martedì 9 luglio 2013

Quel che l'India può insegnarci...


 

Questo post è stato creato dal libro che C.Jung scrisse dopo il suo viaggio in India, in questo capitolo raccoglie le sue riflessioni sulla distinzione del pensiero orientale e di quello occidentale.

 
“E’ noto a tutti che l’umanità non può mai arrestarsi a un massimo d’illuminazione e sforzo spirituale.
Buddha fu un perturbatore inopportuno: sconvolse il processo storico, ma questo prevalse poi su di lui.
A lungo andare, gli dèi diventano concetti filosofici. Buddha, un pioniere spirituale per il mondo intero, disse, e cercò di dimostrare con i fatti, che l’uomo illuminato è anche maestro e redentore dei propri dèi.
Buddha disturbò il processo storico intervenendo nella lenta trasformazione degli dèi in idee. Il vero genio quasi sempre si intromette e disturba. Parla a un mondo temporale da un mondo eterno.
Dice così la momento giusto le cose sbagliate. Le verità eterne non sono mai vere in un dato momento della storia.
Il processo di trasformazione deve fare una pausa per digerire e assimilare le cose estremamente scomode che il genio ha prodotto traendole dai depositi dell’eternità.
Ma il genio è colui che risana il suo tempo, perché ogni cosa che egli rivela della via eterna è salutare.
Occorrono ovviamente migliaia di anni, giacchè l’intesa trasformazione non può essere realizzata senza un enorme sviluppo della coscienza umana.
Essa può essere soltanto “creduta”, che è quello che i seguaci di Buddha, e di Cristo, palesemente fecero, partendo, come sempre fanno i credenti, dal presupposto che la fede, la credenza, è tutto.
La fede è una gran cosa, certo, ma è il surrogato di una realtà cosciente che i cristiani saggiamente relegano in una vita nell’aldilà.
Quest’aldilà è in realtà il futuro a cui l’umanità aspira, anticipato dall’intuizione religiosa.
Dalla vita e dalla religione indiane Buddha è scomparso più di quanto noi immaginiamo possa scomparire Cristo, e più di quanto siano scomparse le religioni greco-romane dal cristianesimo attuale.
Non che l’India non serbi riconoscenza ai suoi maestri spirituali.
C’è una considerevole rinascita dell’interesse per la filosofia classica.
Buddha non rappresenta una filosofia vera e propria. Egli sfida l’uomo.
La filosofia come ogni altra scienza, ha bisogno di una notevole libertà d’azione intellettuale, non disturbata da coinvolgimenti morali e umani.
La divina impazienza di un genio può disturbare o addirittura sconvolgere il piccolo uomo!
Il fatto peculiare dell’indiano è che non pensa, perlomeno non nel senso che noi diamo alla parola “pensare”.
Egli piuttosto percepisce il pensiero e sotto quest’aspetto ricorda il primitivo.
Il processo del suo pensiero ricorda il modo primitivo di produrre pensiero, il ragionamento del primitivo è principalmente una funzione inconscia, di cui egli percepisce i risultati.
La nostra evoluzione occidentale da un livello primitivo fu improvvisamente arrestata dall’irruzione di una psicologia e spiritualità appartenenti a un livello assai elevato di civiltà.
Noi fummo fermati nel bel mezzo d’un politeismo ancora barbaro, il quale venne sradicato o soppresso nel corso dei secoli, e neanche molto tempo fa. Questo fatto, ha conferito un’impronta particolare alla mentalità occidentale.
In virtù di una dissociazione tra la parte cosciente della psiche e l’inconscio, ci fu una liberazione della coscienza dal fardello dell’irrazionalità e dell’istintività a spese della totalità dell’individuo.
L’uomo si trovò scisso in una personalità cosciente e una inconscia.
La personalità cosciente potè essere addomesticata, perché divisa dall’uomo naturale e primitivo.
Divenimmo così altamente disciplinati , organizzati e razionali da un lato: dall’atro restammo dei primitivi repressi, bloccati dall’educazione e dalla civiltà.
Ciò spiega le nostre molteplici ricadute nella più spaventosa barbarie, e spiega anche il fatto davvero terribile che quanto più perveniamo alle vette delle conquiste scientifiche, tanto più pericoloso e diabolico diventa l’abuso delle nostre invenzioni.
Non è piuttosto una convincente dimostrazione del fatto che quando la nostra mente salì a conquistare il cielo (invenzione di mezzi di volo), l’altro uomo in noi, l’individuo barbaro represso, discese all’inferno (aerei da bombardamento)?
Si potrebbe pensare a un’altra possibilità più soddisfacente. Anziché differenziare solo un lato dell’uomo, si potrebbe differenziare l’uomo intero. Caricando l’uomo cosciente del fardello terreno del suo lato primitivo, potremmo evitare quella fatale dissociazione tra metà superiore e metà inferiore.
Ciò porterebbe, è ovvio, a problemi morali e intellettuali diabolicamente complessi. Ma se l’uomo bianco non riuscirà a distruggere la propria razza con le sue brillanti invenzioni, dovrà infine adattarsi a un corso disperatamente serio di autoeducazione.
La civiltà e la psicologia dell’India assomigliano ai sui templi, che nelle loro sculture rappresentano l’universo, includendo l’uomo e tutti i suoi aspetti e attività, sante o brute che siano.
E’ questa presumibilmente la ragione per cui l’India appare così simile a un sogno: si è risospinti nell’inconscio, in quel mondo non redento, non civilizzato, originario, di cui noi possiamo soltanto sognare, giacchè la nostra coscienza lo nega.
L’India rappresenta l’altro modo di civilizzare l’uomo, il modo senza repressione, senza violenza, senza razionalismo.
Nella costituzione mentale del più spirituale distinguete i tratti del primitivo, negli occhi melanconici dell’abitante di villaggio illetterato e seminudo indovinate una conoscenza inconscia di verità misteriose.
Grazie al cielo, c’è ancora un uomo che non ha imparato a pensare ma percepisce i suoi pensieri come se fossero visioni o cose vive; un uomo che ha trasformato, o è ancora intentato a trasformare, i suoi dèi in pensieri visibili basati sulla realtà degli istinti. I suoi dèi vivono con lui.
E’ vero che la sua è una vita irrazionale, piena di crudezza, orrori, miseria, malattia, morte, e pur tuttavia  in certo qual modo completa, soddisfacente e di un’indicibile bellezza emotiva.
Gli indiani non si curano delle contraddizioni intollerabili, se esistono sono peculiari di un dato pensiero e l’uomo non ne è responsabile. L’indiano non astrae dall’universo dettagli infinitesimali, la sua ambizione è di avere una visione del tutto.
Il pensiero indiano è un crescendo di visione, non un’incursione predatoria nei regni ancora indomiti della natura.”

Dal libro di C.G.Jung “La saggezza orientale”
 
 

 

 

domenica 7 luglio 2013

L’impronta dell’anima



‘Un bambino trovò un uovo e non sapendo che fosse di aquila lo mise nel nido caldo di una gallina del cortile. Le uova si schiusero e, in mezzo ai pulcini, saltò fuori un aquilotto. Conoscendo solo questo modo di esistere, esso crebbe come un pollo, razzolando e beccando, chiocciando e sbattendo goffamente le ali.
Un giorno sentì il maestoso richiamo di un’aquila che volava alta nel cielo. L’aquilotto contemplava il magnifico uccello planare splendido sui venti.
“E quello che cos’è?” chiese a un pulcino vicino.
“E’ l’aquila il re degli uccelli. Appartiene al cielo. Noi apparteniamo alla terra siamo polli”
Volteggiando nell’aria l’aquila emise un ultimo lungo richiamo. Ma l’aquilotto era ritornato a chiocciare e a beccare la terra polverosa.
Visse e morì da pollo. Non rispose mai al richiamo dell’aquila.
Non spiegò mai le ali in volo.’

Questa favola è una della fiaba del brutto anatroccolo dove il “diverso” non si è trasformato in cigno. L’aquilotto non rispose mai alla chiamata del suo sé superiore.
La felicità è solamente una conseguenza del vivere l’impronta dell’anima: potete essere felici solo se state rispondendo alla vostra chiamata e state vivendo la vostra storia.
La felicità deriva dalla ricerca del significato della vita, dal sondare la vostra profondità unica e dal compiere il bene che solo voi siete capaci di fare nel mondo.
Essere felici significa rispondere alla chiamata del proprio sé più profondo. Essere felici è sapere che tra i miliardi di uomini su questo pianeta voi siete insostituibili. Questo vale per ogni essere umano sulla faccia della Terra, perché ciò che ci accomuna è l’unicità.
Nella cabala la parola più comune associata alla gioia è chiyut, tradotto approssimativamente con “energia vitale” qualcosa di simile al concetto cinese di chi.
Essere felici significa essere immersi nella chiyut dell’Universo. La porta verso questa energia è il sé, l’impronta vitale dell’anima.
Quando si è immersi nella gioia, essa non è soltanto la fonte ma anche il mezzo per canalizzare ancor più energia divina.
La gioia non è un semplice stato d’animo; è un’intensa e potente sorgente di energia che è in grado di “sfondare le barriere” .
Quando abbiamo accesso alla felicità essa diventa contagiosa, si autogenera e diventa un canale per un flusso sempre più grande di energia positiva.
Queste semplici osservazioni sono importanti perché di sovente le ignoriamo: dimentichiamo che cosa sia veramente la gioia.
Troppo spesso associamo automaticamente la felicità al successo materiale, sebbene in cuor nostro sappiamo che questa associazione è falsa. Dopotutto il successo ha poco a che fare con l’impronta dell’anima.
Nel loro secondo insegnamento fondamentale i cabalisti ci dicono che la felicità è una decisione.
Nel linguaggio mistico originale, questa idea è impressa nella massima: ”La fonte della gioia è la binah, la comprensione”.
La felicità si accede attraverso la contemplazione, la cui natura è duplice;
il primo fulcro risiede nella contemplazione della natura del mondo: si riflette sulla vita e la morte, la malattia e la salute, che cosa è permanente e reale e che cosa è fugace e illusorio.
Il secondo tema della contemplazione dei cabalisti riguarda ciò che chiamiamo l’impronta dell’anima. In questa meditazione lasciate che la mente si soffermi sulla firma unica della vostra anima mentre vi domandate: ”Qual è la storia unica che ho il dovere di vivere nel mondo?”.
Infine per concludere la nostra riflessione sulla natura della gioia dell’impronta dell’anima, ecco una seconda interpretazione dell’epigramma cabalistico: “ La fonte della gioia è la comprensione”.  
Se la gioia è una conseguenza della comprensione, allora non è più un’opzione, un evento o una sensazione che attendiamo.
La gioia è una decisione, è una scelta consapevole. Ma è anche un obbligo!
Vivere la propria storia è esprimere l’originalità del proprio essere comune, è rendere straordinario l’ordinario.
Quando le proprie orme si fonderanno con quelle di Dio, si vivrà veramente la propria storia. La propria essenza porterà alla propria divinità.
I viaggi spirituali cominciano con una caduta perché il riscatto, il modo in cui ci si risolleva dalla caduta, costituisce l’essenza della vita stessa.
Troppo spesso si rinuncia ai propri sogni in nome della necessità di crescere, di maturare, di trovare la stabilità o addirittura la saggezza… non si deve mai abbandonare la voglia di sognare di quella sensazione che si ha quando la nostra storia era ricca di promesse e di ambizioni; sapendo ciò che si voleva, e si capiva al volo ciò che era più giusto per noi.
La voglia di sognare è la migliore facoltà d’intuizione spirituale ed etica.
Non dobbiamo mai perdere i nostri occhi di bambini…..
Bisogna riuscire a lasciare da parte delle comode certezze che offuscano la nostra visione. Solo avendo la volontà, almeno per una volta, di percorrere il sentiero dell’incertezza, si potrà ripercorrere la via che ci conduce alla nostra essenza.
All’inizio del mito della Creazione nell’interpretazione cabalistica, ci sono dei vasi riempiti di luce. A un certo punto la luce diventa troppo intensa e i vasi vanno in frantumi. Quando ciò accade, scintille di luce restano intrappolate nei cocci rotti e cadono nei posti più strani e a volte più bui. Secondo Luria, questo è lo scopo recondito dell’andare in frantumi: invitarci, addirittura obbligarci a guardare nelle crepe del proprio personaggio alle quali altrimenti non avremmo mai osato avvicinarci.
Bisogna recuperare le proprie scintille, le dimensioni dell’impronta dell’anima, nascoste nei posti più bui e profondi.
Quando pizzichiamo la corda di uno strumento che deve essere parte della nostra sinfonia, quelle della nostra impronta dell’anima rispondono all’unisono.
Quando il nostro spirito risponde ad alta voce sappiamo di aver trovato un’altra parte della nostra impronta dell’anima, un’altra nota da includere nella nostra sinfonia, e appena in tempo per il Rituale della narrazione della storia.

