martedì 12 settembre 2017

La danza dei pianeti

Nella voce "Pitagorici" della RE van der Waerden ha dato la più concisa formulazione della differenza tra astronomia babilonese e astronomia greca;
"Gli astronomi babilonesi disponevano: 1) di osservazioni di lunga durata, 2) di periodo estremamente precisi, 3) di metodi aritmetici per il calcolo dei fenomeni celesti, in particolare le successioni crescenti e decrescenti.
L'astronomia greca è al contrario eminentemente geometrica.
Il suo problema principale non è "come si fa a calcolare i fenomeni celesti?", bensì "quali moti circolari uniformi bisogna ipotizzare per dare ragione dei fenomeni?".
Gli astronomi greci non si accontentarono del calcolo dei moti planetari, rifiutarono di "credere ai propri occhi" e si misero alla ricerca di modelli geometrici che potessero dare ragione degli straordinari fenomeni che osservavano - in particolare gli arresti e le traiettorie a cappio: e questo sono a che sulla base di quei modelli non fosse possibile ricostruire e dimostrare come si giungesse all'apparenza sensibile, cosa che poi riuscì perfettamente a Tolomeo.
Prima dei greci ci si preoccupava solo sei tempi; l'importante era quanto tempo occorresse a un pianeta per completare il proprio periodo; la forma della traiettoria percorsa aveva minore importanza.
Giacciono su un'orbita i luoghi ai quali un pianeta ritorna, i punti nei quali si ripetono le congiunzioni dopo intervalli di tempo di diversa lunghezza e così via.
Partendo da queste considerazioni si comprende il rapporto che esisteva tra i movimenti celesti e la danza, rapporto sul quale Luciano si è espresso nel modo più chiaro (i Greci chiamavano la stella polare χορευτής, "guida della danza").
La danza non consisteva nel semplice moto circolare, bensì nella descrizione, lungo l'orbita, di artistiche figure; non è un caso che il danzatore per eccellenza sia Marte con le sue sensazionali giravolte - sia che si presenti col nome di "Giovane-Guerra" (Neoptolemos, che avrebbe espugnato Troia con la sua danza) oppure, a Roma, con quello di Mars Ultor; sia che riceva, come nell'India antica, il nome di Skanda, "il saltellante", oppure quello di Ueuecoyotl, il coyote originario, come gli Aztechi chiamavano il loro dio della danza.
Gli storici affidabili sono concordi nell'affermare che la danza ha avuto origine contemporaneamente all'universo ed è comparsa insieme all'Eros arcaico - dunque non l'innocuo figlio di Afrodite, bensì l'Eros cosmogonico di Esiodo e degli orfici.
"In realtà" continua Luciano "la danza circolare degli astri, l'incontro dei pianeti in rapporto alle stelle fisse, i ben ritmati rapporti che li legano, la loro ben ordinata armonia dimostrano l'esistenza primordiale della danza".
La κοινωνία, l'intrecciarsi di pianeti e stelle fisse da luogo ad un buon ritmo.
E la άρμονία non è uno stato durevole, bensì qualcosa che si realizza "in buon ordine": e dopo tutto l'armonia e la figlia di Marte e di Venere (Ares e Afrodite).
In connessione con questi temi Luciano ci insegna quale fosse il "programma" che un buon danzatore doveva padroneggiare: una sintesi del corpus mitologico greco.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

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