venerdì 18 marzo 2016

Dal simbolismo tradizionale alla scienza profana


La concezione di una serie di mondi simili ma a scale differenti non è priva di un certo rapporto con le scoperte che nella stessa epoca furono dovute all'uso del microscopio, e con certe vedute che allora suggerirono la teoria dell'"inscatolamento dei germi": non è  vero che nel germe l'essere vivente sia attualmente è corporalmente "preformato" in tutte le sue parti, e l'organizzazione di una cellula non ha alcuna somiglianza con quella dell'insieme del corpo di cui è un elemento.
Le particelle di un corpo coesistono nel tutto.
L'idea che tutti gli astri che vediamo potrebbero non essere altro che elementi del corpo di un essere incomparabilmente più grande di noi, ricorda la concezione del "Grande Uomo" della Kabbala, ma singolarmente materializzata e "spazializzata", per una sorta di ignoranza del vero valore analogico del simbolismo tradizionale; similmente, l'idea dell'"animale", ossia dell'essere vivente, che sussiste corporalmente dopo la morte ma "ridotto in piccolo", è  manifestamente ispirata alla concezione del luz o "nocciolo di immortalità" secondo la tradizione giudaica.
In fondo, tutto ciò  non è  che un esempio del pericolo insito nel voler conciliare le nozioni tradizionali con le vedute della scienza profana, cosa che si può fare solo a danno delle prime che erano del tutto indipendenti dalle teorie originate dalle osservazioni al microscopio.
Anche la teoria del "migliore dei mondi" proviene da un dato tradizionale mal applicato, preso a prescindere dalla geometria simbolica dei Pitagorici;
La circonferenza, tra tutte le linee di uguale lunghezza, è quella che comprende la massima superficie, e parimenti la sfera, fra tutti i corpi di uguale superficie, è  quello che contiene il volume massimo, ed è  questa una delle ragioni per cui tali figure erano considerate perfette; tuttavia, se vi è  a tale riguardo un massimo, non vi è  però un minimo, non esistono cioè figure che racchiudono una superficie o volume minore di ogni altro.
Vi sarebbe quindi un "migliore dei mondi" ma non vi è  però un "peggiore dei mondi".
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

mercoledì 16 marzo 2016

Il continuo spazio tempo e la discontinuità


Se "in geometria sacra tutto si fa come se fossero perfette realtà" è  perché l'estensione, oggetto della geometria, è continua; e se lo stesso accade in natura è  perché anche i corpi sono continui, e perché vi è continuità anche in tutti i fenomeni come il moto, di cui i corpi sono la sede, e che costituiscono l'oggetto della meccanica e della fisica.
D'altronde se i corpi sono continui è  perché sono estesi e partecipano dunque della natura dell'estensione; parimenti, la continuità del moto e dei diversi fenomeni a esso più o meno direttamente riconducibili proviene essenzialmente dal loro carattere spaziale.
Insomma, è  la continuità dell'estensione il vero fondamento di tutte le altre continuità rilevabili nella natura corporea; la "divisibilità indefinita" applicata non alla materia in quanto tale ma all'estensione.
Non è necessario esaminare la questione delle altre forme possibili di continuità, indipendenti da quella spaziale; occorre sempre tornare a quest'ultima quando si considerano delle grandezze.
Essa è  sufficiente per tutto ciò che si riferisce alle quantità infinitesimali.
Dobbiamo tuttavia aggiungervi la continuità del tempo, poiché, contrariamente alla strana opinione di Cartesio in proposito, il tempo è realmente continuo in sé, e non solo nella rappresentazione spaziale tramite il moto che serve a misurarlo.
A tale riguardo si potrebbe dire che il moto è in qualche modo doppiamente continuo, sia per la sua condizione spaziale sia per la sua condizione temporale; questa specie di combinazione tra il tempo e lo spazio,  da cui risulta il moto, non sarebbe possibile se l'uno fosse discontinuo mentre l'altro continuo.
Questa osservazione permette di introdurre la continuità in altre categorie di fenomeni naturali che si rapportano più direttamente al tempo che allo spazio, sebbene si compiano sia nell'uno che nell'altro, come ad esempio qualsiasi processo di sviluppo organico.
Sulla composizione del continuo temporale si può  ripetere tutto ciò detto sul continuo spaziale in virtù di quella sorta di simmetria che esiste sotto certi aspetti tra lo spazio e il tempo.
Gli istanti, concepiti  come indivisibili, non sono parti della durata, non più di quanto lo siano i punti rispetto all'estensione:  è del carattere geberale di ogni continuo il fatto che la sua natura non comporti l'esistenza di "elementi ultimi".
Dato che il continuo esiste, possiamo dire che in natura vi et continuità o, se si vuole,  Che dev'esserci una certa "legge di continuità" applicabile a tutto quello che presenta i caratteri di continuo; ma non ne consegue affatto che una simile legge debba potersi applicare a tutto poiché, se vi è  del continuo, vi è  pure del discontinuo.
Un esempio di discontinuità riguarda i fenomeni naturali: se per rompere una corda è  necessaria una certa forza, applicando a tale corda una forza la cui intensità sia minore di quella richiesta non si otterrà una rottura parziale, ma soltanto una tensione,  cosa completamente  diversa; se si  aumenta la forza in maniera continua, anche la tensione all'inizio crescerà in maniera continua, ma giungerà un momento in cui avverrà la rottura e si avrà allora, in modo improvviso e quasi istantaneo, un effetto di tutt'altra natura rispetto al precedente, il che implica chiaramente una discontinuità.

Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

lunedì 14 marzo 2016

Simbolo della quercia


Anticamente nell'Europa mediterranea e a Nord, germanica e celtica, la quercia era un albero ancestrale magico.
Tutto ciò che le era associato partecipava dei suoi poteri: gli uccelli che vi nidificavano, le vespe nelle sue galle, le api e il loro miele, il vischio che vi si abbarbica e, naturalmente, la ghianda.
Le querce erano alberi paterni che arrattiravano  le folgori dal cielo ed erano sacri a divinità potenti come  Zeus, Thor/Donar, Giove e Wotan.
Ed erano anche alberi materni (proterai materes, le prime madri dei greci), che secondo molti miti sulla comparsa dell'uomo sulla terra, avevano origine dagli esseri umani.
Benché tutti gli alberi siano stati classificati come simbologicamente femminili, la quercia e la ghianda erano immaginate come fondamentale maschili.
Non soltanto perché la quercia era un albero-Dio-Grande Padre (Giove nell'Europa latina, Thor/Donar nel Nord), ma anche perché la ghianda era detta junglans, il glande di Juppiter/Giove.
In inglese la parola albero tree e la parola verità truth sono affini, così l'albero nella sua forma di ghianda contiene, in nuce, la verità.
Il linguaggio del mito compone in immagini ciò  che il linguaggio concettuale espone in frasi.
Ciò che fa della ghianda un'immagine primordiale della personalità è il fatto che le querce sono abitate da figure dell'anima oracolari.
Le querce, in particolare, sono alberi dell'anima perché offrono rifugio alle api e custodiscono nel loro tronco il miele, che nell'antichità mediterranea, come in molte altre parti del mondo, era considerato un ingrediente del nettare, la bevanda degli dèi, una sorta di primordiale, ultraterreno "cibo dell'anima".
Ninfe, profetesse e sacerdotesse vivevano nei pressi o nel cavo del loro tronco e davano espressione, per allusioni o oracoli, alla precognizione e comprensione  degli eventi possedute dalla quercia.
Tutti gli alberi grandi sono saggi perché i loro movimenti sono impercettibili, il nesso con il sopra e il sotto è così saldo, la loro presenza fisica così generosamente utile.
La quercia, con le sue dimensioni ed età e bellezza e solidità, sarebbe perciò particolarmente saggia e le sue ghiande conterranno compressa in un minuscolo nucleo tutta la sapienza dell'albero.
Vedi anche: Meditazione con  gli alberi e fiori di Bach
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

giovedì 10 marzo 2016

Ethos e il "carattere"

