Il libro Bardo Thodol è un libro di istruzioni per la
persona defunta, una guida nei quarantanove giorni che intercorrono tra la
morte e la rinascita; è qualcosa di simile al Libro egiziano dei morti.
Il testo è diviso in tre parti:
Chikhaibardo che
narra gli eventi psichici al momento della morte;
Chonyid-bardo si
occupa dello stato di sogno che subentra alla morte definitiva, le illusioni
karmiche;
Sidpa-bardo
riguarda l’inizio dell’impulso alla nascita e gli eventi prenatali.
A differenza del Libro
egiziano dei morti, il Bardo Thodol contiene una filofia a portata di
essere umano e si rivolge all’uomo, non a dèi o a primitivi.
La sua filosofia è la quintessenza della critica psicologica
buddistica e come tale d’inaudita sublimità.
Non soltanto le divinità “irate” ma anche quelle “pacifiche”
sono proiezioni samsariche della psiche umana.
Il Bardo Thodol ha il vantaggio, tanto sull’europeo
illuminato quanto su quello non illuminato, di possedere alcune delle premesse
metafisiche più essenziali.
Le affermazioni metafisiche sono asserzioni della psiche, e
pertanto psicologiche. Allo spirito occidentale tuttavia questa verità appare o
troppo evidente oppure inammissibile!
Ma è comunque la psiche che pronuncia asserzioni metafisiche
in virtù della sua innata divina forza creatrice; è la psiche che stabilisce la
distinzione di queste entità, e non è soltanto la condizione di questa realtà
metafisica, ma è questa realtà stessa.
Il Bardo Thodol, è una guida attraverso le mutevoli
apparizioni della vita-bardo, cioè di
quell’esistenza che si prolunga per quarantanove giorni dalla morte fino alla
prossima incarnazione.
Se consideriamo la sovra temporalità della psiche possiamo
trasportarci senza difficoltà nella situazione del defunto e considerare la
dottrina del primo paragrafo:
Oh (tal de tali) di
nobile nascita, ascolta. Adesso tu sperimenti l’irradiare della chiara luce
della pura realtà. Riconoscila….. l’Interamente Buono. Il tuo proprio
intelletto, che adesso è vuoto, non va però considerato come la vacuità del
nulla, ma piuttosto come intelletto in sé, non impedito, luminoso, eccitante e
beato, è la vera coscienza, il Buddha interamente buono.
Questa coscienza è lo stato di
dharma-kaya della perfetta illuminazione, che nel liguaggio
occidentale si esprime così: causa prima creatrice di tutte le asserzioni
metafisiche è la coscienza come visibile e afferrabile manifestazione della
psiche. La “vacuità” è lo stato che precede tutte le asserzioni, tutte le “posizioni”.
La sapienza delle differenti manifestazioni è ancora latente nella psiche.
Continua il testo:
La tua propria
coscienza splendente, vuota ed invisibile dal gran corpo dell’irradiazione, non
ha nascita né morte ed è immutabile luce, Buddha Amitabha.
In realtà l’anima non è piccola ma è la splendente divinità
stessa.
Se saremo capaci di dominarci fino al punto di astenerci dal
nostro errore capitale che è quello di voler sempre fare qualcosa con le cose,
riusciremo forse a trarre una lezione per noi importante e cioè che gli dei non
sono altro che splendore e luce dell’anima personale.
Nella vita siamo incastrati in un’infinità di cose che si
urtano, si oppongono a vicenda, dove non si riesce mai a capire chi in realtà
abbia “dato” tutte queste cose date.
Il defunto se ne libera e quest’insegnamento ha il compito
di assisterlo sulla via della liberazione.
Se noi applichiamo tale insegnamento alla vita di tutti i
giorni, ricaveremo un vantaggio non minore, apprenderemo che il datore di tutte
le cose “date” abita in noi.
