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giovedì 23 novembre 2017

L'Adam Magister e la parola perduta


Chi costruisce secondo tutte le regole e le misure "segrete" non compie soltanto un'operazione sulla materia, usando i principi della geometria e producendo le "onde di forma", ma compie, da vero Franco Muratore o Massone operativo, un lavoro di trasformazione su se stesso.
Il Maestro Adamo è l' uomo che ha raggiunto completamente il centro più intimo del suo essere, ritrovando la fonte dell'energia e dell'equilibrio interiore.
Se la trasformazione ha avuto luogo, egli si ritrova nello stato primordiale di Adamo nel Giardino dell'Eden dove non c'è più la necessità d'imparare o di costruire nulla, ma solo la gioia del Giardino.
È come se, grazie a un lungo lavoro sui materiali, che simboleggiano quello che il Maestro ha compiuto su se stesso, egli abbia finalmente raggiunto lo stato della perfezione umana originaria.
L'opera materiale e visibile del Maestro è un dono elargito a tutti.
Il doppio ruolo della Massoneria operativa è questo: si tratta di trasformare i membri della confraternita in senso elevato, trasformando nello stesso tempo gli altri, che non possono accedere direttamente al grado più alto di realizzazione.
Questo fine non è diverso dall'attività che i monaci compiono su se stessi per purificarsi in modo da raggiungere quella condizione di pienezza che li pone in grado di aiutare gli altri, rendendoli capaci di accogliere influenze spirituali.
Nell'iniziazione muratoria lo scopo non è solo di raddrizzare ciò che è storto,  di rendere cubica la pietra grezza, di raddrizzare e levigate se stessi, ma di ritrovare una "parola perduta".
Potrebbe essere quella stessa parola, il Verbo, di cui si parla nel prologo del Vangelo di Giovanni.
La parola perduta sta per una condizione da cui ci si riconosce lontani e che si desidera ritrovare, ed è anche la "pietra che i costruttori hanno scartato", poi divenuta testata d'angolo.
La ricerca massonica della parola, o della pietra-chiave è anche una figura del lavoro che si deve compiere sul cuore.
Cuore, pietra e parola sono equivalenti simbolici e l'antica condizione dell'uomo di cui si ha nostalgia, corrisponde al cuore stesso.
Tratto da "I segreti delle cattedrali" di Antonella Roversi Monaco

martedì 21 novembre 2017

La Misura del Tempo


Il Tempo Cosmologico, la "danza delle stelle", come lo chiamava Platone era una semplice misura angolare, un ricettacolo vuoto, com'è diventato ora, per contenere la cosiddetta storia.
Si pensava che esso fosse abbastanza possente da esercitare un controllo inflessibile sugli eventi, plasmandoli alle proprie sequenze in un sistema cosmico dove passato e futuro si chiamavano l'un l'altro, da profondità a profondità.
Maestosa e tremenda, la Misura ripeteva e riecheggiava la struttura in molti modi, scandiva il Tempo, era fonte delle inesorabili decisioni che determinavano la 'scadenza' di un dato istante.
Quelle Misure concatenate possedevano una dignità così trascendente da dare alla realtà un fondamento inattingibile da tutta la fisica moderna: perché, a differenza di questa, esse esprimevano la prima idea di "che cosa significhi essere" e ciò su cui si concentravano diveniva, per contrasto, quasi un amalgama di passato e futuro, così che il Tempo tendeva a essere essenzialmente oracolare: esso presentava, annunciava, per così dire, orientava gli uomini verso l'evento....
Keplero, cimentandosi nella folle impresa di trascrivere le note dell'"Armonia delle Sfere", non poteva non fallire miseramente nel suo tentativo di esprimere la vera conformità alle leggi: quella che Platone chiama il canto di Lachesi.
Gli uomini hanno imparato a rispettarla senza pensarci.
Ancor oggi, nel celebrare il Natale, si invoca il dono impareggiabile di quel tempo ciclico - il dono di non essere nella storia, il suo aprirsi nel senza tempo, la sua virtù di delineare tutto quanto se stesso in un presente vitale, pregno di voci ancestrali, di oracoli e riti del passato.
Con quel tanto di sincerità loro rimasta, gli uomini invocano la remissione di antichi peccati e la rinascita dell'Anima, così come si faceva molti millenni fa.
Si implora da quel Tempo la rinnovata forza per continuare a vivere a dispetto di una realtà senza senso - e si chiede ancora ai figli di venire in soccorso alla propria incredulità.
La storia vera procede per miti, le sue forze sono mitiche.
Come osserva imperterrito Voltaire, si tratta di vedere quale mito scegliere.
Nella conoscenza astronomica e ne mito, "rivoluzione" è un vero termine tecnico: indica ciò che ritorna sempre allo stesso punto.
Esso viene sempre più a identificarsi con l'idea di Grande Mutamento.
Nelle Apocalissi e nelle Cosmogonie, negli inni vedici, il tempo viene rimescolato artificialmente e deliberatamente in elementi, stazioni lunari o protoscacchi per restituire la visione, la visione poetica o sibillina. 
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 16 novembre 2017