All'inizio, prima di Socrate, prima di Platone, era Eraclito. 
Quelle sue tre parole, "Ethos anthropoi daimon", spesso rese con "Il carattere è  il destino", sono citate innumerevoli volte per oltre duemilacinquecento anni.
Ethos, la prima parola del frammento eracliteo, alle nostre orecchie suona come "etica" .
Se proviamo a spogliare l'ethos dall'etica, scopriamo che portapiuttosto il significato di "abito", "abitudine".
Forse Eraclito stava dicendo che l'ethos è  il comportamento abituale.
Come conduci la tua vita: tale sei e tale sarai.
È  un autoinganno aggrapparsi a un sé  privato, nascosto e più vero, a prescindere da come siamo in pratica, e piuttosto la psicoterapia promuove questa grande illusione e ci guadagna sopra.
Invece, ecco il realismo di Eraclito: tu sei il modo che sei.
"Il modo come": è  questa locuzione cruciale, che lega la vita, così come viene abitualmente "eseguita", con la chiamata della tua immagine.
Le cose che facciamo nella nostra vita hanno effetti sul nostro cuore, modificano la nostra anima e riguardano il daimon.
Con il nostro comportamento noi facciamo anima, perché l'anima non arriva preconfezionata dal paradiso.
Lassù è solo immaginata, è un progetto irrealizzato che vuole scendere per crescere.
Il daimon diventa allora la sorgente dell'etica umana, e la vita felice, ciò  che i greci chiamavano eudaimonia, è  la vita che va bene per il daimon.
E come il daimon chiamandoci  ci dispensa un bene prezioso,  una benedizione, così facciamo noi con lui attraverso lo stile con il quale lo seguiamo.
L'invisibile sorgente della coerenza personale, ciò che chiamo "abitudine", è  detta dalla psicologia "il carattere".
Il concetto di carattere si riferisce alle strutture profonde della personalità, che sono particolarmente resistenti al cambiamento.
Sono come le impronte digitali del daimon, non ce n'è  una uguale all'altra.
Il termine stesso "carattere", originariamente indicava uno strumento per incidere che intaglia linee indelebili e lascia tracce.
E "stile" viene dal latino stilus, l'affiliato strumento usato per incidere i caratteri sulle tavolette cerate.
Il daimon rappresenta i tratti comportamentali profondi che frenano gli eccessi, impediscono l'arroganza inflattiva e ci conducono a rimanere fedeli ai paradigmi  della nostra immagine.
Per trovare il nostro genio dobbiamo guardare nello specchio della nostra vita.
L'immagine visibile rende manifesta la verità interiore, sicché, nel giudicare gli altri,  quello che vediamo è ciò che ci verrà restituito.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

martedì 8 marzo 2016

L'Infinito e la Possibilità


L'Infinito, secondo il significato etimologico del termine che lo designa, è  ciò  che non ha limiti; e, per mantenere a questo termine il senso che gli è  proprio, è necessario riservarne rigorosamente l'impiego alla designazione di ciò che non ha assolutamente alcun limite.
La Possibilità universale e totale è  ciò che potremmo chiamare un aspetto dell'Infinito, da cui non è distinta in alcun modo né in alcuna misura; nulla può  esservi al di fuori dell'Infinito, poiché ciò sarebbe una limitazione, e l'Infinito non  sarebbe più  tale.
Se parliamo dell'Infinito e della Possibilità come correlati, possiamo aggiungere che, non per stabilire fra questi due termini una distinzione che in realtà non può  esistere, ma si può  dire; che l'Infinito è considerato più  particolarmente nel suo aspetto attivo, mentre  la Possibilità ne è  l'aspetto passivo; però, sia esso da noi considerato come attivo o come passivo, si tratta sempre dell'Infinito, che non può  essere toccato da tali punti di vista contingenti, e le determinazioni, qualunque sia il principio in base a cui le si voglia effettuare, esistono qui soltanto in rapporto al nostro pensiero.
Si tratta in definitiva di ciò  che altrove abbiamo chiamato, seguendo la terminologia della dottrina estremo-orientale, "perfezione attiva" (Khien) e "perfezione passiva" (Khouen), in quanto la Perfezione, in senso assoluto, è identica all'Infinito inteso nella sua totale indeterminatezza;  esse sono analoghe - ma a un grado differente e da un punto di vista più universale - a quelle che nell'Essere sono l'"essenza" e la "sostanza".
Occorre avere ben chiaro che l'Essere non racchiude l'intera Possibilità e, di conseguenza, non può in alcuna maniera venire identificato con l'Infinito.
La Possibilità universale è illimitata, e non può che essere illimitata; volerla concepire in modo diverso è dunque, come condannarsi a non poterla concepire affatto.
Ne discende che tutti i sistemi filosofici dell'Occidente moderno sono ugualmente impotenti dal punto di vista metafisico, cioè universale, e lo sono in quanto sistemi con concezioni limitate e chiuse, le quali possono avere un certo valore in ambito relativo, ma diventano pericolose e false nel momento in cui ambiscono a qualcosa di più  e pretendono di essere un'espressione della realtà totale.
Non è  legittimo affermare che rappresentano l'intera Possibilità e negare tutto quel che oltrepassa la portata della propria comprensione individuale, più o meno strettamente limitata.
Il pensiero filosofico occidentale, nel senso corrente del termine, non ha e non può avere niente in comune con le dottrine di ordine puramente metafisico.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'essere" di René Guénon

