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venerdì 28 giugno 2013

La Coscienza e la Vox Dei

Con la parola “coscienza” s’intende una forma speciale di “conoscenza” o “consapevolezza”. La particolarità  della “coscienza”è quella di essere una conoscenza o una certezza del valore emotivo delle idee che abbiamo quanto alle motivazioni del nostro agire. E’ un “fenomeno complesso” che consiste da una parte in un atto elementare di volontà o in un immotivato impulso di agire , dall’altra in un giudizio basato su un sentimento ragionevole.
Quest’ultimo è un “giudizio di valore” che si differenzia da un giudizio intellettuale in quanto presenta, oltre a un carattere obbiettivo, generale e positivo, anche quello di riferimento soggettivo.
Data la complessità del fenomeno, la sua fenomenologia empirica è molto estesa.
Si può manifestare in uno stato d’ansia apparentemente infondato che può derivare da una qualche azione senza che il soggetto sia conscio di una se pur minima relazione tra il suo comportamento e lo stato che ne consegue.
La psiche è una manifestazione che si sottrae al nostro arbitrio, è “natura”, che è possibile talvolta modificare in alcuni punti con arte, scienza e pazienza, ma non trasformare in una cosa artificiale senza danneggiare profondamente l’essenza umana. E’ possibile trasformare l’uomo in un animale malato, ma non in un’entità fittizia.
Sappiamo che il conscio e i suoi contenuti sono una parte modificabile della psiche, ma quanto più profondamente tentiamo di penetrare nel dominio dell’inconscio, tanto più riceviamo l’impressione di avere a che fare con una “realtà autonoma”.
Là dove l’inconscio coopera e il risultato coincide con la tendenza evolutiva inconscia, abbiamo i nostri migliori risultati, mentre dove la natura non ci viene in aiuto possiamo fallire anche con il migliore metodo e intenzioni.
La morale comune è una legge fondamentale dell’inconscio o almeno ne viene influenzato anche se l’inconscio risulta autonomo.
L’atto di coscienza morale si svolge, di massima, nell’inconscio proprio come nel conscio e segue gli stessi precetti morali; ad esempio con sogni in chiave simbolica ci mettono in guardia su qualcosa.
Ma il codice morale può intervenire anche al contrario, con immagini oniriche che hanno tutt’altro che del morali. In questo caso l’inconscio si diletta a fabbricare tutte le immoralità immaginabili.
Le esperienze di questo genere sono molto frequenti e costanti, il fatto è che il sogno è capace tanto di esortare quanto di fuorviare, e ci si pone la domanda se ciò che in esso appare come giudizio della coscienza debba o no essere valutato come tale; in altre parole, se si debba o meno ascrivere all’inconscio una funzione che a noi appare in ordine morale.
Sembra che esso pronunci giudizi morali con la stessa obbiettività con la quale produce fantasie immorali. Questo paradosso, o interna contraddittorietà della coscienza, è da tempo noto: accanto alla coscienza “vera” ne esiste una “falsa” che esagera, distorce e trasforma il bene in male e il male in bene, come fanno ad esempio gli scrupoli di coscienza; e agisce invero con la stessa capacità di coazione e gli stessi fenomeni emotivi propri della coscienza vera.
A questo riguardo ovviamente ci sentiamo molto insicuri, occorre un coraggio non comune o/e una fede incrollabile per seguire semplicemente la propria coscienza e non cadere nella confusione di questo paradosso.
Di solito le obbediamo ma fino al punto delimitato dal codice morale, che se non la sostiene essa ne viene indebolita.
Il fenomeno che chiamiamo “coscienza” lo incontriamo a qualsiasi livello umano e non si tratta di “invenzioni” ma di spontanee formazioni della fantasia che si presentano senza premeditazione, naturalmente e involontariamente, e cioè reazioni inconsce, archetipiche proprie della psiche mana.
 Nulla è  più di sbagliato del presumere che un mito sia stato “inventato”. Esso nasce piuttosto di per sé, come si può osservare in ogni tempo e in ogni luogo in tutte le autentiche creazioni della fantasia, e soprattutto nei sogni.
Ma la hybris del conscio vuole che tutto discenda da lui, mentre, come può essere provato, esso stesso deriva da una più antica psiche inconscia. L’unità e la continuità della consapevolezza sono un acquisto così recente che si teme ancora di vederle svanire.
Allo stesso modo la reazione morale è un comportamento primigenio della psiche, mentre le leggi morali sono una tarda conseguenza del comportamento morale, codificata in precetti.
Quando obbediamo al dettame della nostra coscienza restiamo soli a porgere l’orecchio a una voce soggettiva che non sappiamo affatto su quali basi sia fondata. Nessuno può garantire che i motivi in base ai quali agisce siano soltanto motivi nobili.
Dietro le nostre presunte migliori azioni c’è sempre il Diavolo che ci batte paternamente sulla spalla sussurrandoci: “Magnifico!”
Come si fa a riconoscere la vera coscienza dalla falsa, da un auto-illusione?