La natura dell’uomo lo spinge a rifiutare di sentire sé
stesso fattore delle cose “date”. Perciò questi insegnamenti furono sempre
oggetto di iniziazioni segrete, alle quali di solito si accompagnava una morte
figurata simboleggiante il carattere totale della conversione. In realtà
l’istruzione del Thodol non è altro che l’”iniziazione del defunto” alla vita –
Bardo.
Nell’iniziazione dei vivi l’aldilà non è affatto un aldilà
della morte, bensì un rivolgimento nel modo di pensare, quindi un aldilà
psicologico che si esprime cristianamente in una “redenzione” dai vincoli del
mondo e dal peccato.
Un distacco, una liberazione che conducono da un precedente
stato di tenebre e d’inconsapevolezza a uno stato d’illuminazione, di
liberazione, superamento e trionfo delle “cose date”.
“
E’ un processo
d’iniziazione inteso a ricostituire la divinità che l’anima ha perduto con la
nascita” Evans Wentz
L’unico “processo d’iniziazione” tutt’ora esistente e usato
praticamente nella sfera culturale occidentale è l’”analisi dell’inconscio”
praticata dai medici.
Questa penetrazione nelle profondità delle radici della
coscienza è una presa di coscienza del contenuto psichico non ancora nato,
ancora in germe subliminale.
Questo settore corrisponde all’ultimo capitolo del
Sidpa-bardoin cui il dipartito incapace di fare proprie le dottrine del Chikhai
e del Chonyid-bardo, comincia ad abbandonarsi a fantasie sessuali per mezzo
delle quali è attratto da coppie coabitanti per essere poi imprigionato in un
utero e messo di nuovo al mondo.
Qui entra in scena il “complesso edipico” se il karma
destina il defunto a reincarnarsi come uomo, egli s’innamorerà di sua madre in
spe e troverà ripugnante e odioso il padre; viceversa se si reincarna come
donna.
L’europeo passa per questo campo specificatamente freudiano
quando si sottopone al processo analitico di presa di coscienza dei suoi
contenuti inconsci, ma in senso inverso.
Questa conoscenza ci dà anche degli accenni su come leggere
il Thodol, cioè all’indietro. Se riusciamo a comprendere un poco il carattere
psicologico del Sidpa-bardo con l’aiuto della scienza occidentale, ci s’impone
il dovere di rendere intellegibile anche il precedente Chonyid-bardo.
Lo stato Chonyid è uno stato d’”illusioni karmiche”,
illusioni che poggiano sui resti psichici (o meriti) delle vite precedenti.
L’idea orientale del Karma è una specie di teoria psichica dell’ereditarietà,
basata sull’ipotesi della reincarnazione cioè in ultima analisi della
sovratemporalità della psiche.
L’eredità psichiche sono fenomeni vitali essenziali che
agiscono soprattutto psichicamente come vi sono
anche caratteristiche ereditarie che agiscono soprattutto
fisiologicamente.
Una classe particolare di queste eredità psichiche
sono disposizioni
spirituali generali, va inteso un tipo di
forme secondo le quali lo spirito classifica in un certo qual modo i suoi
contenuti. Queste forme si potrebbero chiamare
categorie in analogia con le categorie logiche che, sempre o
dovunque presenti, sono premesse indispensabili della ragione soltanto che non
si tratta di categorie della ragione ma di
categorie
dell’immaginazione.
Forme archetipiche fantastiche si riproducono spontaneamente
sempre e dovunque, senza che sia neppur pensabile la minima trasmissione
diretta.
Le componenti strutturali primigenie della psiche hanno la
stessa sorprendente uniformità di quelle del corpo visibile. Gli archetipi sono
in certo qual modo organi della psiche prerazionale.
Strutture basilari caratteristiche eternamente ereditate,
prive dapprima di contenuto specifico, che si manifesta solamente nella vita
individuale, dove l’esperienza personale è rintracciabile proprio in queste
forme.
