martedì 30 agosto 2016

Alfabeto visivo

Gli alfabeti visivi sono modi di rappresentare con immagini le lettere dell'alfabeto.
Sono costruiti in vari modi: per esempio con figure di oggetti la cui forma somiglia a lettere dell'alfabeto, come per esempio un compasso o una scala per A, o un bidente per N.
Un altro modo è il ricorso a figure di animali o uccelli disposti nell'ordine della prima lettera dei loro nomi, come  A per anser (oca),  B per bubo  (gufo).
Gli alfabeti visivi sono comunissimi nei trattati sulla memoria e quasi certamente discendono da una tradizione anteriore.
L'alfabeto visivo nasce probabilmente dagli sforzi di capire il passo dell'Ad Herennium sul modo in cui gli esperti in memoria artificiale scrivono mediante immagini nella loro memoria.
Le lettere dell'alfabeto sono ricordate meglio se associate ad immagini.
La nozione è di una semplicità infantile: come insegnare a un bambino a ricordare C ricorrendo alla figura di un cane.
Una variante dell'alfabeto visivo viene costruita disponendo varie persone conosciute da colui che pratica la memoria artificiale secondo l'ordine alfabetico dei loro nomi.
Gli alfabeti visivi illustrati nei trattati della memoria erano destinati ad essere usati per incidere parole nella memoria.
Tratto da "L'arte della memoria" di Frances A. Yates

giovedì 30 giugno 2016

La pazienza della terra e la rinascita interiore


"I semi della nuova vita non trovano ospitalità né motivo per riposare qui se non lasciamo tutto libero, se non lasciamo tutto nudo affinché un bosco di semi trovi ospitale il posto.
Perché la terra è tanto paziente.
Vedi? Prende il seme, l' erbaccia, l'albero, il fiore; prende la pioggia, la grandine, il fuoco.
Consente di entrare e invita a entrare. È l'ospite perfetta"
I semi della terra, le creature del mondo, le stelle del firmamento e noi medesimi: tutti siamo i convitati di questo campo.
Dunque lasciamo spoglia la terra, così i semi avrebbero saputo trovare il modo per raggiungerla.
Sarebbero stati trasportati in bocca da piccoli animali che magari sapevano che questo campo era in attesa e li avrebbero lasciato cadere lì....le dolenti colombe, sorvolandolo, avrebbero lasciato cadere i semi dai loro becchi, il tempo nel cielo e il tempo nell'aria si sarebbero uniti per portare semi sul vento.
"Vedrai una cosa meravigliosa avrà inizio qui.
Sai come far crescere alberi belli e selvaggi come ancora non ne hai visti mai? Lasci la terra ospitale. E come si fa?
Non è un segreto... innanzitutto prepari dell'acqua. Oh, Dio l'ha già fatto per noi...la chiama pioggia. Che ospite magnifico è Dio!
Bene, poi tira fuori il sole e un po' d'ombra.
Oh, con le nuvole e il sole Dio si è preoccupato anche di questo...
Infine, lasci il terreno incolto...lo lasci rivoltato, ma non seminato.
Significa che gli mandi il fuoco per prepararlo.
Questa è la pace che Dio non fa da solo.
A Dio piace avere dei compagni nell'impresa.
Ma viene il fuoco.
Ci fa paura, ma lui comunque viene, talvolta per caso, talvolta di proposito, talvolta per motivi che nessuno può comprendere, motivi che sono una faccenda di Dio soltanto.
Ma il fuoco può anche volgere ogni cosa verso una direzione nuova, una vita nuova e diversa, una vita che ha forze sue proprie e modi suoi propri per riuscire a forgiare il mondo.
Non esiste cosa priva di valore. Tutto può essere usato per qualche scopo"
Noi in famiglia diciamo: "Vai fuori nei campi a piangere, perché allora le tue lacrime faranno un gran bene a te e alla terra....."

...La terra dormiva nella luce soffusa alle nostre spalle.
E, mentre dormivano, quella notte, semi da tutti gli angoli del mondo cominciarono a viaggiare verso il campo aperto con divina velocità e fortuna.
A tempo debito spuntarono minuscoli alberelli.
Vennero le querce, vennero i pini bianchi...aceri rossi e argentei e persino salici verdi ...passò un bel po' di tempo... e crebbe un bel boschetto.
In ogni luogo incolto una nuova vita attende di rinascere. E, ancor più  sorprendentemente, che la nuova vita verrà, che la si voglia o no.
Uni può cercare anche di sradicarla ogni volta, ma ogni volta radicherà di nuovo e si ritroverà.
Nuovi semi saranno portati dal vento, e continueranno ad arrivare, e daranno molte opportunità per un cambiamento del cuore, un ritorno del cuore, un rammendo del cuore, e per la scelta della vita...
CHE COS'È CIÒ CHE NON PUÒ MAI MORIRE?
È QUESTA FORZA FIDUCIOSA 
CHE È NATA DENTRO DI NOI,
QUELLA CHE È PIÙ GRANDE DI NOI,
CHE CHIAMA NUOVI SEMI NEI LUOGHI APERTI, 
BATTUTI E ARIDI, AFFINCHÉ POSSONO DI NUOVO 
ESSERE SEMINATI.
È PROPRIO QUESTA FORZA, 
NELLA TUA OSTINAZIONE,
NELLA SUA LEALTÀ VERSO DI NOI,
NEL SUO AMORE PER NOI, NEI SUOI MODI
PER LO PIÙ MISTERIOSI, CHE È MOLTO
PIÙ GRANDE, MOLTO PIÙ MAESTOSA,
E MOLTO PIÙ ANTICA DI QUALSIASI 
ALTRA COSA...
Tratto da "Storie di donne selvagge" di Clarissa Pinkola Estés

