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mercoledì 25 settembre 2013

Jung e la nevrosi come crescita spirituale

Questo post è un modo per far conoscere la profondità di Jung e ciò che lui intende per psicanalisi e come il suo lavoro ha permesso a egli stesso di crescere e ai suoi pazienti di  crescere  spiritualmente.
Jung non era solo un grande psicologo ma un filosofo, un alchimista, un genio della mente umana, non concepiva l'uomo solo come essere materiale ma anche e soprattutto come potenziale essere illuminato e spirituale;
Egli stesso era capace di una forte spiritualità e quella giusta curiosità audace che lo hanno portato a scoprire i misteri della psiche umana... si potrebbe dire di lui che sia un eretico ma se eretico vuol dire essere un esempio di grande coraggio e spiritualità adogmatica come Giordano Bruno allora eretico sia!
Un grande alchimista della mente umana che solve et coagula i conflitti della psiche in modo che il contrasto formi un bellissimo equilibrio come la monade in cui è racchiuso il segreto dell'Universo.
Non tendeva alla normalizzazione dell'essere umano ma ove ne era possibile cercava di far raggiungere un'individuazione completa del singolo strappandolo dal concetto di uomo massa, illuminando il cammino che Iddio aveva messo a disposizione nel destino dell'anima della persona ma che arbitrariamente, come essere umano poteva o no intraprendere...
Per lui la nevrosi non è nient'altro che un tentativo inconscio di liberarsi dalle catene della convenzione, l'anima che spinge dall'interno (come tutte le malattie che ne derivano a livello fisico).
Dalle parole di Jung tratte dal libro "Ricordi, sogni, riflessioni":
Le diagnosi cliniche sono importanti perché consentono al medico di orientarsi in qualche modo, ma no  servono ad aiutare il paziente. Il fatto decisivo è il problema della sua “storia”, perché essa sola mostra lo sfondo umano  e l’umana sofferenza: e solo allora la terapia può mettersi all’opera.
Grazie al mio lavoro con i pazienti mi resi conto che le idee ossessive e le allucinazioni contenevano un nocciolo significativo.
Nascondono una personalità, la storia di una vita, speranze e desideri. E’ solo colpa nostra se non riusciamo a capirne il significato.
Mi fu chiaro allora per la prima volta che una psicologia generale della personalità è implicata nella psicosi, e che anche in questa si trovano i vecchi conflitti dell’umanità.
Anche in malati che appaiono torpidi o apatici, o idioti, avvengono più cose e cose che hanno più senso di quel che non sembri.
In fondo negli ammalati di mente non scopriamo nulla di nuovo e di sconosciuto, ma ci imbattiamo piuttosto nel substrato della nostra stessa natura.
Visti dal di fuori, i malati di mente ci mostrano solo la tragica devastazione, raramente cogliamo la vita di quella parte dell’anima che ci resta nascosta.
Le apparenze esterne sono spesso ingannevoli.
Spesso mi vengono chiesti chiarimenti circa il mio metodo analitico o psicoterapeutico.
Non posso rispondere in modo univoco: la terapia è diversa per ogni caso.
Quando un medico mi dice che segue rigorosamente questo o quel metodo, ho i miei dubbi  sull’efficacia della sua terapia.
E’ stato scritto tanto sulla resistenza che oppone il malato, da far sembrare quasi che il medico voglia tentare di imporgli qualcosa, mentre la cura dovrebbe provenire dal malato stesso.
La psicoterapia e l’analisi variano tanto quanto gli individui umani.
Per quanto mi è possibile tratto ogni paziente come caso individuale, perché la soluzione del problema è sempre individuale.
Una verità psicologica è valida solo se si può anche capovolgere: una soluzione che può essere fuori questione per me, potrebbe essere quella giusta per qualcun altro.
Naturalmente un medico deve avere familiarità con i cosidetti “metodi”; ma deve guardarsi dall’applicarli in modo stereotipato.
Secondo me avendo a che fare con individui, ciò che importa è solo la comprensione dell’individuo. Abbiamo bisogno di un linguaggio diverso per ogni paziente.