Dice Giovanni: “Esaminate gli spiriti, se siano da Dio”.
La coscienza è stata intesa da molti, e fin dai tempi più remoti, più come un intervento divino che come una funzione psichica: infatti i suoi dettami erano considerati come vox Dei, la voce di Dio.
E’ psicologicamente vero che esiste l’opinione secondo la quale la voce della coscienza è la voce di Dio.
Chi le presta tale dignità dovrebbe affidarsi incondizionatamente alla decisione divina seguendo più la propria coscienza che la morale convenzionale.
La coscienza, in qualunque modo fondata, esige dal singolo che egli ubbidisca alla voce interiore anche a rischio di sbagliare. Si può rifiutare obbedienza a questa voce richiamandosi al codice morale e alle concezioni religiose su cui esso poggia, pur provando la sgradevole sensazione di aver commesso un’infedeltà.
La violazione dei valori interiori non è uno scherzo e a volte ha gravi conseguenze psichiche.
Pochi le conoscono anche perché pochi si rendono obbiettivamente conto dei nessi psichici, ma l’anima è tra le realtà sulle quali si è meno informati, poiché a nessuno piace indagare sulla propria ombra. Ci si serve della psicologia perfino per occultare a sé stessi i veri nessi causali.
La sua obbiettività è tanto più gradita quanto è più “scientifica”, perché rappresenta un mezzo eccellente per liberarsi dalle pesanti componenti affettive della coscienza, che pure rappresentano la vera dinamica della reazione morale.
La “voce di Dio” spesso sbarra decisamente la strada all’intenzione soggettiva, strappandole una decisione assai sgradita.
In altre parole, la coscienza è un’esigenza che s’impone al soggetto o che almeno gli procura serie difficoltà.
A volte appare indirettamente sottoforma di sintomi compulsivi là dove non sembra avere parte alcuna. Tutte queste manifestazioni dimostrano che la reazione morale corrisponde a una dinamica autonoma chiamata di volta in volta demone, genio, angelo custode, “Io migliore”, cuore voce interiore, uomo interiore, o superiore. In stretto contatto con la coscienza positiva detta “vera”, si trova la coscienza negativa detta “falsa”designata con l’espressioni diavolo, seduttore, tentatore, spirito maligno, eccetera.
Nessun fenomeno psichico mette in più chiara luce la polarità dell’anima di quanto faccia la coscienza. Se vogliamo capire qualcosa del suo indubbio dinamismo, dobbiamo concepirlo come energia, cioè come potenziale fondato su opposti.
La coscienza porta a percezione conscia gli opposti sempre e inevitabilmente presenti. Questo stato di polarità è un indispensabile elemento costitutivo della psiche.
Se si accetta la concezione della coscienza come voce di Dio ci troviamo logicamente davanti a un dilemma metafisico: o esiste un dualismo e l’onnipotenza divina è dimezzata, oppure gli opposti sono contenuti nell’immaggine monoteistica di Dio, come per esempio quella di Yahwèh nell’Antico Testamento, che presenta uno accanto all’altro opposti moralmente contrastanti, corrispondente all’immaggine della psiche che poggia dinamicamente su opposti, come l’auriga platonico guida il cavallo nero e il cavallo bianco.
L’ipotesi della voce di Dio è un’esclamazione soggettiva, che in primo luogo sottolinea il carattere numinoso della reazione morale. La coscienza è una manifestazione di mana, cioè una manifestazione dello “straordinariamente potente”. Il che è caratteristica speciale delle “idee archetipiche”.
Cioè la reazione morale, in quanto è solo in apparenza identica all’azione suggestiva del codice morale, appartiene alla sfera dell’inconscio collettivo.
L’esperienza dimostra che l’archetipo in quanto manifestazione naturale ha un carattere moralmente ambivalente o, meglio, non ha in sé proprietà morali, è amorale come amorale è anche l’immagine divina, in fin dei conti, di Yahwèh, e acquista caratteristiche morali soltanto attraverso l’atto della conoscenza.
Ecco perché la forma primigenia della coscienza è paradossale: mandare un eretico al rogo è, da un lato un’azione pia degna di lode, come, secondo la tradizione, e dall’altro una brutale manifestazione di spietata e orrenda sete di vendetta.
Entrambe le forme della coscienza, quella vera e quella falsa, scaturiscono dalla stessa sorgente e perciò hanno approssimativamente la stessa forza di persuasione.
Ciò si manifesta anche, per esempio, nelle denominazioni simboliche di Cristo, quali Lucifero, Leone, Corvo (o Nykìkorax), Serpente, Figlio di Dio eccetera che Egli divide Satana, o nell’idea che il benevolo Dio Padre del cristianesimo sia talmente vendicativo da pretendere l’orribile sacrificio di suo Figlio per riconciliarsi con l’umanità, o la tendenza, attribuita al summum bonum, a indurre in tentazione l’uomo, così misero e indifeso, per poi mandarlo all’eterna dannazione se non si fa in tempo a scoprire la trappola tesa dalla divinità.
