mercoledì 25 settembre 2013

Jung e la nevrosi come crescita spirituale

Questo post è un modo per far conoscere la profondità di Jung e ciò che lui intende per psicanalisi e come il suo lavoro ha permesso a egli stesso di crescere e ai suoi pazienti di  crescere  spiritualmente.
Jung non era solo un grande psicologo ma un filosofo, un alchimista, un genio della mente umana, non concepiva l'uomo solo come essere materiale ma anche e soprattutto come potenziale essere illuminato e spirituale;
Egli stesso era capace di una forte spiritualità e quella giusta curiosità audace che lo hanno portato a scoprire i misteri della psiche umana... si potrebbe dire di lui che sia un eretico ma se eretico vuol dire essere un esempio di grande coraggio e spiritualità adogmatica come Giordano Bruno allora eretico sia!
Un grande alchimista della mente umana che solve et coagula i conflitti della psiche in modo che il contrasto formi un bellissimo equilibrio come la monade in cui è racchiuso il segreto dell'Universo.
Non tendeva alla normalizzazione dell'essere umano ma ove ne era possibile cercava di far raggiungere un'individuazione completa del singolo strappandolo dal concetto di uomo massa, illuminando il cammino che Iddio aveva messo a disposizione nel destino dell'anima della persona ma che arbitrariamente, come essere umano poteva o no intraprendere...
Per lui la nevrosi non è nient'altro che un tentativo inconscio di liberarsi dalle catene della convenzione, l'anima che spinge dall'interno (come tutte le malattie che ne derivano a livello fisico).
Dalle parole di Jung tratte dal libro "Ricordi, sogni, riflessioni":
Le diagnosi cliniche sono importanti perché consentono al medico di orientarsi in qualche modo, ma no  servono ad aiutare il paziente. Il fatto decisivo è il problema della sua “storia”, perché essa sola mostra lo sfondo umano  e l’umana sofferenza: e solo allora la terapia può mettersi all’opera.
Grazie al mio lavoro con i pazienti mi resi conto che le idee ossessive e le allucinazioni contenevano un nocciolo significativo.
Nascondono una personalità, la storia di una vita, speranze e desideri. E’ solo colpa nostra se non riusciamo a capirne il significato.
Mi fu chiaro allora per la prima volta che una psicologia generale della personalità è implicata nella psicosi, e che anche in questa si trovano i vecchi conflitti dell’umanità.
Anche in malati che appaiono torpidi o apatici, o idioti, avvengono più cose e cose che hanno più senso di quel che non sembri.
In fondo negli ammalati di mente non scopriamo nulla di nuovo e di sconosciuto, ma ci imbattiamo piuttosto nel substrato della nostra stessa natura.
Visti dal di fuori, i malati di mente ci mostrano solo la tragica devastazione, raramente cogliamo la vita di quella parte dell’anima che ci resta nascosta.
Le apparenze esterne sono spesso ingannevoli.
Spesso mi vengono chiesti chiarimenti circa il mio metodo analitico o psicoterapeutico.
Non posso rispondere in modo univoco: la terapia è diversa per ogni caso.
Quando un medico mi dice che segue rigorosamente questo o quel metodo, ho i miei dubbi  sull’efficacia della sua terapia.
E’ stato scritto tanto sulla resistenza che oppone il malato, da far sembrare quasi che il medico voglia tentare di imporgli qualcosa, mentre la cura dovrebbe provenire dal malato stesso.
La psicoterapia e l’analisi variano tanto quanto gli individui umani.
Per quanto mi è possibile tratto ogni paziente come caso individuale, perché la soluzione del problema è sempre individuale.
Una verità psicologica è valida solo se si può anche capovolgere: una soluzione che può essere fuori questione per me, potrebbe essere quella giusta per qualcun altro.
Naturalmente un medico deve avere familiarità con i cosidetti “metodi”; ma deve guardarsi dall’applicarli in modo stereotipato.
Secondo me avendo a che fare con individui, ciò che importa è solo la comprensione dell’individuo. Abbiamo bisogno di un linguaggio diverso per ogni paziente.
L’importante è che io mi ponga dinanzi al paziente come un essere umano di fronte un altro essere umano: l’analisi è un dialogo, che richiede due interlocutori.
L’essenza della psichiatria non consiste nell’”applicare un metodo”, il solo studio della psichiatria non è sufficiente….mi resi conto che non potevo curare le psicosi latenti se non capivo il loro simbolismo, e fu allora che mi misi a studiare la mitologia (alchimia e culti di varie culture).
Bisogna che il paziente riesca a comprendersi come individuo.
L’anima è certamente più complessa e inaccessibile del corpo: rappresenta, per così dire, quella metà del mondo che perviene all’esistenza solo quando ne diventiamo coscienti.
Per questa ragione la psiche costituisce un problema non solo personale, ma universale, e lo psichiatra ha a che fare con un intero mondo.
Oggi possiamo vedere, come mai in passato, che il pericolo che ci minaccia tutti non deriva dalla natura, ma dall’uomo, dall’anima dell’individuo e dalla massa.
Il vero pericolo è nell’aberrazione psichica dell’uomo.
Lo psicoterapeuta non deve solo capire il paziente; è importante che capisca  anche se stesso.
Il trattamento del paziente comincia, per così dire, dal medico; solo se questi sa far fronte a se stesso e ai suoi problemi, sarà in grado  di proporre al paziente una linea di condotta.
…il medico deve imparare a conoscere la propria anima e a prenderla sul serio: se egli non sa farlo, non potrà apprenderlo neppure il paziente. Questi perderà una parte della sua che non ha imparato a conoscere.
Nelle grandi crisi della vita, nei momenti supremi, quando è in gioco l’essere o non essere, i piccoli trucchi suggestivi non servono: in quei casi il medico è chiamato in causa con tutto il proprio essere.
Come medico devo costantemente chiedermi che specie di messaggio il paziente mi  reca. Che cosa significa per me?
Solo quando il medico è interessato la sua azione è efficace. “Solo il medico ferito guarisce”. Ma se il medico si rinchiude nell’ambito professionale come in una corazza, non ha efficacia.
Spesso accade che il paziente sia proprio il medicamento adatto per il punto debole del medico; quindi situazioni difficili possono presentarsi anche per il medico, o piuttosto proprio per lui.
Il mio consiglio agli analisti è sempre : “Abbiate un confessore o una madre a cui confessarvi”.
Le donne sono particolarmente dotate per questo compito. Spesso hanno eccellenti intuizioni e un senso critico penetrante, e sanno vedere che cosa gli uomini nascondono in sé, e a volte sanno penetrare anche nei meandri della loro anima. Scorgono aspetti delle cose che agli uomini sfuggono.
Non cerco mai di convertire i miei pazienti a qualcosa, e non esercito mai alcuna pressione. A me importa soprattutto che il paziente possa realizzare la sua personale visione delle cose.
Ho spesso visto persone diventare nevrotiche per essersi appagate di risposte inadeguate o sbagliate ai problemi della vita. Cercano la posizione, il matrimonio, la reputazione, il successo esteriore o il denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando  hanno   ottenuto ciò che cercavano. Persone del genere di solito sono confinate in un orizzonte spirituale troppo angusto.
La loro vita non ha un contenuto sufficiente, no  ha significato.
Se non riescono ad acquistare una personalità più ampia, generalmente la loro nevrosi scompare.
Per questo motivo ho sempre attribuito la massima importanza all’idea di sviluppo.
La maggior parte dei miei pazienti non consisteva di credenti, ma di persone che avevano perduto la fede. Venivano da me le “pecorelle smarrite”.
Persino al giorno d’oggi il credente ha la possibilità, nella sua chiesa, di vivere i simboli.
Si pensi all’esperienza della messa, del battesimo, dell’imitatio Christi, e a molti altri aspetti della religione.
Ma vivere e sperimentare dei simboli presuppone una partecipazione vitale da parte del credente, e molto spesso oggi questa manca.
Nei nevrotici è praticamente sempre assente. In tali casi dobbiamo osservare se l’inconscio non porti alla superficie spontaneamente i simboli per colmare questo vuoto. Ma rimane sempre impregiudicata la questione se colui che ha tali visioni o sogni sia capace anche di  intenderne il significato e di assumerne le conseguenze.
Le resistenze –specie quando sono ostinate- meritano considerazione, perché spesso rappresentano avvertimenti che non devono essere trascurati. La medicina risanatrice può essere un veleno che non tutti sopportano, o una operazione che – se controindicata – può risultare fatale.
Quando si tratta di un’esperienza interiore, che riguardi il nucleo della propria personalità, molti si sentono presi da timore, e molti fuggono via.
Il rischio dell’esperienza interiore, l’avventura dello spirito, è in ogni caso estranea a molti esseri umani, per i quali l’eventualità che una tale esperienza possa avere una realtà psichica è come un anatema.
Nella sua vita un medico, grazie alla sua attività professionale, fa incontri che sovente hanno un significato anche per lui. Incontra personalità che – per loro fortuna o sfortuna- non eccitano mai l’interesse del pubblico, e nondimeno, o forse proprio per questo motivo, posseggono qualità eccezionali o sono destinate ad affrontare sviluppi e catastrofi senza precedenti.
A volte sono persone di straordinario talento, e tali che potrebbero benissimo indurre un’altra persona a dare la vita per loro: ma il loro talento può essere radicato in una disposizione psichica così stranamente sfavorevole, che non possiamo dire se si tratti di un genio o di uno sviluppo frammentario.
Non di rado anche in circostanze inverosimili fioriscono rari boccioli dell’anima che non avremmo mai supposto di incontrare nella pianura della società.
Il rapporto consiste, dopo tutto, in un raffronto costante e in una mutua comprensione, nella contrapposizione dialettica di due realtà psichiche opposte.
Se queste reciproche impressioni non si urtano fra loro, il processo psicoterapeutico resta inefficace, e non produce alcun cambiamento.
Tra i così detti nevrotici dei nostri tempi ve ne sono molti che in altre epoche non  lo sarebbero stati, non sarebbero stati cioè in discordia con se stessi. Se fossero vissuti in un’epoca e in un ambiente nel quale l’uomo ancora dipendeva, grazie ai miti, dal mondo ancestrale, e quindi dalla natura sperimentata realmente e non vista solo dall’esterno, si sarebbero risparmiata questa frattura co se stessi.
Parlo di coloro che non possono tollerare la perdita del mito, che non riescono a trovare la via di accesso verso un mondo soltanto esteriore, un mondo come è visto dalla scienza, e non si soddisfano con intellettualistici giochetti di parole, che non hanno nulla a che vedere con la saggezza.
Queste vittime della dicotomia psichica dei nostri tempi sono solo “nevrotici condizionati”, il cui apparente stato patologico cessa non appena si colma il vuoto tra l’io e l’inconscio.
Il medico che non conosce per sua diretta esperienza l’effetto “numinoso” degli archetipi, difficilmente saprà sfuggire ai loro effetti negativi, trovandoseli di fronte nella sua clientela; sarà indotto a sopravalutarli o a sottovalutarli, avendone solo un concetto intellettuale, ma non un termine di paragone empirico.
Dai miei incontrai con i pazienti, e dalla loro contrapposizione con i fenomeni psichici che essi hanno rappresentato, in un’inesauribile successione di immagini, ho appreso moltissimo –non proprio come conoscenza scientifica, ma soprattutto come intuizione della propria natura; e non poco di ciò che ho imparato lo devo a errori e sconfitte.
Ho avuto specialmente da analizzare donne, che spesso affrontano il lavoro con straordinaria coscienziosità, comprensione e intelligenza.
Devo principalmente a loro se ho potuto incamminarmi per nuove vie nella terapia.
Alcuni miei clienti divennero miei discepoli nel vero senso della parola, e diffusero le mie idee nel mondo.
I  miei pazienti e analizzandi mi hanno portato così vicino alla realtà umana che mi hanno costretto ad apprendere cose essenziali.
Gli incontri con la gente più varia, e di tanto differenti livelli psicologici, sono stati per me incomparabilmente più importanti di episodiche conversazioni con celebrità.
I colloqui più belli e significativi della mia vita furono anonimi.