Se gli archetipi non fossero presenti in forma identica,
come si potrebbe, ad esempio, spiegare il fatto che il Bardo Thodol presuppone
ad ogni passo che i morti non sappiano di essere morti, e che
quest’affermazione è rintracciabile con la stessa frequenza nella più banale
letteratura spiritistica d’Europa e d’America?
Perché è un’idea della più primordiali e universali quella
che i morti continuino semplicemente la loro vita terrestre e che
frequentemente non sappiano di essere spiriti defunti. E’ un’idea archetipica
che si manifesta subito in modo evidente non appena qualcuno vede uno spirito.
Sidpa = “bardo della ricerca della rinascita”
La psicologia
sidpa consiste
nel voler vivere e nascere, questo stato in sé no consente perciò esperienze di
realtà trans-soggettive, a meno che l’individuo si rifiuti categoricamente di
rinascere nel mondo della coscienza. Secondo la dottrina del Thodol, in ogni
stato bardo sussiste la possibilità di ascendere il quadrifronte monte Meru
verso il dharma-kaya, purchè il defunto non si lasci andare alla propria
tendenza di seguire le luci fioche.
Tradotto nel nostro linguaggio, vuol dire opporre resistenza
disperata al preconcetto razionalistico, rinunciando così alla supremazia,
consacrata dalla ragione, del proprio essere Io.
Una specie di morte figurata, la fine della vita
coscientemente razionale e moralmente responsabile e una sottomissione
volontaria a ciò che il Thodol chiama
illusione
karmica prodotta da un’immaginazione sfrenata.
Si parla spesso dei pericoli del malfatto yoga Kundalini, lo
stato psicotico prodotto intenzionalmente che talvolta, nel caso di individui
dalla mente turbata, si trasforma, in determinate circostanze, in una psicosi
vera e propria, è un pericolo che va preso molto sul serio.
E’ come un’intromissione nel destino che, operando nel più
profondo dell’esistenza umana, può aprire la strada a molti dolori, ai quali a
mente sana non ci saremmo
mai sognati di
pensare e ai quali corrispondono le torture infernali dello stato
chonyid che il testo illustra nel modo
seguente:
“Il dio della morte ti
avvolge una fune intorno al collo e ti trascina, ti taglia la testa, ti estrae
il cuore, ti strappa le budella,…..ma tu non riesci a morire. Il tuo corpo
anche quando è fatto a pezzi si ricostituisce. Questo ripetuto smembramento è
causa di dolori e tormenti spaventosi.”
L’equivalente psicologico di questo smembramento è la
dissociazione psichica nella sua forma deleteria, la schizofrenia (dissociazione
dello
spirito).
Il passaggio dallo stato sidpa allo stato chonyid è un
pericoloso rovesciamento delle aspirazioni e delle intenzioni dello stato
conscio, un sacrificio della sicurezza del conscio essere Io e un abbandonarsi
alla massima insicurezza di un gioco caotico di figure fantastiche.
La paura del sacrificio di sé sta in agguato in ogni Io, e
quella paura è la pretesa delle potenze inconsce di giungere ad esercitare interamente
la propria influenza.
Nessuno può divenire Sé (individuazione) senza sottostare a
questo pericoloso passaggio, poiché anche ciò che temiamo fa parte
dell’interezza della psiche, il sub o super-mondo delle dominanti psichiche,
dal quale l’Io si è emancipato soltanto a fatica e soltanto fino a un certo
livello, verso una libertà più o meno illusoria.
Questa liberazione è un’impresa eroica necessaria ma non
definitiva perché la creazione di un soggetto necessita l’opposizione
dell’oggetto.
Questo oggetto, sembra, sia il mondo che anche a questo fine
è gonfiato dalle proiezioni.
