle anime e degli spiriti, la luce spirituale ed intelligibile per se stessa, che sola conferisce l'iniziazione.
Il simbolo che corrisponde ad Iside nel testo della Genesi è Eva, Heva, la Donna eterna.
Questa Eva non è soltanto la donna di Adamo, essa è altresì la sposa di Dio.
Essa costituisce i tre quarti della sua essenza, giacché il nome dell'Eterno, Jèvè, di cui abbiamo fatto impropriamente Jehova e Jahvè, si compone del prefisso jod e del nome di Eva.
Il gran potere di Gerusalemme pronunziava una volta all'anno il nome divino, enunciando lettera per lettera nel modo seguente: jod, he, vau, he.
La prima lettera esprimeva il pensiero divino e le scienze teogoniche; le tre lettere del nome d'Eva esprimevano tre ordini della natura, i tre mondi nei quali questo pensiero si realizza, e per conseguenza le scienze cosmogoniche, psichiche e fisiche, che a loro corrispondono.
L'ineffabile racchiude nel suo seno profondo l'Eterno maschile e l'Eterno femminile.
La loro unione indissolubile forma la sua potenza ed il suo mistero.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

La donna velata: essa è l'Iside della Natura, con la faccia velata per mostrare che le forze spirituali sono nascoste dentro la forma esteriore.
"La veste esteriore dell'occultamento"
Tratto da "La Cabala mistica" Dion Fortune

Il serpente
Un personaggio che ha gran parte nella storia di Adamo ed Eva è il serpente.
La Genesi lo chiama Nahash.
Ora che cosa significava il serpente per i tempi antichi?
I misteri dell'India, dell'Egitto e della Grecia, rispondono con una sola voce; il serpente disposto in circolo significa la vita universale, il cui agente magico è la luce astrale.
In un senso più profondo ancora Nahash vuol dire la forza, che mette questa vita in movimento.. la ragione della gravitazione universale.
I greci la chiamavano Eros, l'amore o il desiderio.
Applicate ora questi due sensi alla storia di Adamo, d'Eva e del serpente e vedrete che la caduta della coppia, il famoso peccato originale, diventa ad un tratto il vasto svolgersi della natura divina universale, con i suoi regni, i suoi generi e le sue specie nel circolo formidabile e ineluttabile della vita.
Tratto da "I grandi iniziati. Volume primo" di Edoardo Schuré

mercoledì 5 giugno 2019

Ermete e Budha




In India, il pianeta Mercurio (o Ermete) è denominato Budha, parola la cui radice significa propriamente la Saggezza: è sufficiente determinare l'ordine in cui questa Saggezza, che nella sua essenza è il principio ispiratore di ogni conoscenza, deve trovare la sua applicazione più particolare, quando essa rapportata a questa funzione specialissima.
Non bisogna confondere il nome Budha con quello di Buddha, designazione di Shâkya-Muni, benché entrambi abbiano evidentemente il medesimo significato radicale e benché taluni attributi del Budha planetario siano stati trasferiti successivamente al Buddha satirico, raffigurandosi quest'ultimo come "illuminato" dalla irradiazione di questo astro di cui avrebbe assorbito l'essenza in sé.
Notiamo che la madre di Buddha è denominata Mâyâ-Dêvî e che, presso i Greci e i Latini, Maia era anche la madre di Ermete o di Mercurio.
A proposito del nome Budha c'è poi un fatto curioso da segnalare: esso è in realtà identico a quello scandinavo Odino, Woden o Wotan (si sa che la trasformazione della b in v o in w è un fenomeno linguistico frequentissimo); i Romani dunque non assimilarono arbitrariamente quest'ultimo al loro Mercurio e d'altronde, nelle lingue germaniche, il mercoledì, o giorno di Mercurio, è ancora oggi designato come giorno di Odino.
Forse ancor più degno di nota è il fatto che questo stesso nome si ritrova esattamente in Votan delle antiche tradizioni dell'America centrale; questo del resto ha i medesimi attributi di Ermete; infatti è Quetzalcohuatl, l'"uccello-serpente", e l'unione di questi due animali simbolici (corrispondenti rispettivamente ai due elementi aria e fuoco) viene rappresentata anche dalle ali e dalle serpi del caduceo.
Il serpente è opposto o associato all'uccello a seconda che sia considerato nel suo aspetto malefico o benefico.
Aggiungeremo che l'aquila che tiene un serpente fra gli artigli non evoca esclusivamente l'idea dell'antagonismo, rappresentata nelle tradizione indù, dalla lotta di Garuda contro Nâga; specialmente nel simbolismo araldico, accade che il serpente sia rimpiazzato dalla spada e la spada nel suo significato più elevato rappresenta la Saggezza e la potenza del Verbo.
C'è da rilevare che uno dei principali simboli del Thoth egizio era l'ibis, distruttore di rettili, divenuto come tale, simbolo del Cristo, ma nel caduceo ermetico si ha il serpente sotto i suoi due aspetti opposti.
Tratto da "Forme tradizionali e cicli cosmici" di René Guénon