Di fronte a tali paradossi, insopportabili per il sentimento religioso, vorrei proporre di ridurre la nozione della vox Dei all’ipotesi dell’archetipo, per noi accessibile e comprensibile.
I miti e le favole della letteratura mondiale contengono determinati “motivi”, sempre e dovunque riproposti, che incontriamo nelle fantasie, nei sogni, nei deliri e nei vaneggiamenti dei nostri contemporanei. Queste tipiche immagini e associazioni sono designate come rappresentazioni archetipiche.
Esse sono impressionanti, suggestive, affascinanti: provengono da un archetipo, in se non rappresentabile, da una forma inconscia preesistente che sembra appartenere alla struttura ereditaria della psiche e può quindi manifestarsi anche spontaneamente dovunque.
Il ricondurre l’atto di coscienza a una collisione con l’archetipo rappresenta una spiegazione sostenibile in blocco; d’altra parte dobbiamo ammettere che l’archetipo “psicoide”, cioè la sua essenza irrappresentabile e inconscia, non è soltanto un postulato ma possiede qualità di natura parapsicologica riunite sotto il termine di “sincronicità”.La Sincronicità e l'I Ching
Questo termine indica il fatto che in caso di telepatia, precognizione e simili fenomeni inesplicabili, si può frequentemente osservare anche una situazione archetipica. Ciò si potrebbe collegare con la natura collettiva dell’archetipo, perché l’”inconscio collettivo”, diversamente dall’inconscio personale, è lo stesso dovunque , cioè in tutti gli individui, come lo sono, nei membri della stessa specie, tutte le funzioni biologiche e tutti gli istinti.
Poiché i fenomeni parapsicologici associati con la psiche inconscia mostrano una particolare tendenza a relativizzare le categorie di tempo e di spazio, l’inconscio collettivo deve possedere una qualità aspaziale e atemporale.
Quando parliamo con una persona i cui contenuti inconsci sono costellati, cioè attivati, si genera nel nostro inconscio una costellazione parallela, cioè viene attivato lo stesso o un simile archetipo e, poiché siamo meno inconsci dell’interlocutore e non abbiamo motivi di rimozioni, ci rendiamo conto della sua tonalità affettiva sotto forma di un crescente disagio della coscienza (si entra in cosidetta “connessione” con la persona).
In questo modo si possono avere anche ricostruzioni spontanee di fatti ignorati che si possono esprimere mediante visioni o sogni o provocare un sentimento sgradevole, conscio eppure non formulabile, o far si che una persona indovini un fatto accaduto senza sapere a chi si riferisca.
L’archetipo psicoide è quindi portato a comportarsi come se non fosse localizzato in una persona, ma agisse nell’ambiente circostante in un raggio più o meno vasto.
Nella maggior parte dei casi è la percezione subliminale dei più piccoli segni dell’affetto che conduce alla conoscenza dell’accaduto; gli animali e i primitivi si distinguono per la loro sensibilità in questo campo. Questa spiegazione è insufficiente per spiegare gli avvenimenti  di tipo parapsicologico.
Non appena due interlocutori toccano questioni fondamentali essenziali e numinose e si trovano all’unisono, si produce infatti il fenomeno che Lèvy Bruhl ha definito come pratecipation mystique, fenomeno di “identità inconscia”, in cui le due sfere psichiche individuali si compenetrarono a un punto tale che non è possibile distinguere quel che è dell’una da quel che è dell’altra.
In conclusione “coscienza” significa, nell’uso comune, la certezza della presenza di un fattore che, se “la coscienza è tranquilla”, conferma che una determinata decisione o azione è morale; in caso contrario, la giudica “immorale”.
Da essa si differenzia la forma etica della coscienza, che si manifesta quando due decisioni o comportamenti, moralmente confermati e perciò concepiti come “doveri”, cozzano l’uno contro l’altro.
In questo caso, che è il più delle volte individuale, non previsto dalla morale, si rende necessario un giudizio che in realtà non può essere definito morale, cioè conforme ai costumi.
In questo caso la decisione non può disporre di alcun “costume” cui appoggiarsi.
Qui il fattore decisivo della coscienza è un altro, che sembra derivare non dal codice morale tradizionale ma dal fondamento inconscio della personalità o individualità; la decisione è tratta dalle oscure acque del profondo (vedi i post Funzione Trascendente e  Processo di Individuazione).
Se il soggetto è sufficientemente coscienzioso, il conflitto è portato fino in fondo; ne risulta una soluzione creativa prodotta dall’archetipo costellato e dotata di quella perentoria autorità che non senza ragione è caratterizzata come vox Dei.
Il tipo di soluzione corrisponde ai fondamenti più profondi della personalità, nonché alla sua totalità che abbraccia inconscio e conscio, mostrandosi così superiore all’Io.
Vedi anche Fenomeni Psichici

 C.G. Jung "La dimenzione psichica"

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