martedì 28 giugno 2016

Gli accidenti che travolgono la barca

Ci sono accidenti che travolgono la barca, scompaginano la forma.
Gli shock, le psicosi traumatiche, gli incidenti, gli stupri...
Eppure, alcune anime sembrano assumerseli e addirittura collaborare con essi, mentre altre vi rimangono fissate e si dibattono nel vano tentativo di trovarvi un senso.
Viene da chiedersi: la ghianda è  stata dunque così deteriorata da questi accidenti che la sua forma rimane incurabilmente lesa, un timone irrimediabilmente spezzato, che non risponde più alle sterzate del timoniere?
Il fatalismo risponde: Tutto è  nelle mani degli dèi.
Il finalismo teologico aggiunge: Tutto ha un fine nascosto e fa parte del tuo sviluppo.
L'Eroe dice: Occorre integrare l'Ombra oppure ucciderla; lasciati alla spalle la tragedia, la vita deve continuare.
In ciascuna di queste risposte, l'accidentale, come categoria, si dissolve, assorbito nella filosofia più  vasta del fatalismo, del finalismo, dell'eroismo.
Io (Hillman) dico che è  meglio mantenerlo come un'autentica categoria dell'esistenza, che obbliga a riflettere su di essa.
Un grave incidente esige risposte.
Che cosa significa, perché è  accaduto, che cosa vuole?
Questo aggiornare continuamente le nostre valutazioni è  come le scosse di assestamento dopo un terremoto.
Può darsi che l'incidente non sarà mai integrato, però potrebbe rafforzare l'integrità della forma dell'anima, aggiungendovi perplessità, sensibilità, vulnerabilità e tessuto cicatriziale.
...Che appartengano coerentemente alla ghianda.
Non nel senso che quegli accidenti fossero predetti dalla ghianda come scritti in un disegno divino, né che siano stati determinati per la successiva carriera, incanalandola a forza in un percorso definito.
Piuttosto, sono stati "accidenti necessari", necessari e accidentali insieme.
Sono stati gli strumenti per far emergere la vocazione, modi in cui la ghianda ha espresso la propria forma e ha dato forma alla loro vita.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

giovedì 23 giugno 2016

La narrazione delle storie curative




...In tutta la storia dell'umanità e nelle più profonde tradizioni della famiglia, il fondamentale dono di una storia ha un duplice valore: che resta almeno una creatura in grado di raccontare la storia, e che, grazie alla narrazione, le più grandi forze dell'amore, della misericordia, della generosità e della tenacia vengono richiamate nel mondo.
La narrazione di una storia è considerata un esercizio spirituale basilare.
Storie, leggende, miti e racconti popolari vengono appresi, sviluppati, catalogati e conservati così come si ordina un farmacopea.
La custode di storie è nel contempo una ricercatrice, una guaritrice, un'esperta del linguaggio simbolico, colei che narra delle storie, che ispira, che parla con Dio e viaggia nel tempo.
Tradizionalmente queste storie medicinali hanno molti e diversi usi: servono  per insegnare, correggere errori, alleviare, accompagnare una trasformazione, medicare le ferite, ricreare la memoria.
Il loro fine principale è di educare e arricchire l'anima e la vita terrena.
...in verità una storia nasce per lo più dal travaglio - loro, nostro, vostro, di qualcuno che conosciamo, di qualcuno che non conosciamo e che è  lontano nel tempo e nello spazio.
Eppure, paradossalmente, queste stesse storie sgorgate da una profonda sofferenza possono fornire i rimedi più efficaci contro i mali passati, presenti e futuri.
Tratto da "Storie di donne selvagge" di Clarissa Pinkola Estés

martedì 21 giugno 2016

Rappresentazione geometrica dell'infinito e l'indefinito


 La distinzione tra infinito e indefinito si può spiegare mediante una rappresentazione geometrica:
In un piano orizzontale qualsiasi i confini dell'indefinito sono dati dal cerchio-limite cui certi matematici hanno dato il nome (peraltro assurdo) di "retta all'infinito"; tale cerchio non è chiuso in alcuno dei suoi punti, essendo un cerchio massimo dello sferoide indefinito il cui sviluppo comprende l'integralità dell'estensione, la quale rappresenta la totalità dell'essere.
Se ora consideriamo sul loro piano le modificazioni individuali come parti di un ciclo qualsiasi esterno al centro che si propagano indefinitamente in modo vibratorio, il loro incontro con il cerchio-limite corrisponde al loro punto massimo di dispersione, ma nello stesso tempo è necessariamente il punto di arresto del loro moto centrifugo.
Tale moto rappresenta la molteplicità dei punti di vista parziali al di fuori dell'unità del punto di vista centrale, dal quale tutti derivano come raggi emessi dal centro comune, e che costituisce così la loro unità essenziale e fondamentale, la quale però non è  effettivamente realizzata rispetto al loro percorso di esteriorizzazione graduale, contingente e multiforme, nell'indefinità della manifestazione.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'Essere" di Réne Guénon 

giovedì 16 giugno 2016

"Telos" e teologia


C'è qualcosa in serbo per me.
Sono destinato a diventare....
"Teologia" è il termine usato per indicare la convinzione che gli eventi abbiano un finalità, siano attirati da uno scopo verso un preciso fine.
Telos significa "scopo, fine, adempimento".
Si contrappone a "causa" nella nostra accezione moderna.
La casualità domanda: "Chi ha dato il via a questo evento?", e immagina gli eventi come sospinti da dietro, dal passato.
La teologia invece domanda: "Qual è  il fine?", e concepisce gli eventi come indirizzati verso una meta.
Sinonimo di teologia è  finalismo, la concezione secondo cui ciascuno di noi, e come noi l'universo stesso, muove verso una meta finale.
La teologia conferisce una logica all'esistenza.
Fornisce un'interpretazione razionale dello scopo a lungo termine della vita.
E legge qualsiasi cosa accade nella vita come una conferma di questa visione a lungo raggio: per esempio, come volontà di Dio, disegno divino.
Se però lasciamo cadere il suffisso "logia" e ci atteniamo a "telos", possiamo ritornare al suo significato originale, formulato da Aristotele: "Ciò per cui".
Telos fornisce una ragione limitata, specifica per cui compio la mia azione.
Si immagina, sì, uno scopo per ogni azione, ma non formula uno scopo dominante per tutto l'agire in generale; quello sarebbe teologia o finalismo.
La ghianda sembra seguire questo schema circoscritto.
Non indulge in filosofie di ampia portata.
Ti fa battere il cuore, esplode in un eccesso di rabbia, eccita, chiama, pretende; ma raramente offre uno scopo grandioso.
La forza di attrazione dello scopo è intensa e improvvisa; ci si sente molto risoluti.
Ma in che cosa consista esattamente lo scopo e il come arrivarci rimangono nel vago.
Il telos può essere duplice a volte, o addirittura triplice, e non sapersi decidere....
Lo scopo di solito non si presenta come una meta nettamente inquadrata, bensì come un'urgenza indefinita, che turba, unità a un senso di indubbia importanza.
L'idea di telos conferisce valore a ciò che accade, perché considera ciascun evento come dotato di uno scopo.
Le cose avvengono per un qualcosa. Hanno un'intenzionalità.
Telos conferisce importanza agli eventi.
Ma basta aggiungere il suffisso "logia", e subito quel valore acquista un nome. Viene detto qual è l'intenzione del capriccio e dell'ossessione.
La teologia osa pronunciare il nome dello scopo.
Se sai già quale sia lo scopo di un sintomo,  derubi il sintomo delle sue peculiari intenzioni.
Perdi rispetto per il suo autonomo scopo e in questo modo ne sminuisci il valore.
La ghianda non si comporta tanto come una guida personale, quanto piuttosto come uno stile mobile, una dinamica interna che conferisce alle occasioni il sentimento che abbiano uno scopo; di lì quel senso di importanza: questo momento, apparentemente banale, è significativo, mentre quell'evento apparentemente importante, non conta poi molto.
Ecco diciamo che alla ghianda interessa di più l'aspetto animico degli eventi, è più attenta a ciò che fa bene all'anima che a ciò che noi pensiamo faccia bene a noi stessi.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

