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giovedì 7 dicembre 2017

I Ching e il DNA e la sincronicità


Il punto di partenza è il cosiddetto principio di sincronicità di Jung.
Osservando gli strati più profondi della psiche inconscia nell'individuo, Jung sottolineò che - come è frequentemente osservabile - nella costellazione di un contenuto archetipico (excited state) si verificano eventi analoghi a quelli del mondo esterno; le cosiddette coincidenze, che sono più di un "puro caso", per il fatto che mostrano una omogeneità di senso con il contenuto interno-inconscio attivato.
Jung ha designato questa classe di eventi come fenomeni di sincronicità, poiché il loro legame reciproco sembra non essere causale, bensì contraddistinto da un suo senso e da una relativa contemporaneità.
Inoltre ha agito come una sincronicità il fatto che Jung, proprio quando cominciò a osservare questi fenomeni, conobbe Richard Wilhelm, dal quale fu introdotto nei segreti di I Ching, interamente basati sul principio di sincronicità.
Questa scoperta di Jung ha avvalorato l'ipotesi che quella realtà che tentiamo di descrivere introspettivamente come inconscio collettivo possa essere la stessa realtà sconosciuta e inconoscibile che la fisica atomica tenta di descrivere dall'esterno come realtà materiale.
È interessante osservare che la ricerca biologica abbia rilevato che l'immagazzinamento e la trasmissione di "informazione" nelle cellule del nostro corpo e, in particolare, nella base materiale dei nostri processi cognitivi vengono attuati dall'RNA (acido ribonucleico) e dai messaggeri dell'RNA.
Questi acidi, che come il DNA (desossiribonucleico ) si trovano alla base di ogni sostanza ereditaria, soggiacciono a un codice matematico, la cui struttura numerica di base corrisponde esattamente a quella in esagrammi di I Ching.
Come è noto, sono sessantaquattro.
Analogamente esistono 64 combinazioni possibili di segnali di codice per l'elaborazione dei venti amminoacidi nel codice RNA e nel codice DNA.
La trasmissione dell'informazione avviene in un codice-tripletta, simile ai segni di I Ching, che constano di due triplette.
Anche la tecnica divinatoria della geomanzia si basa sulle stesse combinazioni di numeri, in ordine inverso.
Attraverso il principio della sincronicità Jung ha creato una base dalla quale si potessero concepire in modo unitario le aree sin qui complementari di psiche e materia.
Nell'evento sincronistico si manifesta lo stesso senso nella psiche e nella disposizione d'un simultaneo evento esterno, per cui spesso esiste contemporaneamente un "sapere a priori intorno a un fatto non conoscibile nel tempo", che Jung definì un "sapere assoluto".
I fenomeni di sincronicità rinviano a un aspetto unitario cosciente trascendente dell'Essere, che Jung ha definito come unus mundus.
Vedi anche: Leonardo da Vinci e la struttura del DNA
Tratto da "Psiche e materia" di Marie Louise von Franz

martedì 5 dicembre 2017

I numeri naturali dal Pitagorismo alla fisica odierna

Del massimo interesse sono le rappresentazioni dello spaziotempo, che si riconducono tutte all'immagine archetipica di un'onnipresenza della divinità o di un pneuma divino.
Ciò era stato accennato da Platone e fu poi formulato da Plotino: "Dio è un nucleo spirituale, la cui origine è ovunque e il cui centro in nessun luogo".
Qui abbiamo già anche la rappresentazione fisica del punto onnipresente.
Una delle maggiori concezioni, divenuta oggi ancor più significativa, quasi un modello concettuale di base della fisica moderna, è l'idea che in definitiva abbiamo a che fare con strutture matematiche, idea già precorsa dai Pitagorici, che videro i numeri naturali e certe relazioni tra i numeri come autentiche costanti della natura.
Wolfgang Pauli ha definito la conoscenza fisica una scoperta di immagini interne attraverso eventi esterni.
Rudolf Carnap approfondisce ulteriormente questa teoria: "Si tratta di conoscenze fisiche e immagini divenute pure formule matematiche".
Tutte le immagini sono diventate formule astratte.
Il traguardo ultimo della fisica, secondo Carnap, sarebbe la possibilità di predire eventi esterni attraverso formule matematiche.
Persino l'esperimento pratico viene pregiudicato dalla rappresentazione mentale dell'osservatore.
Le odierne formule matematiche, in contrasto con le concezioni degli antichi Pitagorici, sono interamente algebriche e nella maggior parte dei casi sviluppi raffinati e corretti del calcolo delle probabilità.
La stima delle probabilità può dare informazioni solo sulle medie e sulle misure valutabili come regolari, ma non può dare alcuna informazione su ciò che avviene una sola volta.
Fisici eminenti sostengono che l'evento occasionale non cade nell'ambito dell'indagine fisica.
Essi sottraggono l'evento occasionale al campo della ricerca, poiché non si lascia cogliere con questi strumenti matematici, elaborati nel corso del tempo.
Viene esclusa ogni informazione su un'esperienza unica.
In altri termini, tutto ciò che è stato trovato sin qui nel formalismo matematico sono costruzioni dello spirito umano, questo può essere rappresentato nel campo dei numeri naturali, dove c'è ancora tanto da scoprire.
Tratto da "Psiche e materia" di Marie Louise von Franz

giovedì 30 novembre 2017

Archetipo della Grande Madre e del Padre


Gli aspetti più importanti della Grande Madre sono stati individuati da Jung nelle seguenti immagini tipiche: sul piano personale la Madre, Grande Madre, la matrigna, la balia, la bambinaia, la nonna, la dea, la Vergine Maria, Sophia.
È la meta dell' ansia di liberazione, il Paradiso, il regno di Dio, la Chiesa, la terra, il cielo, il bosco, il mare, l'acqua stagnante, la materia, il mondo infero, la luna, il campo, il giardino, la roccia, la caverna, l'albero, il pozzo, il fonte battesimale, il fiore, il mandala, il forno, il cavallo, la mucca, la lepre e in generale tutti gli animali socorrevoli.
Psicologicamente è il principio benefico, protettivo, sostenitore, stimolante, fecondo e nutriente, il luogo della trasformazione, della rinascita, il segreto, l'occulto, la tenebra, il mondo dei morti, divorante, seducente, intossicante, la fonte d'ansia, l'ineluttabile.
Tutte queste immagini appartengono all'archetipo della Grande Madre.
All'archetipo del padre, cioè lo spirito, al polo opposto, appartengono le seguenti associazioni mitologiche: l'etere, il vento, il soffio spirituale, l'ossessione, i fantasmi dei defunti; si pensi allo pneuma, alla psiche, agli gnomi, agli spiriti, al diavolo, ai demoni, agli angeli, al vecchio soccorrevole.
Sul piano personale: il padre, il professore saggio, l'autorità, il sacerdote.
Spirito è l'elemento attivo, alato, mobile, vitale, stimolante, eccitante, focoso e dinamico elemento della psiche, ciò che produce entusiasmo e ispirazione.
Jung definisce lo spirito un principio spontaneo di movimento e attività, nel quale dimorano la peculiarità della libera produzione di immagini al di là della percezione sensoriale e la capacità d'una manipolazione autonoma e sovrana di esse.
Come si può facilmente osservare, in questi due archetipi - come in tutti - si distinguono determinati aspetti: Jung afferma che materia e spirito non sono per nulla comprensibili in sé e per sé, sono in definitiva forme fenomeniche d'un essere in sé trascendente, cioè transpsichico.
L'unica realtà immediata indagabile è la realtà psichica, cioè i nostri contenuti coscienti che deduciamo per così dire a posteriori da un'origine materiale o spirituale.
Tratto da "Psiche e materia" di Marie Louise von Franz