Il Centro, il Cerchio, la Ruota. Simbologia

Il Centro è l'origine il punto di partenza di tutte le cose, il punto principale senza forma e senza dimensione, dunque invisibile, e di conseguenza, la sola immagine che sui possa dare dell'Unità primordiale.
Da esso sono prodotte, per irradiazione, tutte le cose, come l'unità produce tutti i numeri senza che la sua essenza ne venga intaccata o modificata in alcuna maniera.
Abbiamo un parallelismo tra simbolismo geometrico e simbolismo numerico, tanto che possono essere usati in maniera intercambiata.
L'unità aritmetica non è l'Unita metafisica, ne è solo una figura, ma una figura nella quale non c'è niente di arbitrario, poiché esiste tra l'una e l'altra una relazione analogica reale, ed è questa relazione che permette di trasporre l'idea dell'Unità oltre l'ambito della quantità, nell'ordine trascendentale.
Il punto centrale rappresenta l'Essere puro, il Principio; lo spazio che esso empie del suo irradiamento e non esiste che per questo stesso irradiamento (il Fiat Lux della Genesi), senza il quale lo spazio non sarebbe che privazione e nulla, è il Mondo nel senso più ampio della parola, l'insieme di tutti gli esseri e di tutti gli stati di esistenza che costituiscono la manifestazione universale.
La rappresentazione di tutto ciò è è il punto al centro del cerchio: il punto è l'emblema del Principio, il cerchio quello del Mondo. Noi e l'Universo
Talvolta il  punto è circondato da cerchi concentrici che sembrano rappresentare i diversi stati o gradi dell'esistenza manifesta, disposti gerarchicamente secondo la loro lontananza o vicinanza dal Principio primordiale.
Associabile anche al sole, perchè esso nell'ordine fisico è realmente il Centro o il Cuore del Mondo, esso da punto di vista di tutte le tradizioni antiche, è in sè soltanto un simbolo visibile dagli esseri umani del vero Centro del Mondo, che è il principio divino.
Una circonferenza non potrebbe esistere senza il suo centro, mentre quest'ultimo è del tutto indipendente, tale rapporto può essere raffigura tramite i raggi che partono dal centro e toccano la circonferenza.
Una delle figure più consuete è il cerchio con due diviso da quattro raggi che formano una croce, questo simbolo rappresenta varie cose: diversi periodi o fasi in cui si divide il ciclo, tale divisioni può essere considerata con metri diversi a seconda che si tratti di cicli più o meno estesi.
Per esempio limitandosi al solo ordine dell'esistenza terrestre si possono considerare:
I quattro momenti principali della giornata, le quattro fasi della lunazione, le quattro stagioni dell'anno ecc;
oltre questi secondo la concezione che ritroviamo nelle tradizioni dell' India, dell'America centrale e in quelle dell'antichità greco-latina, le quattro ere dell'umanità.
Troviamo poi ruote a sei o otto raggi come la rotella celtica che incontriamo anche nei paesi orientali dove la ruota prende il nome di chakra.
C'è una stretta connessione tra la ruota a sei raggi e e il monogramma di Cristo che si differisce perchè la ruota intorno alla figura non viene tracciata ( ma secondo delle mie letture precedenti, sostituita a volte nelle effigi dall'aureola nda).
La ruota essendo prima di tutto simbolo del Mondo, nel linguaggio simbolico dell'India si parla costantemente di "ruota delle cose" o di "ruota della vita" , si parla anche "ruota della legge", anche lo Zodiaco è una ruota, a dodici raggi, e il suo nome in sanscrito significa "ruota dei segni" ma potrebbe essere tradotto in "ruota dei numeri"
Il Centro è innanzitutto un punto di partenza e un punto di arrivo, tutto è generato da esso ed esso deve ritornare; poiché tutte le cose esistono grazie al Principio e non esisterebbero senza di esso, dev'esserci tra essi un legame permanente, raffigurato dai raggi che uniscono il centro con tutti i punti della circonferenza, tali raggi possono essere percorsi in entrambi i sensi dal centro alla circonferenza e da quest'ultima verso il centro.
Si direbbero due fasi complementari una di movimento centripeto e una centrifugo, queste due fasi possono essere paragonate alla respirazione secondo un simbolismo al quale si riferiscono spesso le dottrine indù, tra l'altro vi si trova una notevole analogia con la funzione fisiologica del cuore; infatti il sangue parte dal cuore, si diffondo in tutto l'organismo vivificandolo, poi ritorna ad esso (come in alto, così in basso)
Questa ultima rappresentazione corrisponde esattamente all'idea che dobbiamo farci di Centro del Mondo nella pienezza del suo significato.
Il ritorno al "Centro" nelle dottrine orientali è la rappresentazione simbolica del Centro del Mondo come centro Spirituale dentro di noi.
Il Centro è al tempo stesso il principio e la fine di tutte le cose, è secondo un simbolismo molto conosciuto l'alpha e l'omega o meglio ancora è il Principio il Mezzo e la Fine quindi per eccellenza è il simbolo del Verbo che è realmente il vero 'Centro del Mondo'.
"Simboli della scienza sacra" di R. Guenon