martedì 14 giugno 2016

I maghi della pioggia


A milioni di noi è  stata affidata la cura di piccole parcelle del pianeta, sicché, sommati, noi singoli custodi delle nostre piccole parcelle individuali costituiamo la maggioranza dei protettori dell'intera vita sulla Terra.
Come singoli siamo deboli, ma come massa le nostra forza spirituale e concreta è enorme.
E le piccole grandi azioni che possiamo intraprendere, quali che siano, insegnano costantemente agli altri, a chiunque abbia occhi per vedere e volontà di guardare, che la Terra è la nostra tenera madre e sorella, e non un magazzino di risorse da continuare a saccheggiare selvaggiamente.
Quando un individuo, un luogo, un oggetto sono stati rovinati o quasi, paradossalmente riaffiora in noi qualcosa di assolutamente intatto, un io mistico e mitico.
Spesso allora percepiamo un forte richiamo che non avevamo sentito/udito/percepito prima, quando pensavamo che tutto andava bene, che tutto era "a posto", o guardavamo "dall'altra parte".
Secondo la leggenda, i maghi della pioggia sono persone senza pretese, che non fanno grandi pronunciamenti su ciò che intendono compiere.
Sono schivi, appartati, simili forse agli Hobbit di Tolkien.
Amano la Terra, e della Terra e del cuore umano sono i protettori.
Benché possiate scorgere qua e là segni evidenti delle loro azioni, raramente gli elfi delle saghe e gli angeli delle Scritture, spesso lavorano all'alba, o alla luce della luna, in quelle ore in cui i più dormono o badano ai fatti loro.
Si danno da fare aggiustando qua, riparando là, raddrizzando questo, trapiantando quell'altro, notando di cos'altro ancora c'è bisogno laggiù, facendo mille piccole cose capaci di trasformare in meglio il mondo.
Non sempre.
Ma spesso.
Tratto da "Storie di donne selvagge" di Clarissa Pinkola Estés

lunedì 13 giugno 2016

Resoconto di un anno coraggioso...

È stato un anno importante questo, dal punto di vista psicologico e di crescita interiore, un anno pieno di prove, ricco di emozioni e non sempre date dalla gioia...
La delusione di un presente che non mi dava la proiezione di un futuro che avrei potuto sentire mio...
La forza per affrontare il cuore umano che ha lottato fino all'ultimo contro l'anima... che sa dove vuole andare...
Il coraggio di affrontare un passato remoto in cui avevo lasciato dei quesiti irrisolti... andare e capire, a km e km di distanza.... disseppellire per aver chiarezza..
Con lo stesso coraggio affrontare la realtà che a volte è più dolorosa di una  pessima menzogna... il dubbio, la voglia di cambiare vita, un bivio in cui potevo perdermi nell'ipocrisia della scorciatoia... che poi alla fine della strada più facile, arrivi sempre ad un punto in cui c'è uno specchio che ti impone di guardare in faccia la realtà...è inevitabile...
E allora prosegui passo dopo passo per la via più ostile ma più vera, quella che ti porta dove vuoi andare anche se implica uno sforzo maggiore...
Rendersi conto che ciò che fai lo fai per una Ragione che esula dalla ragione...e che nessun altro comprende oltre a te...
Perché se scegli una strada non battuta c'è chi pensa che stai andando incontro all'orco che ti sbranerà...
Gente come me, cerca l'orco per affrontarlo....
Gente come me, la vita la prende di petto, con coraggio, senza aggrapparsi a nessuno e non sceglie mai ciò che conviene, ma ciò che non mina il centro interiore creato da una vita...
Essere forti non vuol dire essere possenti fuori, ma avere il guerriero dentro, che non ti abbandona neanche nei periodi peggiori...
...In quei momenti in cui sei te il primo a volerti abbandonare...
E quante volte ho avvertito la nostalgia della gabbia dorata...e per non cadere in essa mi sono concentrata sulle sbarre e non sulla lucentezza dell'oro... perché se il tuo sogno è Libertà  non puoi amare nessun tipo di coercizione...
Voler cambiare una persona vuol dire creare la sua galera, il suo campo di concentramento...
Alla fine, se mi guardo indietro... vedo solo un sentiero che avrei comunque dovuto percorre, nel quale mi sarei potuta fermare e restare, arredarlo e adattarlo...
....E invece, sono andata avanti verso la crescita continua di me, senza farmi sedurre da ciò che è più  convenzionale.... per gli altri... e che mi avrebbe privato di ciò che ho costruito fin ora..
Ognuno sceglie la sua vita in base alle sue priorità... le mie sono solo diverse da quelle di moltissime altre persone...
E non pretendo di esser capita...
Ma solo di mantenere il forte legame che ho con me stessa a costo di tutto...
...E intanto un altro anno ricco di prove ed emozioni è passato... e sono felice e soddisfatta di tutto ciò che ho costruito dentro di me con le esperienze che la Vita mi ha offerto...
Il mio resoconto di un anno coraggioso...
Nell'AniMo Antico