venerdì 4 marzo 2016

Fantasia immaginativa

"Un aspetto più  importante per  la cultura che non il tessuto sociale è la necessità dell'immaginazione"
Perché non è dall'autoritarismo o dalla confusione dei genitori che i figli fuggono; i figli fuggono dal vuoto insopportabile del vivere in una famiglia senza altre fantasie che il fare compere, lavare la macchina e scambiarsi convenevoli.
Il grande valore delle fantasie dei genitori, per i figli, è di obbligarli a opporsi, a riconoscere che il proprio cuore è eccentrico, diverso, insofferente dell'ombra che su di esso getta l'occhio dei familiari.
Se non altro, la ghianda avrà una sfida da superare, una realtà contro cui combattere,  la realtà delle fantasie dei genitori, che può portare a smascherare la superstizione parentale stessa, a vedere che io non sono condizionato dai miei genitori, non sono il loro risultato.
La ghianda ha bisogno di personificazioni viventi delle fantasie, di persone in carne ed ossa la cui vita assomigli a un romanzo di appendice, il cui comportamento, modo di parlare è di vestirsi apporti una ventata di pura fantasia.
La possibilità di stringere relazione che oltrepassano l'orizzonte solito, un'estensione dell'immaginazione dal familiare al romanzesco, dal padre e madre a quei personaggi chiacchierati, leggendari ma raramente visti, perché stanno in carcere, in paesi lontani o sono scomparsi anni fa.
Le storie romanzate di gente "fuori" evocano come la magia immagini del possibile che sono salutari per potenzialità contenute nella ghianda.
Su che cosa si basa l'attrazione esercitata d teatro, dal baule dei travestimenti, dai nasi finti, dalle sedute davanti allo specchio con trucchi e ceroni?
Lo scopo non sarà quello di uscire dalla forma in cui mi hanno calato per svelare magicamente l'immagine del cuore? È  possibile liberarsi il mio genio dal sarcofago dell'adattamento con l'improvvisa visione di un'altro possibile inquilino?
Se i genitori non possono essere mentori né,  all'estremo opposto, degli svitati, possono però, se non altro, lasciare dischiusa la porta alle invasioni dall'altro lato dello specchio, rammentando così al bambino la sua appartenenza di fondo all'angelo che chiama.
Che si trattino con rispetto le attività ossessive dei bambini sull'immaginazione nei sogni, nelle fantasticherie, nella follia, nella scrittura creativa e nei bambini.
Finché dura l'attività immaginativa, è  come se fossimo fuori di noi, in un altro territorio.
A volte si tratta solo di uno stato di fantasticheria, lo sguardo nel vuoto,  un'assenza; altre volte invece si dispiega nei partcolarti di un progetto futuro; altre ancora può essere una visione estatica, come quella dei santi.
La sua realtà ci possiede al punto che "fantasia", "immaginazione", "visione" non sono le parole giuste: sembra tutto troppo vero e troppo importante. In particolare i bambini sotto i dieci anni, ma anche gli adolescenti e naturalmente i vecchi si ritrovano attirati di continuo in questo stato,  fuori dalla realtà ordinaria.
L'attività immaginativa esige attenzione assoluta.
Quando si trova nelterritorio dell'immaginazione, la mente non può  tollerare interruzioni.
E quando un bambino sta seduto per terra tutto sporco e bagnato con tre bambole in braccio, oppure, in giardino, corre come un forsennato dentro e fuori dai cespugli, è  intento al suo lavoro tanto quanto lo siamo noi.
Anzi, forse di più.
Il gioco è il lavoro dei bambini.
Prendere in braccio il piccolo lavoratore e toglierlo dal bagnato,  chiamarlo in casa perché si vesta e rimetta tutto in ordine, prima che abbia finito quello che sta facendo, è  un'illecita interruzione.
La ghianda è  ossessiva.
È tutta e solo concentrazione, come una goccia di essenza, non si può diluire.
I comportamenti infatti elaborano questa alta densità. Il bambino mette i  gioco il codice germinale che lo spinge dentro queste attività ossessive.
Attraverso la sua concentrazione, il bambino crea spazio vitale...permette a questa verità di articolarsi in stili e forme e strumentazioni in cui egli può esercitarsi soltanto ossessivamente, rispettivamente, fino a esaurimento.
Ci vuole rispetto.
Per favore bussare prima di entrare.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

mercoledì 2 marzo 2016

Lo zero è un numero nullo?

L'Infinito nel suo vero significato non può avere né opposto né complementare, e non può  entrare in correlazione con alcunché -non con lo zero, in qualsiasi modo lo s'intenda, che con l'unità o con un numero qualunque, né d'altronde con una cosa particolare, a qualsiasi ordine appartenga, quantitativo o meno; essendo Tutto universale e assoluto, contiene tanto il Non-Essere quanto l'Essere, sicché lo stesso zero, qualora non sia inteso come un puro nulla, deve essere necessariamente considerato come compreso nell'Infinito. 
Un significato dello zero è il Non-Essere che tra l'altro è  il più importante dal punto di vista del suo simbolismo metafisico; è necessario, per evitare ogni confusione tra il simbolo e ciò che rappresenta, precisare che lo Zero metafisico - ossia il Non-Essere - non è  lo zero di quantità, così come l'Unità metafisica - ossia l'Essere - non è l'unità aritmetica; ciò che è  così designato con questi termini può esserlo soltanto per trasposizione analogica, poiché, quando ci si pone nell'Universale, si è  evidentemente al di là di ogni ambito particolare come quello della quantità.
Lo zero non può essere assunto come simbolo Non-Essere, in quanto rappresenta, secondo la sua accezione matematica più  rigorosa, l'assenza di quantità, che infatti simboleggia nel suo ordine la possibilità di non-manifestazione  - nello stesso modo in cui l'unità simboleggia la possibilità di manifestazione, essendo il punto di partenza della molteplicità indefinita dei numeri, così come l'Essere è  il principio di tutta la manifestazione.
In qualunque maniera si consideri lo zero, non lo si può in ogni caso prendere per un puro nulla, il quale non corrisponde metafisicamente che all'impossibilità e d'altronde non può logicamente essere rappresentato da alcunché.
Un esempio è  quello del punto che essendo indivisibile, è  perciò stesso inesteso, ossia spazialmente nullo, ma è  nondimeno il principio stesso di tutta l'estensione.
È del resto veramente strano che i matematici abbiano in genere l'abitudine di considerare lo zero un puro nulla, e tuttavia sia loro impossibile non ritenerlo al contempo dotato di una potenza indefinita, poiché, posto a destra di una cifra detta "significativa", contribuisce a formare la rappresentazione di un numero che, con la ripetizione dello zero, può crescere indefinitamente, come accade ad esempio nel caso del numero dieci e delle sue potenze successive.
Se lo zero fosse realmente un puro nulla, questo non potrebbe accadere e anzi, a dire il vero, esso non sarebbe allora che un segno inutile, del tutto privo di ogni valore effettivo.
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

lunedì 29 febbraio 2016

Il "qualcos'altro"


"Io posso ricevere il dieci e il re di picche da papà, la donna e l'asso di picche dalla mamma, tutte carte che non hanno mai contato molto in nessuno dei due alberi genealogici, ma la cui combinazione in me potrebbe produrre.... un nuovo record olimpionico".

A determinare l'unicità non è tanto il mazzo di materiale genetico, la mano di carte che ho ricevuto, quanto il modo in cui le carte si dispongono, formando una particolare e vincente, configurazione...
(Disegno... immagine... paradeigma)

La psicologia scientifica taglia il regno delle cause in due parti soltanto, natura e cultura.
Ed elimina per definizione La possibilità di "qualcos'altro".
Dal momento che le scienze comportamentali, compresa la biologia molecolare e La psichiatria farmacologica,  situano tutte le ragioni del nostro carattere in quelle due categorie, e dal momento che noi ci stiamo immaginando una terza forza nella nostra vita, questo tertium non può che manifestarsi nascosto dentro gli altri due.
La divisione in sue alternative è una comoda abitudine della mente occidentale.
Al livello più elementare la troviamo nella Bibbia: Noi o Loro, Abele e Caino, Giacobbe ed Esaù - il buono e il cattivo - personificano quella divisione.
Il ragionamento antagonistico non l'ha inventato la televisione nei suoi dibattiti urlati, e il bipartitismo del nostro sistema politico non è certo venuto dal nulla.
Il numero due, con tutte le sue dicotomie e sdoppiamenti e duplicità e accoppiamenti e contrapposizioni, alimenta la "passione della mente occidentale", per citare il titolo della storia del pensiero occidentale di Richard Tarnas.
La logica aristotelica è incapace di pensare per triadi.
Dal principio aristotelico di non contraddizione, detto anche del terzo escluso, fino alla logica binaria - 0 o 1 - dei programmi del computer, la nostra mente organizza i suoi sistemi per pro e contro, per aut-aut.
Cartesio un posticino a un tertium l'ha concesso, giusto nel mezzo del cervello.
Ha collocato l'anima nella ghiandola pineale, confermandone così l'irrisorio valore a fronte dei due giganteschi contendenti del suo sistema, la mente pensante all'interno e lo spazio esteso all'esterno.
L'introduzione di un "qualcos'altro" viola la nostra modalità di pensiero e la convenienza  delle sue operazioni abituali.
Un "qualcos'altro"  turba le menti che confondono il pensare comodo con la chiarezza di pensiero.
Ma in fondo a tutti noi risulta con chiarezza, dall'evidenza dei nostri sentimenti e di personalissimi eventi fatali, che nella vita umana interviene qualcos'altro che non può essere contenuto entro i confini né della natura né della cultura.
La straordinaria singolarità degli individui, le differenze esistenti tra i miliardi di persone sulla terra...
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