Bardo Thodol questo post è l'analisi  junghiana del "Libro dei morti"  orientale e vi è una descrizione metafisica della "Ruota della vita"

martedì 24 settembre 2013

Evoluzione tecnologica: Involuzione dell'essere umano

Molto spesso, nei miei discorsi, ho ipotizzato un'involuzione dell'essere umano creata dall'evoluzione della tecnologia... sembrerebbe un paradosso e effettivamente spesso lascio che la conversazione slitti a temi diversi perché sovente non viene interpretata nel suo autentico significato.
Credo che la tecnologia sia stata creata ad oc per diminuire la capacità del cervello ad attingere a tutti quegli strumenti naturali che portavano, in epoche passate, al raggiungimento di obbiettivi pratici o intellettuali senza l'aiuto di strumenti multimediali.
I nostri cervelli stanno atrofizzando e l'essere umano sta sempre più rinunciando a "sentire" se stesso.
La mente umana è ormai piena di informazioni massive e stereotipate che impediscono di avere quelle curiosità intuitive e costruttive rivolte a tematiche inusuali... per meglio dire "fuori dal sistema".
Siamo come contenitori già pieni in cui non entra più nulla, più nulla che non sia "indottrinato" da chi muove le fila della "programmazione sociale".
Credo che la vera evoluzione personale sia il risveglio da questa uniformità massiva, e il  ritorno al contatto con sé stessi e con la natura.
L'abbandono di quegli schemi che portano a uniformarci con la massa creata simil-zombie incatenata alla sola materia senza alcuna introspezione.
Un po' come un oblio di chi non vuol vivere le vere sensazioni della vita ma non fa altro che sopportare lo stress che dà la fittizia felicità del successo economico dimenticando se stesso e ciò che è davvero importante come gli affetti e il tempo trascorso in libera serenità, ascoltando se stessi e la natura nelle sue manifestazioni.
Molto spesso sento la gente lamentare uno stato di malessere anche se in ambito materiale ha raggiunto ottimi obbiettivi, sempre, succede che le persone siano scontente di qualcosa, questo perché sotterrate nei meandri della loro psiche c'è una parte molto profonda che cerca di liberarsi ma ci sono persone che hanno messo troppe barriere mentali (pensando che sia giusto così) per ascoltare quella parte di sé ancora legata ai veri valori della vita che portano all'individuazione di sé stessi.
Leggendo il libro "Ricordi, sogni, riflessioni" di C.G.Jung ho trovato questa sua dichiarazione che calzava perfettamente con questo mio pensiero:
"Le nostre anime, come i nostri corpi, sono composte di elementi individuali che erano già presenti nella catena dei nostri antenati. La «novità» della psiche individuale è una combinazione variata all'infinito di componenti antichissime. Il corpo e l'anima hanno perciò un carattere eminentemente storico e non si trovano a loro agio in ciò che è appena sorto, vale a dire, i tratti ancestrali si trovano solo in parte a casa loro.
Siamo ben lungi dall'aver lasciato dietro di noi il medioevo, l'antichità classica e l'età primitiva, così come pretenderebbe la nostra psiche. Siamo invece precipitati nella fiumana di un processo che ci proietta verso il futuro con una violenza tanto maggiore quanto più ci strappa alle nostre radici. Ma se si apre una breccia nel passato esso per lo più crolla, e non c'è più nulla che trattenga. Ma è proprio la perdita di questo legame, la mancanza di ogni radice, che genera tale «disagio della civiltà» e tale fretta che si finisce per vivere più nel futuro e  nelle sue chimeriche promesse di un'età dell'oro che nel presente, a cui del resto la nostra intima evoluzione storica non è neppure ancora arrivata.
Ci precipitiamo sfrenatamente verso il nuovo, spinti da un crescente senso di insufficienza, di insoddisfazione, di irrequietezza.
Non viviamo più di ciò che possediamo, ma di promesse, non viviamo più nella luce del presente, ma nell'oscurità del futuro, in cui attendiamo la vera aurora.
Ci rifiutiamo di riconoscere che il meglio si può ottenere solo al prezzo del peggio.
La speranza di una libertà più grande è distrutta dalla crescente schiavitù allo Stato, per non parlare degli spaventosi pericoli ai quali ci espongono le più brillanti scoperte della scienza.
Quanto meno capiamo che cosa cercavano i nostri padri e i nostri antenati, tanto meno capiamo noi stessi, e ci adoperiamo con tutte le nostre forze per privare sempre più l'individuo dalle sue radici e dei suoi istinti, così che diventa una particella della massa, e segue solo ciò che Nietzsche chiama lo «spirito di gravità».
I miglioramenti che si realizzano col progresso, e cioè con nuovi metodi o dispositivi, hanno una forza di persuasione immediata, ma col tempo si rivelano di dubbio esito e in ogni caso sono pagati a caro prezzo.
In nessun modo contribuiscono ad accrescere l'appagamento, la contentezza, o la felicità dell'umanità nel suo insieme.
Per lo più sono addolcimenti fallaci dell'esistenza, come le comunicazioni più veloci che accelerano il ritmo della vita e ci lasciano con meno tempo a disposizione di quanto non ne avessimo prima.
Omnis festinatio ex parte diaboli est: tutta la fretta viene dal diavolo, come erano soliti dire i vecchi maestri.
Le riforme che si realizzano col ritorno al passato, invece, sono di regola meno costose e inoltre più durature, perché esse ci riportano alle più semplici e provate vie del passato, e richiedono il più parsimonioso uso di giornali, radio e  televisione, e di tutte le novità che si pensa ci facciamo guadagnar tempo."
Aggiungerei guadagnare tempo per riempirlo con qualcosaltro e altro ancora così da non avere più il contatto con la parte più profonda di noi e non ascoltarsi più... Ecco perché in giro c'è gente sempre più malata ma di successo....