L’importante è che io mi ponga dinanzi al paziente come un essere umano di fronte un altro essere umano: l’analisi è un dialogo, che richiede due interlocutori.
L’essenza della psichiatria non consiste nell’”applicare un metodo”, il solo studio della psichiatria non è sufficiente….mi resi conto che non potevo curare le psicosi latenti se non capivo il loro simbolismo, e fu allora che mi misi a studiare la mitologia (alchimia e culti di varie culture).
Bisogna che il paziente riesca a comprendersi come individuo.
L’anima è certamente più complessa e inaccessibile del corpo: rappresenta, per così dire, quella metà del mondo che perviene all’esistenza solo quando ne diventiamo coscienti.
Per questa ragione la psiche costituisce un problema non solo personale, ma universale, e lo psichiatra ha a che fare con un intero mondo.
Oggi possiamo vedere, come mai in passato, che il pericolo che ci minaccia tutti non deriva dalla natura, ma dall’uomo, dall’anima dell’individuo e dalla massa.
Il vero pericolo è nell’aberrazione psichica dell’uomo.
Lo psicoterapeuta non deve solo capire il paziente; è importante che capisca  anche se stesso.
Il trattamento del paziente comincia, per così dire, dal medico; solo se questi sa far fronte a se stesso e ai suoi problemi, sarà in grado  di proporre al paziente una linea di condotta.
…il medico deve imparare a conoscere la propria anima e a prenderla sul serio: se egli non sa farlo, non potrà apprenderlo neppure il paziente. Questi perderà una parte della sua che non ha imparato a conoscere.
Nelle grandi crisi della vita, nei momenti supremi, quando è in gioco l’essere o non essere, i piccoli trucchi suggestivi non servono: in quei casi il medico è chiamato in causa con tutto il proprio essere.
Come medico devo costantemente chiedermi che specie di messaggio il paziente mi  reca. Che cosa significa per me?
Solo quando il medico è interessato la sua azione è efficace. “Solo il medico ferito guarisce”. Ma se il medico si rinchiude nell’ambito professionale come in una corazza, non ha efficacia.
Spesso accade che il paziente sia proprio il medicamento adatto per il punto debole del medico; quindi situazioni difficili possono presentarsi anche per il medico, o piuttosto proprio per lui.
Il mio consiglio agli analisti è sempre : “Abbiate un confessore o una madre a cui confessarvi”.
Le donne sono particolarmente dotate per questo compito. Spesso hanno eccellenti intuizioni e un senso critico penetrante, e sanno vedere che cosa gli uomini nascondono in sé, e a volte sanno penetrare anche nei meandri della loro anima. Scorgono aspetti delle cose che agli uomini sfuggono.
Non cerco mai di convertire i miei pazienti a qualcosa, e non esercito mai alcuna pressione. A me importa soprattutto che il paziente possa realizzare la sua personale visione delle cose.
Ho spesso visto persone diventare nevrotiche per essersi appagate di risposte inadeguate o sbagliate ai problemi della vita. Cercano la posizione, il matrimonio, la reputazione, il successo esteriore o il denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando  hanno   ottenuto ciò che cercavano. Persone del genere di solito sono confinate in un orizzonte spirituale troppo angusto.
La loro vita non ha un contenuto sufficiente, no  ha significato.
Se non riescono ad acquistare una personalità più ampia, generalmente la loro nevrosi scompare.
Per questo motivo ho sempre attribuito la massima importanza all’idea di sviluppo.
La maggior parte dei miei pazienti non consisteva di credenti, ma di persone che avevano perduto la fede. Venivano da me le “pecorelle smarrite”.
Persino al giorno d’oggi il credente ha la possibilità, nella sua chiesa, di vivere i simboli.
Si pensi all’esperienza della messa, del battesimo, dell’imitatio Christi, e a molti altri aspetti della religione.
Ma vivere e sperimentare dei simboli presuppone una partecipazione vitale da parte del credente, e molto spesso oggi questa manca.
Nei nevrotici è praticamente sempre assente. In tali casi dobbiamo osservare se l’inconscio non porti alla superficie spontaneamente i simboli per colmare questo vuoto. Ma rimane sempre impregiudicata la questione se colui che ha tali visioni o sogni sia capace anche di  intenderne il significato e di assumerne le conseguenze.