domenica 28 febbraio 2016

Psicosomatica della Ritenzione Idrica


Ai giorni d'oggi la ritenzione idrica viene sottovalutata, viene affrontata solo come problema estetico, ma quante di voi si sono chieste perchè ci sono donne magrissime che ce l'hanno e donne molto in carne senza ad esempio? Oppure perché c'è chi ne soffre e chi no a parità di peso e fisionomia?
Ho compreso che in questo disturbo ci sono delle "parole chiave" importanti:
-Conflitto
-Rinuncia 
-Trattenimento 
Se si parte da queste tre "chiavi" possiamo aprire la porta verso la strada della liberazione di noi stesse.
Nella mia vita mi è successo di dimagrire in pochissimo tempo senza dieta, spesso il dimagrimento era conseguente a un periodo felice, di forte adrenalina... 
E poi ci sono dei periodi in cui mi sento come bloccata, trattenuta in uno stato di stasi profonda e non riesco a buttar giù un etto! Come se ci fosse una forte resistenza...
Ho sempre pensato che c'era qualcosa su questo argomento che non approfondivo e ora che ho fatto un po' di ricerche, sono sempre più convinta di quanto sia importante... ma che dico... fondamentale la psiche nel nostro modo di approcciare alla vita..
Anche la ritenzione idrica è  da considerare un tema importante della nostra salute, noi, erroneamente, lo classifichiamo solo come problema estetico e nulla di più.
E invece non è  così... 
Ognuno di noi dovrebbe comprendere le cause di tutto ciò che ci accade..problemi che sembrano meno importanti compresi. 
A fronte di un problema più serio ho fatto una profonda introspezione alla scoperta di me stessa e ho deciso di affrontare questo mio svalutarmi in ogni senso e situazione.. quello che non capivo era perché il sintomo più  significativo era questa ritenzione idrica che non accennava a diminuire pur mangiando molti vegetali e bevendo abbastanza acqua (la mia alimentazione è vegetariana)
Ad un certo punto ho avuto il bisogno di capire cosa mi stava dicendo il mio corpo tramite ciò che costituisce disturbo funzionale (malattia)... da lì sto facendo  un percorso all'interno di me stessa, in profondità e sto provando a "guardarmi" con autenticità e sincerità!!!
Ed ho scoperto queste informazioni importanti sulla ritenzione idrica...
Nell'AniMo Antico

Grazie alle scoperte delle Leggi Biologiche da parte dell dott Hamer, oggi sappiamo che l'aumento ponderale del proprio peso è dovuto alla ritenzione idrica, fenomeno denominato "conflitto del profugo".
Trattenere i liquidi senza disidratarsi, nel caso un'onda ci avesse spinto in riva di un'isola deserta, ha reso possibile la nostra sopravvivenza; ecco perchè, ancora oggi, reagiamo attivando questo programma biologicamente sensato, quando viviamo situazioni in cui
- ci sentiamo pesci fuor d'acqua
- perdiamo i nostri punti di riferimento
- ci sentiamo catapultati in una situazione diversa, in un "territorio" che non è il nostro
- quando lottiamo per la sussistenza
Il non aver appigli ci fa sentire soli e abbandonati, in continua lotta per la nostra esistenza.
L'organo preposto a mantenere inalterato l'equilibrio idrico è riposto nel rene, precisamente nei tubuli collettori, che nel momento in cui vengono vissute queste emozioni (in fase attiva), si restringono, con la finalità vitale di trattenere i liquidi, causando così un aumento di peso (i liquidi si accumulano nelle cellule e in altri tessuti).
in fase attiva di questo programma, si nota nel sangue un aumento di creatinina e di sostanze azotate, che la Medicina Ufficiale considera una grave malattia, in quanto gli scienziati non considerano la connessione mente-corpo, trascurando che l'evoluzione embriologica di questo tessuto risponde a precise emozioni.
Fonte: Anacleto.guru

Questo problema sembra prettamente femminile, in realtà non è esclusivo delle donne, ma noi, con la nostra sensibilità, abbiamo più rischi di avere forti emozioni che ci portano a squilibri energetici.
Andremo ad analizzare lo squilibrio principale femminile che causa questo disturbo così diffuso...


Rinuncia alla femminilità
Si rileva una stretta analogia tra la stasi dei liquidi del corpo e una stasi del tipo energetico- esistenziale, nello specifico, l'energia che ristagna nelle aree "cellulitiche" del corpo è di natura erogena.
Il corpo delle donne che hanno subito un trauma amoroso, attraverso la cellulite, cerca di proteggersi da un ulteriore dolore, quasi ad attutire il rischio di nuovi colpi e ferite sentimentali.
(Mi viene da pensare quasi come se ci si portasse dietro la copertina, o sarebbe ancora più preciso dire; la trapuntina di Linus per "proteggersi dal freddo")
La svalutazione sul piano estetico porta la persona alla rinuncia a un nuovo coinvolgimento affettivo e sessuale, creando, appunto una "corazza", in altre parole una barriera anestetica e antiestetica contro gli attacchi esterni.
(Si auto-elimina dalla competizione per paura di fallire, non si da chance di essere felice perchè come donna si auto-svaluta e non crede di essere all'altezza, questo nello stesso tempo la preserva da qualsiasi dolore o gioia e appunto ci si priva sia dell'ipotetico male... ma anche di un ipotetico bene, la donna così vive una falsa serenità basata su una menzogna che si racconta
Anche se si vive una relazione si è sempre sulla difensiva, non ci si lascia mai andare e si blocca l'espressività del vero sentimento.
In genere le persone che hanno un vissuto sessuale sofferto e blocchi affettivi sono più inclini a questo problema; persone che hanno ricevuto un'educazione rigida con un derivato sviluppo incompiuto della femminilità; che hanno una madre egoista e manipolatrice, anaffettiva nei confronti del marito o del patner o con problemi di carattere mentale.
La presa di coscienza all'origine del problema psico-somatico, rimuove la causa del sintomo, di conseguenza sciogliendo il blocco psicologico, sul corpo si ripercuote la stessa azione.
Fonte: Olistica.blogspot.it