martedì 28 novembre 2017

L'Esodo e la ricchezza ebraica


Gli Egizi inseguirono gli Ebrei secondo il racconto della Bibbia.
Perché? Essi non avevano alcun bisogno degli Ebrei e, dopo le "piaghe d'Egitto" che uccisero ogni primogenito maschio in quel regno, l'esodo degli Ebrei avrebbe dovuto essere desiderato e non avversato.
È strano che un popolo di schiavi, o almeno considerato tale dagli Egizi, sia stato inseguito dai carri del Faraone.
La Bibbia dice che le Tavole della Legge furono dettate a Mosè sul monte Sinai, ossia dopo la fuga.
L'ipotesi più probabile è che gli Ebrei, che erano stati prima ospitati e nutriti dall'Egitto nel corso di una grande carestia che aveva colpito tutto il Medio Oriente e poi utilizzati come manodopera, abbandonassero la fertile valle del Nilo dopo essersi impadroniti dell'essenza delle conoscenze e dei saperi dei suoi abitanti
Non è a caso che di lì a poco la grande civiltà egizia abbia conosciuto l'inizio di un'inarrestabile decadenza, mentre, sia pure dopo un lungo peregrinare per il deserto, il popolo ebraico conobbe la propria fioritura.
È estremamente probabile che le Tavole della Legge siano derivate dai testi sacri egiziani, ma non era un "sapere" invisibile l'obbiettivo dietro al quale il faraone lanciò i suoi carri.
Egli cercava di recuperare qualcosa di fisico e tangibile, un oggetto sacro e potente, forse una "misura".
Ricordiamo il Numero d'Oro, che coincideva con la sezione aurea e permetteva di passare geometricamente dalla retta alla curva; il Ginocchio d'Oro, che era anch'esso un segreto geometrico, corrispondente all'Angolo d'Oro dei pitagorici; il Vello d'Oro, che fu rubato con il decisivo aiuto di Medea dal greco Giasone; le Mele d'Oro, che erano conservate nell'estremo Occidente, nel Giardino delle Esperidi...Ercole le portò via alle Esperidi che erano figlie di Atlante (si suppone un collegamento con Atantide)...
Un esercito non si mobilita solamente per recuperare delle pure conoscenze teoriche. Gli Ebrei portarono con loro anche qualcosa di materiale.
Non si dimentichi che essi fabbricarono il famoso "vitello d'oro" che provocò l'ira di Mosè e del suo Dio, durante la faticosa traversata del deserto.
Anche l'oro è dunque coinvolto in questa vicenda.
Sembra lecito pensare che gli Ebrei portassero con loro anche oggetti d'oro dall'Egitto, che forse contenevano la "misura" che sarebbe stata poi realizzata nell'Arca.
L'oro designava tutti i più preziosi segreti del mondo antico, che equivalevano a poteri sulla natura e sulle forme e costituivano una chiave iniziatica nelle credenze delle popolazioni mediterranee.
Questa improvvisa ricchezza di conoscenze sembra essere stata una conseguenza della conquista di Gerusalemme, dove probabilmente trovarono qualcosa.
Non si deve dimenticare l'aiuto degli studiosi ebraici tenuti in grande considerazione nell' Islam come nel resto in Europa.
I cabalisti ebrei sapevano infatti come leggere la Bibbia al di là della lettera e nei libri di Mosè, derivate dalle Tavole, era possibile trovare tutto quello che serviva.
Molti sapienti israeliti hanno confidato "formule" e segreti nascosti nel Libro.
Gli Ebrei avrebbero quindi tratto dagli Egizi, forse depositari della sapienza di Atlantide, un importante segreto che rese possibile la fondazione di Gerusalemme e del suo Tempio.
Si suppone che le piramidi sono un formulario di scienza cosmica e le tavole di pietra contengono una "formula dell'universo". 
Ciò potrebbe spiegare l'identità fondamentale che esiste, malgrado la diversità di forme dovute ai tempi e ai luoghi, tra le proporzioni e le misure ritmiche dei monumenti dell'antico Egitto e quelle di alcune moschee e di alcune cattedrali gotiche....
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

giovedì 23 novembre 2017

L'Adam Magister e la parola perduta


Chi costruisce secondo tutte le regole e le misure "segrete" non compie soltanto un'operazione sulla materia, usando i principi della geometria e producendo le "onde di forma", ma compie, da vero Franco Muratore o Massone operativo, un lavoro di trasformazione su se stesso.
Il Maestro Adamo è l' uomo che ha raggiunto completamente il centro più intimo del suo essere, ritrovando la fonte dell'energia e dell'equilibrio interiore.
Se la trasformazione ha avuto luogo, egli si ritrova nello stato primordiale di Adamo nel Giardino dell'Eden dove non c'è più la necessità d'imparare o di costruire nulla, ma solo la gioia del Giardino.
È come se, grazie a un lungo lavoro sui materiali, che simboleggiano quello che il Maestro ha compiuto su se stesso, egli abbia finalmente raggiunto lo stato della perfezione umana originaria.
L'opera materiale e visibile del Maestro è un dono elargito a tutti.
Il doppio ruolo della Massoneria operativa è questo: si tratta di trasformare i membri della confraternita in senso elevato, trasformando nello stesso tempo gli altri, che non possono accedere direttamente al grado più alto di realizzazione.
Questo fine non è diverso dall'attività che i monaci compiono su se stessi per purificarsi in modo da raggiungere quella condizione di pienezza che li pone in grado di aiutare gli altri, rendendoli capaci di accogliere influenze spirituali.
Nell'iniziazione muratoria lo scopo non è solo di raddrizzare ciò che è storto,  di rendere cubica la pietra grezza, di raddrizzare e levigate se stessi, ma di ritrovare una "parola perduta".
Potrebbe essere quella stessa parola, il Verbo, di cui si parla nel prologo del Vangelo di Giovanni.
La parola perduta sta per una condizione da cui ci si riconosce lontani e che si desidera ritrovare, ed è anche la "pietra che i costruttori hanno scartato", poi divenuta testata d'angolo.
La ricerca massonica della parola, o della pietra-chiave è anche una figura del lavoro che si deve compiere sul cuore.
Cuore, pietra e parola sono equivalenti simbolici e l'antica condizione dell'uomo di cui si ha nostalgia, corrisponde al cuore stesso.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