giovedì 9 giugno 2016

Fato e fatalismo


Il fatalismo è  l'altra faccia, la grande seduzione, dell'Io eroico, che in questa civiltà del fai da te, dove l'asso piglia tutto, ha già un tale peso sulle proprie spalle.
Più  pesante è  il carico, più  forte è  la tentazione di disporlo o di trasferirlo su un portatore più grosso e più forte, il Fato per esempio.
In questa definizione paranoide della vita - La vita come lotta, come competizione per la sopravvivenza, con l'altro o alleato o nemico -, il fatalismo offre una pausa di respiro.
Sta scritto nelle stelle; c'è un disegno divino; quello che accade, accade per il meglio nel migliore dei modi possibili.
Io vivo il particolare destino che è  uscito dal grembo di Necessità.
Del resto la mia non è  una vera scelta; l'idea di scelta è  un'illusione.
La vita è  predeterminata.
Questo modo di ragionare è  fatalismo e non c'entra niente con il fato.
L'idea che la grecità aveva del fato semmai è che gli eventi ci accadono e gli uomini "non possono capire perché una cosa è accaduta, ma, visto che è  accaduta, evidentemente 'doveva essere'".
Post hoc, ergo propter hoc.
Dopo l'evento  (post hoc), diciamo una spiegazione di ciò  che l'ha fatto accadere  (ergo propter hoc).
Per i greci, la causa di infausti eventi sarebbe il fato.
Ma il fato causa soltanto gli eventi insoliti, che non rientrano nello schema.
Non è che ogni singolo fatto sia chiaramente delineato in un superiore disegno divino.
Dunque immaginiamo il fato come una momentanea "variabile che si interpone".
C'è un termine tedesco, Augenblicksgott, che indica una divinità minore che ci passa accanto rapida come un battito di ciglio producendo effetti momentanei.
Il fato interviene nei momenti più inattesi e ti strizza l'occhio o ti dà una bella spinta.
(Tutto ciò che fai) sono scelte tue, derivanti dal significato che tu leggi...
Il fatto di scorgere la mano del Destino in quegli eventi infausti ne eleva l'importanza e il senso, e consente una pausa di riflessione.
Il fatalismo scarica tutto sul destino.
Non serve a niente andare a votare, offrirsi come vigile del fuoco volontario, anzi non serve a niente avere un corpo di vigili del fuoco, tanto se e disgrazie devono succedere, succedono.
Il cogliere la strizzata d'occhio del fato è  un atto di riflessione.
È  un atto del pensiero; mentre il fatalismo è  uno stato del sentimento, un abbandonare la ponderazione,  l'attenzione per i particolari, il ragionamento rigoroso.
Anziché riflettere a fondo sulle cose, ci si abbandona all'umore più  generico della fatalità.
Il fatalismo spiega la vita globalmente.
Qualsiasi cosa accada può essere inserita dentro la capace generalità dell'individuazione, del mio viaggio, della crescita.
Il fatalismo consola, perché non fa sorgere interrogativi.
Non c'è bisogno di analizzare, se davvero tutto combacia.
Il termine greco per indicare fato, moira, significa "parte assegnata, porzione ".
Così come il fatoha solo una parte in ciò che succede, allo stesso modo il daimon, l'aspetto personale, interiorizzato della moira, occupa solo una porzione della nostra vita, la chiamata, ma non la possiede.
Moira deriva dalla radice indoeuropea smer o mer, "ponderare, pensare, meditare, considerare, curare".
È  un termine profondamente psicologico, in quanto ci chiede di analizzare da vicino gli eventi per determinare quale porzione viene dall'esterno ed è  inspiegabile, e quale mi appartiene, attiene a ciò  che ho fatto io, avrei potuto fare, posso ancora fare.
La moira non è in mano mia,  è  vero, ma è  solo una porzione.
Non posso abbandonare le mie azioni, o le mie capacità e la loro realizzazione, nonché la loro frustrazione o fallimento, a loro, agli dèi e dee, o al volere della ghianda daimonica.
Il fato non mi solleva dalla responsabilità; anzi me ne richiede molta di più.
In particolare, richiede la responsabilità dell'analisi.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

martedì 7 giugno 2016

Le storie e la comunità

Come i sogni notturni, le storie spesso ricorrono al linguaggio simbolico, aggirando così l'io e la persona, e puntando dritto allo spirito e all'anima di chi ascolta le antiche e universali lezioni che vi stanno incastonate.
In virtù di tale processo, le storie possono insegnare, correggere errori, alleggerire il cuore è rischiarare l'oscurità,  offrire un riparo psichico, assecondare la trasformazione e rimarginare le ferite.
Ai nostri giorni c'è del buono nella decisa indipendenza tra individui e se ne sente anche la necessità.
Ma spesso è meglio servita e in buona misura sostenuta, dalla deliberata interdipendenza con una comunità di altre persone.
Alcuni affermano che la comunità si basa su legami di sangue, altri che è  frutto di una scelta, altri ancora che è  imposta dalla necessità.
E sebbene sia vero, il campo gravitazionale incommensurabilmente più forte che tiene insieme un gruppo è  costituito dalle storie...dalle semplici storie comuni e condivise.
Se talvolta s' incenteano su crisi risolte, tragedie scongiurate, inclusa la morte,....su un'irrefrenabile ilarità e via dicendo, pure i racconti che le persone si fanno intessono una tela robusta capace di riscaldare le più fredde notti emotive o spirituali.
Così le storie che nascono dal gruppo con il paese e degli anni diventano estremamente personali e nel contempo eterne, poiché grazie alla ripetuta narrazione acquistano una vita propria.
Non ci sono modo giusti o sbagliati di raccontare una storia. Vi potrà capitare di dimenticare l'inizio, o la parte centrale o la fine.
Ma un raggio di sole attraverso una finestrella può comunque rallegrare il cuore.
Tutti si sentiranno riscaldare, sostenuti dal cerchio di storie che insieme creerete.
A noi non è  dato vivere in eterno, alle storie sì.
Fintanto che ci sarà una creatura in grado di raccontare una storia e pertanto, grazie alla narrazione, le maggiori forze dell'amore, della generosità e dell'energia verranno costantemente chiamate in essere nel mondo, io ve lo prometto....
sarà ciò che conta nella vita.
Tratto da "Storie di donne selvagge" di Clarissa Pinkola Estés

giovedì 2 giugno 2016

Angeli come stati superiori dell'essere


Quasi tutte le affermazioni teologiche riguardanti gli angeli possono essere  riferite metafisicamente agli stati superiori dell'essere, così come, nel simbolismo astrologico medievale, i "cieli",  cioè le varie sfere planetarie e stellari, rappresentavano questi stessi stati e anche i gradi iniziatici cui corrisponde la loro realizzazione; e,  come i "cieli" e gli "inferi", i Dêva e gli Asura rappresentano nella tradizione indù rispettivamente gli stati superiori e inferiori a quello umano.
Quindi per "gerarchie spirituali" possiamo intendere propriamente solo l'insieme degli stati dell'essere superiori all'individualità umana, e in special modo degli stati informali o sovra-individuali, stati che dobbiamo peraltro considerare realizzabili per l'essere a partire dallo stato umano, e ciò anche nel corso della sua esistenza corporea e terrena.
Questa realizzazione è essenzialmente implicita nella totalizzazione dell'essere, dunque nella "Liberazione" (moksha o mukti),  che permette all'essere di affrancarsi dai legami di ogni particolare condizione di esistenza, e che, non essendo suscettibile di gradi diversi, è ugualmente completa e perfetta quando è  ottenuta sia come "liberazione in vita" (jîvan-mukti), sia come "liberazione informale" (vidêha-mukti).
Non può esistere alcun grado spirituale superiore a quello dello Yogî, poiché costui, giunto alla "Liberazione" che è  al tempo stesso l'"Unione" (Yoga) o l'"Identità Suprema", non ha più  nulla da ottenere.
Ciascun individuo raggiunge ciò seguendo la sua "via personale", nel corso di questa realizzazione, tappe molteplici e diverse, che possono essere percorse in successione o simultaneamente, a seconda dei casi, e che, ricollegandosi ancora a stati determinati, non si devono in alcun modo confondere con  la liberazione totale che ne è il fine e il risultato supremo.
Queste "gerarchie spirituali", poiché i diversi stati che esse comportano sono realizzati attraverso il conseguimento di altrettanti gradi iniziatici effettivi, corrispondono a ciò che l'esoterismo islamico chiama "categorie dell'iniziazione" (Tartîb at-tasawwuf).
Tratto da "Gli stati molteplici dell'Essere" di Réne Guénon