Molti studi hanno dimostrato che "trattenere" a livello psicologico viene tradotto a livello fisico tramite il sistema respiratorio e quello cardiocircolatorio.
Trattenere un'emozione, un impulso, la tendenza a fare una certa cosa, si manifestano attraverso cambi di durata e intensità del respiro e della frequenza cardiaca: essi sono a loro volta collegati con uno squilibrio del sistema di drenaggio del corpo.
(La cellulite è anche sintomo di rabbia repressa, un accumulo di pensieri negativi , una ridotta espressione di sè)
Il secondo filone, connesso al primo, è il sistema endocrinologico e immunitario. Si è visto che l'ansia e lo stress causano l'aumento di produzione del cortisolo, definito l'ormone dello stress; il cortisolo, oltre ad abbassare le difese immunitarie nell'organismo, aumenta la ritenzione idrica nel corpo.
Inoltre lo stress psicologico e fisico causa infiammazioni ai vasi sanguigni e rallenta la circolazione.
La ritenzione idrica infatti, oltre ad essere vissuta come inestetismo, rimane sul corpo come il sintomo di una vita del tutto insoddisfacente.
Fonte: www.ormepsicologiche.com

Vedi anche: Psicosomatica (tutti i link sulla psicosomatica del blog)
                   Psicosomatica dell'Ipotiroidismo
                   Psicosomatica dell'Apparato Urinario


venerdì 26 febbraio 2016

Tradizionalismo e il "qualcos'altro"

Gli studi usano il termine "tradizionalismo" per indicare la "tendenza a ubbidire alle regole e all'autorità, e a invocare elevati standard morali e una disciplina rigorosa".
Gli studi di Jerome Kagan sul carattere innato parleranno prudentemente di inclinazione temperamentale; l'astrologia si immaginerà un'influenza di Saturno sui cromosomi; il femminismo prenderà tristemente atto di quanto siano inestirpabili gli atteggiamenti patriarcali; i marxisti capiranno come mai è così difficile risvegliare contadini e proletari alla rivoluzione; e la Chiesa potrà rassicurarsi: ci sarà sempre una riserva genica a cui il Vaticano possa attingere.
Forse il tradizionalismo è quella vena conservatrice presente nella natura umana che si esprime in tutte le culture come fondamentalismo e rigidità mentale ed è personificata nella figura archetipica del Vecchio Re.
Se consideriamo il fatto che il tradizionalismo ha una forte componente genetica, questo dato ci aiuta a capire perché il genio chiama lontano dalla vita tradizionale? 
Per molti secoli, dai Problemata di Aristotele sulla follia melanconica  (o furor, lo stato mentale fuori della norma delle persone "creative"), giù giù fino a Cesare Lombroso nell'Ottocento, la vocazione è sempre stata accostata o addirittura identificata con l'antitradizionale e l'anormale.
Nell'immaginazione popolare, novità e originalità sono il contrario di tradizione, come se l'ispirazione dovesse per definizione opporsi all'ordine, alla disciplina, alle regole, all'autorità, insomma al "tradizionalismo".
Tra gli atteggiamenti conservatori che sono genetici e un "qualcos'altro" che chiama contro e lontano, può crearsi un forte conflitto.
Ciascuna persona nasce con un innato  paradigma, che non coincide con la dotazione genetica.
Quando la vocazione il carattere e il destino sono diventati più ineludibili, ecco che allora l'intelligenza e tutto a cui ciò a cui essa si dedica, torna ad appartenere di più al codice dell'anima che non a quello genetico.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

mercoledì 24 febbraio 2016

I limiti dell'indefinito si possono raggiungere?


Non possiamo dire che limiti dell'indefinito non si possono raggiungere in alcun modo - impossibilità che d'altra parte sarebbe ingiustificabile dal momento che tali limiti esistono - , ma soltanto che non si possono raggiungere analiticamente.
L'analisi non raggiunge che le variabili, colte nel corso  stesso della loro variazione, mentre soltanto la sintesi ne raggiunge i limiti, è questo è  l'unico risultato definitivo e realmente valido, in quanto, perché si possa parlare di un risultato, occorre necessariamente giungere a qualcosa che si riferisca esclusivamente a quantità fisse e determinate.
L'idea di uno sviluppo indefinito di possibilità si può applicare anche a cose completamente diverse dalla quantità, ad esempio a uno stato qualunque di esistenza manifestata, e alle condizioni, quali che siano, cui lo stesso stato è  soggetto, che si consideri l'insieme cosmico in generale o un essere particolare, ponendosi cioè dal punto di vista "macrocosmico" o dal punto di vista "microcosmico".
Si potrebbe dire che il "passaggio al limite" corrisponde qui alla fissazione definitiva dei risultati della manifestazione nell'ordine  principiale;  solo così  infatti, l'Essere sfugge finalmente al cambiamento o al "divenire", inerente di necessità a ogni manifestazione in quanto tale.
La fissazione non costituisce in alcun modo un "ultimo termine" di sviluppo della manifestazione, ma si situa al di fuori è al di là di tale sviluppo, poiché appartiene ad un altro ordine di realtà trascendente rispetto alla manifestazione e al "divenire".
La distinzione tra l'ordine manifesto e l'ordine principiale corrispondono analogicamente a quella tra il dominio delle quantità variabili e quello delle quantità fisse.
Trattandosi si quantità fisse non può  esservi introdotta alcuna modificazione con una qualsiasi operazione, e di conseguenza il passaggio al limite non ha l'effetto di produrre qualcosa in tale dominio, ma solamente di darcene conoscenza; parimenti essendo l'ordine principiale immutabile, per pervenirvi non si tratta di "effettuare" qualcosa che non esisterebbe ancora, bensì di prendere effettivamente coscienza di ciò che è, in modo permanente e assoluto.
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

lunedì 22 febbraio 2016

La resistenza del daimon alla socializzazione

Dislessia,  ritardo cronico, distraibilità, iperattività  sono sintomi della "sindrome da deficit dell'attenzione".
Del resto in quale altro modo si può contenere e snidare l'altra faccia di questo "deficit"? Spesso i bambini così classificati, e anche gli adulti, sono quelli con intelligenza superiore alla media,  inclini a perdersi in fantasticherie e con un'anima così sensibile e aperta che l'"Io" non ti riesce a starle dietro e il suo comportamento risulta disorganizzato.
E allora alé! Una bella cura di Ritalin, Prozac, Xanax: e funziona, naturalmente.
Ma il fatto che le pillole combattano il deficit non vuol dire che la causa ne sia confermata o che se ne sveli il significato.
Le stampelle funzionano, ma non spiegano la mia gamba rotta.
Come mai questo disturbo è tanto diffuso oggi?
Su che cosa l'anima non vuole rivolgere  l'attenzione, e che cosa starà facendo il daimon, visto che non sta leggendo, non sta parlando, non sta dando prestazioni rispondenti alle aspettative?
Se è  vero  che esiste una ghianda, un daimon, e se è  vero che in molti casi questo fattore oppone resistenza alla socializzazione, non vuole collaborare, come mostrano spesso le storie delle persone eminenti, non potrebbe tale resistenza abbattere (addirittura) il rendimento ai test che misurano il QI? Il daimon non tenderebbe anzi a scegliere proprio quei test per il suo rifiuto, visto che un punteggio elevato è di solito il passaporto giusto per essere collocati in una zona più accettabile della curva a campana di Gauss (società)?
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