martedì 21 novembre 2017

La Misura del Tempo


Il Tempo Cosmologico, la "danza delle stelle", come lo chiamava Platone era una semplice misura angolare, un ricettacolo vuoto, com'è diventato ora, per contenere la cosiddetta storia.
Si pensava che esso fosse abbastanza possente da esercitare un controllo inflessibile sugli eventi, plasmandoli alle proprie sequenze in un sistema cosmico dove passato e futuro si chiamavano l'un l'altro, da profondità a profondità.
Maestosa e tremenda, la Misura ripeteva e riecheggiava la struttura in molti modi, scandiva il Tempo, era fonte delle inesorabili decisioni che determinavano la 'scadenza' di un dato istante.
Quelle Misure concatenate possedevano una dignità così trascendente da dare alla realtà un fondamento inattingibile da tutta la fisica moderna: perché, a differenza di questa, esse esprimevano la prima idea di "che cosa significhi essere" e ciò su cui si concentravano diveniva, per contrasto, quasi un amalgama di passato e futuro, così che il Tempo tendeva a essere essenzialmente oracolare: esso presentava, annunciava, per così dire, orientava gli uomini verso l'evento....
Keplero, cimentandosi nella folle impresa di trascrivere le note dell'"Armonia delle Sfere", non poteva non fallire miseramente nel suo tentativo di esprimere la vera conformità alle leggi: quella che Platone chiama il canto di Lachesi.
Gli uomini hanno imparato a rispettarla senza pensarci.
Ancor oggi, nel celebrare il Natale, si invoca il dono impareggiabile di quel tempo ciclico - il dono di non essere nella storia, il suo aprirsi nel senza tempo, la sua virtù di delineare tutto quanto se stesso in un presente vitale, pregno di voci ancestrali, di oracoli e riti del passato.
Con quel tanto di sincerità loro rimasta, gli uomini invocano la remissione di antichi peccati e la rinascita dell'Anima, così come si faceva molti millenni fa.
Si implora da quel Tempo la rinnovata forza per continuare a vivere a dispetto di una realtà senza senso - e si chiede ancora ai figli di venire in soccorso alla propria incredulità.
La storia vera procede per miti, le sue forze sono mitiche.
Come osserva imperterrito Voltaire, si tratta di vedere quale mito scegliere.
Nella conoscenza astronomica e ne mito, "rivoluzione" è un vero termine tecnico: indica ciò che ritorna sempre allo stesso punto.
Esso viene sempre più a identificarsi con l'idea di Grande Mutamento.
Nelle Apocalissi e nelle Cosmogonie, negli inni vedici, il tempo viene rimescolato artificialmente e deliberatamente in elementi, stazioni lunari o protoscacchi per restituire la visione, la visione poetica o sibillina. 
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 16 novembre 2017

Platone e i suoi miti


Platone non ha inventato i suoi miti, ne ha fatto uso nel contesto giusto, senza divulgare il loro preciso significato: chiunque aveva accesso alla conoscenza della terminologia relativa li avrebbe capiti.
A Platone, in fondo, la "farina" interessava ben poco.
Nel creare il linguaggio della filosofia del futuro, Platone parlava ancora l'antico idioma.
Era, per così dire, una "stele di Rosetta" vivente.
E difatti - per quanto strano possa sembrare agli specialisti di antichità classica - una lunga esperienza ha dimostrato la seguente regola metodologica empirica: ogni disegno rinvenuto in miti che vanno dall'Islanda alla Cina all'America precolombiana, e per il quale esistano allusioni in Platone, risale certamente a un'età remota, e può essere accettato per moneta buona.
Esso proviene da quella zecca "protopitagorica" situata nella "mezzaluna fertile", che un tempo coniò il linguaggio tecnico e lo consegnò ai pitagorici (ed altri).
Platone sapeva che il linguaggio del mito opera, in linea di principio, per generalizzazioni, con la stessa spietatezza del gergo della moderna tecnologia.
Il modo in cui Platone lo usa, i fenomeni che preferisce esprimere nell'idioma mitico rivelano come egli lo comprendesse perfettamente.
Non esiste, a quanto pare, altra tecnica oltre il mito che riesca a raccontare la  struttura.
Il trucco è questo : s'incomincia col descrivere l'opposto della realtà conosciuta, sostenendo che "tanto tempo fa" le cose stavano nella tal maniera e funzionavano in un modo strano, ma poi avvenne che...ciò che conta è unicamente l'esito, il risultato degli avvenimenti narrati.
Di solito non si pensa che questo modo di dire le cose è solo un artifizio tecnico, e si accusano gli antichi mitografi di aver 'creduto' che in tempi ancor più antichi le cose fossero tutte capovolte.
Dal momento che si tratta di lingua vera e propria, l'idioma del mito porta con se l'emergere della poesia...
Il mito può essere usato come veicolo per trasmettere conoscenze concrete indipendentemente dal grado di consapevolezza delle persone che concretamente narrano le storie, le favole o altro.
Esso permetteva ai membri del 'brain trust' arcaico di parlare di 'lavoro' senza curarsi della presenza dei non addetti...
Platone è stato uno degli ultimi in grado di comprendere a fondo il linguaggio tecnico, e le 'storie' sono rimaste vive e conservano spesso l'autentica archeologia antica.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 14 novembre 2017

L'Eternità

L'Eternità risiede nell'unità, nel più alto e remoto 'fuori', al di là del visibile e del localizzabile.
'Dentro', per così dire, questa eternità necessaria al pensiero si muove costantemente il tempo secondo numero - il tempo che è stato definito come "l'immagine, che procede secondo numero (in misure determinate), dell'eternità che risiede nell'unità (μένοντος αίώνος έν ένί κατ' άριυηόν ίοΰσαν αίώνιον είκόνα)" - cioè mediante la quotidiana rotazione della sfera fissa nel senso del "Medesimo" (l'equatore celeste) e mediante gli strumenti del tempo, i pianeti, che si muovono in direzione opposta lungo "l'Altro" (l'eclittica).
Presi assieme, essi rappresentano gli "otto moti".
Ma con la fase successiva, quella che conduce dai pianeti alle creature viventi, il moto secondo numero viene escluso e deve essere sostituito (con grande rammarico di Platone) da una qualità di " moto" fondamentalmente diversa, il "moto" per generazione.
I pianeti, quantunque "diversi" tanto dall'eternità che risiede nell'unità quanto dal moto regolare della sfera delle costellazioni, rimangono perlomeno "se stesse" e sette di numero.
L'anima dell'uomo, invece, non solo si reinventa di continuo, ma poiché l'umanità si moltiplica, come il grano a cui l'uomo viene così spesso paragonato, si suddivide sempre più.
Questa similitudine -ripetutamente fraintesa dai patiti della fertilità- andrebbe presa molto seriamente, e alla lettera.
Il Demiurgo non ha creato le singole anime di tutti gli uomini destinati a nascere, bensì i primi antenati dei popoli, delle dinastie ecc... vale a dire il "seme dell'uomo" che si moltiplica ed è macinato in farina impalpabile nel Mulino del Tempo.
L'idea che vi siano "Anime delle Stelle Fisse" da cui ebbe origine la vita mortale e a cui le anime eccezionalmente virtuose "una volta liberate" possono ritornare in qualsiasi momento, mentre la "farina" comune del mulino deve attendere pazientemente l'"ultimo giorno" nella speranza di poter fare altrettanto allora, tale idea non solo è una parte vitale del sistema arcaico del mondo, ma spiega anche, fino a un certo punto, l'interesse quasi ossessivo per gli avvenimenti celesti che ha dominato i millenni del passato.
Tratto da "Il Mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 2 novembre 2017