 “Possa ogni pagina essere un punto di luce
Che illumini la mente
O se luce non può essere
Che sia almeno lo stoppino
su cui la fiamma brucia
E se stoppino non può essere
Allora che sia olio per ungere l’occhio
Ma se olio non può essere
Che sia almeno il ramo che ha dato vita all’oliva
E se ramo non può essere
Che sia allora solo un seme
per dare vita al punto di luce.
Sì, possa esserci un solo seme
in ogni pagina che scrivo.”

Tratto e adattato dal libro di Marc Gafni “L’IMPRONTA DELL’ANIMA. Alla ricerca del nostro volto interiore”

 
Un'aquila appartiene al cielo, ...non può vivere da pollo.....

Noi e l’Universo

 

Leggendo il libro di Paulo Coelho “Sono come il fiume che scorre”, mi sono imbattuta in questo racconto che nella maniera più semplice ed elementare spiega come noi siamo parte della matrix divina, come essendo ognuno una parte del Tutto siamo a nostra volta responsabili del Tutto, come un ologramma che è composto dalla stessa immagine ripetuta migliaia  di volte per conferire un aspetto tridimensionale alla proiezione finale.

Il capitolo si chiama: Come il tutto può stare in una parte;
‘Riunione conviviale nella casa di un pittore paulista che vive a New York. Chiacchierando di angeli e di alchimia. A un certo punto, tento di spiegare ad altri invitati l’idea alchimistica secondo la quale ciascun essere umano racchiude l’Universo intero – ed è responsabile di esso.
Lotto con le parole, tuttavia non riesco a trovare un’immagine vivida che possa spiegare questo concetto. Il pittore, che scolta in silenzi, chiede ai presenti di guardare dalla finestra.
“Che cosa vedete?”
“Una strada del Village” risponde qualcuno.
Il pittore appiccica un foglio sul vetro – adesso non si riesce più a vedere la via. Poi, con un temperino, ritaglia un piccolo quadrato nella carta.
“Adesso, se qualcuno guarda da qui, che cosa vede?”
“La stessa strada” replica un altro invitato.
Il pittore ritaglia vari quadrati sul foglio.
“Come ogni finestrella di questa carta contiene la stessa strada, ciascuno di noi racchiude il medesimo Universo” dice.
E tutti applaudono per la bella immagine che ha trovato.’

 
Cambiare noi stessi è il primo passo per cambiare il mondo, è come se ti abitui alla positività dentro di te, tutto il resto intorno a te sembra più bello, generoso, altruista…
Solo chi non riesce a iniziare da sé stesso non capirà mai questa regola.
Ho aperto il blog per mettere a disposizione una parte di ciò che ho appreso nei libri, perché un giorno qualcuno potrebbe averne bisogno come un giorno io potrei aver bisogno di altre informazioni e sicuramente le troverò… pensate a quelle giornate in cui va tutto storto… ma pensate invece anche alle giornate che fate iniziare con un atto di generosità e si innesca un giro di avvenimenti positivi!!
Amo Jung perché ha speso la sua vita a capire quanto sia importante il processo di individuazione e scriverlo per l’umanità in modo da lasciare l’insegnamento a tutti, lui era pienamente convinto che il cambiamento parte da noi, non senza difficoltà ma con coraggio e autocoscienza!!
L’Universo, Dio, l’Inconscio Collettivo, è dentro di noi e allo stesso tempo ci circonda e ci comprende.
Spero che questo post possa far riflette sull’importanza di affermare il proprio Sé!

Citerò qualche frase tratte dal libro: “L’impronta dell’anima” di Marc Gafni
“Siamo tutti punti nel ritratto di Dio!”

“Si è felici quando si vive la propria impronta dell’anima”

“Essere iniziati consiste nel conoscere l’arte dell’essere pienamente presenti nel ricevere il segreto di un essere umano”

“La candela di Dio è l’anima dell’uomo”

“Un numero è l’appello dell’infinito attraverso un punto finito”

“Il numero è la chiamata dell’Uno attraverso il singolo”

Anche persone eccezionali come Albert Einstein, e Gustavo Rol erano pienamente convinti dell’interconnessione di tutti gli esseri umani e della deità insita in noi…

 
 

Bardo Thodol: il libro tibetano dei morti commentato da Jung



Il libro Bardo Thodol è un libro di istruzioni per la persona defunta, una guida nei quarantanove giorni che intercorrono tra la morte e la rinascita; è qualcosa di simile al Libro egiziano dei morti.
Il testo è diviso in tre parti:

Chikhaibardo che narra gli eventi psichici al momento della morte;

Chonyid-bardo si occupa dello stato di sogno che subentra alla morte definitiva, le illusioni karmiche;

Sidpa-bardo riguarda l’inizio dell’impulso alla nascita e gli eventi prenatali.