Platone e i suoi miti


Platone non ha inventato i suoi miti, ne ha fatto uso nel contesto giusto, senza divulgare il loro preciso significato: chiunque aveva accesso alla conoscenza della terminologia relativa li avrebbe capiti.
A Platone, in fondo, la "farina" interessava ben poco.
Nel creare il linguaggio della filosofia del futuro, Platone parlava ancora l'antico idioma.
Era, per così dire, una "stele di Rosetta" vivente.
E difatti - per quanto strano possa sembrare agli specialisti di antichità classica - una lunga esperienza ha dimostrato la seguente regola metodologica empirica: ogni disegno rinvenuto in miti che vanno dall'Islanda alla Cina all'America precolombiana, e per il quale esistano allusioni in Platone, risale certamente a un'età remota, e può essere accettato per moneta buona.
Esso proviene da quella zecca "protopitagorica" situata nella "mezzaluna fertile", che un tempo coniò il linguaggio tecnico e lo consegnò ai pitagorici (ed altri).
Platone sapeva che il linguaggio del mito opera, in linea di principio, per generalizzazioni, con la stessa spietatezza del gergo della moderna tecnologia.
Il modo in cui Platone lo usa, i fenomeni che preferisce esprimere nell'idioma mitico rivelano come egli lo comprendesse perfettamente.
Non esiste, a quanto pare, altra tecnica oltre il mito che riesca a raccontare la  struttura.
Il trucco è questo : s'incomincia col descrivere l'opposto della realtà conosciuta, sostenendo che "tanto tempo fa" le cose stavano nella tal maniera e funzionavano in un modo strano, ma poi avvenne che...ciò che conta è unicamente l'esito, il risultato degli avvenimenti narrati.
Di solito non si pensa che questo modo di dire le cose è solo un artifizio tecnico, e si accusano gli antichi mitografi di aver 'creduto' che in tempi ancor più antichi le cose fossero tutte capovolte.
Dal momento che si tratta di lingua vera e propria, l'idioma del mito porta con se l'emergere della poesia...
Il mito può essere usato come veicolo per trasmettere conoscenze concrete indipendentemente dal grado di consapevolezza delle persone che concretamente narrano le storie, le favole o altro.
Esso permetteva ai membri del 'brain trust' arcaico di parlare di 'lavoro' senza curarsi della presenza dei non addetti...
Platone è stato uno degli ultimi in grado di comprendere a fondo il linguaggio tecnico, e le 'storie' sono rimaste vive e conservano spesso l'autentica archeologia antica.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 14 novembre 2017

L'Eternità

L'Eternità risiede nell'unità, nel più alto e remoto 'fuori', al di là del visibile e del localizzabile.
'Dentro', per così dire, questa eternità necessaria al pensiero si muove costantemente il tempo secondo numero - il tempo che è stato definito come "l'immagine, che procede secondo numero (in misure determinate), dell'eternità che risiede nell'unità (μένοντος αίώνος έν ένί κατ' άριυηόν ίοΰσαν αίώνιον είκόνα)" - cioè mediante la quotidiana rotazione della sfera fissa nel senso del "Medesimo" (l'equatore celeste) e mediante gli strumenti del tempo, i pianeti, che si muovono in direzione opposta lungo "l'Altro" (l'eclittica).
Presi assieme, essi rappresentano gli "otto moti".
Ma con la fase successiva, quella che conduce dai pianeti alle creature viventi, il moto secondo numero viene escluso e deve essere sostituito (con grande rammarico di Platone) da una qualità di " moto" fondamentalmente diversa, il "moto" per generazione.
I pianeti, quantunque "diversi" tanto dall'eternità che risiede nell'unità quanto dal moto regolare della sfera delle costellazioni, rimangono perlomeno "se stesse" e sette di numero.
L'anima dell'uomo, invece, non solo si reinventa di continuo, ma poiché l'umanità si moltiplica, come il grano a cui l'uomo viene così spesso paragonato, si suddivide sempre più.
Questa similitudine -ripetutamente fraintesa dai patiti della fertilità- andrebbe presa molto seriamente, e alla lettera.
Il Demiurgo non ha creato le singole anime di tutti gli uomini destinati a nascere, bensì i primi antenati dei popoli, delle dinastie ecc... vale a dire il "seme dell'uomo" che si moltiplica ed è macinato in farina impalpabile nel Mulino del Tempo.
L'idea che vi siano "Anime delle Stelle Fisse" da cui ebbe origine la vita mortale e a cui le anime eccezionalmente virtuose "una volta liberate" possono ritornare in qualsiasi momento, mentre la "farina" comune del mulino deve attendere pazientemente l'"ultimo giorno" nella speranza di poter fare altrettanto allora, tale idea non solo è una parte vitale del sistema arcaico del mondo, ma spiega anche, fino a un certo punto, l'interesse quasi ossessivo per gli avvenimenti celesti che ha dominato i millenni del passato.
Tratto da "Il Mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 2 novembre 2017