Il Demiurgo del Timeo


Quando il Demiurgo del Timeo ebbe costruito la "struttura", lo skambha, governato dell'equatore e dall'eclittica (chiamati da Platone "il Medesimo" e "l'Altro"), che configurano la greca X, quando ebbe regolato le orbite dei pianeti secondo proporzioni armoniche, creò le "anime".
Per farle, si servì degli stessi ingredienti che aveva usato per fare l'Anima dell'Universo, essi però non erano "così puri come prima".
Il Demiurgo fece:
"anime in numero pari a quello delle stelle e le distribuí, ciascun'anima nella propria stella.
E ponendole come su dei carri, egli mostrò loro la natura dell'universo e dichiarò loro le leggi del Destino (νόμους.... τούς είμαρμένους).
Sarebbe toccata una prima nascita uguale per tutte, affinché nessuna risultasse svantaggiata per opera sua, e sarebbero state seminate tutte negli strumenti del tempo, ciascuna in  quello che le era appropriato, per nascere come le creature viventi più timorate di Dio; e d momento che la natura umana è duplice, la parte migliore sarebbe stata quella che d'ora in poi avrebbe avuto il norme di "uomo"...
E colui che fosse vissuto bene per il tempo assegnatogli sarebbe ritornato alla dimora della sua stella consorte, dove avrebbe vissuto una vita felice e congeniale; ma se fosse venuto meno in ciò, nella sua seconda nascita sarebbe stato mutato in una donna; e se in tale condizione non si fosse ancora astenuto dal male, allora, secondo il carattere della sua depravazione, sarebbe stato continuamente tramutato in una qualche bestia dalla natura conforme a tale carattere, né avrebbe avuto requie dal travaglio di queste trasformazioni finché, lasciando che la rivoluzione del Medesimo e dell'Uniforme entro di sé si trascinasse dietro tutto il tumulto di fuoco e di acqua e di aria e di terra che vi si era in seguito aggregato attorno, egli non avesse controllato la propria turbolenza irrazionale con la forza della ragione e non fosse ritornato alla forma della sua condizione primitiva e migliore.
Dopo che ebbe comunicato loro tutte queste disposizioni, così da rimanere senza colpa della futura malvagità di chiunque tra di loro, li seminò, alcuni sulla terra altri nella luna, altri negli altri strumenti del tempo" (Timeo, 41e 42d)
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 31 ottobre 2017

Le anime e le stelle fisse


Il Demiurgo senza macchia seminò le anime, in numero pari a quello delle stelle fisse, negli "strumenti del tempo" (cioè i pianeti), fra i quali Timeo annovera anche la Terra; anzi le seminò "ciascuna in quello che le era appropriato".
Timeo allude a un antico sistema che stabiliva un rapporto tra i membri fissi della comunità astrale e quelli vaganti - e non s'intendono le "case" zodiacali e le "esaltazioni" dei pianeti, bensì le stelle fisse in gebere.
Conosciamo questa impostazione da tavolette cuneiformi astrologiche che contengono un numero considerevole di informazioni sulle stelle fisse che rappresentavano un determinato pianeta e viceversa; ma il materiale non è sufficiente per spiegare le regole di questo disegno assai complesso.
Per dirla con E. Weidner: "abbiamo comunque a che fare con il sistema molto complicato. Soltanto una nuova raccolta e revisione di tutto il materiale ci consentirà forse di risolvere gli enigmi ancora esistenti".
Riteniamo che possa essere stato proprio il passaggio dalla "costellazioni" ai "segni" e, più genericamente, l'avvento di quel linguaggio astronomico che è il solo a essere riconosciuto come "scientifico" dagli storici contemporanei, cioè la terminologia dell'"astronomia posizionale", a interrompere la tradizione omerica.
Le anime vennero dunque tolte dalle loro stelle fisse e trasferite sui rappresentati planetari corrispondenti, sempre secondo regole ben precise.
Il Demiurgo si ritrovò - trasformandosi nel personaggio noto sotto il nome di deus otiosus - e venne messa in moto la Macchina del Tempo.
Timeo afferma: "Secondo la meccanica del mito è naturale supporre che la prima generazione di anime venga seminata sulla Terra, mentre le altre aspettano il loro turno, non incarnate, nei pianeti".
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 26 ottobre 2017