A differenza del Libro egiziano dei morti, il Bardo Thodol contiene una filofia a portata di essere umano e si rivolge all’uomo, non a dèi o a primitivi.
La sua filosofia è la quintessenza della critica psicologica buddistica e come tale d’inaudita sublimità.
Non soltanto le divinità “irate” ma anche quelle “pacifiche” sono proiezioni samsariche della psiche umana.
Il Bardo Thodol ha il vantaggio, tanto sull’europeo illuminato quanto su quello non illuminato, di possedere alcune delle premesse metafisiche più essenziali.
Le affermazioni metafisiche sono asserzioni della psiche, e pertanto psicologiche. Allo spirito occidentale tuttavia questa verità appare o troppo evidente oppure inammissibile!
Ma è comunque la psiche che pronuncia asserzioni metafisiche in virtù della sua innata divina forza creatrice; è la psiche che stabilisce la distinzione di queste entità, e non è soltanto la condizione di questa realtà metafisica, ma è questa realtà stessa.
Il Bardo Thodol, è una guida attraverso le mutevoli  apparizioni della vita-bardo, cioè di quell’esistenza che si prolunga per quarantanove giorni dalla morte fino alla prossima incarnazione.
Se consideriamo la sovra temporalità della psiche possiamo trasportarci senza difficoltà nella situazione del defunto e considerare la dottrina del primo paragrafo:
Oh (tal de tali) di nobile nascita, ascolta. Adesso tu sperimenti l’irradiare della chiara luce della pura realtà. Riconoscila….. l’Interamente Buono. Il tuo proprio intelletto, che adesso è vuoto, non va però considerato come la vacuità del nulla, ma piuttosto come intelletto in sé, non impedito, luminoso, eccitante e beato, è la vera coscienza, il Buddha interamente buono.
Questa coscienza è lo stato di dharma-kaya della perfetta illuminazione, che nel liguaggio occidentale si esprime così: causa prima creatrice di tutte le asserzioni metafisiche è la coscienza come visibile e afferrabile manifestazione della psiche. La “vacuità” è lo stato che precede tutte le asserzioni, tutte le “posizioni”. La sapienza delle differenti manifestazioni è ancora latente nella psiche.
Continua il testo:
La tua propria coscienza splendente, vuota ed invisibile dal gran corpo dell’irradiazione, non ha nascita né morte ed è immutabile luce, Buddha Amitabha.
In realtà l’anima non è piccola ma è la splendente divinità stessa.
Se saremo capaci di dominarci fino al punto di astenerci dal nostro errore capitale che è quello di voler sempre fare qualcosa con le cose, riusciremo forse a trarre una lezione per noi importante e cioè che gli dei non sono altro che splendore e luce dell’anima personale.
Nella vita siamo incastrati in un’infinità di cose che si urtano, si oppongono a vicenda, dove non si riesce mai a capire chi in realtà abbia “dato” tutte queste cose date.
Il defunto se ne libera e quest’insegnamento ha il compito di assisterlo sulla via della liberazione.
Se noi applichiamo tale insegnamento alla vita di tutti i giorni, ricaveremo un vantaggio non minore, apprenderemo che il datore di tutte le cose “date” abita in noi.
La natura dell’uomo lo spinge a rifiutare di sentire sé stesso fattore delle cose “date”. Perciò questi insegnamenti furono sempre oggetto di iniziazioni segrete, alle quali di solito si accompagnava una morte figurata simboleggiante il carattere totale della conversione. In realtà l’istruzione del Thodol non è altro che l’”iniziazione del defunto” alla vita – Bardo.
Nell’iniziazione dei vivi l’aldilà non è affatto un aldilà della morte, bensì un rivolgimento nel modo di pensare, quindi un aldilà psicologico che si esprime cristianamente in una “redenzione” dai vincoli del mondo e dal peccato.
Un distacco, una liberazione che conducono da un precedente stato di tenebre e d’inconsapevolezza a uno stato d’illuminazione, di liberazione, superamento e trionfo delle “cose date”.
E’ un processo d’iniziazione inteso a ricostituire la divinità che l’anima ha perduto con la nascita” Evans Wentz
L’unico “processo d’iniziazione” tutt’ora esistente e usato praticamente nella sfera culturale occidentale è l’”analisi dell’inconscio” praticata dai medici.
Questa penetrazione nelle profondità delle radici della coscienza è una presa di coscienza del contenuto psichico non ancora nato, ancora in germe subliminale.
Questo settore corrisponde all’ultimo capitolo del Sidpa-bardoin cui il dipartito incapace di fare proprie le dottrine del Chikhai e del Chonyid-bardo, comincia ad abbandonarsi a fantasie sessuali per mezzo delle quali è attratto da coppie coabitanti per essere poi imprigionato in un utero e messo di nuovo al mondo.
Qui entra in scena il “complesso edipico” se il karma destina il defunto a reincarnarsi come uomo, egli s’innamorerà di sua madre in spe e troverà ripugnante e odioso il padre; viceversa se si reincarna come donna.
L’europeo passa per questo campo specificatamente freudiano quando si sottopone al processo analitico di presa di coscienza dei suoi contenuti inconsci, ma in senso inverso.
Questa conoscenza ci dà anche degli accenni su come leggere il Thodol, cioè all’indietro. Se riusciamo a comprendere un poco il carattere psicologico del Sidpa-bardo con l’aiuto della scienza occidentale, ci s’impone il dovere di rendere intellegibile anche il precedente Chonyid-bardo.
Lo stato Chonyid è uno stato d’”illusioni karmiche”, illusioni che poggiano sui resti psichici (o meriti) delle vite precedenti. L’idea orientale del Karma è una specie di teoria psichica dell’ereditarietà, basata sull’ipotesi della reincarnazione cioè in ultima analisi della sovratemporalità della psiche.
L’eredità psichiche sono fenomeni vitali essenziali che agiscono soprattutto psichicamente come vi sono  anche caratteristiche ereditarie che agiscono soprattutto fisiologicamente.
Una classe particolare di queste eredità psichiche  sono disposizioni  spirituali generali, va inteso un tipo di forme secondo le quali lo spirito classifica in un certo qual modo i suoi contenuti. Queste forme si potrebbero chiamare categorie in analogia con le categorie logiche che, sempre o dovunque presenti, sono premesse indispensabili della ragione soltanto che non si tratta di categorie della ragione ma di categorie dell’immaginazione.
Forme archetipiche fantastiche si riproducono spontaneamente sempre e dovunque, senza che sia neppur pensabile la minima trasmissione diretta.
Le componenti strutturali primigenie della psiche hanno la stessa sorprendente uniformità di quelle del corpo visibile. Gli archetipi sono in certo qual modo organi della psiche prerazionale.
Strutture basilari caratteristiche eternamente ereditate, prive dapprima di contenuto specifico, che si manifesta solamente nella vita individuale, dove l’esperienza personale è rintracciabile proprio in queste forme.
Se gli archetipi non fossero presenti in forma identica, come si potrebbe, ad esempio, spiegare il fatto che il Bardo Thodol presuppone ad ogni passo che i morti non sappiano di essere morti, e che quest’affermazione è rintracciabile con la stessa frequenza nella più banale letteratura spiritistica d’Europa e d’America?
Perché è un’idea della più primordiali e universali quella che i morti continuino semplicemente la loro vita terrestre e che frequentemente non sappiano di essere spiriti defunti. E’ un’idea archetipica che si manifesta subito in modo evidente non appena qualcuno vede uno spirito.
Sidpa = “bardo della ricerca della rinascita”
La psicologia sidpa consiste nel voler vivere e nascere, questo stato in sé no consente perciò esperienze di realtà trans-soggettive, a meno che l’individuo si rifiuti categoricamente di rinascere nel mondo della coscienza. Secondo la dottrina del Thodol, in ogni stato bardo sussiste la possibilità di ascendere il quadrifronte monte Meru verso il dharma-kaya, purchè il defunto non si lasci andare alla propria tendenza di seguire le luci fioche.
Tradotto nel nostro linguaggio, vuol dire opporre resistenza disperata al preconcetto razionalistico, rinunciando così alla supremazia, consacrata dalla ragione, del proprio essere Io.
Una specie di morte figurata, la fine della vita coscientemente razionale e moralmente responsabile e una sottomissione volontaria a ciò che il Thodol chiama illusione karmica prodotta da un’immaginazione sfrenata.
Si parla spesso dei pericoli del malfatto yoga Kundalini, lo stato psicotico prodotto intenzionalmente che talvolta, nel caso di individui dalla mente turbata, si trasforma, in determinate circostanze, in una psicosi vera e propria, è un pericolo che va preso molto sul serio.
E’ come un’intromissione nel destino che, operando nel più profondo dell’esistenza umana, può aprire la strada a molti dolori, ai quali a mente sana non ci saremmo  mai sognati di pensare e ai quali corrispondono le torture infernali dello stato chonyid che il testo illustra nel modo seguente:
“Il dio della morte ti avvolge una fune intorno al collo e ti trascina, ti taglia la testa, ti estrae il cuore, ti strappa le budella,…..ma tu non riesci a morire. Il tuo corpo anche quando è fatto a pezzi si ricostituisce. Questo ripetuto smembramento è causa di dolori e tormenti spaventosi.”
L’equivalente psicologico di questo smembramento è la dissociazione psichica nella sua forma deleteria, la schizofrenia (dissociazione dello  spirito).
Il passaggio dallo stato sidpa allo stato chonyid è un pericoloso rovesciamento delle aspirazioni e delle intenzioni dello stato conscio, un sacrificio della sicurezza del conscio essere Io e un abbandonarsi alla massima insicurezza di un gioco caotico di figure fantastiche.
La paura del sacrificio di sé sta in agguato in ogni Io, e quella paura è la pretesa delle potenze inconsce di giungere ad esercitare interamente la propria influenza.
Nessuno può divenire Sé (individuazione) senza sottostare a questo pericoloso passaggio, poiché anche ciò che temiamo fa parte dell’interezza della psiche, il sub o super-mondo delle dominanti psichiche, dal quale l’Io si è emancipato soltanto a fatica e soltanto fino a un certo livello, verso una libertà più o meno illusoria.
Questa liberazione è un’impresa eroica necessaria ma non definitiva perché la creazione di un soggetto necessita l’opposizione dell’oggetto.
Questo oggetto, sembra, sia il mondo che anche a questo fine è gonfiato dalle proiezioni.
Cerchiamo e troviamo le nostre difficoltà, cerchiamo e troviamo il nostro nemico, cerchiamo e troviamo ciò che è amato e prezioso, e fa piacere sapere che tutto il male e tutto il bene sono al di fuori, in un oggetto visibile dove è possibile superarli, punirli, annientarli e benedirli.
Ci sono persone che ritengono che il mondo e tutto quel che vi si esperimenta  siano di natura allegorica e rappresentino quel che giace nascosto nel soggetto stesso, nella propria realtà trans-soggettiva.
Secondo la dottrina lamaistica, questa profonda intuizione è lo stato chonyid ragione per ci il Chonyid-bardo porta anche il titolo bardo dell’esperienza della realtà (bardo=vita).
Il Chonyid-bardo è la realtà dei pensieri, le cosiddette“forme pensiero” che appaiono come realtà, la fantasia assume forma reale, e il sogno spaventoso, evocato dal karma e dalle dominanti inconsce, comincia. Per primo appare come un compendio di tutti i terrori, l’annientatore dio della morte; seguono (leggendo il testo all’indietro), ventotto potenti orribili dee e cinquantotto “divinità vampiri che”.
Le divinità sono organizzate in mandala (cerchi) contenenti la croce dei quattro colori i quali si riferiscono a quattro forme di saggezza:

1)      Bianco = il sentiero di luce della saggezza simile a specchio.

2)      Giallo = il sentiero di luce della saggezza della parità

3)      Rosso = il sentiero di luce della saggezza che discerne

4)      Verde = il sentiero di luce della saggezza che tutto opera.

Su un gradino più alto dell’intuizione, il dipartito sa che le vere forme di pensiero emanano da lui stesso, e che i quattro sentieri di luce della saggezza, che appaiono davanti a lui, sono le irradiazioni della propria potenza psichica. Ci troviamo così la centro della psicologia del mandala lamaitico.
Continuando a seguire all’indietro il Chonyid-bardo, si sale alla visione dei quattro grandi :

1)      il verde Amogha- Siddhi:

2)      il rosso Amitabha:

3)      il giallo Ratna-Sambhava:

4)      il bianco Vajra-Sattva.

Si termina con la splendente luce azzurra del dharma-dhatu, del corpo di Buddha, che proviene, nel centro del mandala, dal cuore di Vairochana.
Con questa visione finale si dissolvono il karma e la sua illusione; la coscienza sciolta da ogni forma e da ogni dominio da parte degli oggetti, ritorna allo stato iniziale, atemporale, del dharma-kaya.
Si raggiunge così, leggendo all’indietro, lo stato chikhai, che compare al momento della morte.
Il libro illustra una via iniziatica alla rovescia, che prepara, in opposizione alle attese escatologiche cristiane, la discesa nel divenire fisico.
Lo scopo vero e proprio del Bardo Thodol è la premura, che fa di certo una strana impressione all’europeo colto del XX (XXI) secolo, d’illuminare il defunto che si trova nel bardo.
La Chiesa cattolica è l’unico luogo del mondo abitato da bianchi dove si possano ancora incontrare tracce sostanziali di una sollecitudine dell’anima dipartita.
Naturalmente il culto dei morti è basato sulla fede nella sovratemporalità dell’anima, ma irrazionalmente sulla necessità psicologica dei viventi di fare qualcosa per i defunti.
Le istruzioni del Bardo Thodol sono così minuziose che ci si domanda se in fin dei conti quei vecchi saggi lama non abbiano gettato uno sguardo nella quarta dimensione, sollevando un po’ il velo che ricopre i grandi segreti della vita.
E’ evidente che l’intero libro sia tratto dai contenuti archetipici dell’inconscio, realtà metafisiche che si trovano soltanto nella realtà dei dati psichici.
Il mondo degli dei e degli spiriti è l’inconscio collettivo in noi ma è anche al di fuori di noi.