martedì 10 settembre 2013

MUSICOTERAPIA: la musica, i suoi e il loro effetto curativo


Dopo la vista, l’udito è la percezione sensoriale più importante dell’uomo. Prima di vedere la luce del  mondo, per mezzo dell’orecchio (che è già perfettamente formato a quattro mesi di gravidanza) nel grembo materno siamo in grado di sentire i rumori: impariamo a distinguere la voce della mamma, i sentimenti che riusciamo ad immaginare dal suono, la voce paterna che imprimiamo nella mente in quanto parla frequentemente con la mamma.
Da quanto ascoltiamo, capiamo se si tratta di situazioni per noi sgradevoli o gradevoli, eccitanti o noiose, innocue o pericolose.
Già tra il quarto e il quinto mese di gestazione i bimbi reagiscono quindi in modo molto differenziato alla musica: si calmano in presenza di melodie dolci e rasserenanti  anche i bimbi più irrequieti o si agitano in presenza di melodie eccitanti anche i bimbi più tranquilli.
I rumori, i suoni, le melodie incideranno sulla nostra vita anche in seguito.
Le orecchie sono un organo che non è possibile chiudere, contrariamente agli occhi: persino nel sonno siamo in grado di sentire, sebbene il nostro cervello sia in grado di distinguere i suoni che indicano un pericolo e che richiedono una reazione, da quelli innocui i quali, al fine di non disturbare il riposo notturno, è meglio che non raggiungano la nostra coscienza.
La comunicazione con l’ambiente che ci circonda avviene prevalentemente attraverso i suoni sotto forma di linguaggio e musica.
Infatti la comunicazione parlata tra due persone non serve unicamente alla reciproca comprensione perché, oltre a trasmettere comunicazione, affinità,  affetto e disponibilità emotiva, rende possibile anche lo scambio di sentimenti a livello verbale.
L’espressione delle emozioni attraverso la musica avviene in maniera assai più diretta: essa riesce ad aggirare “il filtro logico e analitico della razionalità e a creare un accesso diretto ai sentimenti e alle passioni più profonde”.
In questo modo essa richiama spesso alla memoria ricordi piacevoli di avvenimenti accaduti, oppure esprime i bisogni non soddisfatti del momento presente, deliziandoci con i ricordi o facendoci sognare.
Risulta che i suoni riescono a d agire sulla nostra coscienza, tanto da arrivare a poterla manipolare. Questo può essere utilizzato terapeuticamente:
la musica ritmica ci eccita e ci coinvolge, mentre i suoni dolci che si susseguono lentamente agiscono su di noi svolgendo un’azione calmante rilassante (io aggiungerei equilibrante).
Alcuni brani ci suscitano malinconia, altri invece trasmettono allegria e ci distolgono dagli stati d’animo cupi.
Di solito la musica sacra eseguita con l’organo e cantata con i cori suscita gioia, mentre le sequenze monotone di canti ripetitivi ci fanno cadere in un vero stato di trance.
Oltre a brani musicali ci sono i suoni della natura che generalmente vengono mischiati per creare melodie rilassanti.
Esistono i cosidetti suoni  definiti Binaural Beats, attraverso i quali il cervello viene stimolato attraverso il loro ascolto in cuffia, i suoni sono trasmessi ad altezze differenti nell’orecchio sinostr e nell’orecchio destro questo per stimolare il cervello a compensare la differenza tra le due frequenze, cosichè i due emisferi vibrano con la medesima frequenza (sincronizzazione dei due emisferi); in questo modo non solo migliora la coordinazione tra l’emisfero destro e sinistro (quindi tra sentimento e intelletto), ma è possibile produrre qualsiasi onda celebrale si desideri. Si possono con questa tecnica produrre sia stati alpha che theta (sopore e quiete profonda).
Se il processo uditivo attraverso l’orecchio trasforma le onde sonore in impulsi che vengono poi trasmessi al cervello, nel corpo esse si propagano per mezzo dell’alto tasso di acqua in esso contenuto, e mettono in vibrazione i tessuti penetrati.
Così facendo, esse massaggiano dolcemente e più o meno profondamente il corpo a livello molecolare.
Si parla quindi di un effetto risonanza, un processo di vibrazione che non dipende dal gusto personale verso il tipo di suono ma agisce a prescindere.
La bioenergetica  definisce la malattia un’energia contenuta nel corpo nel punto e nel momento sbagliato, cosa chiaramente avvertita nel caso di dolore acuto.
In modo analogo si parte dal presupposto che ciascun organo e tessuto  possiedano una frequenza propria secondo la quale essi sono soliti vibrare, il disturbo corporeo può essere considerato anche suono sbagliato nel punto sbagliato.
Mettendo quindi in vibrazione un punto bloccato del corpo, vi si provoca una stimolazione: esso inizia a vibrare secondo la frequenza esterna, per tornare successivamente alla sua frequenza personale armonica.
Purtroppo al giorno d’oggi non si conoscono le frequente specifiche di risonanza dei singoli organi e tessuti, cosichè tutto dipende solo dagli esperimenti e dalle percezioni.
Alcuni strumenti suonati alla distanza di alcuni metri provocano un vibrazione del corpo che viene avvertita più o meno chiaramente.
Si tratta in particolare di alcuni tipi di tamburi ed alcuni strumenti etnici come le campane tibetane e il didgeridoo australiano.
Le prime possono essere poggiate direttamente sulla zona del corpo e cercare di provocare una vibrazione in quel punto particolare, il suono della campana tibetana aleggia nell’aria e penetrano il corpo esercitando benessere psichico e fisico.
Il secondo è uno strumento che emette un suono particolare simile a quello degli scaccia pensieri il suono uah-uah passa dentro le ossa e al contempo svolge un’azione terapeutica che può essere potenziata inondando di suono le parti malate del corpo suonandoci sopra.
Un altro metodo consiste nel lavorare col diapason. Oltre ad ascoltare e ricantare meditativamente il suono che essi producono, li si può appoggiare sulle zone bloccate del corpo affinche essi vi trasmettano la loro vibrazione.
Un altro modo per far vibrare il corpo fisico con l’aiuto dei suoni consiste nel cantare gli armonici.
Il canto degli armonici costituisce una tecnica molto particolare, per mezzo della quale vengono generati il maggior numero possibile di armonici. Al contempo si cerca di arrivare  alla maggior risonanza possibile della voce del corpo (il canto dell’OM)
Questo tipo di canto trasmette quiete interiore, sicurezza e maggiore sensibilità nei confronti dei rumori esterni. Esso possiede anche proprietà terapeutiche.
I suoni permettono di sciogliere i blocchi in materia fine, quindi hanno un grande potere terapeutico nella cura dei chakra.

 

Fonte " Terapie Esoteriche" di Dietmar Kramer 

lunedì 2 settembre 2013

Yin e Yang


Yin e Yang e il ciclo dei mutamenti:
Originariamente, Yang significava la parte di collina illuminata dal sole e rappresentava il concetto di luce e di calore, mentre Yin si riferiva alla parte ombrosa che conteneva il concetto di oscurità e di freddo.
Da questa rappresentazione derivò una concezione filosofica che cercava di spiegare, per mezzo di due polarità contrastanti, il processo naturale del perenne mutamento.
In questo caso lo Yang rappresenta il principio attivo e viene associato a termini come iniziativa, movimento, eccitazione e calore, mentre lo Yin incarna il principio passivo, che indica quiete, immobilità, ricettività e freddo.
Dunque è possibile considerare espressioni di Yin e Yang tutte le polarità a noi note:
maschile/femminile, giorno/notte, sole/luna, cielo/terra, coscienza/inconscio, ratio/emotio, spirito/ materia, pienezza/vuoto e così via.
Tuttavia i due principi non rappresentano due entità puramente contrastanti che si fronteggiano staticamente, ma sono l’espressione di un processo di perpetuo cambiamento e mutamento.
Yang inizia, Yin porta l’impulso Yang alla sua realizzazione: Yang comincia, Yin completa.
Tuttavia, anche in questo caso nulla è statico, perché Yin e Yang evolvono l’uno nell’altro.
Nel ciclo della natura, il giorno muta nella notte e la notte nel giorno, la calura dell’estate nel feddo dell’inverno….
Per ogni cosa in alto ce ne deve necessariamente essere una in basso, per ogni cosa dentro una fuori….
Tuttavia, anche lo Yang contiene una componente Yin, così come lo Yin contiene una componente Yang.
Questo concetto viene rappresentato per mezzo della monade cinese, secondo la quale nel campo bianco dello Yang si trova un punto nero Yin ed in quello Yin un punto bianco Yang.
Il simbolo, però significa molto di più: infatti, la linea curva di demarcazione non divide semplicemente il cerchio in due parti uguali, ma fa si che le due componenti entrino profondamente l’una nell’altra, alludendo così al fluire dinamico e costante dello Yin dentro lo Yang:
esse si creano, si controllano e si trasformano l’uno con l’altro.
Fonte “Terapie esoteriche” di Dietmar Kramer

Secondo me una delle spiegazioni più esaudienti semplici e complete mai lette sul simbolo del Tao. Per questo nulla da aggiungere....
 