Gli altri nomi della Via Lattea


Per gli Indiani delle pianure dell' America del Nord, la Via Lattea era la pista polverosa lungo la quale si svolse un tempo una gara di corsa nel cielo tra il Bisonte e il Cavallo.
Per i Fiote della Costa Loango africana, la gara si era svolta tra il sole e la luna.
I Turu dell'Africa orientale ritenevano fosse "la pista del bestiame" del fratello del Creatore, idea che si avvicina assai alla leggenda greca di Eracle che sposta la mandria di Gerione.
Il convergere di tante piste di animali su questa strada celeste non è una vana congiunzione di fantasie.
Gli Arawak della Guiana chiamano la Galassia "Via del Tapiro", e ciò trova conferma in un racconto dei Chiriguano e di alcuni altri gruppi dei Tupí-guaraní dell'America del Sud.
Secondo Lehman-Nitsche, queste popolazioni si riferiscono alla Galassia come alla "via del vero padre del Tapiro", un dio-tapiro di per sé invisibile.
Ora se questa divinità nascosta risulta essere Quetzalcoatl in persona, sovrano di Tollan, città dell'Età dell'Oro, proprio "Tix-li cumatz", il tapiro-serpente che dimora "nel mezzo del ventre del mare", secondo le descrizioni delle tribù maya dello Yucatan, ecco che le allusioni incominciano ad acquistare una certa nitidezza.
Lo schema vero e proprio lo si trova infine nella tradizione degli Indios Cuna;
Il Tapiro abbatte l'"Albero dell'Acqua Salata", alle cui radici si trova il gorgo do Dio e, quando l'albero cade, sgorga fuori acqua salata che va a formare gli oceani della terra.
In Asia il Grande Bundahišn chiama la Galassia "sentiero di Kay-us", dal nome del nonno e collega di regno dell'Amleto iranico, Kay Khusraw.
Fra le popolazioni altaiche gli Yakut chiamano la Via Lattea "le orme di Dio"e dicono che Dio, mentre creava il mondo, aveva vagato per il cielo; di uso più generale sembra essere stato il termine "solchi degli sci del figlio di Dio", mentre la denominazione usata dai Voguli era "solchi degli sci dell'uomo della foresta".
Per  i Tungusi, la Galassia è "orme delle racchette dell'Orso". Ma si tratti del figlio di Dio, dell'uomo della foresta o dell'Orso, questa figura mitica è nota per aver dato la caccia a un cervo lungo la Via Lattea: l'animale viene smembrato e le sue membra gettate nel cielo a destra e a sinistra del candido sentiero: è così che vengono separati Orione e l'Orsa Maggiore.
Roth dice a proposito degli Indios della Guiana: "Tutte le leggende che si riferiscono alle costellazioni del Toro e di Orione hanno qualche cosa in comune: il particolare di un braccio o di una gamba amputati".
Il che vale anche per certe zone dell'Indonesia.
D'altra parte l'Orsa Maggiore è la coscia di un Toro, e il Toro zodiacale è così orribilmente mutilato che ne rimane poco della metà.
Tratto da "Il Mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend
 

martedì 24 ottobre 2017

Virgilio e il ritorno della Vergine


Virgilio annunciò il ritorno dell'Età dell'Oro sotto Saturno nella sua famosa quarta Ecloga: "Ritorna ormai la Vergine, ritorna il regno di Saturno; ormai una nuova generazione discende dall'alto dei cieli....comincerà a venir meno la ferrea stirpe e sorgerà nel mondo intero l'aurea razza"....
Virgilio non era certo un 'profeta' e non era neppure il solo ad attendere il ritorno di Kronos-Saturno.
"Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna": che significa?
Si attendeva il "ritorno" della Vergine: ma da dove?
Nel suo famoso racconto astronomico Arato racconta come Themis-Vergine, che era vissuta pacificamente tra gli uomini, si fosse ritirata sulle "colline" alla fine dell'Età dell'Oro, per non più mescolarsi alle genti argentee che incominciavano a popolare la terra, e come se fosse andata a dimorare in cielo presso Boote quando ebbe inizio l'Età del Bronzo.
Ed ecco  Virgilio annunciare il ritorno della Vergine.
Indovinare il tempo e il "luogo" dell'Età dell'Oro è qui facile; basta portare indietro di un quarto "d'ora" l'orologio precessionale (fino a circa 6000 anni da Virgilio) ed ecco la Vergine saldamente ritta all'angolo solstiziale estivo del piano astratto "terra".
Col suo "ritorno" ossia avanzando, la Vergine avrebbe indicato l'equinozio autunnale, in concomitanza con l'assunzione, da parte dei Pesci, del governo celeste dell'equinozio di primavera, al nuovo incrocio.
La Vergine che aveva lasciato la "terra" alla fine dell'Età dell'Oro la sua sede nell'Età dell'Argento potrebbe definirsi una collocazione 'a mezz'aria', un topos al quale sono stati esiliati molti personaggi iniqui, alcuni scagliati in basso, altri  mandati verso l'alto: vi dimorò per qualche tempo Lilit e cosi anche re Davide, Adone, la stessa Torre di Babele e, prima di ogni altro il Cacciatore Feroce.
Questo consenso di figure noti che 'a mezz'aria' ci aiuta a trovare il significato di un altro racconto altrimenti senza senso, un vero fossile reperito nelle tradizioni popolari della Westfalia: "I Giganti chiamarono in aiuto Hackelberg [Odino in veste di Cacciatore Feroce].
Questi suscitò una tempesta e portò un mulino nella Via Lattea, che da allora si chiama Via del Mulino.
Tratto da "Il Mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 19 ottobre 2017

I Gemelli del Tuono


In Mc, 3, 17, i "gemelli" Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, ricevono da Gesù il nome di Βοανεργές, spiegato dall'Evangelista come "Figli del Tuono"...
I "Gemelli del Tuono" esistono in civiltà diversissime tra loro, quali sono quella greca, quella scandinava e quella peruviana; essi richiamano alla mente il ruolo di Magni e di Móði che però, nel racconto del Ragnarök, non sono detti propriamente gemelli, bensì successori di Pórr.
Ma citiamo direttamente Harris;
"Abbiamo dimostrato che la paternità del tuono, una volta riconosciuta, non deve necessariamente venir estesa a entrambi i gemelli.
I Dioscuri possono sì esser chiamati entrambi "figli di Zeus", ma un esame più attento dimostra in modo conclusivo che nei culti greci più antichi si tendeva a considerare un gemello di filiazione divina e l'altro di origine umana.
Così, la paternità di Castore veniva attribuita a Tindaro, quella di Polluce a Zeus... il figlio "in più" era quello che complicava le cose e veniva quindi attribuito a una "fonte" esterna.
È solo in epoca posteriore che la difficoltà nel distinguerli portò al riconoscimento di entrambi come "Ragazzi del Cielo" o "Ragazzi del Tuono".
Un caso simile tratto da una civiltà remota mostrerà quanto questo punto di vista sia giustificato.
"Arriaga, per esempio, nelle sua Estirpazione dell'idolatria in Perù, racconta che 'quando due bambini nascono da un medesimo parto, cosa che essi chiamano Chuchos o Curi e, a Cuzco, Taqui Hua-Haua, l'evento viene ritenuto empio e abominevole, ed essi dicono che uno dei due è figlio del Fulmine ed esigono una severa penitenza, come se avessero commesso un grave peccato'.
...I peruviani di cui si parla si convertirono al cristianesimo e pare...abbiano compreso l'espressione "Figli del Tuono" (San Giacomo/ Santiago e San Giovanni) che invece è sfuggita ai grandi commentatori della Chiesa cristiana...."
"Un'altra singolare trasposizione...la si può trovare ancora ai nostri giorni in Danimarca... i Danesi considerano pietre del tuono, oltre alle solite asce e raschiatoi silicei che passano per dardi del tuono in tutti il mondo, anche i fossili del riccio di mare, cui danni un nome particolare.
Nel Salling tali pietre si chiamano 'pietre sebedaei' o 's'bedaei'; nel Salling settentrionale "pietre sepadeje'....
Il nome dato a queste pietre del tuono è dunque assai ben stabilito e sembra certo che derivi dal fatto che il Vangelo dà ai figli di Zebedeo il soprannome di "Figli del Tuono"...
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

mercoledì 18 ottobre 2017

Il sentimento dell'illimitato

«Nel processo di individuazione non basta percepire l'esistenza del Sé, è necessario piuttosto conviverci, procedere a partire da questo centro e non dall'Io.»
«Il tempo nasce laddove l'eterno ordine extratemporale del Sé s'incontra con l'ordine legato al tempo del nostro mondo consciamente esperito.
Ciò ci porterebbe a concludere che la nostra relazione del tempo possa essere giusta "solo" se il nostro Ip vive in stretta connessione con il Sè...»
Marie Louise von Franz