 

 La ruota della Vita




                 

sabato 29 giugno 2013

L'Altra Parte di noi


"L'Altra Parte è la prima cosa che si apprende quando si vuole seguire la Tradizione della Luna, solo intendendo l'Altra Parte si comprende come la conoscenza si possa trasmettere attraverso il tempo... Noi siamo eterni perché siamo manifestazioni di Dio, ecco perché attraversiamo molte vite e molte morti, uscendo da un punto che nessuno conosce e dirigendoci verso un altro punto parimenti ignoto.
Dio decise di fare determinate cose in una certa maniera, ma il motivo per cui agì in questo modo è un segreto che solo Lui conosce.
In qualsiasi caso ciò accade.
E quando gli uomini pensano alla reincarnazione, arrivano sempre a scontrarsi con una domanda molto ardua: se all'inizio c'erano pochi esseri umani sulla faccia della Terra, e oggi ne esistono così tanti, da dove provengono queste nuove anime?
La risposta è semplice, in alcune reincarnazioni, noi ci dividiamo. Proprio come i cristalli e le stelle, le cellule e le piante, anche le nostre anime si dividono.
La nostra anima si scinde in due, e ciascuna di queste nuove entità si suddivide in altre due...e così nel giro di alcune generazioni, ognuno di noi si trova ad abitare buona parte della Terra.
Ma quale parte ha la coscienza di chi è una o tutte?
Noi facciamo parte di ciò che gli alchimisti chiamano Anima Mundi, l'Anima del Mondo, se questa dovesse soltanto suddividersi, si indebolirebbe sempre di più, nonostante la diffusione e l'accrescimento.
Ecco perché, mentre la nostra anima si divide, contemporaneamente si ritrova. E questo incontro si chiama Amore. Allorché si scinde, l'anima origina sempre una parte maschile e una femminile.
È quanto si afferma in alcune trascrizioni del Libro della Genesi: l'anima di Adamo si divise ed Eva nacque dall'interno di lui.
Anche le carte sono molte e tutte appartengono allo stesso mazzo ma per comprendere il loro messaggio abbiamo bisogno di ciascuna di esse: ognuna è ugualmente importante. E questo vale anche per le anime.
Tutti gli esseri umani sono collegati tra loro, proprio come gli arcani di questo mazzo.
In ogni vita abbiamo  il misterioso obbligo di ritrovarci con almeno una di queste Altre Parti. L'Amore Sommo, quello che le ha separate, si rallegra per l'Amore che le unisce di nuovo.
È possibile identificare l'Altra Parte di sé dal bagliore dello sguardo: sin dall'inizio dei tempi era questo il modo che persone riconoscevano il vero Amore.
E questo si trova correndo dei rischi, correndo il rischio del fallimento, delle delusioni, delle disillusioni, ma non cessando mai di cercare l'Amore. Chi persevera nella ricerca trionferà.
Possiamo incontrare più di un'Altra Parte di noi in ogni vita.
E quando ciò accade il cuore si ritrova diviso e il risultato è dolore e sofferenza. Sì è possibile incontrate tre o quattro Altre  Parti, perché noi siamo tanti, e molti sparpagliati.
Esiste una sola essenza della Creazione e si chiama Amore. L'Amore è la forza che ci permette di ricongiungerci, per condensare l'esperienza sparsa in molte vite e in molti luoghi del moldo.
Dobbiamo reputatci responsabili dell'intera Terra, poiché ignoriamo dove si trovano le Altre Parti che siamo stati sin dall'inizio dei tempi. Se esse staranno bene, saremo felici se stanno male soffriremo inconsapevolmente del loro dolore.
Ma soprattutto noi abbiamo l'obbligo di ricongiungerci, almeno una volta in ogni incarnazione con l'Altra Parte giacché, sicuramente la incontreremo lungo il nostro cammino, magari solo per qualche istante. In qualsiasi caso, quegli attimi racchiuderanno un amore così intenso da giustificare il resto della nostra esistenza.
Ovviamente è possibile che l'Altra Parte di noi prosegua per la sua strada: accade quando ci rifiutiamo di accettarla, o magari non ci accorgiamo della sua presenza.
In tal caso, avremmo bisogno di una nuova incarnazione per rincontrarla e ricongiungerci ad essa.
Tratto da "Brida" di Paulo Coelho
La Fiamma Gemella

venerdì 28 giugno 2013

L'uomo massa e il processo d'individuazione


 

 “Quando la coscienza soggettiva preferisce le rappresentazioni e le opinioni della coscienza collettiva e si identifica con esse, i contenuti dell’inconscio collettivi vengono rimossi.
La rimozione ha delle conseguenze tipiche: la carica energetica dei contenuti rimossi si somma fino a un certo punto a quella che il fattore che è causa della rimozione, la cui efficacia aumenta in proporzione.
Più aumenta la sua carica, più l’atteggiamento repressivo assume carattere fanatico e si avvicina quindi al capovolgimento nel contrario, alla cosidetta enatiodromia.
Maggiore è la carica della coscienza collettiva, più l’Io perde la sua importanza pratica.
Esso in un certo qual modo viene assorbito dalle opinioni e dalle tendenze della coscienza collettiva: il risultato è l’uomo massa, che si identifica in qualche “ismo”.
L’Io conserva la sua autonomia soltanto se sa mantenere una posizione equidistante tra gli estremi.
Questo però è possibile solo se l’Io è cosciente di ciò che “succede” intorno a lui.
Capi sociali, politici e religiosi concorrono a rendergli difficile di emettere un giudizio , tutti vogliono che la decisione cada in favore di un’unica cosa, vogliono l’identificazione assoluta dell’individuo con una “verità” necessariamente unilaterale.
L’uomo del passato ,come quello medievale, non era caduto in preda alla mondanità perché riconosceva che oltre alle potenze manifeste tangibili di questo mondo c’erano anche quelle metafisiche ugualmente influenti che non poteva trascurare, l’uomo di massa moderno invece è preda di un’unilateralità di concezioni dotate di fondamento scientifico.
Queste concezioni si riferiscono tutte quante alla conoscenza dell’oggetto esterno, trascurando così la conoscenza di sé che in questo modo così unilaterale, diventa il problema principale dell’era moderna.
Invece vi sono fattori psichici obbiettivi la cui importanza pratica non è minore, per non dir altro, di quella dell’automobile o della radio.
La condizione psichica è minacciata da pericolose identità della coscienza soggettiva con la coscienza collettiva.
Un’identità del genere produce infallibilmente una psiche di massa con la sua inarrestabile tendenza alle catastrofi.
Per fuggire a questa terribile minaccia la coscienza soggettiva deve evitare l’identificazione con la coscienza collettiva riconoscendo sia la propria ombra sia l’esistenza e l’importanza degli archetipi.
Gli archetipi rappresentano una protezione efficace contro la strapotenza della coscienza sociale e della psiche di massa che questa comporta.
L’archetipo può rivelarsi un grande aiuto per il suo fattore spirituale ma anche un gran pericolo a causa della sua parte oscura e celata quindi l’uomo è destinato a svolgere nella sua vita un ruolo decisivo nel dissolvere questo enigma , grazie alla sua coscienza che è sorta come una luce nel buio abisso del mondo primigenio.
La massificazione che deriva dal rifiuto di questo sforzo di coscienza, distrugge il senso dell’individuo e quindi anche il senso della civiltà in generale.
La psiche se perde l’equilibrio può distruggere anche la sua stessa creazione e per evitarlo l’individuo e anche la società necessita dell’attenta considerazione dei fattori psichici.
Lo sviluppo mal diretto della psiche conduce alla distruzione di massa.
La psicologia è “farsi coscienza” del  processo psichico, ma in senso più profondo, e ciò culmina necessariamente nel processo evolutivo caratteristico della psiche, che consiste nell’integrazione dei contenuti suscettibili di diventare coscienti.
Questo processo significa il “farsi totale” dell’uomo psichico, le cui conseguenze sono tanto singolari quanto difficili da descrivere per la coscienza dell’Io.
Non è possibile descrivere adeguatamente il mutamento del soggetto sotto l’influenza del processo d’individuazione.
Si tratta infatti di un evento relativamente raro che sperimenta solo colui che ha vissuto fino in fondo il faticoso confronto – faticoso ma ineliminabile ai fini dell’integrazione dell’inconscio – con le componenti inconsce della personalità.
Il faccia a faccia con l’ombra potrebbe conseguire il pericolo di potersi perdere o inflazionare l’Io in una forma di fanatismo. Potrebbero quindi venire alterati non solo i contenuti inconsci ma anche l’Io e di conseguenza l’uomo potrebbe perdersi.
Una delle componenti fondamentali è la scintilla dell’anima, quel barlume di luce divina che non brilla mai tanto come quando deve farsi valere contro l’assalto delle tenebre. Che sarebbe mai l’arcobaleno se non si ergesse sullo sfondo di una nuvola scura?
Pensiamo ai koan del buddhismo zen, che rischiarano come un lampo i rapporti quasi imperscrutabili esistenti tra l’Io e il Sé.
San Giovanni della Croce che parla di “notte oscura dell’anima”.
Il processo di individuazione è un fenomeno limite della psiche e richiede condizioni particolarissime per diventare cosciente. Si tratta forse della fase iniziale d’uno sviluppo di cui un’umanità futura imboccherà la via.”
Fonte: C.G. Jung da“La dimensione psichica”
 

L'Uomo Sapiens deve necessariamente passare a Uomo Spirituale se vuole sopravvivere allo stato di uomo massa e se non vuole la propria prossima estinsione.
Abbiamo la più alta tecnologia ma abbiamo dimenticato l'Amore.
Abbiamo solo appigli materiali e esterni e abbiamo dimenticato che il proprio "centro" è in noi stessi solo così nulla può distruggere la propria serenità interiore.
Stiamo dimenticando la bellezza delle cose semplici perchè ormai non contempliamo più un tramonto ma abbiamo la tv lcd che ci aspetta.
Jung aveva capito che la vera sventura dell'uomo moderno è il fatto che si sta lobotomizzando in una realtà che non permette via di uscita, non appena  accade qualcosa all'esteno di noi perdiamoi riferimenti, ci sentiamo persi....
Chi trova se stesso non si sente mai perso, nel proprio cammino ci si può smarrire, ma quando puoi contare su di te, ritrovi sempre la via verso la luce....