Il Demiurgo del Timeo


Quando il Demiurgo del Timeo ebbe costruito la "struttura", lo skambha, governato dell'equatore e dall'eclittica (chiamati da Platone "il Medesimo" e "l'Altro"), che configurano la greca X, quando ebbe regolato le orbite dei pianeti secondo proporzioni armoniche, creò le "anime".
Per farle, si servì degli stessi ingredienti che aveva usato per fare l'Anima dell'Universo, essi però non erano "così puri come prima".
Il Demiurgo fece:
"anime in numero pari a quello delle stelle e le distribuí, ciascun'anima nella propria stella.
E ponendole come su dei carri, egli mostrò loro la natura dell'universo e dichiarò loro le leggi del Destino (νόμους.... τούς είμαρμένους).
Sarebbe toccata una prima nascita uguale per tutte, affinché nessuna risultasse svantaggiata per opera sua, e sarebbero state seminate tutte negli strumenti del tempo, ciascuna in  quello che le era appropriato, per nascere come le creature viventi più timorate di Dio; e d momento che la natura umana è duplice, la parte migliore sarebbe stata quella che d'ora in poi avrebbe avuto il norme di "uomo"...
E colui che fosse vissuto bene per il tempo assegnatogli sarebbe ritornato alla dimora della sua stella consorte, dove avrebbe vissuto una vita felice e congeniale; ma se fosse venuto meno in ciò, nella sua seconda nascita sarebbe stato mutato in una donna; e se in tale condizione non si fosse ancora astenuto dal male, allora, secondo il carattere della sua depravazione, sarebbe stato continuamente tramutato in una qualche bestia dalla natura conforme a tale carattere, né avrebbe avuto requie dal travaglio di queste trasformazioni finché, lasciando che la rivoluzione del Medesimo e dell'Uniforme entro di sé si trascinasse dietro tutto il tumulto di fuoco e di acqua e di aria e di terra che vi si era in seguito aggregato attorno, egli non avesse controllato la propria turbolenza irrazionale con la forza della ragione e non fosse ritornato alla forma della sua condizione primitiva e migliore.
Dopo che ebbe comunicato loro tutte queste disposizioni, così da rimanere senza colpa della futura malvagità di chiunque tra di loro, li seminò, alcuni sulla terra altri nella luna, altri negli altri strumenti del tempo" (Timeo, 41e 42d)
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 31 ottobre 2017

Le anime e le stelle fisse


Il Demiurgo senza macchia seminò le anime, in numero pari a quello delle stelle fisse, negli "strumenti del tempo" (cioè i pianeti), fra i quali Timeo annovera anche la Terra; anzi le seminò "ciascuna in quello che le era appropriato".
Timeo allude a un antico sistema che stabiliva un rapporto tra i membri fissi della comunità astrale e quelli vaganti - e non s'intendono le "case" zodiacali e le "esaltazioni" dei pianeti, bensì le stelle fisse in gebere.
Conosciamo questa impostazione da tavolette cuneiformi astrologiche che contengono un numero considerevole di informazioni sulle stelle fisse che rappresentavano un determinato pianeta e viceversa; ma il materiale non è sufficiente per spiegare le regole di questo disegno assai complesso.
Per dirla con E. Weidner: "abbiamo comunque a che fare con il sistema molto complicato. Soltanto una nuova raccolta e revisione di tutto il materiale ci consentirà forse di risolvere gli enigmi ancora esistenti".
Riteniamo che possa essere stato proprio il passaggio dalla "costellazioni" ai "segni" e, più genericamente, l'avvento di quel linguaggio astronomico che è il solo a essere riconosciuto come "scientifico" dagli storici contemporanei, cioè la terminologia dell'"astronomia posizionale", a interrompere la tradizione omerica.
Le anime vennero dunque tolte dalle loro stelle fisse e trasferite sui rappresentati planetari corrispondenti, sempre secondo regole ben precise.
Il Demiurgo si ritrovò - trasformandosi nel personaggio noto sotto il nome di deus otiosus - e venne messa in moto la Macchina del Tempo.
Timeo afferma: "Secondo la meccanica del mito è naturale supporre che la prima generazione di anime venga seminata sulla Terra, mentre le altre aspettano il loro turno, non incarnate, nei pianeti".
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 26 ottobre 2017

Gli altri nomi della Via Lattea


Per gli Indiani delle pianure dell' America del Nord, la Via Lattea era la pista polverosa lungo la quale si svolse un tempo una gara di corsa nel cielo tra il Bisonte e il Cavallo.
Per i Fiote della Costa Loango africana, la gara si era svolta tra il sole e la luna.
I Turu dell'Africa orientale ritenevano fosse "la pista del bestiame" del fratello del Creatore, idea che si avvicina assai alla leggenda greca di Eracle che sposta la mandria di Gerione.
Il convergere di tante piste di animali su questa strada celeste non è una vana congiunzione di fantasie.
Gli Arawak della Guiana chiamano la Galassia "Via del Tapiro", e ciò trova conferma in un racconto dei Chiriguano e di alcuni altri gruppi dei Tupí-guaraní dell'America del Sud.
Secondo Lehman-Nitsche, queste popolazioni si riferiscono alla Galassia come alla "via del vero padre del Tapiro", un dio-tapiro di per sé invisibile.
Ora se questa divinità nascosta risulta essere Quetzalcoatl in persona, sovrano di Tollan, città dell'Età dell'Oro, proprio "Tix-li cumatz", il tapiro-serpente che dimora "nel mezzo del ventre del mare", secondo le descrizioni delle tribù maya dello Yucatan, ecco che le allusioni incominciano ad acquistare una certa nitidezza.
Lo schema vero e proprio lo si trova infine nella tradizione degli Indios Cuna;
Il Tapiro abbatte l'"Albero dell'Acqua Salata", alle cui radici si trova il gorgo do Dio e, quando l'albero cade, sgorga fuori acqua salata che va a formare gli oceani della terra.
In Asia il Grande Bundahišn chiama la Galassia "sentiero di Kay-us", dal nome del nonno e collega di regno dell'Amleto iranico, Kay Khusraw.
Fra le popolazioni altaiche gli Yakut chiamano la Via Lattea "le orme di Dio"e dicono che Dio, mentre creava il mondo, aveva vagato per il cielo; di uso più generale sembra essere stato il termine "solchi degli sci del figlio di Dio", mentre la denominazione usata dai Voguli era "solchi degli sci dell'uomo della foresta".
Per  i Tungusi, la Galassia è "orme delle racchette dell'Orso". Ma si tratti del figlio di Dio, dell'uomo della foresta o dell'Orso, questa figura mitica è nota per aver dato la caccia a un cervo lungo la Via Lattea: l'animale viene smembrato e le sue membra gettate nel cielo a destra e a sinistra del candido sentiero: è così che vengono separati Orione e l'Orsa Maggiore.
Roth dice a proposito degli Indios della Guiana: "Tutte le leggende che si riferiscono alle costellazioni del Toro e di Orione hanno qualche cosa in comune: il particolare di un braccio o di una gamba amputati".
Il che vale anche per certe zone dell'Indonesia.
D'altra parte l'Orsa Maggiore è la coscia di un Toro, e il Toro zodiacale è così orribilmente mutilato che ne rimane poco della metà.
Tratto da "Il Mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend
 