 

L’ACQUA



I Templi di culti passati spesso venivano generati su fonti di acqua sorgiva, nate sui Pozzi druidici.
Questo perché si entrava in contatto con queste sorgenti, con queste acque; il più intimo contatto con la Maria sotterranea che rende l’uomo terso cristallino e vergine.
Non è nuovo il fatto che all’ingresso di un tempio fossero previste le abluzioni, che permettevano di togliere all’iniziato, mediante la capacità magnetica dell’acqua e la collaborazione vigile del purificando, tutte le impurità che l’iniziato aveva raccolto inevitabilmente durante il vivere quotidiano.
H2O Acqua; la formula chimica di una molecola d’acqua due atomi di idrogeno e un di ossigeno.
L’alchimia madre-padre della chimica, conferma questa composizione che completa con un’aggiunta: il fuoco.
Cioè nella molecola dell’acqua, oltre alle due componenti atomiche, c’è una terza cosa il fuoco.
Che vuol dire?
Che l’acqua è animata da una sostanza ignea , che può essere paragonata allo “spirito”, che in essa dimora patentemente e, quando viene attivata da questo quid, essa si mostra come acqua ardente, alchemicamente si intende il raggiungimento dell’equilibrio maximo, perché l’acqua è matrimonializzata dal fuoco.
Ecco perché glia antichi davano una cosi forte importanza alle sorgenti, alla loro vitalità, alla loro potenza energetica e perché su ognuna di esse o nelle vicinanze,  erigevano dei luoghi di culto.
Tra l’altro tutte le sacre architetture gotiche, vennero costruite su pozzi druidici già preesistenti: aree sacro-sacerdotali di religioni celtico-ariane.
La forza nascente dalle acque è idealizzata dai greci con Afrodite e dai romani con la Venere, e simboleggia la forza dell’Amor nascente.
E’ la forza dell’Amore, di quel fuoco (Fuoco Sacro), invisibile rispetto all’Idrogeno e all’Ossigeno di nostra signora molecola d’Acqua.
L’acqua che vediamo all’interno della terra ha una valenza ben precisa con le acque all’interno di noi, terra appunto, volendo usare il linguaggio dell’Arte alchemica.
Solo dalle nostre acque può nascere in noi quella Venere, o quella Maria che avvolta dagli abiti del nostro quotidiano travaglio urla, insentita , la sua verginità e la sua capacità di generare la divinità in noi.
Senza la verginità dell’acqua(Maria) nulla può nascere.
Se paragoniamo il nostro corpo emotivo all’acqua, sarà interessante vedere l’uso che faremo di quest’acqua, e i rapporti che intercorrono tra questo e quella: la quale acqua, per assonanza, potrà essere utile per curare le nostre malattie, intese come impedimento per la nostra ascesi, o realizzazioni di se stessi, o raggiungere, qui e ora, del Paradiso, o conquista dell’immortalità dell’anima, o ricongiunzione con Dio, dal quale ci dipartiamo per divenire una moltitudine.
Alla base l’acqua servirà per la purificazione, per ritornare perfetti come alle origini, ma con più coscienza della biblica caduta, vissuta alla fine solo come sogno.
In noi dovrebbe far sorgere una coscienza ideale, speciale, straordinaria, capace di attrarre a sé tutte le cose, capace di farci vivere qui e ora, e dentro soprattutto, quella fides , fiducia che ha fatto dire al Messia venuto:
“Tutto quello che domandate, abbiate fede di averlo ottenuto, e vi sarà accordato”
Un lavoro alla nostra portata, che possiamo tentare, è quello di assimilarci alla sostanza acqua, comportarci come l’acqua ( e in fondo non siamo già costituiti dal 70% di essa?).
Comportarci come l’acqua significa acquisire la capacità di adattarci ad ogni circostanza, ad ogni tipo di contenitore; tenendo presente che la forma è oltremodo rigida ed è molto difficile adattarsi ad essa.
Mi riferisco alla più o meno riconosciuta rigidità di noi stessi nei confronti della nostra interiorità;
“rigidità” che viene meno, se ci comportiamo come le acque.
Proviamo ad essere adattabili come l’acqua in ogni momento del nostro vivere, forse qui risiede il pensiero dell’accettazione.
Uno stralcio dal Libro dei Mutamenti  (I Ching), testo sacro e sapiente della Tradizione cinese:
“L’acqua scorre ininterrottamente e arriva a meta… Così il nobile incede in durevole virtù ed esercita l’arte dell’insegnante….
L’acqua è durevole nel suo correre; così il nobile è durevole nella sua virtù…”
Rendendo questa frase nostra: “Scorriamo ininterrottamente per arrivare alla meta e, possiamo essere sempre durevoli nelle nostre virtù…”
Fonte “Roma segreta e pagana” di C. Monachesi

In alchimia uno degli arcana più frequenti e più importanti è la cosidetta acqua permanens, che secondo l’unanime testimonianza dell’alchimia più antica e più recente, è un aspetto di Mercurio.
Di questa “acqua divina” ci parla Zosimo:
“Questo è il grande e divino mistero, ciò che è cercato. Esso è infatti il Tutto. E da esso il Tutto e attraverso di esso è il Tutto. Due nature, un’essenza. Ma una (essenza) attira l’una. E l’una domina sull’una. E’ l’acqua argentea, maschile e femminile, che sempre fugge… essa infatti non è dominata. Essa è il Tutto in tutte le cose. Essa ha la vita e spirito ed è distruttiva.”
L’acqua è tanto l’arcanum dell’alchimia quanto il Mercurius, il Lapis, il filius philosophorum  ecc.
Essa è come questi, un’immagine di totalità e, come vediamo dalla citazione di Zosimo , l’acqua era già tale nell’alchimia greca del III secolo d.C.
 Il testo sotto questo aspetto non lascia dubbi: l’acqua è il Tutto.
E’ l’hydrargyrum , l’argento vivo, non però l’argento vivo comune, che l’alchimia latina distingueva come Mercurius crudus  dal Mercurius non vulgi.
In Zosimo l’argento vivo e spirito.
L’alchimia intesa come processo psichico codificato con proiezioni è la chiave per capire cosa intende Zosimo nella sua opera:
Il Tutto di Zosimo è un microcosmo, il tutto o l’intero nella più piccola particella di materia, e si trova perciò in ogni  cosa animata e inanimata. Poiché il microcosmo è identico al macrocosmo, l’uno attrae l’altro, così che si produce una sorta di apocatastasi, una reintegrazione di tutti gli individui nell’unità originaria.
Così che il piccolo uomo, il singolo, diventa il “grande uomo”, l’homo maximus o l’Anthropos, ossia il Sé.
L’equivalente morale della trasmutazione fisica in oro è l’autocoscienza.
“Calma il tuo corpo e addomestica le tue passioni, e comportandoti così, chiamerai a te il divino, e in verità il divino che è ovunque verrà a te.
Ma se tu conoscerai te stesso, allora tu conoscerai il Dio, che veramente è uno.”
Fonte “L’albero filosofico” C.G.Jung

L’acqua è vita
L’acqua è esempio di delicatezza e forza al tempo stesso
L’acqua è nutrimento
L’acqua ci cura grazie alla sua memoria, e E.Bach ha intuito che essa poteva "registrare"  le caratteristiche vitali dei fiori per riequilibrare i nostri squilibri energetici dell’anima che conducono alle malattie…
L’acqua è in noi, la rigidità è un’illusione, noi siamo per il 70% acqua.....
Dovremmo imparare molto dall'acqua, il suo adattarsi, la sua flessibilità, il suo essere limpida e cristallina...