 "La vita è come un'importante corsa ciclistica, il cui traguardo è costituito dalla realizzazione della leggenda personale: secondo gli antichi alchimisti, questa è la vera missione della nostra venuta sulla Terra.
Si tratta solo si non cedere, di non desistere. Padre Alan Jones dice che occorrono Quattro Forze Invisibili, perchè la nostra anima sia in grado di superare gli ostacoli: Amore, Morte, Potere e Tempo.
E' necessario amare, per essere amati da Dio.
E'indispensabile la consapevolezza della morte, per comprendere la vita.
E' obbligatorio lottare per crescere - senza lasciarsi illudere dal potere che deriva dalla crescita, giacchè esso non vale nulla.
Infine bisogna accettare il fatto che la nostra anima, benchè eterna, sia attualmente imprigionata nella tela del tempo, greve di oportunità e limitazioni.
Perciò nella nostra corsa ciclistica, dobbiamo agire come se il tempo avesse una propria esistenza specifica: impariamo a sfruttare ogni secondo e a riposare quando avvertiamo la stanchezza, sempre animati dalla volontà di prosegiure verso la luce divina, senza lasciarci turbare dai momenti di angoscia.
Noi viviamo in un Universo così grande da annichilirci e, nel contempo, sufficientemente piccolo per poter essere racchiuso nel nostro cuore. Nell'anima dell'uomo coesistono l'essenza del mondo e il silenzio del sapere.
Le nuvole si dissipano, mentre il sole non si dissolve mai."

da "solitario nel cammino" Paulo Coelho "SONO COME IL FIUME CHE SCORRE" 
                                                                                                         

La Coscienza e la Vox Dei

Con la parola “coscienza” s’intende una forma speciale di “conoscenza” o “consapevolezza”. La particolarità  della “coscienza”è quella di essere una conoscenza o una certezza del valore emotivo delle idee che abbiamo quanto alle motivazioni del nostro agire. E’ un “fenomeno complesso” che consiste da una parte in un atto elementare di volontà o in un immotivato impulso di agire , dall’altra in un giudizio basato su un sentimento ragionevole.
Quest’ultimo è un “giudizio di valore” che si differenzia da un giudizio intellettuale in quanto presenta, oltre a un carattere obbiettivo, generale e positivo, anche quello di riferimento soggettivo.
Data la complessità del fenomeno, la sua fenomenologia empirica è molto estesa.
Si può manifestare in uno stato d’ansia apparentemente infondato che può derivare da una qualche azione senza che il soggetto sia conscio di una se pur minima relazione tra il suo comportamento e lo stato che ne consegue.
La psiche è una manifestazione che si sottrae al nostro arbitrio, è “natura”, che è possibile talvolta modificare in alcuni punti con arte, scienza e pazienza, ma non trasformare in una cosa artificiale senza danneggiare profondamente l’essenza umana. E’ possibile trasformare l’uomo in un animale malato, ma non in un’entità fittizia.
Sappiamo che il conscio e i suoi contenuti sono una parte modificabile della psiche, ma quanto più profondamente tentiamo di penetrare nel dominio dell’inconscio, tanto più riceviamo l’impressione di avere a che fare con una “realtà autonoma”.
Là dove l’inconscio coopera e il risultato coincide con la tendenza evolutiva inconscia, abbiamo i nostri migliori risultati, mentre dove la natura non ci viene in aiuto possiamo fallire anche con il migliore metodo e intenzioni.
La morale comune è una legge fondamentale dell’inconscio o almeno ne viene influenzato anche se l’inconscio risulta autonomo.
L’atto di coscienza morale si svolge, di massima, nell’inconscio proprio come nel conscio e segue gli stessi precetti morali; ad esempio con sogni in chiave simbolica ci mettono in guardia su qualcosa.
Ma il codice morale può intervenire anche al contrario, con immagini oniriche che hanno tutt’altro che del morali. In questo caso l’inconscio si diletta a fabbricare tutte le immoralità immaginabili.
Le esperienze di questo genere sono molto frequenti e costanti, il fatto è che il sogno è capace tanto di esortare quanto di fuorviare, e ci si pone la domanda se ciò che in esso appare come giudizio della coscienza debba o no essere valutato come tale; in altre parole, se si debba o meno ascrivere all’inconscio una funzione che a noi appare in ordine morale.
Sembra che esso pronunci giudizi morali con la stessa obbiettività con la quale produce fantasie immorali. Questo paradosso, o interna contraddittorietà della coscienza, è da tempo noto: accanto alla coscienza “vera” ne esiste una “falsa” che esagera, distorce e trasforma il bene in male e il male in bene, come fanno ad esempio gli scrupoli di coscienza; e agisce invero con la stessa capacità di coazione e gli stessi fenomeni emotivi propri della coscienza vera.
A questo riguardo ovviamente ci sentiamo molto insicuri, occorre un coraggio non comune o/e una fede incrollabile per seguire semplicemente la propria coscienza e non cadere nella confusione di questo paradosso.
Di solito le obbediamo ma fino al punto delimitato dal codice morale, che se non la sostiene essa ne viene indebolita.
Il fenomeno che chiamiamo “coscienza” lo incontriamo a qualsiasi livello umano e non si tratta di “invenzioni” ma di spontanee formazioni della fantasia che si presentano senza premeditazione, naturalmente e involontariamente, e cioè reazioni inconsce, archetipiche proprie della psiche mana.
 Nulla è  più di sbagliato del presumere che un mito sia stato “inventato”. Esso nasce piuttosto di per sé, come si può osservare in ogni tempo e in ogni luogo in tutte le autentiche creazioni della fantasia, e soprattutto nei sogni.
Ma la hybris del conscio vuole che tutto discenda da lui, mentre, come può essere provato, esso stesso deriva da una più antica psiche inconscia. L’unità e la continuità della consapevolezza sono un acquisto così recente che si teme ancora di vederle svanire.
Allo stesso modo la reazione morale è un comportamento primigenio della psiche, mentre le leggi morali sono una tarda conseguenza del comportamento morale, codificata in precetti.
Quando obbediamo al dettame della nostra coscienza restiamo soli a porgere l’orecchio a una voce soggettiva che non sappiamo affatto su quali basi sia fondata. Nessuno può garantire che i motivi in base ai quali agisce siano soltanto motivi nobili.
Dietro le nostre presunte migliori azioni c’è sempre il Diavolo che ci batte paternamente sulla spalla sussurrandoci: “Magnifico!”
Come si fa a riconoscere la vera coscienza dalla falsa, da un auto-illusione?
Dice Giovanni: “Esaminate gli spiriti, se siano da Dio”.
La coscienza è stata intesa da molti, e fin dai tempi più remoti, più come un intervento divino che come una funzione psichica: infatti i suoi dettami erano considerati come vox Dei, la voce di Dio.
E’ psicologicamente vero che esiste l’opinione secondo la quale la voce della coscienza è la voce di Dio.
Chi le presta tale dignità dovrebbe affidarsi incondizionatamente alla decisione divina seguendo più la propria coscienza che la morale convenzionale.
La coscienza, in qualunque modo fondata, esige dal singolo che egli ubbidisca alla voce interiore anche a rischio di sbagliare. Si può rifiutare obbedienza a questa voce richiamandosi al codice morale e alle concezioni religiose su cui esso poggia, pur provando la sgradevole sensazione di aver commesso un’infedeltà.
La violazione dei valori interiori non è uno scherzo e a volte ha gravi conseguenze psichiche.
Pochi le conoscono anche perché pochi si rendono obbiettivamente conto dei nessi psichici, ma l’anima è tra le realtà sulle quali si è meno informati, poiché a nessuno piace indagare sulla propria ombra. Ci si serve della psicologia perfino per occultare a sé stessi i veri nessi causali.
La sua obbiettività è tanto più gradita quanto è più “scientifica”, perché rappresenta un mezzo eccellente per liberarsi dalle pesanti componenti affettive della coscienza, che pure rappresentano la vera dinamica della reazione morale.
La “voce di Dio” spesso sbarra decisamente la strada all’intenzione soggettiva, strappandole una decisione assai sgradita.