domenica 29 maggio 2016

Tiroide: Psicosomatica dell'Ipertiroidismo


La tiroide è una ghiandola endocrina che regola tutto il metabolismo energetico attraverso la produzione di ormoni tiroidei, la triiodotironina (T3) e la tiroxina (T4). Questi ultimi, per essere prodotti, hanno bisogno della presenza di iodio e calcitonina; la sintesi e la secrezione di queste sostanze, a loro volta, è regolata da due ghiandole posizionate nel cervello, l’ipotalamo (ormoni TRH) e l’ipofisi (ormoni THS).
Questo complesso meccanismo di interconnessioni svela l’importanza della tiroide; gli ormoni tiroidei hanno un’azione specifica sul sistema nervoso, così come le reazioni emozionali (tensione e stati ansiosi) influiscono sull’alterazione della secrezione ormonale.

Ipertiroidismo nella Psicoenergetica
La forma Yang (l'ipertiroidismo) manifesta un desiderio malgrado tutto di rivincita. L'individuo si trova in un costante attivismo. Il fuoco interiore lo consuma e la lotta è continua. Fisicamente gli ipertiroidei appaiono divorati da questo fuoco interiore, un fuoco che consuma senza produrre, perchè l'unica produzione è reattiva e difensiva.
Fonte: "Dimmi dove ti fa male. Glossario psicoenergetico" di Michel Odoul

Ipertiroidismo nella Metamedicina
Quando si è ipertiroidei è come se fossimo attaccati a una corrente di alimentazione di 250 volt.
C'è una certa determinazione a raggiungere i propri obbiettivi a detrimento del proprio bisogno di riposo, e ciò spinge a dover attingere alle proprie riserve di energia. Questa determinazioni può avere le proprie radici nella paura, si dice a se stessi: "Non posso fermarmi, bisogna che resista, altrimenti..." 
Può anche essere legata al desiderio di dimostrare agli altri ciò che si è capaci di fare, cosa che genera in noi uno stress che ci rende iperproduttivi fino a che raggiungiamo lo sfinimento e lo scoraggiamento che fanno passare alla fase ipotiroidea.
Ho preteso molto da me stesso per avere successo, per dimostrare ciò di cui ero capace, per essere amato o perchè mi ritenevo indispensabile?  
Fonte "Il Grande Dizionario della Metamedicina" di Claudia Ranville

Psicosomatica dell'ipertiroidismo
L’ipertiroidismo è intriso di simbolismi, primo fra tutti quello di un’eterna “fuga in avanti” (da qui l’accelerazione espressa dai sintomi) alla ricerca, da un lato, di un’autonomia quotidiana racchiusa nel “fare”; dall’altro, di un tentativo di colmare il vuoto che si sente dentro “tamponandolo” con una vita dal ritmo accelerato e con rapporti pieni e simbiotici. Il vuoto corrisponde all’angoscia di morte e al terrore di sentirsi annientati.
Un sintomo comune dell’ipertiroidismo, l’esoftalmo (occhi sporgenti) rappresenta perfettamente questo terrore profondo. Anche qui, le cause di tali meccanismi psichici si possono rintracciare nell’infanzia e nell’adolescenza. Mentre nell’ipotiroidismo il ruolo genitoriale è stato inibente per lo sviluppo di sé e dell’autonomia, nel vissuto dell’ipertiroideo c’è un bambino che ha avuto una maturazione precoce, per concrete necessità o per aspettative genitoriali, che è stato privato della naturale e necessaria fase di dipendenza affettiva fatta di sostegno, approvazione, calore, affetto.
Questo “salto” si traduce, nella fase adulta, in una difficoltà a chiedere o a manifestare il bisogno emotivo e affettivo, esperienza che rievocherebbe l’idea della dipendenza frustrata. Queste interpretazioni si rivelano ancora più vere quando si studiano le fasi d’insorgenza della malattia; in moltissimi casi di soggetti adulti, l’ipertiroidismo si manifesta in seguito a traumi da perdita di elementi di autosufficienza (figure di riferimento, lavoro, casa, patologie che obbligano a richieste d’aiuto).
Come per tutte le altre patologie, ci sono sempre delle tipologie di personalità più a “rischio” di manifestare una determinata malattia o disturbo. Molto spesso gli ipertiroidei sono persone che hanno paura di fermarsi, di rallentare su tutti i piani della vita; si sentono vive solo se agiscono, intensamente e di fretta. Cercano continuamente consigli (che tuttavia non riescono a seguire), vogliono l’autonomia a tutti i costi ma dentro hanno un enorme bisogno dell’approvazione altrui.
Il disturbo è prevalente nelle donne tra i 20 e i 50 anni d’età, e insorge soprattutto in quelle persone che sono cresciute in fretta o sono state sottoposte a carichi non adatti alla loro età. Molto spesso gli ipertiroidei hanno perso i genitori
Fonte e articolo completo: Psicoadvisor

Tiroide:Psicosomatica dell'Ipotiroidismo


La tiroide è una ghiandola endocrina che regola tutto il metabolismo energetico attraverso la produzione di ormoni tiroidei, la tiroidotironina (T3) e la tiroxina (T4). Questi ultimi, per essere prodotti, hanno bisogno della presenza di iodio e calcitonina; la sintesi e la secrezione di queste sostanze, a loro volta, è regolata da due ghiandole posizionate nel cervello, l’ipotalamo (ormoni TRH) e l’ipofisi (ormoni THS).
Questo complesso meccanismo di interconnessioni svela l’importanza della tiroide; gli ormoni tiroidei hanno un’azione specifica sul sistema nervoso, così come le reazioni emozionali (tensione e stati ansiosi) influiscono sull’alterazione della secrezione ormonale. 