martedì 27 agosto 2013

AMORE ARTE E FEDE


AMORE ARTE E FEDE
Sono le tre qualità dell’anima che attengono al cuore, nello specifico cabalistico a Tiferet, cioè BELLEZZA che compare sul diagramma dell'Albero Sefirotico, in quanto questa non è valutata solo con le caratteristiche armoniche del corpo fisico, ma con quelle ben più immortali ed interiori del nostro corpo glorioso, che siamo tenuti a costruire nella vita materiale: come si si legge nel Libro dell’Uscire Verso la Luce del Giorno, meglio conosciuto come Libro dei Morti degli egizi: “la nascita del bambino in noi è preludio di quest’uomo nuovo, in possesso di questo corpo di luce”.
Non è una coincidenza che le tre parole chiave che si attengono all’attivazione del cuore, nella lingua ebraica, inizino con la lettera Alef, la lettera madre per eccellenza, associata al cuore dell’uomo:

AHAVA – OMANUT – EMUNA’: AMORE – ARTE – FEDE.
L’amore, innanzi tutto, sarà la luce ininterrotta che guiderà  i nostri passi sul sentiero.
L’amore secondo i parametri cabalistici è luce ; se ci ricordassimo ogni momento di questo parallelo, cadrebbero da noi i gusti orridi di associare l’amore a qualche blanda sensazione che di poco supera la cintola o, ancor più, prodotta dalle sole convinzioni generate dal nostro emisfero celebrare sinistro, che, se mal usato, tende a razionalizzare anche l’area emotiva, con discapito della stessa e dello stesso.
Proviamo ad entrare invece con le nostre coordinate interiori nel processo trasmutativo , dove l’amore è un fatto a cui è strettamente connesso il dare: senza questi  due requisiti non ci può essere emissione di luce e, non solo; la perfezione prevede che questa emissione debba essere incondizionata .

“ Chi dice di essere nella luce e odia suo fratello,
è ancora nelle tenebre.
Chi ama suo fratello rimane nella luce
E non c’è nulla in lui che lo faccia inciampare”
(1Giov.2,9)

Non c’è peggior cosa, nell’uomo avviato verso questi misteri, scoprire che c’è un dare senza riavere: basti pensare alla ricorrente espressione ‘beneficio di ritorno che si ha quando si fa il bene’; ecco comunque svelata la trappola: il miele prodotto dallo zucchero e non dai fiori;
il bene è di questo mondo, il mondo delle energie: l’amore, la luce dell’amore, seppure sia praticabile qui e ora e già del mondo a venire, cioè fa parte di quel paradiso che perdemmo proprio perché la nostra remota madre vide quel frutto che era buono da mangiare.
L’amore può essere paragonato al Fuoco Sacro; se noi siamo il tempio di Dio, noi stessi siamo custodi di questo fuoco.
Questo nostro amore, seppure apparentemente spento, giace intatto sepolto dalla nostra terra.
L’aria nel suo insieme è l’elemento che meglio di ogni altro tende ad unirci, a farci sentire veramente individui che si nutrono medesimamente della stessa cosa.
Anche il Fuoco si spegne senza Aria e se abbiamo pocanzi detto che l’amore incondizionato è paragonato al Fuoco Sacro, l’Aria diventa un elemento fondamentale per alimentare tale fuoco.
RESPIRIAMO LA STESSA ARIA, accorgiamoci di questo e sentiamo quanto questo sia importante, per noi che stiamo su strade infinite, ma tutti diretti verso Una medesima meta.

 


Fonte " Roma segreta e pagana" C.Monachesi

domenica 25 agosto 2013

L'Araba Fenice

"Così per il gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa:
erba né biada in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'ammonio
e nardo e mirra son le ultime fasce"

Volatile mitico, l'airone rosso (in egiziano bojnew, che i greci trascrissero foinix, cioè l'imporporato).
La versione egiziana è la più conosciuta, dove la fenice è l'emblema della giornaliera apparizione del Sole e simbolo della risurrezione di Osiride.
Di essa si narra che ogni 500 anni, avvertendo l'avvicinarsi della morte la fenice si fabbricherebbe in una imprecisata 'Arabia', un gran nido con piante aromatiche, incenso e cassia, nardo e cinnamomo, dove terminerebbe i giorni.
Dalle spoglie poi nasce un verme, che si tramuta in breve nella nuova Fenice, pronta a recarsi in volo ad Eliopoli (città del Sole), per depositare sull'altare del dio Sole il corpo precedente, involto in un bozzolo ovale di mirra.
Gli arabi lo definivano: "L'essere di cui si conosce il nome, ma del quale si ignora il corpo"  .E' alquanto più grossa di un'aquila e al collo ha una ghirlanda di penne, il suo colo è giallo, il becco azzurro, le ali color porpora, la coda gialla e rossa.
Sir John Maunderville dà la seguente descrizione: "In Egitto c'è la città di Eliopoli, in essa sorge un tempio di forma rotonda.... i sacerdoti di questo tempio datano tutti i loro scritti su questo uccello, del quale esiste solo un esemplare al mondo; egli vive 500 anni e al termine della sua vita arriva volando al tempio per trovare sull'altare la sua morte nel fuoco. I sacerdoti adornano il loro altare e vi mettono sopra degli aromi, del fosforo e altre materie infiammabili, e la Fenice cala dall'alto sull'altare, per farsi incenerire.
Il giorno seguente si trova tra le ceneri un baco,
il secondo nasce un uccello,
che il terzo se ne vola via.
(Da notare il ricorrere della morte e della resurrezione e ascesa al cielo dopo tre giorni, di tutte le storie di simboli sacri)
I cinesi dicono che le immagini di questo uccello misterioso  portano felicità alla casa e procurano lunga vita.
La Fenice è un simbolo mistico del mondo: la sua testa è il Cielo, i suoi occhi sono il Sole, il becco la Luna, le sue ali sono il Vento, la sua coda sono le Piante e gli Alberi.
La Fenice egizia aveva simbolicamente in sé qualcosa di arcano, come la Grande Piramide, immagine del Dio imperscrutabile, manifestata dalla legge del Ternario e del Quaternario; la Sfinge, il suo Verbo vivente;
la Fenice, immagine dell'Anima immortale, che varca tutti i mondi con le sue ali secolari.
Questa descrizione ci fa intendere il favoloso uccello come capace di essere presente in più dimensioni, superando ogni limite imposto dallo spazio e dal tempo.
La Fenice come simbolo si può ritrovare sotto diversi aspetti: resurrezione e immortalità, rinascita ciclica.
La Fenice è spesso contrassegnata da una stella per indicare la propria natura celeste della vita nell'altro mondo.
"....Se tu segui la tua stella
non puoi fallire a glorioso porto"
Dante
 
Fonte: "Roma segreta e pagana"  di Claudio Monachesi

mercoledì 21 agosto 2013

L'Amore Universale

Cosa accade se l'amore è cieco e privo di giudizio? Parlo dell'Amore Totale, Universale, dell'amore inteso a un livello superiore di coscienza...
"L'amore da solo non serve a nulla, se non è sostenuto dalla ragione. Un uso appropriato della ragione esige l'espansione della coscienza e un punto di osservazione più elevato che amplifichi l'orizzonte.
Sicuramente anche l'amore è necessario, ma un amore che si accompagni al giudizio e alla ragione.
La funzione di quest'ultima è di illuminare regioni ancora oscure e di condurle alla coscienza attraverso la 'comprensione': regioni che sono fuori, nel mondo circostante, come dentro, nel mondo interno dell'anima.
Più l'amore è cieco  e più esso è preda dell'istinto e portatore di minacce distruttive, poiché esso è una potenza, che necessita di forma e direzione.
Per questo ad esso è congiunto un Logos compensatorio, come una luce che brilla nelle tenebre.
L'uomo non è cosciente di sé stesso agisce in preda dell'istinto ed è ingannato da tutte le illusioni che egli stesso si crea: ciò che in lui è inconscio gli si para dinnanzi come se venisse dall'esterno, ma in realtà è la sua stessa proiezione sul prossimo"
C.G.Jung

L'Amore Totale, l'amore da donare incondizionatamente al prossimo è dato da un fondersi del Sentimento e della Ragione perché non stiamo parlando di un semplice amore passionale tra due persone ma di quell'amore che come diceva Dante "move il sole e l'altre stelle" , che è l'essenza stessa della vita e non può essere semplicemente sentimento istintivo ma qualcosa di più puro forte e costruttivo...
Nell'AniMo Antico

sabato 17 agosto 2013

ZEN; La grande liberazione


“La grande liberazione.  Introduzione al buddhismo ZEN”

Colui per il quale il tempo
E’ come l’eternità
E l’eternità come il tempo 
E’ liberato da ogni lotta.
Jacob Bohme (1575-1642)

Lo zen è il frutto più significativo di quell’albero che ha per radici le raccolte del Canone pàli.
Tutto ciò che sappiamo sulla natura dello zen, risulta che si tratta anche qui di una concezione centrale d’insuperabile singolarità. Questa caratteristica concezione è designata con la parola satori e va tradotta “illuminazione”.