In altre parole, la coscienza è un’esigenza che s’impone al soggetto o che almeno gli procura serie difficoltà.
A volte appare indirettamente sottoforma di sintomi compulsivi là dove non sembra avere parte alcuna. Tutte queste manifestazioni dimostrano che la reazione morale corrisponde a una dinamica autonoma chiamata di volta in volta demone, genio, angelo custode, “Io migliore”, cuore voce interiore, uomo interiore, o superiore. In stretto contatto con la coscienza positiva detta “vera”, si trova la coscienza negativa detta “falsa”designata con l’espressioni diavolo, seduttore, tentatore, spirito maligno, eccetera.
Nessun fenomeno psichico mette in più chiara luce la polarità dell’anima di quanto faccia la coscienza. Se vogliamo capire qualcosa del suo indubbio dinamismo, dobbiamo concepirlo come energia, cioè come potenziale fondato su opposti.
La coscienza porta a percezione conscia gli opposti sempre e inevitabilmente presenti. Questo stato di polarità è un indispensabile elemento costitutivo della psiche.
Se si accetta la concezione della coscienza come voce di Dio ci troviamo logicamente davanti a un dilemma metafisico: o esiste un dualismo e l’onnipotenza divina è dimezzata, oppure gli opposti sono contenuti nell’immaggine monoteistica di Dio, come per esempio quella di Yahwèh nell’Antico Testamento, che presenta uno accanto all’altro opposti moralmente contrastanti, corrispondente all’immaggine della psiche che poggia dinamicamente su opposti, come l’auriga platonico guida il cavallo nero e il cavallo bianco.
L’ipotesi della voce di Dio è un’esclamazione soggettiva, che in primo luogo sottolinea il carattere numinoso della reazione morale. La coscienza è una manifestazione di mana, cioè una manifestazione dello “straordinariamente potente”. Il che è caratteristica speciale delle “idee archetipiche”.
Cioè la reazione morale, in quanto è solo in apparenza identica all’azione suggestiva del codice morale, appartiene alla sfera dell’inconscio collettivo.
L’esperienza dimostra che l’archetipo in quanto manifestazione naturale ha un carattere moralmente ambivalente o, meglio, non ha in sé proprietà morali, è amorale come amorale è anche l’immagine divina, in fin dei conti, di Yahwèh, e acquista caratteristiche morali soltanto attraverso l’atto della conoscenza.
Ecco perché la forma primigenia della coscienza è paradossale: mandare un eretico al rogo è, da un lato un’azione pia degna di lode, come, secondo la tradizione, e dall’altro una brutale manifestazione di spietata e orrenda sete di vendetta.
Entrambe le forme della coscienza, quella vera e quella falsa, scaturiscono dalla stessa sorgente e perciò hanno approssimativamente la stessa forza di persuasione.
Ciò si manifesta anche, per esempio, nelle denominazioni simboliche di Cristo, quali Lucifero, Leone, Corvo (o Nykìkorax), Serpente, Figlio di Dio eccetera che Egli divide Satana, o nell’idea che il benevolo Dio Padre del cristianesimo sia talmente vendicativo da pretendere l’orribile sacrificio di suo Figlio per riconciliarsi con l’umanità, o la tendenza, attribuita al summum bonum, a indurre in tentazione l’uomo, così misero e indifeso, per poi mandarlo all’eterna dannazione se non si fa in tempo a scoprire la trappola tesa dalla divinità.
Di fronte a tali paradossi, insopportabili per il sentimento religioso, vorrei proporre di ridurre la nozione della vox Dei all’ipotesi dell’archetipo, per noi accessibile e comprensibile.
I miti e le favole della letteratura mondiale contengono determinati “motivi”, sempre e dovunque riproposti, che incontriamo nelle fantasie, nei sogni, nei deliri e nei vaneggiamenti dei nostri contemporanei. Queste tipiche immagini e associazioni sono designate come rappresentazioni archetipiche.
Esse sono impressionanti, suggestive, affascinanti: provengono da un archetipo, in se non rappresentabile, da una forma inconscia preesistente che sembra appartenere alla struttura ereditaria della psiche e può quindi manifestarsi anche spontaneamente dovunque.
Il ricondurre l’atto di coscienza a una collisione con l’archetipo rappresenta una spiegazione sostenibile in blocco; d’altra parte dobbiamo ammettere che l’archetipo “psicoide”, cioè la sua essenza irrappresentabile e inconscia, non è soltanto un postulato ma possiede qualità di natura parapsicologica riunite sotto il termine di “sincronicità”.La Sincronicità e l'I Ching
Questo termine indica il fatto che in caso di telepatia, precognizione e simili fenomeni inesplicabili, si può frequentemente osservare anche una situazione archetipica. Ciò si potrebbe collegare con la natura collettiva dell’archetipo, perché l’”inconscio collettivo”, diversamente dall’inconscio personale, è lo stesso dovunque , cioè in tutti gli individui, come lo sono, nei membri della stessa specie, tutte le funzioni biologiche e tutti gli istinti.
Poiché i fenomeni parapsicologici associati con la psiche inconscia mostrano una particolare tendenza a relativizzare le categorie di tempo e di spazio, l’inconscio collettivo deve possedere una qualità aspaziale e atemporale.
Quando parliamo con una persona i cui contenuti inconsci sono costellati, cioè attivati, si genera nel nostro inconscio una costellazione parallela, cioè viene attivato lo stesso o un simile archetipo e, poiché siamo meno inconsci dell’interlocutore e non abbiamo motivi di rimozioni, ci rendiamo conto della sua tonalità affettiva sotto forma di un crescente disagio della coscienza (si entra in cosidetta “connessione” con la persona).
In questo modo si possono avere anche ricostruzioni spontanee di fatti ignorati che si possono esprimere mediante visioni o sogni o provocare un sentimento sgradevole, conscio eppure non formulabile, o far si che una persona indovini un fatto accaduto senza sapere a chi si riferisca.
L’archetipo psicoide è quindi portato a comportarsi come se non fosse localizzato in una persona, ma agisse nell’ambiente circostante in un raggio più o meno vasto.
Nella maggior parte dei casi è la percezione subliminale dei più piccoli segni dell’affetto che conduce alla conoscenza dell’accaduto; gli animali e i primitivi si distinguono per la loro sensibilità in questo campo. Questa spiegazione è insufficiente per spiegare gli avvenimenti  di tipo parapsicologico.
Non appena due interlocutori toccano questioni fondamentali essenziali e numinose e si trovano all’unisono, si produce infatti il fenomeno che Lèvy Bruhl ha definito come pratecipation mystique, fenomeno di “identità inconscia”, in cui le due sfere psichiche individuali si compenetrarono a un punto tale che non è possibile distinguere quel che è dell’una da quel che è dell’altra.
In conclusione “coscienza” significa, nell’uso comune, la certezza della presenza di un fattore che, se “la coscienza è tranquilla”, conferma che una determinata decisione o azione è morale; in caso contrario, la giudica “immorale”.
Da essa si differenzia la forma etica della coscienza, che si manifesta quando due decisioni o comportamenti, moralmente confermati e perciò concepiti come “doveri”, cozzano l’uno contro l’altro.
In questo caso, che è il più delle volte individuale, non previsto dalla morale, si rende necessario un giudizio che in realtà non può essere definito morale, cioè conforme ai costumi.
In questo caso la decisione non può disporre di alcun “costume” cui appoggiarsi.
Qui il fattore decisivo della coscienza è un altro, che sembra derivare non dal codice morale tradizionale ma dal fondamento inconscio della personalità o individualità; la decisione è tratta dalle oscure acque del profondo (vedi i post Funzione Trascendente e  Processo di Individuazione).
Se il soggetto è sufficientemente coscienzioso, il conflitto è portato fino in fondo; ne risulta una soluzione creativa prodotta dall’archetipo costellato e dotata di quella perentoria autorità che non senza ragione è caratterizzata come vox Dei.
Il tipo di soluzione corrisponde ai fondamenti più profondi della personalità, nonché alla sua totalità che abbraccia inconscio e conscio, mostrandosi così superiore all’Io.
Vedi anche Fenomeni Psichici