Ipotiroidismo nella Psicoenergetica
La forma Yin (ipotiroidismo) comunica una rinuncia di fronte all'impossibilità di esprimersi. La fiamma si è spenta dentro di noi .
L'ipotiroideo può riassumersi nella frase "Tanto a cosa serve?".
Il corpo non brucia più e quindi immagazzina. Il volume aumenta come per compensare.
Fonte: "Dimmi dove ti fa male. Glossario psicoenergetico" di Michel Odoul

Ipotiroidismo nella Metamedicina
Si potrebbe dire che si è attaccati a una corrente di alimentazione di 70 volt. 
L'ipotiroidismo può esprimere una condizione di scoraggiamento "A che pro, non ci riuscirò, nessuno mi capisce!", un senso di colpa per il fatto di vivere o un rancore trattenuto.
posi le seguenti domande:
Ho la sensazione che nessuno mi capisca, che malgrado tutta la mia buona volontà non ce la farò?
Porto un senso di colpa che non ho mai osato rivelare? 
Nutro rancore nei confronti di una persona?
Nodulo tiroideo insieme di impotenza e frustrazione per non potersi esprimere, perchè la persona che si vorrebbe avvicinare si è chiusa o oppone resistenza.
Tiroidite porsi la domanda: Prima che mi venisse questa tiroidite ho forse provato una grande collera per il fatto di non potermi esprimere in ciò che rivestiva importanza per me?
Fonte "Il Grande Dizionario della Metamedicina" di Claudia Ranville

Psicosomatica dell'Ipotiroidismo
Per comprendere la dimensione simbolica dell’ipotiroidismo, bisogna partire da un sintomo chiave della patologia, il rallentamento fisico e psichico. Quando all’interno del soggetto avviene una ribellione nei confronti di uno stile di vita che non vuole più accettare, la psiche smette di affrontare la realtà in quella modalità; decide di farlo attraverso il corpo, con sintomi significativi come staticità, ristagno dell’energia vitale, aumento di peso, stanchezza, lentezza nel linguaggio, apatia, difficoltà di concentrazione, esaurimento. Chi si ammala di ipotiroidismo ha la sensazione di “affondare” nel proprio corpo e in tutto se stesso, meccanismo simile a quello che si verifica nello stato depressivo.
L’ipotiroidismo insorge dopo eventi traumatici che hanno fatto perdere alla persona il senso della quotidianità oppure che sono in forte contrasto con ciò che il soggetto desidera e vuole. Il “no” inconscio che il soggetto vorrebbe dire diventa passività, resa, rinuncia. Il danno metabolico, caratterizzato da una diminuzione del livello di energia e di calore prodotto dal corpo, rappresenta l’origine del disagio profondo di questi soggetti, che non riescono ad opporsi con forza e autonomia a quei meccanismi disfunzionali che vengono vissuti come “dogmi sociali”. L’ipotiroideo soffre di una grande paura, quella di non meritare nulla, soprattutto l’amore degli altri. È proprio il timore di non essere amati a bloccare la reazione, l’affermazione che potrebbe generare dispiacere nell’altro.
L’ipotiroidismo si instaura quando il soggetto decide di non esprimersi in alcuni o in tutti gli aspetti della vita, come quello dell’affettività o della sessualità. Nei casi più avanzati della patologia, si verifica un fenomeno tipico dell’insufficienza tiroidea denominato mixedema, una particolare forma di rigonfiamento dei tessuti che si manifesta con viso gonfio, rigido e fisso, pelle secca, ptosi palpebrale (una o entrambe le palpebre sono più abbassate rispetto al loro livello normale). L’aspetto tipico del volto simboleggia la maschera che il soggetto indossa impedendosi di essere se stesso.
Le personalità più soggette all’ipotiroidismo sono quelle con una depressione mascherata, che vivono una situazione esistenziale critica, oppure, più in generale, hanno uno stile di vita che rifiutano ma a cui non riescono ad opporsi. Il rallentamento di tutte le funzioni vitali simboleggia un’energia che resta bloccata, che “ristagna”, così come avviene per i liquidi corporei che gonfiano i tessuti. In particolare l’apatia indica un “ritiro” emotivo dalla realtà quotidiana, un’incapacità di affermazione di sé legata d un profondo senso di insicurezza e non riconoscimento del proprio valore. Molto spesso l’ipotiroideo è vissuto in un contesto familiare che non gli ha consentito di svincolarsi, di evolvere nell’autonomia.
I sintomi, che si riconducono quasi sempre ad una debolezza del corpo, mostrano una mancanza di forze che rende impossibile l’azione verso le soluzioni e, quindi, verso la vita.
Fonte e articolo completo: Psicoadvisor

LOVE is ALL



WEB SITE: joepastore

"L'uomo ha barattato gran parte della sua felicità per un po' di sicurezza"
Sigmund Freud
E se nel passato la società permetteva alle persone di vivere la semplicità della vita e quindi anche l'amore, l'ispirazione di molte arti, oggi siamo più che mai immersi nella Matrix sociale che assorbe tutta la parte creativa...e quindi i sogni.. e quindi spesso anche l'amore stesso...
L'essere umano è  molto più impegnato a sopravvivere che a vivere nel senso più totale... poi ci sono i sognatori... i romantici, ma molto spesso proprio questi, sono coloro che cercano una corazza per adattarsi al mondo che li circonda...
Mi sono ritrovata in parte in questo corto, nel senso che per proteggerci spesso viviamo una vita controllata pur di non avere sofferenze... Ma in questo modo si escludono anche le gioie!
Purtroppo le persone sensibili in questo mondo sono penalizzate e quindi il controllo sulle proprie emozioni a volte è necessario per non soffrire della brutalità del confronto con la vita materiale...
LOVE is ALL è una rappresentazione esasperata del controllo della propria vita, il personaggio scandisce tutta la sua esistenza in schemi sistematici che gli permettono un'esistenza sicura senza sorprese!
Ma l'esistenza ha un'unica vera costante ed è  la sua variabilità!
Lo si può anche interpretare come metafora della "società" che ormai "controlla" tutta la nostra vita senza esserne consapevoli... tanta gente lavora, mangia, dorme... non ha sogni...ma solo bisogni...
E c'è da aggiungere che tantissima gente preferisce la sicurezza di una relazione "controllabile" alla "tempesta" di un grande amore..
Auguro a chi vorrà buona visione e rinnovo la mia stima per Giorgio e per i suoi lavori e vorrei aggiungere i complimenti per Luca Gatta capace di grande espressione e padronanza vocale davvero eccellenti.
Nell'AniMo Antico