martedì 24 ottobre 2017

Virgilio e il ritorno della Vergine


Virgilio annunciò il ritorno dell'Età dell'Oro sotto Saturno nella sua famosa quarta Ecloga: "Ritorna ormai la Vergine, ritorna il regno di Saturno; ormai una nuova generazione discende dall'alto dei cieli....comincerà a venir meno la ferrea stirpe e sorgerà nel mondo intero l'aurea razza"....
Virgilio non era certo un 'profeta' e non era neppure il solo ad attendere il ritorno di Kronos-Saturno.
"Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia regna": che significa?
Si attendeva il "ritorno" della Vergine: ma da dove?
Nel suo famoso racconto astronomico Arato racconta come Themis-Vergine, che era vissuta pacificamente tra gli uomini, si fosse ritirata sulle "colline" alla fine dell'Età dell'Oro, per non più mescolarsi alle genti argentee che incominciavano a popolare la terra, e come se fosse andata a dimorare in cielo presso Boote quando ebbe inizio l'Età del Bronzo.
Ed ecco  Virgilio annunciare il ritorno della Vergine.
Indovinare il tempo e il "luogo" dell'Età dell'Oro è qui facile; basta portare indietro di un quarto "d'ora" l'orologio precessionale (fino a circa 6000 anni da Virgilio) ed ecco la Vergine saldamente ritta all'angolo solstiziale estivo del piano astratto "terra".
Col suo "ritorno" ossia avanzando, la Vergine avrebbe indicato l'equinozio autunnale, in concomitanza con l'assunzione, da parte dei Pesci, del governo celeste dell'equinozio di primavera, al nuovo incrocio.
La Vergine che aveva lasciato la "terra" alla fine dell'Età dell'Oro la sua sede nell'Età dell'Argento potrebbe definirsi una collocazione 'a mezz'aria', un topos al quale sono stati esiliati molti personaggi iniqui, alcuni scagliati in basso, altri  mandati verso l'alto: vi dimorò per qualche tempo Lilit e cosi anche re Davide, Adone, la stessa Torre di Babele e, prima di ogni altro il Cacciatore Feroce.
Questo consenso di figure noti che 'a mezz'aria' ci aiuta a trovare il significato di un altro racconto altrimenti senza senso, un vero fossile reperito nelle tradizioni popolari della Westfalia: "I Giganti chiamarono in aiuto Hackelberg [Odino in veste di Cacciatore Feroce].
Questi suscitò una tempesta e portò un mulino nella Via Lattea, che da allora si chiama Via del Mulino.
Tratto da "Il Mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 19 ottobre 2017

I Gemelli del Tuono


In Mc, 3, 17, i "gemelli" Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, ricevono da Gesù il nome di Βοανεργές, spiegato dall'Evangelista come "Figli del Tuono"...
I "Gemelli del Tuono" esistono in civiltà diversissime tra loro, quali sono quella greca, quella scandinava e quella peruviana; essi richiamano alla mente il ruolo di Magni e di Móði che però, nel racconto del Ragnarök, non sono detti propriamente gemelli, bensì successori di Pórr.
Ma citiamo direttamente Harris;
"Abbiamo dimostrato che la paternità del tuono, una volta riconosciuta, non deve necessariamente venir estesa a entrambi i gemelli.
I Dioscuri possono sì esser chiamati entrambi "figli di Zeus", ma un esame più attento dimostra in modo conclusivo che nei culti greci più antichi si tendeva a considerare un gemello di filiazione divina e l'altro di origine umana.
Così, la paternità di Castore veniva attribuita a Tindaro, quella di Polluce a Zeus... il figlio "in più" era quello che complicava le cose e veniva quindi attribuito a una "fonte" esterna.
È solo in epoca posteriore che la difficoltà nel distinguerli portò al riconoscimento di entrambi come "Ragazzi del Cielo" o "Ragazzi del Tuono".
Un caso simile tratto da una civiltà remota mostrerà quanto questo punto di vista sia giustificato.
"Arriaga, per esempio, nelle sua Estirpazione dell'idolatria in Perù, racconta che 'quando due bambini nascono da un medesimo parto, cosa che essi chiamano Chuchos o Curi e, a Cuzco, Taqui Hua-Haua, l'evento viene ritenuto empio e abominevole, ed essi dicono che uno dei due è figlio del Fulmine ed esigono una severa penitenza, come se avessero commesso un grave peccato'.
...I peruviani di cui si parla si convertirono al cristianesimo e pare...abbiano compreso l'espressione "Figli del Tuono" (San Giacomo/ Santiago e San Giovanni) che invece è sfuggita ai grandi commentatori della Chiesa cristiana...."
"Un'altra singolare trasposizione...la si può trovare ancora ai nostri giorni in Danimarca... i Danesi considerano pietre del tuono, oltre alle solite asce e raschiatoi silicei che passano per dardi del tuono in tutti il mondo, anche i fossili del riccio di mare, cui danni un nome particolare.
Nel Salling tali pietre si chiamano 'pietre sebedaei' o 's'bedaei'; nel Salling settentrionale "pietre sepadeje'....
Il nome dato a queste pietre del tuono è dunque assai ben stabilito e sembra certo che derivi dal fatto che il Vangelo dà ai figli di Zebedeo il soprannome di "Figli del Tuono"...
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