mercoledì 1 maggio 2019

Il Male e il libero arbitrio


La natura di Dio è fare il bene, e quindi quando Egli restringe la sua natura il risultato è il male.
La Sephirah di Gevurah-Forza è quindi vista come la fonte del Male.
Il nord è associato al male.
Si dice "aperto" poiché l'esistenza del male apre la porta per il libero arbitrio.
Si dice che le espressioni "vento tempestoso", "grande nube" e "fuoco bruciante" menzionate da Ezechiele rappresentano le tre Scorze (Klipot) del male.
Queste Scorze sono la fonte di tutto il male.
La Scorza più vicina al mondo fisico è il fuoco, ed è questa che distrugge e punisce.
Per questa ragione si dice che la punizione di Gehenna è il fuoco.
La sephirah di Gevurah-Forza corrisponde al secondo giorno della creazione.
Il Talmud afferma che nel resoconto della creazione la frase "era bene" non ricorre il secondo giorno, perché fu in questo giorno che venne creato il fuoco di Gehenna.
Vi è una tensione costante da Chesed-Amore e Gevurah-Forza, essendo questi rispettivamente gli attributi di misericordia e di giustizia.
Quando Israele compie la volontà di Dio, allora è l'attributo della misericordia ad avere ascendente.
Tutta la creazione originariamente fu riempita con la Luce del Essere infinito e quindi l'oscurità che è la distruzione e costrizione di questa luce era qualcosa di completamente nuovo.
È per questa ragione che riguardo all'oscurità viene usata la parola "creò". Tuttavia il filo di Luce che entrò nell'oscurità dello spazio vacante ebbe origine nell'originaria Luce Infinita e per questo si dice che è stato formato.
"Dio disse, vi sia luce", la frase  "Dio disse" indica il livello del discorso, che è anche il livello della Formazione.
In nessun punto della creazione si afferma che "Dio disse" che l'oscurità dovesse essere creata.
L'oscurità per questo non coinvolge il discorso, ma solo il pensiero, che è il livello della Creazione.
La scrittura afferma: "E l'oscurità sul volto del profondo" (Genesi 1:2) senza fare alcuna menzione del dire.
Il concetto di oscurità è anche quello di separazione; "Egli divise la luce e oscurità" (Genesi 1:4); allo stesso modo, per "diventare sana", una persona separa se stessa dalla propria malattia.
Dio comprende tutte le cose, perfino lo spazio e il tempo, e non viene compreso da esse.
La realizzazione più importante della pace è la riconciliazione tra gli opposti finali, Creatore e creazione, ciò fu compiuto solo attraverso la creazione di male.
Dio prova il massimo piacere quando il male si trasforma in bene.
All'uomo fu dato il libero arbitrio per superare il male, essendo questo lo scopo della creazione.
Quando il male viene superato, questo scopo è compiuto ed è questo il "piacere" di Dio.
In un senso più profondo più si supera il male più si fa uso del libero arbitrio e così facendo si somiglia sempre più a Dio.
Un altro insegnamento importante dei filosofi cabalisti è che tutto della ricompensa e della posizione dell'uomo è il risultato delle sue azioni.
Le azioni di ogni individuo hanno un effetto sul "corpo" di Zer Anpin.
Zer Anpin è formato da sei Sefirot che formano il corpo dell'Adam Kadmon e rappresenta la connessione tra Keter (la Corona) e Malkhut (il Regno) che rappresenta l'effetto finale della creazione.
Zer Anpin è direttamente collegato all'uomo, supervisionando e guidando la provvidenza che lo influenza.
Quando una persona si pente eleva anche le sette Sefiroth.
Tratto da "BAHIR. Il libro dell'illuminazione di Aryeh Kaplan (commento al Baihr)