Le resistenze –specie quando sono ostinate- meritano considerazione, perché spesso rappresentano avvertimenti che non devono essere trascurati. La medicina risanatrice può essere un veleno che non tutti sopportano, o una operazione che – se controindicata – può risultare fatale.
Quando si tratta di un’esperienza interiore, che riguardi il nucleo della propria personalità, molti si sentono presi da timore, e molti fuggono via.
Il rischio dell’esperienza interiore, l’avventura dello spirito, è in ogni caso estranea a molti esseri umani, per i quali l’eventualità che una tale esperienza possa avere una realtà psichica è come un anatema.
Nella sua vita un medico, grazie alla sua attività professionale, fa incontri che sovente hanno un significato anche per lui. Incontra personalità che – per loro fortuna o sfortuna- non eccitano mai l’interesse del pubblico, e nondimeno, o forse proprio per questo motivo, posseggono qualità eccezionali o sono destinate ad affrontare sviluppi e catastrofi senza precedenti.
A volte sono persone di straordinario talento, e tali che potrebbero benissimo indurre un’altra persona a dare la vita per loro: ma il loro talento può essere radicato in una disposizione psichica così stranamente sfavorevole, che non possiamo dire se si tratti di un genio o di uno sviluppo frammentario.
Non di rado anche in circostanze inverosimili fioriscono rari boccioli dell’anima che non avremmo mai supposto di incontrare nella pianura della società.
Il rapporto consiste, dopo tutto, in un raffronto costante e in una mutua comprensione, nella contrapposizione dialettica di due realtà psichiche opposte.
Se queste reciproche impressioni non si urtano fra loro, il processo psicoterapeutico resta inefficace, e non produce alcun cambiamento.
Tra i così detti nevrotici dei nostri tempi ve ne sono molti che in altre epoche non  lo sarebbero stati, non sarebbero stati cioè in discordia con se stessi. Se fossero vissuti in un’epoca e in un ambiente nel quale l’uomo ancora dipendeva, grazie ai miti, dal mondo ancestrale, e quindi dalla natura sperimentata realmente e non vista solo dall’esterno, si sarebbero risparmiata questa frattura co se stessi.
Parlo di coloro che non possono tollerare la perdita del mito, che non riescono a trovare la via di accesso verso un mondo soltanto esteriore, un mondo come è visto dalla scienza, e non si soddisfano con intellettualistici giochetti di parole, che non hanno nulla a che vedere con la saggezza.
Queste vittime della dicotomia psichica dei nostri tempi sono solo “nevrotici condizionati”, il cui apparente stato patologico cessa non appena si colma il vuoto tra l’io e l’inconscio.
Il medico che non conosce per sua diretta esperienza l’effetto “numinoso” degli archetipi, difficilmente saprà sfuggire ai loro effetti negativi, trovandoseli di fronte nella sua clientela; sarà indotto a sopravalutarli o a sottovalutarli, avendone solo un concetto intellettuale, ma non un termine di paragone empirico.
Dai miei incontrai con i pazienti, e dalla loro contrapposizione con i fenomeni psichici che essi hanno rappresentato, in un’inesauribile successione di immagini, ho appreso moltissimo –non proprio come conoscenza scientifica, ma soprattutto come intuizione della propria natura; e non poco di ciò che ho imparato lo devo a errori e sconfitte.
Ho avuto specialmente da analizzare donne, che spesso affrontano il lavoro con straordinaria coscienziosità, comprensione e intelligenza.
Devo principalmente a loro se ho potuto incamminarmi per nuove vie nella terapia.
Alcuni miei clienti divennero miei discepoli nel vero senso della parola, e diffusero le mie idee nel mondo.
I  miei pazienti e analizzandi mi hanno portato così vicino alla realtà umana che mi hanno costretto ad apprendere cose essenziali.
Gli incontri con la gente più varia, e di tanto differenti livelli psicologici, sono stati per me incomparabilmente più importanti di episodiche conversazioni con celebrità.
I colloqui più belli e significativi della mia vita furono anonimi.





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