 C.G. Jung "La dimenzione psichica"

mercoledì 26 giugno 2013

La Sincronicità e l'I Ching


Di per sé spazio e tempo non consistono in nulla. Emergono come concetti ipotizzati solo dall’attività discriminante della coscienza, e formano le coordinate indispensabili per la descrizione del comportamento di corpi in movimento.
Sono quindi sostanzialmente di origine psichica.
Ma se se sono proprietà apparenti di corpi in movimento prodotte dalle necessità intellettive dell’osservatore, la loro relativizzazione ad opera di una condizione psichica non è più in ogni caso un che di prodigioso, ma rientra nell’ambito del possibile.
Questa possibilità sorge però quando la psiche osserva non corpi esterni ma sé stessa.
I fattori decisivi della psiche inconscia sono gli archetipi che fanno la struttura dell’inconscio collettivo.
Questo inconscio però rappresenta una “psiche”  che è identica a sé in tutti gli uomini, e che al contrario dell’elemento psichico a noi noto, è imperscrutabile, per cui l’ho definita con il termine “psicoide”.
Gli archetipi hanno una “carica specifica”: sviluppano effetti numinosi che si manifestano come affetti.
L’affetto provoca un parziale abaissement du niveau mental, elevando un determinato contenutoa un livello di chiarezza superiore al normale, ma sottraendo anche in pari misura agli altri possibili contenuti della coscienza tanta energia che essi si oscurano, diventano inconsci.
E’ quindi un’esperienza quasi regolare che nell’affetto erompano e giungano a manifestarsi contenuti inattesi, che di norma sono inibiti o inconsci.
Apperentmente sembra proprio che gli archetipi siano legati in certe circostanze a fenomeni di contemporaneità, cioè di sincronicità.
Si tratta di “coincidenze” legate tra loro quanto al significato in modo che il loro coincidere “casuale” comporta un’improbabilità che andrebbe espressa mediante una grandezza incommensurabile.
L’esperienza psicologica s’imbatte costantemente in casi in cui l’affiorare di parallelismi simbolici non può essere spiegato senza ricorrere all’ipotesi dell’inconscio collettivo.
I casi di coincidenze significative – che vanno distinti da semplici gruppi casuali – sembrano basarsi su fondamento archetipo.
Per  sincronicità” si indica la contemporaneità di due eventi connessi quanto al significato, ma in maniera acasuale e ciò è il criterio essenziale di questo termine.
“Sincronicità” è usato in opposizione a “sincronismo”, che rappresenta la semplice contemporaneità di due eventi.
Sincronicità significa anzitutto la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi esterni che paiono paralleli significativi della condizione momentaneamente soggettiva e (incerti casi) anche viceversa.
Eventi sincronici si basano sulla contemporaneità di due stati psichici diversi: uno è lo stato normale, probabile ( cioè sufficientemente  spiegabile in senso causale), l’altro è lo stato non deducibile dal primo per via causale, ossia l’evento critico.
In tutti i casi si tratti di ESP spaziale o temporale, esiste una contemporaneità tra lo stato normale o abituale e un altro stato o esperienza non deducibile per via causale, la cui obbiettività può essere di norma verificata solo a posteriori (intuizione profetica o veggenza).
Bisogna tener particolarmente d’occhio questa definizione quando entrano in gioco eventi futuri.
Essi infatti non sono evidentemente sincroni ma sincronistici poiché vengono vissuti al presente come immagini psichiche, quasi che l’evento obbiettivo fosse già presente. Un contenuto inatteso in relazione immediata o mediata con un evento esterno oggettivo coincide con lo stato psichico abituale: è questo fatto che si chiama sincronicità, e si tratta esattamente della stessa categoria di eventi, anche se la loro obbiettività sembra separata dalla coscienza nello spazio e nel tempo.
In linea di principio in questi eventi né lo spazio, né il tempo influiscono sulla sincronicità.
E’ possibile concepire la sincronicità spaziale come un percepire nel tempo, ma va notato che non è altrettanto facile intendere la sincronicità temporale come spaziale, perché non siamo in grado di rappresentarci uno spazio in cui eventi futuri sarebbero già obbiettivamente presenti e potrebbero venir recepiti come attuali mediante riduzione di questa distanza spaziale.
Ma poiché, stando all’esperienza, spazio e tempo sembrano in determinate circostanze ridotti approssimativamente a zero, cade con ciò anche la casualità, legata all’esistenza di spazio e tempo e di mutazioni dei corpi, dal momento ch’essa consiste nella successione di causa ed effetto.
Per questo motivo il fenomeno della sincronicità non può essere per principio posto in relazione con alcuna rappresentazione causale.
Il legante tra fattori coincidenti quanto a significato, deve essere pensato necessariamente come acausale.
Il fattore emotivo svolge un ruolo considerevole; ogni stato emotivo causa una modificazione della coscienza definita da Pierre Janet “abaissement du niveau mental” ciò significa che subentra un restringimento della coscienza e al tempo stesso un rafforzamento dell’inconscio, specialmente in presenza di affetti intensi. Il tono dell’inconscio si alza in una certa misura, il che provoca facilmente un avanzamento dall’inconscio nella coscienza.
Di conseguenza la coscienza cade sotto l’influenza di impulsi e contenuti inconsci istintivi.
Questi contenuti di regola sono complessi fondati in ultima analisi sugli archetipi, cioè sull’”instinctual pattern”.
 Ma accanto agli archetipi si trovano nell’inconscio anche le percezioni subliminali e così pure immagini mnestiche dimenticate, cioè o momentaneamente o assolutamente irriproducibili.
Tra i contenuti subliminali bisogna distinguere le percezioni da ciò che definirei un “conoscere” o un “esser presente” inesplicabile.
Mentre le percezioni possono essere riferite a possibili o probabili eccitazioni sensoriali subliminali, il “conoscere” o “esser presente”  di immagini inconsce o non ha nessun fondamento riconoscibile. Oppure esistono rapporti causali riconoscibili con certi contenuti (spesso archetipici) già preesistenti.
Si suppone che esista nell’inconscio un che di simile a una conoscenza a priori o, meglio una “presenza” a priori svincolata da ogni base causale.
Il fenomeno della sincronicità è quindi la risultante di due fattori:
1)      un’immagine inconscia si presenta direttamente (letteralmente) o indirettamente (simboleggiata o accennata) alla coscienza come sogno, idea improvvisa o presentimento;
2)      un dato di fatto obbiettivo coincide con questo contenuto. Ci si può meravigliare in eguale misura del primo o del secondo fatto.
Come si crea l’immagine inconscia, o come si crea la coincidenza?
Si può rispondere con le seguenti citazioni:
da Alberto Magno nel "De mirabilibus mundi" che prende in considerazione il ruolo dell’affetto nell’insorgere di eventi di sincronicità:
  “Trovai (in riferimento alla magia) una spiegazione illuminante nel sesto libro dei Naturalia di Avicenna in cui si dice che è insita nell’anima umana una certa proprietà (virtus) di cambiare le cose, e che le altre cose ne sono soggette; e precisamente quando essa è trascinata a un grande eccesso di amore o di odio o qualcosa di analogo.
Se quindi l’anima di un uomo cade in preda a un grande eccesso di qualche passione si può stabilire sperimentalmente che esso (l’eccesso) costringe (magicamente) le cose e le cambia nella direzione verso cui tende l’eccesso… l’emotività dell’anima umana  è la radice principale di tutte le cose, sia che essa, a causa della sua grande emozione, modifichi il suo corpo e altre cose alle quali tende, sia che ad essa anima siano soggette, data la sua dignità, le altre cose inferiori, o che con tale affetto spinto al di là di ogni limite corra parallelamente l’ora adatta o la situazione astrologica o un’altra forza, e noi crediamo  (di conseguenza) che ciò che produca questa forza sia causato dall’anima….. Chi vuole quindi conoscere il segreto di questo fatto per provocarlo e scatenarlo, deve sapere che chiunque può influenzare magicamente ogni cosa, se cade preda di un grande eccesso… e allora lo deve fare precisamente in quell’ora in cui l’eccesso lo aggredisce e agire con le cose che l’anima gli prescrive.
Questo testo mostra chiaramente che l’evento sincronistico (“magico”) era visto come un fatto dipendente dall’affetto.
Ma il “potere magico dell’anima” è preordinato quanto la rappresentazione coincidente che anticipa l’evento fisico esterno. La rappresentazione coincidente prende le mosse dall’inconscio e rientra quindi tra le “idee che sono indipendenti da noi”. Causate da Dio e non dipendenti da noi.
Quindi vi sono degli avvenimenti sincronistici a precindere dalla volontà di volerli scatenare.
Anche Goethe pensa in termini “magici” i tema di eventi sincronistici:
  “Tutti abbiamo in noi un che di forze elettriche e magnetiche, e come il magnete esercitiamo un potere di attrazione e di ripulsione a seconda che veniamo in contatto con qualcosa di uguale o disuguale”.
Dopo queste considerazioni generali, torniamo ora al nostro problema dei fondamenti empirici della sincronicità.
Le esperienze di cui parliamo sono tutt’altro che a portata di mano. Dobbiamo quindi arrischiarci negli angoli più oscuri e trovare il coraggio di dare una scossa alle prevenzioni della nostra concezione attuale del mondo, se vogliamo tentare di allargare le basi della nostra conoscenza della natura.
La domanda è se esista un metodo che renda possibili risultati misurabili o numerabili, e che al tempo stesso ci dia modo di penetrare nei retroscena psichici della sincronicità.
Da tempo esistono certi metodi intuitivi i così detti metodi mantici, che procedono sostanzialmente dal fattore psichico, ma che presuppongono come ovvia la realtà della sincronicità.
In un primo tempo ho diretto particolarmente la mia attenzione su quella tecnica ausiliaria della comprensione intuitiva della totalità che è caratteristica della Cina, ossia l’I Ching.
Al contrario dello spirito occidentale educato dal pensiero greco, lo spirito cinese tende a non cogliere il fatto singolo per amore del fatti in sé, ma a una concezione che vede il singolo come parte di un tutto.
L’I Ching, questa base della filosofia classica cinese è un metodo destinato da tempi antichissimi a cogliere nella sua totalità una situazione e a porre quindi il problema singolo nel quadro del grande gioco antitetico di Yin e Yang.
Cogliere la totalità è ovviamente lo scopo anche della scienza naturale.
Nell’I Ching a una domanda sconosciuta tiene dietro una risposta incomprensibile. Le condizioni per una reazione totalitaria sono quindi quasi ideali. Lo svantaggio però salta agli occhi: contrariamente a quanto accade nell’esperimento scientifico, non si sa cosa è successo.
Due saggi cinesi cercano già nel dodicesimo secolo della nostra era di rimediare a questo inconveniente, tentando, in base all’ipotesi dell’unità di tutta la natura, di spiegare come concordanza significativa la contemporaneità di uno stato psichico con un processo fisico.
In altre parole essi supposero che sia nello stato psichico che in quello fisico si esprima la stessa realtà. Per verificare quest’ipotesi occorreva però, in questo esperimento apparentemente illimitato, una condizione ancora, ossia una certa forma del processo fisico, un metodo o una tecnica che costringesse la natura a formulare la sua risposta mediante numeri pari e dispari.
In quanto rappresentati di Yin e Yang questi numeri sono propri sia dell’inconscio che della natura in forma di opposti, ossia di madri e padri di tutto ciò che accade, e costituiscono quindi il tertium comparationis tra il mondo psichico interiore e il mondo fisico esterno.
I due saggi trovarono così un metodo che permetteva di rappresentare uno stato interiore come esteriore e viceversa.
Naturalmente però occorreva una conoscenza intuitiva del significato della figura offerta di volta in volta dall’oracolo.
L’I Ching consiste quindi in una raccolta di 64 interpretazioni nelle quali è elaborato il senso di ognuna delle 64 combinazioni Yang-Yin. Queste rivelazioni danno forma alla conoscenza interiore, inconscia, che coincide con lo stato in cui si trova di volta in volta la coscienza.
Con questa premessa psichica coincide il risultato casuale del metodo, ossia i numeri pari e dispari che risultano dalla caduta delle monete o dalla suddivisione casuale di gambi di achillea.
Come tutte le tecniche divinatorie, ossia intuitive, il metodo è basato sul principio del nesso acasuale o sincronistico.
Nell’esecuzione pratica dell’esperimento si verificano effettivamente numerosi casi illuminanti per chiunque non sia prevenuto, casi che dal punto di vista razionale, e operando una certa violenza, si potrebbero spiegare solo come proiezioni. Ma se si ammette che sono realmente ciò che sembrano, allora si tratta di coincidenze significative per le quali la nostra conoscenza non ha spiegazioni causali da offrire.
Fonte: "La sincronicità" di Carl G. Jung


Per provare a consultare l'I Ching consiglio questo sito:
http://www.labirintoermetico.com/09IChing/index.htm

martedì 25 giugno 2013

Fenomeni psichici, l'incoscio e la coscienza sublime....