mercoledì 24 aprile 2019

Bet, Benedizione


La prima lettera della Torah è Bet, la seconda lettera dell'alfabeto ebraico.
È anche la prima lettera della parola Berachah, che significa "benedizione".
In senso cabalistico, tuttavia, la parola Torah si riferisce all'intero progetto spirituale della creazione.
Il concetto per il quale Dio "riempie tutti i mondi" è indicato dalla parola "benedizione".
Ogni volta che Dio rivela la Sua Essenza dentro qualcosa, si dice che Egli "benedice" quella cosa,... "la pienezza è la benedizione di Dio".
La Corona si riferisce alle cose che si trovano al di sopra delle facoltà di comprensione della mente.
La Sapienza è quindi la prima cosa che la mente può afferrare e per questo viene chiamata principio.
Poiché Chakhmah-Sapienza è la seconda Sefirah, a essa si allude attraverso la seconda lettera dell'alfabeto ebraico, che è la lettera Bet.
La parola Berachah (benedizione) è strettamente legata alla parola Berech, che significa "ginocchio".
Proprio come piegando Il ginocchio si abbassa il corpo, allo stesso modo il concetto di Berachah abbassa l'Essenza di Dio in modo che Egli possa relazionarsi all'universo ed essere compreso attraverso i Suoi atti.
La "benedizione" è quindi la nostra maggiore comprensione di Dio, che è il "Luogo verso il quale ogni ginocchio si piega".
...prima che vi sia un "risveglio dall'alto" ci deve essere "il risveglio dal basso".
In altre parole, prima che venga garantito qualsiasi sostentamento spirituale, ci deve essere qualche sforzo da parte del ricevente.
La parola "benedizione" si riferisce primariamente al sostentamento donato come risultato del "risveglio dal basso".
La Sefirah Chakhmah-Sapienza, rappresentata dalla lettera Bet, è la transizione tra la trascendenza di Dio e la Sua immanenza... È la "pienezza".
La Sapienza è il canale dell'Essenza di Dio e per questo sostenta tutte le cose.
Il Talmud dice: "Chi ha la Sapienza? Colui che vede l'innato" (Tamid 32a).
Chakhmah- Sapienza è il concetto attraverso il quale inizialmente Dio percepisce tutta la creazione.
Lo scopo di Dio nella creazione era che Egli donasse il Suo bene alla Sua opera manufatta.
Quando questo scopo viene compiuto attraverso "il risveglio dal basso", lo scopo di Dio viene compiuto, e, per così dire, Egli viene "elevato".
"Il risveglio dal basso" è coinvolto nel concetto di benedizione.
La pioggia che giunge dall'alto rappresenta il sostentamento di Dio che discende dall'aspetto in cui Egli "circonda tutti i mondi".
L'umidità del terreno è ciò che giunge dall'aspetto in cui Egli "riempie tutti i mondi".
Eppure, "acqua" deve anche provenire dal basso, dalla sorgente.
Ciò allude al fatto che il "risveglio dal basso" avviene primariamente attraverso la Torah.
Questo è anche il concetto di Lode, che comincia dalla base con la Regalità e ascende verso l'alto.
Tratto da "BAHIR. Il libro dell'illuminazione" di Aryeh Kaplan commento al Baihr