«Solo se sappiamo che l'essenziale è illimitato,
possiamo evitare di porre il nostro interesse in cose futili,
e che non sono realmente importanti...
Se riusciamo a capire e a sentire che già in questa vita abbiamo un legame con l'illimitato i nostri desideri e i nostri atteggiamenti mutano.
In ultima analisi contiamo qualcosa solo grazie a ciò che di essenziale possediamo, e se non lo possediamo, la vita è sprecata...
Il sentimento dell'illimitato, comunque, si può raggiungere solo se percepiamo pianamente la nostra finitezza.
La più grande limitazione per l'uomo è il Sè; ciò è palese solo nell'esperienza:
"Io sono solo questo!"
In questa consapevolezza io mi sento limitato ed eterno, mi senti l'uno e l'altro.»
Carl Gustav Jung

martedì 17 ottobre 2017

Il Mulino e il Signore del Mulino



L'origine dell'immagine del Mulino ha come punto di partenza la Grecia.
Parlando delle latitudini settentrionali, Cleomede (ca 150 d.C) afferma: "Là i cieli ruotano come fa la macina di un mulino".
Gli astronomi islamici riprendono la stessa immagine; essi chiamano la stella Kochab (β Ursae Minoris) 'pioli del mulino ', e chiamano Fa's 'ar-rahhâ ("foro del piolo del mulino") le stelle dell'Orsa Minore che circondano il Polo Nord, "perché rappresentano come un foro (la boccola dell'asse) in cui gira l'asse del mulino, dal momento che l'asse dell'equatore (l'asse polare) si trova in questa zona, abbastanza vicino alla stella al-ğady (il capro, la Polare: α Ursae Minoris)".
Sono parole del cosmografo arabo al-Qazvīnī; Ideler commenta:
"Qutb, il nome consueto del Polo, designa in realtà l'asse della macina superiore mobile, che passa per quella inferiore fissa, il cosiddetto 'ferro del mulino': l'analogia di cui parla al-Qazvīnī si fonda su questa ambiguità.
La sfera celeste veniva immaginata come una macina ruotante e il Polo Nord come la boccola entro cui ruota il 'ferro del mulino' ..."
Agli antichi era tutt'altro che sconosciuta l'idea che i mulini degli dèi macinano lentamente e che il risultato è di solito sofferenza.
Così l'immagine viaggia lontano in molte direzioni e per molti canali, raggiunge il Nord per trasmissione celtico-scandinava e riappare nel resoconto di Snæbjörn del suo viaggio di esplorazione nell'Artico.
Lo scardinamento del Mulino è causato dallo spostamento dell'asse del mondo; il moto è il tramite attraverso il quale si attua la distribuzione.
Il Mulino viene "trasportato".
Quel Mulino, dunque, è stato trasferito alle acque; ora è il mare stesso....un nuovo mulino prosegue l'opera del precedente in una nuova epoca...
Abbiamo un'età del mondo designata come prima di tutte, quella in cui il Mulino produceva pace e abbondanza; l'Età dell'Oro, detta nella tradizione latina Saturnia regna, il regno di Saturno, il Kronos dei Greci.
Il Signore del Mulino è Saturno-Kronos, colui che il figlio Zeus detronizzò gettandolo giù dal carro ed esiliò in "catene" su un'isola beata ove dimora addormentato perché, essendo immortale, non può morire, ma vive, così si crede, in una specie di vita-nella-morte, avvolto nei lini funerari fino a quando, a detta di alcuni, non verrà il tempo destinato al suo risveglio ed egli allora rinascerà a noi come bambino.
Tratto da "Il Mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 12 ottobre 2017

Kronos-Saturno il possessore della scala metrica


Kronos-Saturno è stato ed è tutt'ora colui che possiede la "scala metrica", colui che fornisce le misure, di continuo, poiché egli è "l'originatore dei tempi", come dice Macrobio, che però per a questa stessa ragione lo confonde con il sole.
Ma "Helios il Titano" non è Apollo, in modo esplicito.
A parte ciò, a parte anche la notizia plutarchea secondo la quale Kronos, addormentato nella grotta d'oro a Ogigia, sogna ciò che Zeus va premeditando, vi è un frammento orfico di portata ancora maggiore, preservato nel commento di Proclo al Cratilo di Platone.
Data la delicatezza del testo orfico, citiamo solamente alcune frasi:
"Il sommo Kronos dà dall'alto i principi di intelligibilità al Demiurgo [Zeus] e presiede all'intera 'creazione' (δημιουργία): è perciò che Zeus lo chiama δαίμων  secondo Orfeo, dicendo: "Suscita la nostra stirpe, o illustre δαίμων!.
E Kronos pare abbia in sé le più alte cause di congiunzioni e di separazioni....
egli è divenuto la causa della continuazione di generazione propagazione nonché il capo dell'intera stirpe dei Titani da cui ha origine la divisione degli esseri (διαρκείς τών όντων)".
Macrobio tratta la responsabilità di Kronos per la "divisione degli esseri"(Saturnalia, I, 8, 67): dopo aver menzionato l'identificazione corrente di Kronos (Saturno) con  Chronos (il Tempo), così sovente contestata dai filologi, Macrobio afferma:
"Dicono che costui abbia tagliato via i genitali al padre del Cielo (Ouranos) e li abbia gettati in mare; da questi nacque Venere la quale, dalla spuma (αφρός) da cui fu formata, prese il nome di Afrodite.
Da ciò concludono che, quando esisteva il caos, il tempo non c'era, in quanto il tempo è una misura fissa tratta dalla rivoluzione del cielo.
Ivi ebbe origine il tempo: da questo si ritiene sia nato Kronos il quale, come di disse, è Chronos.
"La separazione dei genitori del mondo" effettuata con l'evirazione di Ouranos rappresenta l'instaurarsi dell'obliquità dell'eclittica, l'inizio del tempo misurabile.
Saturno ha avuto l'"incarico" di essere colui che instaurò tale obliquità perché è il pianeta più esterno è più vicino alla sfera delle stelle fisse.
"Tale pianeta era ritenuto quello che trasmetteva il moto all'Universo e che ne era, per così dire, il re" ci riferisce Schlegel riguardo alla Cina.
Saturno mesopotamico Enki/Ea ovvero l'egizio Ptah è il "Signore delle Misure" (denominate me in sumerico, parsu in accadico, maat in egiziano).
Lo stesso vale per Sua Maestà l'Imperatore Giallo della Cina (giallo perché l'elemento terra appartiene a Saturno): "Huang-di stabilisce ovunque l'ordine per il Sole, la Luna e le Stelle".
Saturno colui che dà le misure del cosmo, rimane la "Stella della Legge e della Giustizia" a Bibilonia nonché la "Stella della Nemesi" in Egitto, il Sovrano della Necessità e della Retribuzione, in breve, l'Imperatore.
In Cina, Saturno ha il titolo di "Génie di pivot" in quanto dio che presiede al Centro, lo stesso titolo accordato alla Polare.
Non è bello stile dell'astronomia moderna stabilire collegamenti fra i pianeti e la Polare o qualsiasi altra stella.... eppure simili modi di dire erano parte essenziale del linguaggio tecnico dell'astrologia arcaica.....
Tratto da "Il mulino di Amleto" di Santillana e von Dechend