Questo post non è nato per cercare una spiegazione ai fenomeni psichici, o per capire se esistono o meno le esperienze extrasensoriali, ma solo per far riflettere tutte quelle persone che non credono alla possibilità che tutti noi abbiamo delle facoltà o quel certo sesto senso...
Jung, come altre menti geniali del XX secolo, ha capito che oltre il tangibile, oltre ciò che i sensi ci permettono di percepire, c'è tutto un "mondo occulto" dal quale si può attingere qualsiasi informazione passata, presente e futura: questo mondo celato che Jung identifica nell'inconscio.
Ciò che non è semplicemente comprensibile dalla coscienza fa paura e ci vuole coraggio per affrontare e decodificare ciò che tutto questo comporta nella vita di tutti i giorni.
Io personalmente ho passato la maggior parte della mia vita a capire ciò che mi succedeva in determinate situazioni, fenomeni che non comprendevo o che credevo fossero comuni a tutti, dopo una serie di letture ho "incontrato" Jung che nel modo più semplice e comprensibile possibile (ma solo perché mi identifico in molti dei suoi pensieri) mi ha condotto alle risposte che cercavo o comunque, cosa ancora più importante per me, ha avvalorato delle mie teorie nate in modo spontaneo; teorie che neanche io sapevo da che "parte di me" provenissero e che mi accompagnano da tutta una vita e che negli anni hanno subito evoluzioni date dall'integrazione di esperienze!
La “dissociazione o dissociabilità della psiche”;
 è un fenomeno psichico che di solito la psicologia “accademica” ignora: non solo, accade che i processi inconsci sono spesso indipendenti dai processi sperimentati dalla coscienza; ma anche i processi coscienti lasciano già intravedere con chiarezza d’essere connessi da tenui legami, quando non mostrano addirittura una separazione.
Si tratta addirittura di antichissime esperienze dell’umanità, che si riflettono nell’ipotesi universalmente diffusa di una pluralità di anime in un medesimo individuo.
Inoltre l’esperienza psichiatrica dimostra che spesso basta ben poco per far saltare l’unità della coscienza, faticosamente conseguita nel corso dell’evoluzione, e per tornare a dissolverla nei suoi elementi originari.
Se è esatto in sé per sé che contenuti della coscienza diventano, a causa di una perdita di energia, subliminali e quindi inconsci, e che viceversa un aumento di energia fa si che processi inconsci diventino coscienti, dovremmo aspettarci, se per esempio esiste la possibilità di atti di volontà inconsci, che questi posseggano un’energia che li rende capaci di assurgere alla coscienza; una coscienza secondaria però e che consiste nel fatto che il processo inconscio è “rappresentato” a un soggetto che sceglie e decide.
Questa coscienza secondaria rappresenta una componente della personalità che non a caso è separata dalla coscienza dell’Io, ma poiché esiste una somma di energia che rende possibile accedere alla coscienza, il soggetto secondario agisce tuttavia sulla coscienza dell’Io, ma indirettamente, ossia per mezzo di “simboli”, termine non  proprio esatto perché i contenuti che appaiono nella coscienza sono infatti anzitutto “sintomatici”. 
E’ quindi possibile che l’inconscio ospiti contenuti i quali posseggono una tensione energetica tanto grande da dover diventare percepibili all’Io in altre circostanze. Non si tratta di contenuti rimossi, bensì di contenuti “non ancora consci”, cioè realizzati come soggettivi, come per esempio i demoni o gli dèi primitivi e i vari “ismi” moderni ai quali si tributa una fede fanatica.
Non è illegittimo da parte nostra stabilire un’analogia tra la coscienza e le funzioni sensoriali, dalla cui fisiologia proviene del resto il concetto di “soglia”.
Il numero di vibrazioni del suono percepibile all’orecchio umano va da 20 a 20000 circa, e le lunghezze d’onda della luce si estendono da 7700 a 3900 angstrom.
In base a questa analogia sembra pensabile che esista, per i processi psichici, non solo una soglia inferiore ma anche una soglia superiore, e che di conseguenza la coscienza, che è il sistema di percezione per eccellenza, possa essere paragonata alla scala percepibile del suono o della luce, il che spinge a supporre, analogamente a quanto accade col suono e con la luce, l’esistenza non solo di un limite inferiore ma anche di un limite superiore.
Forse sarebbe possibile estendere questo paragone alla psiche in generale, se esistessero processi “psicoidi” a entrambe le estremità della scala psichica.
In base all’assioma natura non facit saltus questa ipotesi non dovrebbe essere del tutto peregrina.
Adotto il termine “psicoide” non come sostantivo ma come aggettivo, e non intendo con tale termine una qualità propriamente attinente alla psiche o all’anima ma “analoga all’anima”, simile a quella che posseggono i processi relativi ai riflessi, e in più questo termine deve servire a distinguere una categoria di fenomeni da un lato dai semplici fenomeni vitali, e dall’altro dai processi propriamente “attinenti alla psiche”.
Questa distinzione ci costringerà anche a definire il tipo e l’estensione di ciò che è psichico, e in modo particolarissimo, di ciò che è “inconsciamente psichico”.
Il fatto che all’esistenza della coscienza vi sia accanto un secondo sistema psichico, ha un significato assolutamente rivoluzionario, perché potrebbe alterare radicalmente la nostra immagine del mondo. Se fossimo in grado di incanalare nella coscienza dell’Io anche solo le percezioni che hanno luogo in un secondo sistema psichico, sarebbe possibile estendere in maniera incredibile la nostra immagine del mondo, che non può che avere valore provvisorio; perché si compie sul soggetto del percepire e del conoscere una modificazione così radicale come quella di un raddoppiamento ineguale, non può non sorgere un’immagine del mondo diversa da quella invalsa finora.
Questo può essere dimostrato solo se i contenuti inconsci si lasciano trasformare in contenuti coscienti, ossia quando si riesca, mediante l’interpretazione, a integrare nella coscienza le alterazioni provenienti dall’inconscio, cioè gli effetti delle manifestazioni spontanee, di sogni, fantasie e complessi.
L’inconscio non è ciò che è semplicemente ignoto: da un lato è l’elemento psichico ignoto, ossia tutto ciò che presupponiamo non si distingue in nulla dai contenuti psichici  a noi noti qualora pervenisse alla coscienza; dall’altro lato dobbiamo aggiungervi anche il sistema psicoide, sulla cui natura non siamo in grado di fare affermazioni dirette.
Questo inconscio così definito descrive un dato di fatto estremamente fluido: tutto ciò che io so, ma a cui momentaneamente non penso; tutto ciò che per me una volta è stato cosciente, ma che ora è dimenticato; tutto ciò che viene percepito dai miei sensi, ma che non viene notato dalla mia coscienza; tutto ciò che io sento, penso, ricordo, voglio e faccio senza intenzione e senza attenzione, cioè inconsciamente; ogni cosa futura che si prepara in me e che affiorerà alla coscienza solo più tardi; tutto questo è contenuto nell’inconscio.
William James parla anche di campo transmarginale  della coscienza e lo identifica con coscienza subliminale:
“Essa ci circonda come un ‘campo magnetico’, all’interno del quale il centro d’energia gira come l’ago di una bussola, mentre la fase presente della coscienza si muta in quella che le succede.
L’intera nostra riserva di ricordi fluttua al di là di questo margine, pronta a entrare, al primo contatto; e l’intera massa di poteri, impulsi e conoscenze residui che costituisce la nostra personalità empirica si estende continuamente al di là di esso. Ad ogni momento della nostra vita cosciente, i confini che separano quel che è attuale da quel che è solo potenziale sono tracciati in modo così vago, che è sempre difficile dire certi elementi mentali se siano consci o no”.
La psiche in quanto tale non può essere spiegata in base al chimismo fisiologico se non altro perché essa è, con la “vita” in generale, l’unico fattore naturale capace di trasformare strutture sottoposte alle leggi naturali in stati “superiori” o “innaturali”, in antitesi con la legge dell’entropia che governa la natura inorganica.
Non sappiamo come la vita fa scaturire le complessità organiche dallo stato inorganico, ma sperimentiamo direttamente come procede la psiche nel farlo.
La vita ha perciò una “autonomia”, un modo di porre da sé le sue leggi, che non può essere derivato dalle leggi naturali fisiche conosciute.
La base istintuale controlla la parte inferiore della funzione. La parte superiore invece corrisponde alla parte prevalentemente psichica della funzione stessa.
La parte inferiore è la parte relativamente immutabile, automatica della funzione, la parte superiore la parte volontaria e variabile.
La parte di funzione definita parte inferiore ha un aspetto inconfondibilmente fisiologico. Il suo essere o non essere sembra legato agli ormoni. Il suo funzionamento ha “carattere dell’obbligatorietà”.
La parte superiore, per la quale la migliore descrizione possibile è quella di psichica, e che viene anche sentita come tale, ha perso il carattere di obbligatorietà. Può essere assoggettata al libero arbitrio e perfino piegata a un uso antitetico rispetto all’istinto originario. Funzione Trascendente
Lo psichico appare come un’emancipazione della funzione dalla forma istintuale e dalla obbligatorietà che, come unica determinazione della funzione, la irrigidisce riducendola a un meccanismo.
Via via che si libera dalla sfera puramente istintuale infatti la parte superiore raggiunge alla fine un livello in cui l’energia insita nella funzione non è affatto orientata nel senso originario dell’istinto, ma raggiunge una forma cosidetta “spirituale”.
Così dicendo non s’intende affatto che si verifica una modificazione sostanziale dell’energia istintuale, ma semplicemente una modificazione delle sue forme di applicazione.
Il senso o il fine dell’istinto non è affatto una cosa univoca, perché nell’istinto può essere celato un senso finale, diverso dal senso biologico, che viene alla luce soltanto nel corso dell’evoluzione.
Fonte: dal libro di C.G.Jung "La dimensione psichica"

Anche Rol in altre parole, ma dal medesimo significato, asseriva dell'esistenza di una coscienza sublime che collegava ogni uomo a Dio, in pratica noi siamo o obbiamo un canale che ci permette di entrare in contatto con le informazioni inconscie, ma non tutti gli esseri umani hanno la volontà o le capacità di volerlo utilizzare.
Da alcune delle sue frasi possiamo capire ciò che lui intende per coscienza sublime:
 -“La coscienza sublime, sinonimo di quella parte “già divina”dell’uomo rivelatagli lungo la strada della conoscenza dell’anima”
 -“I suoni ed i colori sono gli elementi sui quali si armonizza l’universo. Il tempo è il mezzo col quale l’armonia si compie. Il disordine non esclude l’armonia, sempre quando il disordine si manifesta naturalmente. Il genio dell’uomo percepisce il rapporto che corre fra gli elementi armonici ed il tempo e lo sfrutta se è capace di non ostacolare il decorso.
La rivelazione di un’opera di genio consiste appunto nella percezione avvenuta di uno di questi processi e nella captazione del medesimo.”
 -“Per quanto mi riguarda io non sono stato dotato naturalmente e in modo speciale di facoltà che mi differenziano dagli altri uomini: ciò che v’è in me lo possiedono tutti ma, a me e a coloro che si
mettono con fiducia assoluta per questa strada, è dato di giungere alla conoscenza di quell’equilibrio perfetto che governa l’universo (l’amor che muove il sole e l’altre stelle)”
 -“Non dimentichiamo mai che siamo prigionieri di noi stessi, e che, in nessun caso ci liberiamo dal nostro destino.”
 -“La conoscenza della realtà è di grande aiuto nel reperire e interpretare i preziosi simboli che ci stanno intorno e ci illuminano costantemente.”
 -“Non c’è nessuno, io credo, che possa sottrarsi ai voleri dell’anima, e tutti, un momento o l’altro hanno quell’attimo di chiaroveggenza che li spinge a meditare su di una piccola cosa, che capita proprio lì, giusto per aprire un vasto orizzonte di luce e verità.”
Dal libro "..Io sono la grondaia..."

In ultimo, anche una mente scientifica come quella di Einstein, capisce che oltre la nostra percezione puramente sensoriale c'è qualcosa che va al di là della nostra coscienza.
 Ciò che Jung definisce incoscio collettivo, per Einstein è una compenetrazione nelle leggi della Natura, imperativo esteriore, religiosità cosmica...
Riporto delle citazioni tratte dai suoi libri:
"Ciascuno agisce non soltanto sotto l'impulso di un imperativo esteriore, ma anche secondo una necessità interiore. L'aforismo di Schopenhauer: «è certo che l'uomo può fare ciò che vuole ma non può volere ciò che vuole» mi ha vivamente impressionato fin dalla giovinezza.... Aver coscienza di ciò contribuisce ad addolcire il senso di responsabilità che facilmente ci mortifica e ci evita di prendere troppo sul serio noi come gli altri"
"Sapere che esiste qualcosa di impenetrabile, conoscere le manifestazioni dell'intelletto più profondo e della bellezza più luminosa, che sono accessibili alla nostra ragione solo nelle forme più primitive, questa conoscenza e questo sentimento, ecco la vera devozione: in questo senso è soltanto in questo, io sono fra gli uomini più profondamente religiosi."
"Mi basta sentire il mistero dell'eternita della vita, avere la conoscenza e l'intuizione di ciò che è, lottare attivamente per afferrare una particella, anche piccolissima, che si manifesta nella natura"
"Al contrario il sapiente è compenetrato dal senso della casualità per tutto ciò che avviene. La morale non ha niente di divino è del tutto umana. La sua religiosità consiste nell'ammirazione estasiata delle leggi della natura."
"La religione cosmica è l'impulso più potente e più nobile alla ricerca scientifica"
"Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso è giunto a liberarsi dall'Io."
"la missione più alta del fisico è dunque la ricerca di queste leggi elementari, le più generali, dalle quali si parte per raggiungere, attraverso semplici deduzioni, l'immagine del mondo. Nessun cammino logico conduce a queste leggi elementari: l'intuizione sola fondata sull'esperienza ci può condurre ad esse."
"L'armonia prestabilita.... Il desiderio ardente di una visione di questa armonia prestabilita è la fonte della perseveranza e della pazienza inesauribile con la quale vediamo Plank dedicarsi ai problemi più generali della nostra scienza senza lasciarsi distogliere da mete più facilmente raggiungibili e più
 utilitarie."
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