mercoledì 17 aprile 2019

La Creazione e la Luce di Dio


Dio deve essere immanente e trascendente.
Egli deve riempire tutta la creazione, eppure, allo stesso tempo deve essere nettamente separato da essa...
La creazione deve esistere come entità indipendente e quindi non può essere totalmente infusa della Presenza Divina.
Allo stesso tempo, tuttavia, non si può dire che questa Essenza non si infonda in tutta la creazione, poiché "non vi è luogo vuoto di Lui".
Pertanto quando guardiamo verso Dio, questa Luce deve in realtà essere lì.
La Costrizione esiste solo per quanto riguarda la creazione, ma non rispetto al Creatore.
Sebbene Lo vediamo circondato dall'oscurità, Egli vede Se stesso circondato dalla Luce, poiché per Lui perfino questa oscurità in realtà è luce...
Dio è un' Unità assolutamente semplice, e non può essere descritto da alcun tipo di caratteristica...
Due dei concetti più basilari sono quelli di donare e ricevere... ci si riferisce al concetto di donare come Luce, mentre il concetto di ricevere è detto Vaso..
Per ricevere la Luce di Dio un Vaso deve in qualche modo essere connesso a Dio.
La differenza basilare tra spirituale e fisico è il fatto che lo spazio non esiste nello spirituale e quindi non c'è modo di connettere fisicamente i Vasi a Dio.
Per questo l'unica possibile relazione è quella di somiglianza.
Quindi per ricevere la Luce di Dio, il Vaso deve, almeno in parte, somigliare a Dio.
Tuttavia, ciò presenta una difficoltà.
Se Dio è il Donatore finale, mentre il Vaso riceve soltanto, allora i due sono opposti assoluti.
Per questo, affinché un vaso possa ricevere appropriatamente, deve anche donare.
Ciò che è quindi necessario è un vaso che doni e riceva.
Il vaso finale di questo tipo è l'uomo.
Se l'uomo intende ricevere la Luce di Dio, deve prima somigliare a Dio nell'essere un donatore.
Lo fa... fornendo sostentamento spirituale ai mondi superni.
Prima di poter fare questo, tuttavia, Egli deve anche somigliare a Dio nell'avere sia libero arbitrio che libertà di scelta, e ciò è possibile solo se esistono sia il bene che il male...
Se una persona è confusa, significa che sta percependo un'idea che la sua mente non può contenere... La confusione e il disorientamento frammentano il ragionamento...
La ragione per la quale i Vasi in origine furono creati senza la capacità di contenere la Luce era fare in modo che il male giungesse all'essere, dando quindi all'uomo la libertà di scelta che era necessaria per la rettificazione dei Vasi...
Dopo essere stati frantumati, i Vasi furono rettificati e ricostruiti in Personificazioni.
Ciascuna di queste Personificazioni consiste di 613 parti, corrispondenti ale 613 parti del corpo, così come ai 613 comandamenti della Torah.
Dunque, queste Personificazioni erano capaci di interagire reciprocamente.... erano anche in grado di interagire con l' uomo e per questo diventarono donatori oltre che ricevitori.
Nello stato rettificato i Vasi erano adatti a ricevere la Luce di Dio.
Nella terminologia kabbalistica, questo viene chiamato l'Universo della Rettificazione (Tikkun).
Poiché i Vasi di Bohu possono interagire, si dice che c'è "pace" tra loro.
Per questo Bohu è considerato la fonte della pace.
Bohu viene tradotto come "desolazione", o più precisamente "vuoto".
Rappresenta il "vuoto" di un Vaso pronti a ricevere.
La parola Bohu si può anche leggere Bo Hu, letteralmente "in esso è" oppure "è in esso", anche perché vi è qualcosa che può contenere la Luce "in esso"...
Lo scopo primario di Dio nella creazione era che Egli fosse in grado di rivelare Se stesso alla Sua opera, essendo questa il maggior bene possibile che Egli possa concedere.
Dio deve costringere la Sua essenza, e abbassare e nascondere la Sua luce.
Tratto da "BAHIR. Libro dell'illuminazione" di Aryeh Kaplan
parte II commento al Bahir