mercoledì 18 ottobre 2017

Il sentimento dell'illimitato

«Nel processo di individuazione non basta percepire l'esistenza del Sé, è necessario piuttosto conviverci, procedere a partire da questo centro e non dall'Io.»
«Il tempo nasce laddove l'eterno ordine extratemporale del Sé s'incontra con l'ordine legato al tempo del nostro mondo consciamente esperito.
Ciò ci porterebbe a concludere che la nostra relazione del tempo possa essere giusta "solo" se il nostro Ip vive in stretta connessione con il Sè...»
Marie Louise von Franz

«Solo se sappiamo che l'essenziale è illimitato,
possiamo evitare di porre il nostro interesse in cose futili,
e che non sono realmente importanti...
Se riusciamo a capire e a sentire che già in questa vita abbiamo un legame con l'illimitato i nostri desideri e i nostri atteggiamenti mutano.
In ultima analisi contiamo qualcosa solo grazie a ciò che di essenziale possediamo, e se non lo possediamo, la vita è sprecata...
Il sentimento dell'illimitato, comunque, si può raggiungere solo se percepiamo pianamente la nostra finitezza.
La più grande limitazione per l'uomo è il Sè; ciò è palese solo nell'esperienza:
"Io sono solo questo!"
In questa consapevolezza io mi sento limitato ed eterno, mi senti l'uno e l'altro.»
Carl Gustav Jung

martedì 17 ottobre 2017

Il Mulino e il Signore del Mulino



L'origine dell'immagine del Mulino ha come punto di partenza la Grecia.
Parlando delle latitudini settentrionali, Cleomede (ca 150 d.C) afferma: "Là i cieli ruotano come fa la macina di un mulino".
Gli astronomi islamici riprendono la stessa immagine; essi chiamano la stella Kochab (β Ursae Minoris) 'pioli del mulino ', e chiamano Fa's 'ar-rahhâ ("foro del piolo del mulino") le stelle dell'Orsa Minore che circondano il Polo Nord, "perché rappresentano come un foro (la boccola dell'asse) in cui gira l'asse del mulino, dal momento che l'asse dell'equatore (l'asse polare) si trova in questa zona, abbastanza vicino alla stella al-ğady (il capro, la Polare: α Ursae Minoris)".
Sono parole del cosmografo arabo al-Qazvīnī; Ideler commenta:
"Qutb, il nome consueto del Polo, designa in realtà l'asse della macina superiore mobile, che passa per quella inferiore fissa, il cosiddetto 'ferro del mulino': l'analogia di cui parla al-Qazvīnī si fonda su questa ambiguità.
La sfera celeste veniva immaginata come una macina ruotante e il Polo Nord come la boccola entro cui ruota il 'ferro del mulino' ..."
Agli antichi era tutt'altro che sconosciuta l'idea che i mulini degli dèi macinano lentamente e che il risultato è di solito sofferenza.
Così l'immagine viaggia lontano in molte direzioni e per molti canali, raggiunge il Nord per trasmissione celtico-scandinava e riappare nel resoconto di Snæbjörn del suo viaggio di esplorazione nell'Artico.
Lo scardinamento del Mulino è causato dallo spostamento dell'asse del mondo; il moto è il tramite attraverso il quale si attua la distribuzione.
Il Mulino viene "trasportato".
Quel Mulino, dunque, è stato trasferito alle acque; ora è il mare stesso....un nuovo mulino prosegue l'opera del precedente in una nuova epoca...
Abbiamo un'età del mondo designata come prima di tutte, quella in cui il Mulino produceva pace e abbondanza; l'Età dell'Oro, detta nella tradizione latina Saturnia regna, il regno di Saturno, il Kronos dei Greci.
Il Signore del Mulino è Saturno-Kronos, colui che il figlio Zeus detronizzò gettandolo giù dal carro ed esiliò in "catene" su un'isola beata ove dimora addormentato perché, essendo immortale, non può morire, ma vive, così si crede, in una specie di vita-nella-morte, avvolto nei lini funerari fino a quando, a detta di alcuni, non verrà il tempo destinato al suo risveglio ed egli allora rinascerà a noi come bambino.
Tratto da "Il Mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 12 ottobre 2017