Cerchiamo e troviamo le nostre difficoltà, cerchiamo e
troviamo il nostro nemico, cerchiamo e troviamo ciò che è amato e prezioso, e
fa piacere sapere che tutto il male e tutto il bene sono al di fuori, in un
oggetto visibile dove è possibile superarli, punirli, annientarli e benedirli.
Ci sono persone che ritengono che il mondo e tutto quel che
vi si esperimenta
siano di natura
allegorica e rappresentino quel che giace nascosto nel soggetto stesso, nella
propria realtà trans-soggettiva.
Secondo la dottrina lamaistica, questa profonda intuizione è
lo stato chonyid ragione per ci il Chonyid-bardo porta anche il titolo bardo
dell’esperienza della realtà (bardo=vita).
Il Chonyid-bardo è la realtà dei pensieri, le cosiddette“forme
pensiero” che appaiono come realtà, la fantasia assume forma reale, e il sogno
spaventoso, evocato dal karma e dalle dominanti inconsce, comincia. Per primo
appare come un compendio di tutti i terrori, l’annientatore dio della morte;
seguono (leggendo il testo all’indietro), ventotto potenti orribili dee e
cinquantotto “divinità vampiri che”.
Le divinità sono organizzate in
mandala (cerchi) contenenti la croce dei quattro colori i quali si
riferiscono a quattro forme di saggezza:
1) Bianco
= il sentiero di luce della saggezza simile a specchio.
2) Giallo
= il sentiero di luce della saggezza della parità
3) Rosso
= il sentiero di luce della saggezza che discerne
4) Verde
= il sentiero di luce della saggezza che tutto opera.
Su un gradino più alto dell’intuizione, il dipartito sa che
le vere forme di pensiero emanano da lui stesso, e che i quattro sentieri di
luce della saggezza, che appaiono davanti a lui, sono le irradiazioni della
propria potenza psichica. Ci troviamo così la centro della psicologia del
mandala lamaitico.
Continuando a seguire all’indietro il Chonyid-bardo, si sale
alla visione dei quattro grandi :
1) il
verde Amogha- Siddhi:
2) il
rosso Amitabha:
3) il
giallo Ratna-Sambhava:
4) il
bianco Vajra-Sattva.
Si termina con la splendente luce azzurra del dharma-dhatu,
del corpo di Buddha, che proviene, nel centro del mandala, dal cuore di
Vairochana.
Con questa visione finale si dissolvono il karma e la sua
illusione; la coscienza sciolta da ogni forma e da ogni dominio da parte degli
oggetti, ritorna allo stato iniziale, atemporale, del dharma-kaya.
Si raggiunge così, leggendo all’indietro, lo stato
chikhai, che compare al momento della
morte.
Il libro illustra una via iniziatica alla rovescia, che
prepara, in opposizione alle attese escatologiche cristiane, la discesa nel
divenire fisico.
Lo scopo vero e proprio del Bardo Thodol è la premura, che
fa di certo una strana impressione all’europeo colto del XX (XXI) secolo,
d’illuminare il defunto che si trova nel bardo.
La Chiesa cattolica è l’unico luogo del mondo abitato da
bianchi dove si possano ancora incontrare tracce sostanziali di una
sollecitudine dell’anima dipartita.
Naturalmente il culto dei morti è basato sulla fede nella
sovratemporalità dell’anima, ma irrazionalmente sulla necessità psicologica dei
viventi di fare qualcosa per i defunti.
Le istruzioni del Bardo Thodol sono così minuziose che ci si
domanda se in fin dei conti quei vecchi saggi lama
non abbiano gettato uno sguardo nella quarta dimensione, sollevando un
po’ il velo che ricopre i grandi segreti della vita.
E’ evidente che l’intero libro sia tratto dai contenuti
archetipici dell’inconscio, realtà metafisiche che si trovano soltanto nella
realtà dei dati psichici.
Il mondo degli dei e
degli spiriti è l’inconscio collettivo in noi ma è anche al di fuori di noi.
La ruota della Vita