sabato 20 febbraio 2016

I giganti


I giganti sono notoriamente ottusi condannati a un pensiero corporeo, miopi e sempre affamati.
Nelle fiabe al gigante è  contrapposto l'animale astuto, l'elfo o lo gnomo, la fanciulla scaltra o il piccolo sarto.
Il gigante sa pensare soltanto secondo lo schema: "non è altro che", e riduce tutto al minimo comun denominatore, per non dover uscire dalla caverna o risvegliarsi dal suo sbracato, rintronante torpore.
Il gigante, con la sua solidità di adulto, minaccia l'immagine del bambino, il suo legame ecologico con il mondo meraviglioso.
La stupidità è  il gigante che non nota le piccole cose.
Se ci pensate, sono un fagiolo a salvare Giacomino e un sasso a salvare Davide da Golia.
Il gigante nella psiche è un'altro modo di chiamare la caverna platonica dell'ignoranza, e non è un caso se Ulisse incontra proprio in una caverna Polifemo, il gigante con un occhio solo,  che prende alla lettera il gioco di parole di Ulisse e in tal modo viene ingannato. 
Vedi anche:
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

venerdì 19 febbraio 2016

L'equilibrio delle forze


Si potrebbe applicare leggittimamente il termine "principio di inerzia" solo alla potenzialità pura della sostanza universale o della materia prima degli scolastici, che d'altronde, per questa stessa ragione, è propriamente "inintellegibile"; tale materia prima è però tutt'altra cosa rispetto alla "materia" dei fisici.
Un esempio del secondo caso è  quello che viene chiamato "principio di uguaglianza di azione e reazione", il quale è  così  poco un principio che lo si deduce immediatamente dalla legge generale dell'equilibrio delle forze naturali:ogni volta che questo equilibrio si rompe in un modo qualunque, esso tende subitoa ristabilirsi, per cui vi è  una reazione di intensità equivalente a quella dell'azione che l'ha provocata; si tratta dunque di un semplice caso particolare di ciò che la tradizione estremo-orientale chiama "azione e reazione concordanti", che non riguardano solo il mondo corporeo come le leggi della meccanica, bensì l'insieme della manifestazione in tutti i suoi modi e in tutti i suoi stadi.
Si rappresentano due forze in equilibrio tra loro mediante due "vettori" opposti, ossia due segmenti di retta di uguale lunghezza ma diretti in senso contrario: se due forze applicate in uno stesso punto hanno pari intensità e pari direzione, ma senso contrario, esse sono in equilibrio.
Si ha quindi come condizione dell'equilibrio lo 0, vale a dire che a somma algebrica delle due forze, o dei due vettori che la rappresentano, è  nulla, sicché l'equilibrio è  definito dallo zero.
Poiché, d'altro canto, i matematici, hanno il torto di considerare lo zero una sorta di simbolo del nulla, come se il nulla potesse essere simboleggiato  da qualcosa, sembra discenderne che l'equilibrio sia lo stato di non-esistenza, il che costituisce una conseguenza piuttosto singolare: anziché dire, come sarebbe esatto, che due forze in equilibrio tra di loro si neutralizzano, si dice che si annullano, il che è  il contrario della realtà.
La vera nozione di equilibrio è  ben diversa da questa: per comprenderla è  sufficiente osservare che tutte le forze naturali, ma anche le forze di ordine sottile come anche quelle di ordine corporeo, sono o attrattive o repulsive; le prime possono essere considerate forze compressive o di contrazione, le seconde espansive o di dilatazione.
Questo in fondo non è altro che un'espressione della stessa dualità cosmica fondamentale.
Se due forze, l'una compressiva e l'altra espansiva, agiscono su uno stesso punto, la condizione affinché si equilibrino o si neutralizzino, è  che le intensità delle due forze siano equivalenti.
Se non si produce né  compressione  né dilatazione il rapporto è  necessariamente uguale all'unità, perché la densità dell'ambiente non è modificata.
Così l'equilibrio sarà definito non più dallo zero, ma dall'unità; tale formula corrisponde esattamente alla concezione dell'equilibrio dei due principi complementari Yang e Yin nella cosmologia estremo-orientale.
L'equilibrio  è il punto di partenza di tutte le manifestazioni differenziate così come l'unità è  il punto di partenza di tutta la molteplicità dei numeri.
Questa unità è  ciò  che la tradizione estremo-orientale chiama l'"Invariabile Mezzo"; e secondo questa stessa tradizione, tale equilibrio o tale armonia costituisce, al centro di ciascuno  stato e di ciascuna modalità dell'essere,  il riflesso dell'"Attività del Cielo".
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

mercoledì 17 febbraio 2016

L'ambiente e l'anima


La via opposta alla riduzione della natura al semplicismo celebrale consiste nell'espandere la nozione di cultura fino a un'idea di ambiente molto più comprensiva.
Se ambiente significa, letteralmente, ciò  che c'è  intorno, allora si deve intendere tutto, ma proprio tutto, ciò che c'è  intorno.
Infatti la psiche inconscia sceglie in modo arbitrario tra le cose incontrate quotidianamente nell'ambiente.
Informazioni minuscole e banali possono avere effetti psichici subliminali giganteschi, come mostrano i residui diurni nei nostri sogni.
Gran parte della nostra giornata passa inosservata e non sarà maipiù ricordata, ma ecco che la psiche pesca i rottami che galleggiano nell'ambiente e li consegna nel sogno.
Il sogno, l'impianto di riciclaggio dell'ambiente, trova nella spazzatura i valori dell'anima.
Il sogno: un artista che si appropria di immagini presenti nell'ambiente per richiamarle alla memoria più tardi, in pace.
Poiché lo spazio in cui ci aggiriamo è fatto di realtà psichiche che influiscono sulla nostra vita, dovremo ampliare la nozione di ambiente nel senso di una "ecologia del profondo", partendo dall'ipotesi che il nostro pianeta sia un organismo vivente, che respira e si autoregola.
Poiché qualunque cosa abbiamo intorno può nutrire la nostra anima in quanto alimenta l'immaginazione, là fuori è  pieno di materia animica. 
E allora perché non ammettere,  con l'ecologia del profondo, che l'ambiente stesso è intriso di anima, animato, inestricabilmente fuso con noi e non già sostanzialmente separato da noi?
La visione ecologica restituisce all'ambiente anche l'idea classica di providentia: l'idea che il mondo provvede a noi, bada a noi, ci accudisce perfino.
E ci vuole vedere intorno.
Diventa sempre più difficile dividere con un taglio netto psiche e mondo, soggetto e oggetto, qui dentro e là fuori.
Non so più con certezza se la psiche è  dentro di me o se io sono nella psiche come sono i miei sogni, nelle atmosfere del paesaggio e nelle strade della città, come sono nella
"musica sentita così intimamente
da non sentirla affatto, ma finché essa dura,
tu sei la musica".
Dove finisce l'ambiente e dove incomincio io, e anzi come posso cominciare, senza essere in un qualche luogo, coinvolto intimamente e nutrito dalla natura del mondo?
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