martedì 10 ottobre 2017

Il fabbro celeste


È possibile ricostruire la storia del fabbro nello sciamano asiatico e, in particolare, del fabbro celeste, legittimo erede del divino άρχιτεκτων del cosmo.
Diversi rappresentanti di questa categoria, che noi chiamiamo del Deus faber, hanno ancora entrambe le funzioni, essendo nel contempo architetti e fabbri: tali sono ad esempio l'Efesto greco, che costruisce le dimore stellate degli dèi e forgia capolavori d'arte, e il Ktr-w-hss di Rās šamra, che costruisce il Palazzo di Ba'al e forgia pure lui capolavori.
Gli Yakut affermano: "Fabbro e Sciamano provengono dallo stesso nido. Il fabbro è fratello maggiore dello Sciamano"
I numerosi pezzi di ferro che fanno parte dell'abito dello sciamano possono essere forgiati solo da un fabbro della nona generazione, cioè uno che ha avuto otto antenati in linea diretta tutti "del mestiere".
Il fabbro che avesse osato forgiare un costume sciamanico senza avere tali antenati sarebbe stato dilaniato dagli spiriti uccello.
Tutto ciò si adatta anche con Väinämöinen in coppia con Ilmarinen, il quale si dice abbia "forgiato a colpi di martello il tetto del cielo"
Non è un capriccio ozioso il fatto che il rappresentante del fabbro celeste, il re, sia sovente chiamato "Fabbro".
Genghiz Khān aveva il titolo di "Fabbro", e lo stendardo dell'Impero persiano era lo stilizzato grembiule di cuoio del fabbro Kāwē.
I mitici imperatori cinesi Huang-di e Yu sono così inequivocabilmente fabbri che Huang-di, l'imperatore Giallo, viene riconosciuto come Saturno.
Inoltre, come gli shāh persiani festeggiavano il giubileo del loro regno dopo aver regnato per trent'anni, che sono la rivoluzione di Saturno, anche il Faraone egizio celebrava il proprio giubileo dopo trent'anni, fedele all'"inventore"di questa festa, il dio Ptah, il quale è appunto il Saturno egizio e anche Deus faber.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 5 ottobre 2017

Il simbolo del tamburo


Il tamburo è lo strumento più potente dello sciamano, rappresentazione dell'universo in modo specifico, è innegabilmente un discendente del bronzeo tamburo lilissu  del Kalû, il sacerdote mesopotamico addetto alla musica e ministro del dio Enki/Ea.
Il "coperchio" del lilissu deve esser fatto con la pelle di un toro nero che, secondo Thureau-Dangin, "rappresenta il Toro celeste".
Albright e Dumont hanno paragonato il sacrifico del toro mesopotamico, la cui pelle doveva ricoprire il tamburo lilissu, con l'aśvamedha indiano, in colossale sacrificio del cavallo che solo il prestigioso dei re poteva permettersi.
Hanno scoperto infatti che il cavallo doveva avere le Krttikā (le Pleiadi) sulla fronte: nel testo accadico la medesima cosa era prescritta, secondo Albright, per il toro.
Nel testo di Thureau-Dangin invece se il toro nero ha sette ciuffi di peli bianchi a forma di stella (kakkabi: kakkab significa stella e si riferisce perlopiù - in mancanza di un altro nome specifico di costellazione - alle Pleiadi, come accade per mulmul nei testi sumerici), allora non deve venire preso.
Le innumerevoli figure a carattere decisamente astronomico rinvenute sui tamburi sciamanici, potrebbero benissimo indicare conoscenze assai più profonde di quanto non presuppongano gli etnologi.
I tamburi mitici cinesi vengono descritti in "Oceano di Storie" (Ocean of Stories  è il titolo di una celebre traduzione di Tawney della vastissima raccolta di novelle indiane Kathāsaritsāgara):
"Nel Mare Orientale si trova un animale che somiglia a un bue.
È verde d'aspetto e privo di corna.
Ha un piede solo.
Quando entra nell'acqua o ne esce, provoca vento o pioggia.
Il suo splendore è simile a quello del sole e della luna; il rumore che fa è simile al tuono.
Il suo nome è Kui.
Il grande Huang-di lo catturò e fece un tamburo con la sua pelle".
Anche nel vasto e complesso mito della creazione dei Mandingo vi son due tamburi.
Il primo venne portato dal cielo dall'antenato bardico, poco dopo che l'Arca (con gli otto antenati-gemelli) approdata al campo primordiale.
Questo tamburo era stato ricavato dal cranio di  Faro ed era usato per produrre la pioggia.
Venne costruito il primo santuario a all'umanità fu rivelata la "Prima Parola" per bocca di uno degli antenati gemelli, il quale parlò tutta la notte cessando solo quando cose il sole e Sirio sorgere contemporaneamente.
....decise di sacrificare nel santuario sulla collina i primi gemelli si sesso opposto.
Chiese al bardo di fare un tamburo da braccio con la pelle dei gemelli.
L'albero dal qual è venne foggiato il tamburo cresceva sulla collina e simboleggiava l'unica gamba di Faro.
Il Kui cinese non è quindi un personaggio isolato.
Il mito cinese è più esplicito degli altri e diventa più comprensibile perché i Cinesi erano attentissimi alle cose del cielo.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 3 ottobre 2017