“Satori è la raison d’ètre dello zen. Senza satori, zen non è zen”, dice Suzuki.

Ma satori significa un tipo e una via d’illuminazione alla quale è quasi impossibile che un’europeo arrivi.
Kaiten Nukariya ( professore del collegio buddhista So-to-shu di Tokio) dice a proposito dell’ illuminazione:
“Una volta liberati dalla concezione erronea del Sé, dobbiamo destare la nostra più intima,  pura e divina saggezza, che i maestri dello zen chiamano lo spirito di Buddha  o bodhi  (il sapere attraverso il quale si sperimenta l’illuminazione) o prajna ( la più alta saggezza).
È la luce divina, il cielo interiore, la chiave di tutti i tesori dell’anima, il centro del pensiero e della coscienza, la sorgente dell’influenzamento e del potere, la sede della bontà, della giustizia, della simpatia, della misura di tutte le cose.
Quando questo intimo sapere è pienamente ridesto, siamo in condizioni di comprendere che ciascuno di noi è identico in spirito, essenza e natura, alla vita universale o Buddha, che ciascuno vive con Buddha faccia a faccia, xche ciascuno riceve la zampillante grazia del santificato (Buddha),
che egli ridesta le nostre forze morali, ci apre l’occhio dello spirito, sviluppa il nostro nuovo potere, ci dà una missione, e che la vita non è un mare di nascita, malattia, vecchiaia e morte, nemmeno una valle di lacrime, ma piuttosto il sacro tempio di Buddha, la ‘terra pura’ (sukhavati, la terra della beatitudine), dove possiamo gustare la delizia del nirvana. Allora il nostro spirito sarà completamente mutato. Non saremo più disturbati dall’ira e dall’odio, non saremo più feriti dall’invidia e dall’ambizione, non saremo più afflitti dai dispiaceri e dalle pene, non saremo mai più sopraffatti dalla tristezza e dalla disperazione” Kaiten Nukariya, The Religion of the Samuray.
Fra gli aneddoti e l’illuminazione mistica si spalanca, per il nostro modo di pensare, un abisso, che si può solo tendere a valicare, mai valicare realmente. Si ha qui la sensazione di sfiorare un segreto vero, non immaginario o pretestuale; non si tratta cioè di frasi senza senso, di mistificazioni, ma di un’esperienza che mozza il fiato.
Satori viene come una cosa improvvisa, come una cosa inaspettata.
Lo zen è certamente uno dei fiori più sorprendenti dello spirito orientale fecondato dal prodigioso mondo del pensiero buddhistico.

“Lo zen è senza dubbio uno dei beni più preziosi e sotto molti aspetti uno dei beni spirituali più notevoli di cui sia dotato l’Oriente” Suzuki.

In Occidente il filosofo ha a che fare esclusivamente con l’intelletto che, a sua volta, non ha a che fare con la vita. E chi è “cristiano” non tratta con i pagani. Entro quest’atmosfera occidentale non esiste satori, che è un fenomeno orientale.
Il satori è un accadimento naturale, anzi una cosa talmente semplice che il dettaglio fa perdere di vista l’essenziale, e chi vuole spiegarlo si serve sempre delle parole più adatte a confondere l’interlocutore.
Un maestro ha detto: “ Per chi non abbia ancora studiato lo Zen, le montagne sono montagne e le acque, acque. Ma se riesce a intuire la verità dello zen attraverso l’insegnamento di un buon maestro, allora per lui le montagne non sono più montagne e le acque non sono più acque; ma più tardi, quando avrà realmente raggiunto il luogo della pace (il satori), allora le montagne ritorneranno ad essere montagne per lui e le acque, acque”
L’illuminazione comporta un’intuizione della natura del Sé ed è un’emancipazione della coscienza da un concetto illusorio del Sé. L’illusione sulla natura del Sé  è la solita confusione tra Io e il Sé.
Nukariya intende per Sé il Buddha totale, cioè semplicemente una totalità di coscienza della vita.
Pan Shan dice: “La luna dello spirito (mind) comprende l’intero universo nella sua luce; E’ vita cosmica e spirito cosmico (spirit) e al tempo stesso vita individuale e spirito (spirit) individuale”.
In qualunque modo si voglia definire il Sé, esso è qualcosa di diverso dall’Io, e siccome una più alta comprensione dell’Io conduce al Sé, questo è qualcosa di più comprensivo che racchiude in sè l’esperienza dell’ Io e quindi lo trascende. Proprio come l’Io è una certa esperienza di me stesso, così il Sé è un’esperienza del mio Io, vissuta però non più nella forma di un Io più vasto e più alto, ma in forma di un non-Io.
Ogni accadimento psichico è un’immagine e un immaginare, altrimenti non potrebbero esistere di quel processo né coscienza né fenomenalità. Anche l’immaginare è un processo psichico, per cui è del tutto irrilevante chiamare un’illuminazione “reale” o “immaginata”.
Colui che è illuminato o asserisce di esserlo pensa, in ogni caso, che è illuminato. Quel che ne pensano gli altri non ha alcuna importanza ed interesse per lui e la sua esperienza.
Furono lo yoga in India e il buddhismo in Cina  a dare l’avvio a questi tentativi di strapparsi alla cattività di uno stato di coscienza, sentito come imperfetto.
Per quanto riguarda la mistica occidentale, i suoi testi sono pieni di istruzioni sul mondo in cui l’uomo possa e debba liberarsi dall’essere Io della sua coscienza, onde elevarsi, per mezzo della conoscenza della sua natura, al di sopra di questa e raggiungere l’uomo interiore.
Ruysbroeck usa l’immagine dell’albero che ha le sue radici in alto e la chioma in basso l’ambrosia.

“Ed egli deve arrampicarsi sull’albero della fede che cresce dall’alto al basso, poiché ha le sue radici nella divinità."
Il linguaggio dello yoga è molto simile:
“L’uomo dev’essere libero senza immagini, liberato da tutti i legami che lo trattengono e svuotano di tutte le creature”.

“Dev’essere inaccessibile  alla gioia e al dolore, al tornaconto e alla perdita, all’ascesa e alla caduta, alla preoccupazione per gli altri, al piacere e al timore, e non deve avere attaccamento per creatura alcuna”.

Da ciò deriva l’unita dell’essere, “la capacità di tendere verso l’interno”, ciò equivale a dire che “ l’uomo è volto verso l’interno, verso il proprio cuore, in modo da poter comprendere e sentire l’azione interna e le parole interiori di Dio”.
Le cose esteriori non influiscono più sulla coscienza fatta di Io, il che dà vita a un attaccamento reciproco, una coscienza vuota è aperta a un’influenza diversa. Questa influenza “diversa” non è più sentita come attività propria, ma come quella di un non-Io il cui oggetto è la coscienza.

“O Signore, insegnami la tua dottrina che si basa sulla natura di Sé dello spirito (self-nature of mind). Istruiscimi nella dottrina del non-Io” dal Lànkavatàra-sutra di Suzuki.