lunedì 15 febbraio 2016

Differenza tra scienza tradizionale e scienza profana


Vi è  una totale differenza che intercorre tra la scienza tradizionale e la scienza profana;
La scienza profana, infatti, è  essenzialmente ed esclusivamente analitica: non considera mai i principi, e si perde nel dettaglio dei fenomeni, la cui moltitudine indefinita e indefinitivamente cangiante è  per essa veramente inesauribile, sicché non può  mai pervenire, in quanto conoscenza, ad alcun risultato reale e definitivo; essa si limita esclusivamente ai fenomeni, ossia alle apparenze esteriori, e non è in grado di afferrare il fondo delle cose.
In ciò  risiede del resto una delle ragioni che spiegano  l'"agnosticismo" moderno, poiché, essendovi cose che non possono essere conosciute se non sinteticamente, chi procede soltanto con l'analisi è  indotto per ciò stesso a dichiarare "inconoscibili".
È  vero che la conoscenza sintetica è  essenzialmente quello che si può  chiamare una conoscenza "globale", come lo è  la conoscenza di un insieme continuo o di una serie indefinita i cui elementi non sono e non possono essere dati distintamente; ma, oltre al fatto che in fondo è  questo ciò che importa veramente, si può sempre -giacché tutto vi è  contenuto in un principio- ridiscendere a considerare le cose particolari che si vorrà.
Invece partendo dalle cose particolari considerate in se stesse e nel loro dettaglio indefinito, non si può mai elevarsi ai principi: in questo il punto di vista e il marchio della scienza tradizionale sono in qualche modo l'inverso di quelli della scienza profana, come la sintesi è  l'inverso dell'analisi.
Ciò costituisce un'applicazione della verità evidente secondo la quale, se si può  trarre il "meno" dal "più ", non si può mai, al contrario, far uscire il "più" dal "meno"; eppure è questo che pretende di fare la scienza moderna, con le sue concezioni meccanicistiche e materialiste e il suo punto di vista esclusivamente quantitativo; ma, proprio perché si tratta di un'impossibilità, essa è in realtà incapace di fornire la vera spiegazione di alcunché.
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

domenica 14 febbraio 2016

L'amore e l'immagine del cuore

....L'amore si innamora anche di "qualcos'altro", che è invisibile.
Diciamo: "Lui/lei ha un non so che";  "Il mondo intero cambia quando c'è lui/lei".
Come pare abbia detto Flaubert: "Lei era il punto di luce sul quale convergeva la totalità delle cose".
Le teorie psicodinamiche devono situare la chiamata dell'amore dentro il "sé"personale.
La mia teoria (Hillman) psicodaimonica immagina tale chiamata più fenomenologicamente, usando il linguaggio che l'amore stesso usa: mito, poesia, storie, canzoni; e questo situa la chiamata oltre il "sé ", come se venisse da un essere divino o demoniaco.
La chiamata si cristallizza in quella persona la cui faccia ci chiama a ciò che ci sembra il nostro destino.
Quella persona diventa una divinità esteriorizzata, padrona del mio fato, signora della mia anima, come dicono i romantici, demoniaca e angelica insieme, alla quale devo aggrapparmi, dalla quale non posso separarmi, non perché io sia troppo debole o fragile, ma perché lei, la chiamata, è troppo forte.
È ovvio allora che sono tormentato,  possessivo, dipendente, sofferente.
Il daimon sta facendo a pezzi la mia mappa amorosa (i prototipi che abbiamo dell'amore).
La psicologia come scienza non osa immaginare ciò che non può misurare.
A conferma dell'autonomia del daimon il suo fuoco illumina precisamente il compagno o la compagna che ci vogliono per me, nel bene o nel male, a breve o a lungo termine, convincendomi che questa altra persona è  l'unica e la sola e che questo evento è unico e irripetibile.
Questa particolare persona incarna l'immagine che mi porto nel cuore.
La mania amorosa vede ciò che è  già contenuto nella ghianda prima di venire al mondo.
L'innamoramento è  un evento raro e fortuito, che colpisce a una profondità incredibile.
Quando accade, accade esclusivamente per la singolarità dell'oggetto: quella persona, non un'altra.
Non gli attributi e le virtù, non la voce o i fianchi ecc... semplicemente l'unicità di quella persona che l'occhio del cuore ha veduto fra tante.
Se manca quel senso di scelta fatale il romanticismo non scatta.
Perché questo tipo di amore non è un rapporto personale o una epistasi genica, ma più probabilmente un'eredità demoniaca e maledizione degli antenati invisibili.
L'amore romantico più di tutti riverbera del senso dell'eterno e insieme della brevità e fragilità della vita, come se sulla passione romantica  fossero sempre sospesi l'ombra e il respiro della morte, con il suo richiamo di un'altrove che è "oltre" e senza confini.
Si affrontano rischi pazzeschi.
E quando la letteratura unisce gli amanti romantici, unisce anche il loro amore con la morte.
L'occhio del cuore che "vede" è anche l'occhio della morte che vede al di là dell'apparenza visibile fino a un invisibile cuore.
In ciascuno di noi è  racchiusa un'immagine del cuore.
L'incontro tra amante ed essere amato avviene da cuore a cuore..
È un incontro di immagini, uno scambio di immaginazioni.
E quando immaginiamo intensamente incominciamo ad innamorarci delle immagini evocate davanti all'occhio del cuore..
Siamo innamorati perché c'è l'immaginazione.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman 

venerdì 12 febbraio 2016

La discesa dello spirito e l'immergersi dell'individuo nel mondo


L'immergersi dell'individuo nel mondo testimonia la discesa dello spirito. La virtù consisterebbe nel rivolgersi verso il basso, come nell'umiltà, nella carità, nell'insegnare, nel non essere superbi.
Le anime  che provengono da vite precedenti soggiornano in una sorta di aldilà, hanno ciascuna un destino da compiere, una parte assegnata (moira), che corrisponde in un certo senso al carattere di quell'anima.
"Quando tutte le anime si erano scelte la vita, secondo che era loro toccato, si presentavano davanti a Lachesi [lachos, "parte, porzione di destino"].
A ciascuna ella dava come compagno il genio  [daimon] che quella si era assunto, perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse il destino  da lei scelto.
Il daimon conduce l'anima dalla seconda delle personificazioni del destino, Cloto  [klotho, "filare, volgere il fuso"].
"Sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino  [moira] prescelto è  ratificato".
"....Quindi il genio [daimon] conduceva l'anima alla filatura di Atropo [atropos, "che non si può volgere all'indietro, irreversibile"], per rendere irreversibile la trama del suo destino.
"Di lì senza voltarsi, l'anima passa ai piedi del trono di Necessità" (Ananke), o, come traducono alcuni, "nel grembo di Necessità".
Il kleros viene lasciato cadere ai piedi delle anime affinché ciascuna scelga il proprio.
Il termine kleros può avere tre significati strettamente connessi:
pezzo di terra come nostro lotto di terreno;
lo spazio, la parte assegnata nell'ordine delle cose;
l'eredità, ciò che per diritto ci viene in quanto eredi.
L'anima percepirà un'immagine che abbraccia l'insieme di una vita tutto in una volta.
Platone chiama questa immagine della vita paradeigma, "modello".
Dunque quella che ricevo è  l'immagine che è la mia eredità, la porzione assegnatami nell'ordine del mondo, il mio posto sulla terra, condensata in un modello che è stato scelto dalla mia anima o, per meglio dire, che viene sempre e di continuo scelto dalla mia anima perché nell'equazioni del mito il tempo non entra.
Se pure quell'immagine viene  percepita tutta in una volta (dall'anima), la si comprende solo lentamente.
Sicché l'anima possiede un'immagine del proprio destino che il tempo può rendere manifesta soltanto come "futuro".
Prima di fare il loro ingresso nella vita umana, però, le anime attaversano la pianura del Lete (oblio, dimenticanza), sicché al loro arrivo sulla terre tutto ciò che è  accaduto viene cancellato.
È  in questa condizione di tabula rasa che noi veniamo al mondo.
Secondo una leggenda ebraica la prova che abbiamo dimenticato la scelta prenatale dell'anima la portiamo impressa sul nostro labbro superiore: il piccolo incavo sotto il naso è l'impronta dell'indice che l'angelo ci ha premuto sulle labbra per siggillarle, tutto ciò che resta a rammentarci il pregresso sodalizio dell'anima con il daimon; ed è per questo che, quando insegniamo un'intuizione o un pensiero che sfugge, ci portiamo automaticamente il dito a quella significativa scannellatura.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