Kronos-Saturno il possessore della scala metrica


Kronos-Saturno è stato ed è tutt'ora colui che possiede la "scala metrica", colui che fornisce le misure, di continuo, poiché egli è "l'originatore dei tempi", come dice Macrobio, che però per a questa stessa ragione lo confonde con il sole.
Ma "Helios il Titano" non è Apollo, in modo esplicito.
A parte ciò, a parte anche la notizia plutarchea secondo la quale Kronos, addormentato nella grotta d'oro a Ogigia, sogna ciò che Zeus va premeditando, vi è un frammento orfico di portata ancora maggiore, preservato nel commento di Proclo al Cratilo di Platone.
Data la delicatezza del testo orfico, citiamo solamente alcune frasi:
"Il sommo Kronos dà dall'alto i principi di intelligibilità al Demiurgo [Zeus] e presiede all'intera 'creazione' (δημιουργία): è perciò che Zeus lo chiama δαίμων  secondo Orfeo, dicendo: "Suscita la nostra stirpe, o illustre δαίμων!.
E Kronos pare abbia in sé le più alte cause di congiunzioni e di separazioni....
egli è divenuto la causa della continuazione di generazione propagazione nonché il capo dell'intera stirpe dei Titani da cui ha origine la divisione degli esseri (διαρκείς τών όντων)".
Macrobio tratta la responsabilità di Kronos per la "divisione degli esseri"(Saturnalia, I, 8, 67): dopo aver menzionato l'identificazione corrente di Kronos (Saturno) con  Chronos (il Tempo), così sovente contestata dai filologi, Macrobio afferma:
"Dicono che costui abbia tagliato via i genitali al padre del Cielo (Ouranos) e li abbia gettati in mare; da questi nacque Venere la quale, dalla spuma (αφρός) da cui fu formata, prese il nome di Afrodite.
Da ciò concludono che, quando esisteva il caos, il tempo non c'era, in quanto il tempo è una misura fissa tratta dalla rivoluzione del cielo.
Ivi ebbe origine il tempo: da questo si ritiene sia nato Kronos il quale, come di disse, è Chronos.
"La separazione dei genitori del mondo" effettuata con l'evirazione di Ouranos rappresenta l'instaurarsi dell'obliquità dell'eclittica, l'inizio del tempo misurabile.
Saturno ha avuto l'"incarico" di essere colui che instaurò tale obliquità perché è il pianeta più esterno è più vicino alla sfera delle stelle fisse.
"Tale pianeta era ritenuto quello che trasmetteva il moto all'Universo e che ne era, per così dire, il re" ci riferisce Schlegel riguardo alla Cina.
Saturno mesopotamico Enki/Ea ovvero l'egizio Ptah è il "Signore delle Misure" (denominate me in sumerico, parsu in accadico, maat in egiziano).
Lo stesso vale per Sua Maestà l'Imperatore Giallo della Cina (giallo perché l'elemento terra appartiene a Saturno): "Huang-di stabilisce ovunque l'ordine per il Sole, la Luna e le Stelle".
Saturno colui che dà le misure del cosmo, rimane la "Stella della Legge e della Giustizia" a Bibilonia nonché la "Stella della Nemesi" in Egitto, il Sovrano della Necessità e della Retribuzione, in breve, l'Imperatore.
In Cina, Saturno ha il titolo di "Génie di pivot" in quanto dio che presiede al Centro, lo stesso titolo accordato alla Polare.
Non è bello stile dell'astronomia moderna stabilire collegamenti fra i pianeti e la Polare o qualsiasi altra stella.... eppure simili modi di dire erano parte essenziale del linguaggio tecnico dell'astrologia arcaica.....
Tratto da "Il mulino di Amleto" di Santillana e von Dechend

martedì 10 ottobre 2017

Il fabbro celeste


È possibile ricostruire la storia del fabbro nello sciamano asiatico e, in particolare, del fabbro celeste, legittimo erede del divino άρχιτεκτων del cosmo.
Diversi rappresentanti di questa categoria, che noi chiamiamo del Deus faber, hanno ancora entrambe le funzioni, essendo nel contempo architetti e fabbri: tali sono ad esempio l'Efesto greco, che costruisce le dimore stellate degli dèi e forgia capolavori d'arte, e il Ktr-w-hss di Rās šamra, che costruisce il Palazzo di Ba'al e forgia pure lui capolavori.
Gli Yakut affermano: "Fabbro e Sciamano provengono dallo stesso nido. Il fabbro è fratello maggiore dello Sciamano"
I numerosi pezzi di ferro che fanno parte dell'abito dello sciamano possono essere forgiati solo da un fabbro della nona generazione, cioè uno che ha avuto otto antenati in linea diretta tutti "del mestiere".
Il fabbro che avesse osato forgiare un costume sciamanico senza avere tali antenati sarebbe stato dilaniato dagli spiriti uccello.
Tutto ciò si adatta anche con Väinämöinen in coppia con Ilmarinen, il quale si dice abbia "forgiato a colpi di martello il tetto del cielo"
Non è un capriccio ozioso il fatto che il rappresentante del fabbro celeste, il re, sia sovente chiamato "Fabbro".
Genghiz Khān aveva il titolo di "Fabbro", e lo stendardo dell'Impero persiano era lo stilizzato grembiule di cuoio del fabbro Kāwē.
I mitici imperatori cinesi Huang-di e Yu sono così inequivocabilmente fabbri che Huang-di, l'imperatore Giallo, viene riconosciuto come Saturno.
Inoltre, come gli shāh persiani festeggiavano il giubileo del loro regno dopo aver regnato per trent'anni, che sono la rivoluzione di Saturno, anche il Faraone egizio celebrava il proprio giubileo dopo trent'anni, fedele all'"inventore"di questa festa, il dio Ptah, il quale è appunto il Saturno egizio e anche Deus faber.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 5 ottobre 2017