Tutte le conversioni improvvise possono essere considerate illuminazioni come ad esempio quella di San Paolo.
Un nuovo stato di coscienza, separato  da quello precedente da un profondo processo di trasformazione religiosa.
È come se l’atto di vedere nello spazio fosse  mutato da una nuova dimensione. Quando il maestro domanda: “ Odi il mormorio del ruscello?”  È chiaro che intende un “udire” del tutto diverso dal solito.
Ci sono dei limiti e delle condizioni personali come ad esempio si può essere consci a diversi livelli, in un ambito ampio o ristretto, superficialmente o profondamente. Queste differenze di grado sono però spesso anche differenze di essenza in  quanto dipendono dallo sviluppo della personalità in toto, cioè dalla qualità del soggetto che percepisce.
L’intelletto non si interessa alla qualità del soggetto che percepisce finchè questo pensa soltanto logicamente.
Soltanto la passione filosofica può costringere a tentare di superare l’intelletto per penetrare fino alla conoscenza di colui che conosce. Ma poiché questa passione quasi non è distinguibile da impulsi religiosi, anche tutto questo problema fa parte del processo religioso di trasformazione, incommensurabile co l’intelletto. La filosofia classica è ampiamente al servizio della trasformazione.
Un uomo nuovo, completamente trasformato, deve entrare in scena, un uomo che ha infranto il guscio dell’antico e che ha non soltanto scorto ma anche creato un cielo nuovo e una terra nuova.
Angelo Silesio ha espresso questo concetto così:

Il mio corpo è un guscio in cui un pulcino

sarà covato dallo spirito dell’eternità.

Nel campo cristiano satori corrisponde a un’esperienza di trasformazione religiosa.  L’esperienza più simile allo Zen in occidente si tratta senza dubbio di quell’esperienza mistica che si differenzia da fenomeni analoghi per il fatto che si annuncia con un “abbandonarsi”, uno “svuotarsi da immagini” e simili, in contrapposizione a esperienze religiose che, come gli esercizi di Sant Ignazio, son basati sull’uso di immagini sacre e sull’immaginare queste immagini.
L’analogia tra zen e cristianesimo si limita a pochissimi cristiani perché sarebbe come dire “Dio è nulla”, quindi i pochi che hanno affermato questa esperienza mistica con carattere paradossale hanno sfiorato o superato i confini dell’eterodossia.
La chiesa con la sua iconoclastia ha condannato questo stato mistico.
Anche in oriente molti maestri si affidano al metodo iconoclastico quindi poiché lo zen è un movimento , si sono costituite nel corso dei secoli forme collettive e non più prettamente individuali sull’educazione dei monaci, che però riguardano per forma e contenuto soltanto ciò che è esterno.
A prescindere dal modo di vivere, il tipo di educazione o configurazione spirituale sembra consistere nel metodo del kòan.
Per kòan s’intende una domanda, un’osservazione o un’azione del maestro che abbia carattere paradossale, domande rivolte al maestro tramandate in forma di aneddoti e da lui  proposte allo scolaro come oggetto di meditazione.
Un maestro disse al suo scolaro: ”A dire il vero non ho nulla da comunicarti, e se tentassi di farlo, ti darei l’occasione di deridermi. Inoltre, qualunque cosa io ti possa insegnare è mia, e non diventerà mai tua”.
Un monaco disse al maestro: “ Ho cercato il Buddha, ma non so come continuare la mia ricerca…” “E’ come cercare il bue che si sta cavalcando”.
Un maestro disse: “L’intelletto che non comprende, quello è il Buddha. Non ve n’è altro”.
I kòan sono talmente vari, ambigui e soprattuto così insuperabilmente paradossali che nemmeno un esperto può immaginare quale soluzione potrebbe esser considerata adatta, tra l’altro non  si può riconoscere un rapporto razionale ineccepibile fra kòan e l’esperienza.
Bisogna supporre che il metodo kòan non frapponga il più piccolo ostacolo alla libertà del processo psichico e che perciò anche il risultato finale non derivi se non dalla disposizione individuale dell’iniziando.
Il completo anientamento dell’intelletto razionale cui mira l’educazione crea un’assenza quanto più perfetta è possibile di presupposti della coscienza.
Si tende così ad escludere quanto più possibile il presupposto conscio, ma non quello inconscio, cioè quella disposizione psicologica sconosciuta ma presente che è tutto, all’infuori del vuoto e della mancanza di presupposti.
Essa è un fattore dato dalla natura; quando risponde la sua è una risposta data dalla natura, che è riuscita a portare direttamente la sua reazione alla coscienza.
Suzuki dice testualmente: “….la coscienza zen deve svilupparsi fino alla maturità. Quando è del tutto matura, irrompe con sicurezza in forma del satori che è uno sguardo gettato nell’incoscio”.
Ciò che la natura inconscia dell’alunno oppone come risposta al maestro o al kòan è evidentemente satori.
Per il maestro zen lo “sguardo nella propria natura”, “l’uomo primigenio” e la profondità dell’essere sono spesso argomenti di particolare interesse.
La quarta massima dello zen dice: “Sguardo gettato nella propria natura e raggiungimento dello stato di buddhità”
Un libro zen giapponese dice: “Se vuoi Buddha, devi guardare dentro la tua natura, poiché quella natura è il Buddha stesso”.
Le risposte che vengono dal vuoto apparente, dall’inconscio, la luce che risplende dalla tenebra più fitta, sono sempre considerate illuminazioni meravigliose, letificante.
Il mondo della coscienza è un mondo pieno di muri e limitazioni.
C’è da chiedersi: se l’uomo è già riuscito a edificare il mondo con le poche cose che egli può percepire distintamente nello stesso momento (a livello conscio), quale divino panorama si offrirebbe ai suoi occhi se egli se ne potesse rappresentare contemporaneamente e distintamente molte( attingendo dall’inconscio)?
L’inconscio è una totalità non descrivibile di tutti i fattori psichici subliminali, una “visione totale” di natura potenziale. Esso costituisce la disposizione totale da cui la coscienza trae fuori di violta in volta soltanto pochissimi frammenti.
Nello zen la rimozione dei contenuti consci ha luogo perché si sottrare energia ai contenuti consci e viene trasferita sull’idea del vuoto, l’energia risparmiata è devoluta all’inconscio e rinforza la carica naturale, accrescendo la capacità dei contenuti inconsci che irrompono nella coscienza.
Questi contenuti non sono contenuti qualsiasi, portano alla superficie tutto ciò che, nel significato più ampio, è necessario al completamento, cioè all’”interezza dell’orientamento conscio”.
In questo modo nella vita di tutti i giorni si crea una forma di esistenza psichica che meglio corrisponde all’interezza della personalità individuale; si eliminano anche conflitti sterili tra personalità conscia ed inconscia.
L’inconscio è la matrice di tutte le affermazioni metafisiche, della mitologia, della filosofia e di tutte le forme di vita che poggiano su presupposti psicologici.
Le risposte che provengono da lì  sono risultanti di una totalità, dalle idee possibili presenti.
La sua azione è sbalorditiva, è la risposta inattesa, comprensiva, totalmente illuminante.
Hshan-Tze ha detto: “ Il vostro spirito dev’essere come lo spazio e perciò non deve aderire al pensiero del vuoto. Allora la verità si dispiegherà libera in tutta la sua forza. Ogni movimento della vostra volontà venga da un cuore innocente, e voi agirete nello stesso modo con l’ignorante e col sapiente”.
Bisogna tuttavia tenere presente che moltissimi sono incapaci di distinguere  un motto di spirito da un’assurdità, e che molti sono talmente convinti della loro intelligenza che in vita loro non hanno incontrato che imbecilli.
In Occidente mancano le premesse spirituali necessarie allo zen.
Senza dubitare che l’esperienza di satori s’incontri anche in Occidente, spesso viene taciuta una condizione del genere in quanto non comprensibile da gli altri che non l’hanno avuta, è una trasformazione, un cambiamento non predeterminato, ma piuttosto indeterminabile, il cui unico criterio è la scomparsa della chiusura nell’Io.

Dal libro "La saggezza orientale" di Carl G. Jung

 

 

 

 

 
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