Lo sciamano


Il termine corrispondeva a una magia primordiale, istintiva, reperibile in tutte e cinque i continenti è associata al "medicine man" tribale.
"Sciamano" è parola tungusa.
Lo sciamanismo ha sì il suo epicentro nell'Asia uralo-altaica, ma si tratta di un complesso fenomeno culturale che non può essere spiegato né con la psicologia ne con la sociologia, ma solo ricorrendo all'etnologia storica.
Per dirla in breve, lo sciamano viene eletto dagli spiriti, ossia non può scegliere la sua professione...
Una volta eletto, il futuro sciamano va a 'scuola': sciamani più anziani gli insegnano il mestiere, ed è solo dopo la  cerimonia finale della sua educazione che egli viene accettato.
Questa è, per così dire, la parte visibile della sua educazione.
La vera iniziazione sciamanica dell'anima avviene nel mondo degli spiriti, i quali -mentre il corpo giace privo di conoscenza nella tenda per giorni interi -  smembrano il candidato nella maniera più completa e drastica, per poi ricucirlo con fil di ferro o riforgiarlo di modo che egli diventi un nuovo essere capace di imprese transumane.
Il dovere dello sciamano è di curare le malattie causate dagli spiriti ostili introdotti nel corpo del paziente o insorte perché l'anima ha lasciato il corpo e non riesce a trovare la via del ritorno.
Spesso è responsabilità dello sciamano guidare le anime dei trapassati alla dimora dei morti, così come accompagnare in cielo le anime degli animali sacrificati.
Il suo aiuto è altresì necessario quando la stagione della caccia è scarsa: tocca a lui scoprire dove si trova la selvaggina.
Per poter ottenere tutte le conoscenze che ci si aspetta da lui, lo sciamano deve ascendere al più alto dei cieli e ricevere le informazioni dal suo dio, ovvero discendere negli inferi.
Lungo la strada deve combattere contro spiriti ostili o sciamani rivali o entrambi, in duelli tremendi.
I due contendenti sono accompagnati da spiriti alleati in forma animale e avvengono numerose metamorfosi.
Anzi, questi duelli fantastici costituiscono la maggior parte delle storie sciamaniche; i cosiddetti "voli magici" delle fiabe ne sono un'ultima eco.
Perché la sua anima possa salire al cielo, lo sciamano deve essere in stato di estasi; per indurre questo stato gli occorre il tamburo, che gli serve da "cavallo", e la bacchetta del tamburo, che funge da "frusta", essi usano anche, come "arteria principale", un fiume che scorre attraverso tutti i livelli del cielo e che identificano con lo Yenissei.
La struttura entro la quale opera lo sciamano propriamente detto, cioè la concezione del mondo nello sciamanismo uralo-altaico, è stata felicemente ricondotta all'India (nei suoi aspetti indù e biddhistici, ivi compresi il lamismo tibetano e la religione Bon) e anche all'Iran.
Lo sciamano viaggia attraverso i cieli proprio come faceva il Faraone, munito del suo Testo della piramide o Testo del sarcofago che costituiva la sua indispensabile tabella di marcia e conteneva gli indirizzi stabiliti di tutti gli esseri celesti che avrebbe presumibilmente incontrato.
Le effemeridi sul lato interno dei coperchi dei sarcofagi del Regno Medio e i soffitti astronomici nelle tombe del Regno Nuovo, nonché gli "orologi stellari ramessidi", rendevano ancor più facile la navigazione all'anima del re.
Il Faraone confidava nel proprio testo particolare come i morti meno insigni confidavano nella loro copia dei capitoli del Libro dei morti; al pari dello sciamano, egli era pronto a trasformarsi nel serpente Sata, in un millepiedi o nelle sembianze delle varie "stazioni" celesti per le quali si doveva passare, e a recitare le formule che servivano a vincere gli esseri ostili.
Lo sciamanismo non è affatto primitivo ma appartiene, come tutte le nostre civiltà, alla grande schiera degli ingrati eredi di un quasi incredibile antenato del Vicino Oriente, che per primo osò intendere il mondo come creato secondo numero, peso e misura.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 28 settembre 2017

La Via Lattea e il passaggio delle anime


Tra una reincarnazione e l'altra, le anime degli uomini, così si pensava, dimorano nella Via Lattea.
Questa concezione è stata tramandata come tradizione orfica e pitagorica inserita nel disegno più vasto della trasmigrazione delle anime.
Macrobio, che ci ha fornito il resoconto più ampio sull'argomento, afferma che le anime ascendono per il Capricorno e poi, per rinascere, ridiscendono per la "Porta del Cancro".
Egli parla dei segni zodiacali: costellazioni che sorgevano ai solstizi ai tempi suoi (e ancora ai nostri) erano i Gemelli e il Sagittario: "Porta del Cancro" significa i Gemelli, anzi, Macrobio afferma esplicitamente che questa "Porta" è il punto "in cui s'intersecano lo zodiaco e la Via Lattea".
Molto lontano, gli antichi abitanti di Mangaia (Isole Australi, Polinesia), che non erano passati ai "segni" e mantenevano in funzione l'orologio precessionale, sostenevano che gli spiriti potevano entrare in cielo solo alla sera dei giorni solstiziali -gli abitanti del nord dell'isola a un solstizio, quelli del sud all'altro.
I polinesiani consideravano la Via Lattea "la strada delle anime quando passano al mondo degli spiriti".
Anche nel mito polinesiano non è consentito ai trapassati di rimanervi, a meno che non abbiano raggiunto uno stadio di perfezione purissima, cosa che non si verifica molto spesso.
Fra gli Indios Sumo della Honduras e del Nicaragua "si ritiene che Madre Scorpione ....dimori in fondo alla Via Lattea, dove riceve le anime dei morti; essa è raffigurata come una madre con molte mammelle da cui poppano i bambini, e da lei provengono le anime dei neonati.
Le anime viaggiano quindi verso sud: alla fine del sentiero celeste sono accolte dalla Stella degli Spiriti e là dimorano.
Secondo Hagar, la "Stella degli Spiriti" è Antares (α Scorpii).... è in ogni caso una stella del Sagittario o Scorpione.
Il che va bene per la "Madre Scorpione" del Nicaragua, per la "Vecchia dea dalla coda di scorpione" dei Maya, e anche per la dea-Scorpione Selkis/Śrk.t dell'antico Egitto e per l'Išhara tamtim dei Babilonesi.
l'Išhara del mare, dea della costellazione Scorpione, era anche detta "Signora dei fiumi"....
Gli abitanti di Mangaia pensavano di poter salire al cielo solo nei due giorni del solstizio....perché per 'cambiar treno' comodamente, le costellazioni che fungono da "porte" della Via Lattea devono "poggiare" sulla "terra", vale a dire sorgere eliacamente agli equinozi oppure ai solstizi.
La Galassia è una strada assai ampia e tuttavia dovettero esservi millenni amari in cui nessuna delle due porte era disponibile....
Il Sagittario e i Gemelli segnano ancora i solstizi  in questi ultimi anni.
La prossima età sarà quella dell'Acquario.
Gli antichi avrebbero indubbiamente considerato i guai dei nostri tempi, la sovrappopolazione, l'"operare iniquità in segreto", come preludi  inevitabili a una nuova inclinazione, a una nuova età del mondo.
Eppure l'Età dei Pesci venne a lungo vagheggiata e annunciata come un'era benedetta.
Essa fu introdotta dalla tre successive Grandi Congiunzioni di Saturno e di Giove nei Pesci avvenute nel 6 a.C.: la Stella di Betlemme.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend
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