martedì 16 aprile 2019

Mercurio nelle tradizioni: Seyidna Idris (Enoch) e Seydna Aissa (Cristo)

Nella tradizione islamica, Seyidna Idris viene assimilato contemporaneamente a Ermete e a Henoch: tale duplice assimilazione, sembra indicare una continuità di tradizione che risalirebbe al di là del sacerdozio egizio, quest'ultimo avendo solamente raccolto il retaggio di quanto Henoch rappresenta, e che si riferisce manifestatamente ad un'epoca anteriore.
Taluni affermano che il profeta Idris si identifica con Buddha ma in realtà si riferisce a Budha, l'equivalente indù di Ermete.
Infatti non potrebbe trattarsi del Buddha storico, la cui morte è un'avvenimento noto, mentre di Idris è detto espressamente che è stato assunto vivente in cielo, in correlazione con l'Henoch biblico.
Le scienze attribuite a Seyidna Idris e poste sotto la sua speciale influenza, non sono le scienze puramente spirituali, ricollegate a Seyidna Aissa, cioè al Cristo; sono le scienze che si possono definire "intermedie", fra cui figurano in prima linea l'alchimia e l'astrologia; e sono appunto queste, in effetti, che si possono definire propriamente scienze "ermetiche" (di origine egizia).
Nell'angelologia ebraica: in generale, Mikael è l'angelo del Sole e Raphael l'angelo di Mercurio, ma accade talvolta che i ruoli si invertano.
D'altronde, se Mikael, in quanto rappresentante del Metatron solare, è assimilato esotericamente al Cristo, Raphael, conformemente al significato del suo nome, è il "divino guaritore", e il Cristo viene visto anche come "guaritore spirituale" e come "riparatore"; del resto, si potrebbero trovare ancora altre correlazioni fra il Cristo e il principio rappresentato da Mercurio fra le sfere planetarie.
Il Cristo solare sarebbe propriamente il Cristo glorioso, cioè il decimo avatâra, che dovrà venire alla fine del ciclo.
A titolo di curiosità il mese di maggio deriva il suo nome da Maia, madre di Mercurio (che è detta essere una delle Pleiadi), alla quale era anticamente consacrato; ora miei cristianesimo, è divenuto il "mese di Maria", con un'assimilazione certo non solo fonetica, fra Maria e Maia.
Presso i Greci la medicina era attribuita ad Apollo, cioè al principio solare, e a suo figlio Asklepios (trasformato in Esculapio dai latini); ma, nei "libri ermetici", Asklepios diventa figlio di Ermete; si noti che il bastone che costituisce il suo attributo ha stretti rapporti simbolici con il caduceo.
Attorno al bastone di Esculapio è avviluppato un solo serpente, quello che rappresenta la forza benefica, perché quella malefica deve scomparire, trattandosi del genio della medicina.
L' esempio della medicina permette di comprendere come una medesima scienza possa avere degli aspetti che si riferiscono in realtà a differenti ordini... poiché vi è la medicina puramente spirituale o "teurgica", e vi è la medicina ermetica o "spargirica"
La medicina dal punto di vista tradizionale era ritenuta essenzialmente una scienza sacerdotale.
Tratto da "Forme tradizionali e cicli cosmici" di René Guénon

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