mercoledì 10 febbraio 2016

La solitudine archetipica


...Esiste un senso di solitudine archetipico che ci accompagna fin dall'inizio, ...essere vivi è  anche sentirsi soli.
La solitudine viene e va indipendentemente dalle misure che possiamo prendere.
Non dipende dall'essere soli, letteralmente, perché si possono provare fitte di solitudine mentre siamo in mezzo ai nostri amici, a letto con l'amante, al microfono davanti a una folla osannante.
Quando i sentimenti di solitudine sono visti come archetipici, ecco che diventano necessari; che non sono più  annunciatori di colpe, di terrori, di uno stato morboso.
Possiamo accettare la misteriosa autonomia di questo sentimento, liberando la solitudine dall'identificazione con l'isolamento letterale.
Oltretutto, una volta situata sul suo sfondo archetipico, la solitudine non è sempre e principalmente spiacevole.
Se guardiamo (o meglio sentiamo) da vicino il senso di solitudine,  scopriamo che è composto di diversi elementi: nostalgia, tristezza, silenzio e un anelito dell'immaginazione verso "qualcos'altro" che non è qui e ora.
Perché queste componenti e immagini si mostrino, dobbiamo innanzitutto mettere a fuoco l'attenzione su di esse, anziché su come rimediare al fatto di essere soli in senso letterale.
La disperazione diventa più  brutta quando cerchiamo delle vie per uscirne.
Nostalgia, tristezza, silenzio e struggimento immaginativo sono anche la sostanza più  intima della poesia religiosa e romantica in molte lingue e in molte culture.
La solitudine presenta le emozioni dell'esilio; l'anima non è riuscita a crescere, cioè a discendere,  del tutto nella vita e vorrebbe tornare a casa. 
Dove? Non sappiamo, perché il luogo di cui parlano i miti e le cosmogonie è scomparso dalla memoria.
Ma il desiderio dell'immaginazione e la tristezza testimoniano di un esilio da qualcosa, che l'anima non sa esprimere in altro modo che come senso di solitudine.
L'unica traccia che le sia rimasta è quella nostalgia del sentimento e quello struggimento dell'immaginazione. 
È uno stato di bisogno che va oltre i bisogni personali.
L'immagine che ogni esule si porta nel cuore, con la sua nostalgia per ciò che non è di questo mondo.
La patria  del daimon non è sulla terra; il daimon vive in uno stato alterato; la fragilità della carne è una condizione imprescindibile per la vita dell'anima sulla terra; e, del resto, non lasciamo tutti debiti quando ce ne andiamo?
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman  

lunedì 8 febbraio 2016

Infinito e indefinito


Procedendo in un certo modo in senso inverso rispetto alla scienza profana dobbiamo stabilire innanzitutto il principio che ci permetterà di risolvere le difficoltà cui ha dato luogo il metodo infinitesimale.
Il principio in questione è l'idea stessa di Infinito inteso nel suo solo vero significato, ossia il significato puramente metafisico.
L'infinito è  propriamente ciò  che non ha limiti, non si può dunque, se non abusivamente, applicare tale termine ad altro che a ciò che non ha assolutamente alcun limite, vale a dire al Tutto universale, il quale include in sé tutte le possibilità.
Così inteso, l'Infinito e metafisicamente e logicamente necessario, la sua negazione sarebbe contraddittoria.
Non può evidentemente esservi che un Infinito, perché due infiniti supposti distinti si limiterebbero a vicenda, dunque si escluderebbero per forza; di conseguenza, ogni volta che il termine "infinito" è usato in senso diverso da quello che abbiamo appena indicato, possiamo essere sicuri a priori che tale uso è  necessariamente abusivo, poiché comporta o, l'ignorare in modo puro e semplice l'Infinito metafisico, o il supporre accanto ad esso un altro infinito.
Non perché una cosa non è  limitata in certo senso o sotto un certo aspetto è legittimo concluderne che non sia in alcun modo limitata.
Una definizione non è altro che l'espressione di una determinazione e le parole stesse dicono chiaramente che quanto è  suscettibile di definizione non può  che essere finito o limitato.
Non può esservi infinito matematico o quantitativo, che anzi tale espressione non ha alcun senso, perché la quantità stessa è una determinazione; il numero, lo spazio, il tempo, ai quali si vuole applicare la nozione di questo presupposto infinito, sono condizioni determinate, e, come tali, non possono che essere finite; si tratta di certe possibilità o di certi insiemi di possibilità, accanto e al di fuori delle quali ne esistono altre, il che implica evidentemente il loro essere limitate.
Concepire l'Infinito quantitativamente non significa soltanto limitarlo, ma concepire altresì come suscettibile di aumento o diminuzione, il che non è meno assurdo (come) immaginare più  infiniti che coesistono senza mescolarsi o escludersi, ma anche infiniti maggiori o minori di altri.
L'idea totalmente falsa è che l'Infinito metafisico sia solidale con l'infinito matematico, quando non vi si identifichi in modo puro e semplice.
È  qui che interviene, per rettificare questa falsa nozione, o piuttosto per sostituirla con una concezione vera delle cose, l'idea di indefinito,  ossia l'idea di uno sviluppo di possibilità di cui non possiamo raggiungere attualmente i limiti: in tutte le questioni in cui compare il presunto infinito matematico arriva la distinzione tra Infinito e indefinito.
Ogni conoscenza metafisica implica ciò che non ha alcun limite e non può essere nient'altro che il Tutto universale.
Affermiamo che l'indefinito non può essere infinito, perché il suo concetto comporta sempre una certa determinazione, si tratti dell'estensione, della durata, della divisibilità o di qualsiasi altra possibilità.
Senza dubbio i limiti sono retrocessi sino a trovarsi fuori dalla nostra portata, almeno finché tentassimo di raggiungerli in una maniera che possiamo definire "analitica".
Poiché in virtù della propria natura ogni cosa particolare è  finita a qualunque grado possa essere spinta effettivamente l'estensione di cui è  suscettibile.
L'esempio della serie dei numeri: in essa non è mai possibile fermarsi a un punto determinato,  perché dopo ogni numero ve n'è sempre un altro ottenuto aggiungendo ad esso l'unità; la natura stessa del numero in tutta la sua generalità, ossia la sua determinazione, fa sì al contempo che il numero sia ciò  che è e non qualsiasi altra cosa.
L'indefinito procede dal finito di cui è  lo sviluppo e al quale di conseguenza è  sempre riducibile, essendo evidente che non si può  tratte dal finito, con un procedimento qualsiasi,  né più né meno che ciò  che vi era già contenuto potenzialmente.
La serie dei numeri si forma quindi per addizioni successive dell'unità a se stessa indefinitivamente ripetuta, il che costituisce l'estensione indefinita del procedimento di formazione di una somma aritmetica qualsiasi: e qui si vede molto chiaramente come l'indefinito si formi a partire dal finito.
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René  Guénon
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