giovedì 26 maggio 2016

Gli accidenti


Se la nostra bussola è  puntata troppo fissamente sul lontano orizzonte e se la nostra visione teologica sa esattamente dove dovremmo andare e come fare per arrivarci e dove ci troviamo ora, non riusciremo a scoprire alcun senso negli accidenti avversi.
Ciò che conta non è tanto stabilire se un'interferenza abbia o no uno scopo; è  importante, piuttosto, guardare con occhio sensibile allo scopo e cercare il valore nell'imprevisto.
Il mondo è  governato dalla follia non meno che dalla saggezza, dal caos non meno che dall'ordine.
È  altrettanto fatalistico o teologico il credere nella casualità del cosmo quanto lo è  il credere in un disegno cosmico.
L'occhio sensibile allo scopo si limita a scrutare ciascun "accidente", come vengono chiamati questi eventi, per leggervi ciò  che esso dice di sé. Perché l'anima vuole accomodarlo dentro la sua forma.
La forma non solo integra la caduta,  ma se ne nutre.
La forma trova uno scopo e si piega ad accomodarlo dentro di sé.
(Come ad esempio le) piccole (?) cose accidentali che ci portiamo dietro dall'infanzia e che ricevono significato dall'anima.
Ciò  che le serve, l'anima lo usa.
Sono strabilianti, anzi, la saggezza e il senso pratico che essa dimostra nell'utilizzare accidenti e disgrazie.
Saggezza in greco era sophia ("filo-sofia" è dunque l'amore per la saggezza) e aveva un significato molto pratico, riferito in origine alle arti che richiedono destrezza manuale, in particolare all'arte del timoniere.
La saggezza del timoniere si manifesta nell'arte di compiere minimi aggiustamenti con la barra del timone, in accordo con le variazioni accidentali delle onde, del vento, del carico.
Il daimon, facendo costantemente la stima di eventi che sembrerebbero farci deviare dalla nostra rotta, insegna appunto questo tipo di saggezza.
Esiste un'arte del crescere, cioè discendere; è  la saggezza di osservare le cose con un occhio ai loro effetti.
Già in Aristotele l'anims era concepita insieme come la forma e il motore dei corpi.
La forma, che è  data dall'inizio come immagine della parte assegnataci,  si sposta via via che noi ci muoviamo.
Questa forma (immagine, daimon, vocazione,  angelo, cuore, ghianda, anima, modello, carattere) rimane fedele alla sua forma.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

martedì 24 maggio 2016

La conoscenza come mezzo di realizzazione

Non esiste vera conoscenza se non quella che ci consente di penetrare più o meno profondamente la natura intima delle cose.
Esiste vera conoscenza solo in quanto implica un'identificazione del soggetto con l'oggetto.
Si può considerare la conoscenza come procedente allo stesso tempo dal soggetto all'oggetto di cui il soggetto prende coscienza e dall'oggetto al soggetto che lo assimila a se.
Gli organi di senso sono, per l'essere individuale, gli "accessi" della conoscenza; ma, da un altro punto di vista, essi sono anche delle "uscite", proprio in quanto ogni conoscenza comporta un atto di identificazione che procede dal soggetto conoscente in direzione dell'oggetto individuale, come l'emissione di una specie di prolungamento esterno del soggetto stesso.
Tale prolungamento non è esterno se non in rapporto all'individualità poiché fa parte integrante dell'individualità estesa; l'essere estendendosi attraverso uno sviluppo delle proprie possibilità, non  deve in alcun modo uscire da sé stesso.
La conoscenza immediata quando si estende alla totalità degli stati, comporta in se stessa la loro realizzazione ed è  "il solo mezzo di ottenere la Liberazione completa finale".
La conoscenza che rimane puramente teorica evidentemente non può in alcun modo equivalere a una realizzazione di tal genere  e, non essendo una percezione immediata del suo oggetto, può avere soltanto un valore del tutto simbolico.
La conoscenza vera, che è immediata, può essere più o meno profonda, più o meno adeguata, ma non può essere essenzialmente "relativa" come vorrebbe la filosofia occidentale.
Conoscenza e verità non sono cosa diversa dagli "aspetti dell'Infinito".
Quando diciamo che il "conoscere" e l'"essere" sono due facce di una medesima realtà, il termine "essere" va inteso in un solo senso analogico e simbolico, poiché la conoscenza si spinge al di là dell'Essere.
Trovandoci essenzialmente nella "non-dualità" il contenente e il contenuto sono assolutamente identici... la Possibilità universale che comprende ogni cosa non può  essere compresa da nulla fuorché da se stessa.
Poiché la conoscenza totale è  adeguata alla Possibilità universale non esiste nulla di inconoscibile, ossia, non vi sono cose inintellegibili vi sono solo cose attualmente incomprensibili.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'Essere" di Réne Guénon

giovedì 19 maggio 2016

L'irruzione dell'"altro"


Presso gli Inuit, quando ti ammali, il tuo nome solito ti lascia, se ne va.
E  ne assumi un altro.
Se muori, a morire è  la persona con quel nome, che è il nome dell'anima-morte, è  lei il defunto; se guarisci, allora ti ritorna il nome di prima e il nome dell'anima-morte se ne va.
L'"altro" può  farci visita mentre dormiamo o ci troviamo in uno stato alterato, durante un digiuno o in segregazione o in momenti critici, quando la morte certa e imminente.
In quali altri modi si manifestano questi fenomeni nella nostra cultura psicologica? In molti modi, di solito periferici se non distorti.
Patologicamente, come dissociazioni indotte da droghe e come personalità multipla; come presenza estranea durante una malattia, "La sensazione di un'altra  persona che occupa insieme a te il tuo corpo": così Updike descrive la sua psoriasi nelle sue memorie e in maniera analoga altri hanno descritto le depressioni, gli stati ansiosi o ossessivi, i pensieri coatti.
È poi in maniere più  accettabili: negli amici immaginari dell'infanzia, nei fenomeni "para normali", in certe tecniche terapeutiche come l'immaginazione attiva, nella produzione artistica come personaggi, personae.
E anche nelle visioni ipnagogiche durante gli interventi gli interventi chirurgici, quando il paziente si vede come sopra la tavola operatoria e per le quali non si è  trovata una spiegazione.
Questi strani incontri la dicono lunga su una cultura che emargina l'invisibile.
Se l'ideologia di una cultura non lascia spazio all'altro, non da credito all'invisibile, allora l'altro deve infilarsi nel nostro sistema psichico in forma distorta.
Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che, in realtà, certe disfunzioni psichiche andrebbero localizzate nella disfunzionale visione del mondo che pretende di giudicare.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