Il simbolo del tamburo


Il tamburo è lo strumento più potente dello sciamano, rappresentazione dell'universo in modo specifico, è innegabilmente un discendente del bronzeo tamburo lilissu  del Kalû, il sacerdote mesopotamico addetto alla musica e ministro del dio Enki/Ea.
Il "coperchio" del lilissu deve esser fatto con la pelle di un toro nero che, secondo Thureau-Dangin, "rappresenta il Toro celeste".
Albright e Dumont hanno paragonato il sacrifico del toro mesopotamico, la cui pelle doveva ricoprire il tamburo lilissu, con l'aśvamedha indiano, in colossale sacrificio del cavallo che solo il prestigioso dei re poteva permettersi.
Hanno scoperto infatti che il cavallo doveva avere le Krttikā (le Pleiadi) sulla fronte: nel testo accadico la medesima cosa era prescritta, secondo Albright, per il toro.
Nel testo di Thureau-Dangin invece se il toro nero ha sette ciuffi di peli bianchi a forma di stella (kakkabi: kakkab significa stella e si riferisce perlopiù - in mancanza di un altro nome specifico di costellazione - alle Pleiadi, come accade per mulmul nei testi sumerici), allora non deve venire preso.
Le innumerevoli figure a carattere decisamente astronomico rinvenute sui tamburi sciamanici, potrebbero benissimo indicare conoscenze assai più profonde di quanto non presuppongano gli etnologi.
I tamburi mitici cinesi vengono descritti in "Oceano di Storie" (Ocean of Stories  è il titolo di una celebre traduzione di Tawney della vastissima raccolta di novelle indiane Kathāsaritsāgara):
"Nel Mare Orientale si trova un animale che somiglia a un bue.
È verde d'aspetto e privo di corna.
Ha un piede solo.
Quando entra nell'acqua o ne esce, provoca vento o pioggia.
Il suo splendore è simile a quello del sole e della luna; il rumore che fa è simile al tuono.
Il suo nome è Kui.
Il grande Huang-di lo catturò e fece un tamburo con la sua pelle".
Anche nel vasto e complesso mito della creazione dei Mandingo vi son due tamburi.
Il primo venne portato dal cielo dall'antenato bardico, poco dopo che l'Arca (con gli otto antenati-gemelli) approdata al campo primordiale.
Questo tamburo era stato ricavato dal cranio di  Faro ed era usato per produrre la pioggia.
Venne costruito il primo santuario a all'umanità fu rivelata la "Prima Parola" per bocca di uno degli antenati gemelli, il quale parlò tutta la notte cessando solo quando cose il sole e Sirio sorgere contemporaneamente.
....decise di sacrificare nel santuario sulla collina i primi gemelli si sesso opposto.
Chiese al bardo di fare un tamburo da braccio con la pelle dei gemelli.
L'albero dal qual è venne foggiato il tamburo cresceva sulla collina e simboleggiava l'unica gamba di Faro.
Il Kui cinese non è quindi un personaggio isolato.
Il mito cinese è più esplicito degli altri e diventa più comprensibile perché i Cinesi erano attentissimi alle cose del cielo.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 3 ottobre 2017