martedì 17 maggio 2016

La coscienza


La coscienza è una condizione dell'esistenza in certi stati, non però rigorosamente nello stesso senso in cui parliamo, per esempio, di condizioni dell'esistenza corporea; si potrebbe dire, più esattamente, che essa è  una "ragion d'essere" per gli stati in questione, poiché è  evidente ciò attraverso cui l'Essere individuale partecipa dell'Intelligenza universale  (Buddhi nella dottrina indu); naturalmente, nella sua forma determinata (come ahankâra) essa inerisce alla facoltà mentale individuale  (manas), e di conseguenza in altri stati la medesima partecipazione dell'essere all'Intelligenza universale può manifestarsi in tutt'altro modo.
La coscienza è qualcosa di peculiare allo stato umano, nonché ad altri stati individuali più o meno analoghi a questo; essa non è affatto un principio universale, e se nondimeno costituisce una parte integrante e un elemento necessario dell'Esistenza universale, lo è  esattamente allo stesso titolo di tutte le condizioni inerenti a qualsiasi altro stato dell'essere, senza possedere al riguardo il benché minimo privilegio, come non ne hanno gli stati cui essa si riferisce in rapporto agli altri stati.
La coscienza nello stato individuale umano suscettibile di un'estensione indefinita; e anche nell'uomo ordinario, vale a dire in chi non ha specificatamente sviluppato le proprie modalità extra-corporee, si estende in effetti molto più in là di quanto si creda.
La concezione degli stati molteplici ci consente di considerare tutti questi stati come esistenti simultaneamente in un medesimo essere, anziché come stati che possono essere attraversati solo in successione, nel corso di una "discendenza" che segnerebbe non soltanto il passaggio da un essere all'altro, ma persino da una specie all'altra.
L'essere che come individuo appartiene a una data specie è nondimeno, al tempo stesso, indipendente da tale specie nei suoi stati extra-individuali, e può anche,  senza andare tanto lontano, avere legami con altre specie attraverso semplici prolungamenti della sua individualità.
La simultaneità degli stati molteplici basta a dimostrare l'inutilità di ipotesi perfettamente insostenibili, se considerate dal punto di vista metafisico, la cui mancanza di principio implica necessariamente la falsità di fatto, delle teorie "trasformiste".
Il "trascorrere delle forme" nel manifestato, a patto di mantenerne il carattere del tutto relativo e contingente, è pienamente compatibile con la "permanente attualità" di tutte le cose nel non-manifestato, ma, se non vi fosse alcun principio del cambiamento, il cambiamento stesso sarebbe privo di ogni realtà.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'Essere"  di Réne Guénon

giovedì 12 maggio 2016

Il "mentale" e l'intelletto puro


Tra tutte le forme che la coscienza può assumere, ne esiste una che è  propriamente umana, e questa forma determinata (ahankâra o "coscienza dell'io") è quella inerente alla facoltà che noi definiamo "mentale", cioè precisamente al quel "senso  interno" designato in sanscrito con il nome di manas, e che è la caratteristica essenziale dell'individualità umana.
Impieghiamo il termine "mentale" preferendolo a ogni altro perché la sua radice è la stessa del sanscrito manas, e riappare in latino mens, nell'inglese mind, ecc; con la radice linguistica man- o men- e i vari significati delle parole da essa formati mostrano chiaramente che si tratta di un elemento ritenuto essenzialmente caratteristico dell'essere umano, poiché la sua designazione spesso serve anche a denominare l'uomo.
La facoltà del "mentale" è  qualcosa di molto particolare, deve essere accuratamente distinta dall'intelletto puro, il quale per la sua universalità, è al contrario, da considerarsi presente in tutti gli esseri e in tutti gli stati.
È una "differenza specifica" pura e semplice, senza che il suo possesso comporti di per sé alcuna effettiva superiorità dell'uomo sugli altri esseri.
Si può parlare della superiorità o inferiorità di un essere rispetto ad altri soltanto in relazione a ciò che quello ha in comune con questi, il che implica una differenza, non di natura, ma soltanto di grado,  mentre il "mentale" è appunto ciò che vi è di specifico nell'uomo, ciò che non ha in comune con gli esseri non umani, e dunque ciò in relazione a cui egli non può in alcun modo essere confrontato con questi.
La distinzione essenziale tra il "mentale" e l'intelletto puro, si può  definire ricordando il passaggio dall'universale all'individuale, l'intelletto produce la coscienza, ma questa,  appartenendo all'ordine individuale, non è in alcun modo identica al principio intellettuale stesso, pur procedendone immediatamente in quanto risultante dell'intersezione di quel principio con il particolare ambito, proprio di certe condizioni di esistenza, da cui l'individualità in questione è definita.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'Essere" di Réne Guénon

martedì 10 maggio 2016

Il "Doppelgänger" o "gemello ultraterreno"


Si aggira su questa terra un personaggio che è il mio gemello, il mio alter ego, la mia ombra, un altro me stesso, una mia immagine, che a volte sembra starmi al fianco,  il mio altro sé.
Quando parliamo da soli, quando ci rimproveriamo,  ci esortiamo da soli alla calma, forse ci stiamo rivolgendo al nostro Doppelgänger, al nostro gemello, ma non in un'altra famiglia in un altra città, bensì qui, nella stessa stanza.
Gli Inuit hanno una lingua a sé per parlare dell'altra anima, sia essa interna o esterna, un'anima che viene e va, si ferma un attimo e poi ci lascia, abita gli oggetti, i luoghi, gli animali.
Gli antropologi che condividono la vita con gli aborigeni australiani hanno chiamato questa seconda anima l'anima-boscaglia.
Accenni a questa doppiezza, a questa misteriosa duplicità della vita si trovano nelle fiabe,  nelle poesie del poeta persiano Rûmî, nelle storie Zen.
In molte culture si pone attenzione a sotterrare la placenta dopo il parto, perché essa è  qualcosa che nasce con noi e bisogna impedire che entri nella vita che noi vivremo.
Essa deve, come un bambino nato morto, ritornare nell'altro mondo, altrimenti il gemello congenito potrebbe trasformarsi in un fantasma mostruoso.
Le nascite gemellari sono spesso considerate di cattivo auspicio, una sorta di minaccioso errore, la presenza su questa terra dell'umano e il fantasma, questo mondo e l'altro.
I gemelli letteralizzano il Doppelgänger, esponendo alla vista contemporaneamente il visibile e l'invisibile.
Di qui i racconti dell'uccisione  (sacrificio) di uno  dei due gemelli per il bene dell'altro: Caino e Abele, Romolo e Remo. Il gemello ombra, immortale, ultraterreno, che libera il campo affinché quello mortale possa entrare appieno in questa vita.
(Anche) i diminutivi,  eufemismi che velano la presenza magica del successo e la paura che essa suscita, sono un elemento ricorrente dei miti e delle fiabe.
Il figlio/fratello più  piccolo, indicato in molte lingue con la desinenza del diminutivo, diventa l'astuto e magico salvatore.
Occorrono due nomi, perché essi rispecchiano due persone,  l'intrinseca duplicità in atto tra la ghianda e il suo portatore.
È  per questo che siamo affascinati dalle biografie?  Le biografie rendono visibili gli intrighi del rapporto tra i due nomi e noi: leggendole, speriamo di poter intuire qualcosa sul nostro, il daimon, e di scoprire come viverlo studiando come, palesemente, ci sono riusciti altri e anche vedendo i loro errori, le loro tragedie.
Non è per bisogno di eroi o di modelli o di fughe in vite non nostre, ma per sciogliere l'enigma fondamentale della nostra doppia nascita,  dell'essere nati con un Doppelgänger, e se da soli non riusciamo a trovare questo angelo estraniato,  ci rivolgiamo alle biografie in cerca di indizi.
All'inizio non siamo soli.
Veniamo al mondo con una controfigura magica o ultraterrena, la cui presenza qui e ora non è prevista.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman
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