Lo sciamano


Il termine corrispondeva a una magia primordiale, istintiva, reperibile in tutte e cinque i continenti è associata al "medicine man" tribale.
"Sciamano" è parola tungusa.
Lo sciamanismo ha sì il suo epicentro nell'Asia uralo-altaica, ma si tratta di un complesso fenomeno culturale che non può essere spiegato né con la psicologia ne con la sociologia, ma solo ricorrendo all'etnologia storica.
Per dirla in breve, lo sciamano viene eletto dagli spiriti, ossia non può scegliere la sua professione...
Una volta eletto, il futuro sciamano va a 'scuola': sciamani più anziani gli insegnano il mestiere, ed è solo dopo la  cerimonia finale della sua educazione che egli viene accettato.
Questa è, per così dire, la parte visibile della sua educazione.
La vera iniziazione sciamanica dell'anima avviene nel mondo degli spiriti, i quali -mentre il corpo giace privo di conoscenza nella tenda per giorni interi -  smembrano il candidato nella maniera più completa e drastica, per poi ricucirlo con fil di ferro o riforgiarlo di modo che egli diventi un nuovo essere capace di imprese transumane.
Il dovere dello sciamano è di curare le malattie causate dagli spiriti ostili introdotti nel corpo del paziente o insorte perché l'anima ha lasciato il corpo e non riesce a trovare la via del ritorno.
Spesso è responsabilità dello sciamano guidare le anime dei trapassati alla dimora dei morti, così come accompagnare in cielo le anime degli animali sacrificati.
Il suo aiuto è altresì necessario quando la stagione della caccia è scarsa: tocca a lui scoprire dove si trova la selvaggina.
Per poter ottenere tutte le conoscenze che ci si aspetta da lui, lo sciamano deve ascendere al più alto dei cieli e ricevere le informazioni dal suo dio, ovvero discendere negli inferi.
Lungo la strada deve combattere contro spiriti ostili o sciamani rivali o entrambi, in duelli tremendi.
I due contendenti sono accompagnati da spiriti alleati in forma animale e avvengono numerose metamorfosi.
Anzi, questi duelli fantastici costituiscono la maggior parte delle storie sciamaniche; i cosiddetti "voli magici" delle fiabe ne sono un'ultima eco.
Perché la sua anima possa salire al cielo, lo sciamano deve essere in stato di estasi; per indurre questo stato gli occorre il tamburo, che gli serve da "cavallo", e la bacchetta del tamburo, che funge da "frusta", essi usano anche, come "arteria principale", un fiume che scorre attraverso tutti i livelli del cielo e che identificano con lo Yenissei.
La struttura entro la quale opera lo sciamano propriamente detto, cioè la concezione del mondo nello sciamanismo uralo-altaico, è stata felicemente ricondotta all'India (nei suoi aspetti indù e biddhistici, ivi compresi il lamismo tibetano e la religione Bon) e anche all'Iran.
Lo sciamano viaggia attraverso i cieli proprio come faceva il Faraone, munito del suo Testo della piramide o Testo del sarcofago che costituiva la sua indispensabile tabella di marcia e conteneva gli indirizzi stabiliti di tutti gli esseri celesti che avrebbe presumibilmente incontrato.
Le effemeridi sul lato interno dei coperchi dei sarcofagi del Regno Medio e i soffitti astronomici nelle tombe del Regno Nuovo, nonché gli "orologi stellari ramessidi", rendevano ancor più facile la navigazione all'anima del re.
Il Faraone confidava nel proprio testo particolare come i morti meno insigni confidavano nella loro copia dei capitoli del Libro dei morti; al pari dello sciamano, egli era pronto a trasformarsi nel serpente Sata, in un millepiedi o nelle sembianze delle varie "stazioni" celesti per le quali si doveva passare, e a recitare le formule che servivano a vincere gli esseri ostili.
Lo sciamanismo non è affatto primitivo ma appartiene, come tutte le nostre civiltà, alla grande schiera degli ingrati eredi di un quasi incredibile antenato del Vicino Oriente, che per primo osò intendere il mondo come creato secondo numero, peso e misura.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 28 settembre 2017

La Via Lattea e il passaggio delle anime


Tra una reincarnazione e l'altra, le anime degli uomini, così si pensava, dimorano nella Via Lattea.
Questa concezione è stata tramandata come tradizione orfica e pitagorica inserita nel disegno più vasto della trasmigrazione delle anime.
Macrobio, che ci ha fornito il resoconto più ampio sull'argomento, afferma che le anime ascendono per il Capricorno e poi, per rinascere, ridiscendono per la "Porta del Cancro".
Egli parla dei segni zodiacali: costellazioni che sorgevano ai solstizi ai tempi suoi (e ancora ai nostri) erano i Gemelli e il Sagittario: "Porta del Cancro" significa i Gemelli, anzi, Macrobio afferma esplicitamente che questa "Porta" è il punto "in cui s'intersecano lo zodiaco e la Via Lattea".
Molto lontano, gli antichi abitanti di Mangaia (Isole Australi, Polinesia), che non erano passati ai "segni" e mantenevano in funzione l'orologio precessionale, sostenevano che gli spiriti potevano entrare in cielo solo alla sera dei giorni solstiziali -gli abitanti del nord dell'isola a un solstizio, quelli del sud all'altro.
I polinesiani consideravano la Via Lattea "la strada delle anime quando passano al mondo degli spiriti".
Anche nel mito polinesiano non è consentito ai trapassati di rimanervi, a meno che non abbiano raggiunto uno stadio di perfezione purissima, cosa che non si verifica molto spesso.
Fra gli Indios Sumo della Honduras e del Nicaragua "si ritiene che Madre Scorpione ....dimori in fondo alla Via Lattea, dove riceve le anime dei morti; essa è raffigurata come una madre con molte mammelle da cui poppano i bambini, e da lei provengono le anime dei neonati.
Le anime viaggiano quindi verso sud: alla fine del sentiero celeste sono accolte dalla Stella degli Spiriti e là dimorano.
Secondo Hagar, la "Stella degli Spiriti" è Antares (α Scorpii).... è in ogni caso una stella del Sagittario o Scorpione.
Il che va bene per la "Madre Scorpione" del Nicaragua, per la "Vecchia dea dalla coda di scorpione" dei Maya, e anche per la dea-Scorpione Selkis/Śrk.t dell'antico Egitto e per l'Išhara tamtim dei Babilonesi.
l'Išhara del mare, dea della costellazione Scorpione, era anche detta "Signora dei fiumi"....
Gli abitanti di Mangaia pensavano di poter salire al cielo solo nei due giorni del solstizio....perché per 'cambiar treno' comodamente, le costellazioni che fungono da "porte" della Via Lattea devono "poggiare" sulla "terra", vale a dire sorgere eliacamente agli equinozi oppure ai solstizi.
La Galassia è una strada assai ampia e tuttavia dovettero esservi millenni amari in cui nessuna delle due porte era disponibile....
Il Sagittario e i Gemelli segnano ancora i solstizi  in questi ultimi anni.
La prossima età sarà quella dell'Acquario.
Gli antichi avrebbero indubbiamente considerato i guai dei nostri tempi, la sovrappopolazione, l'"operare iniquità in segreto", come preludi  inevitabili a una nuova inclinazione, a una nuova età del mondo.
Eppure l'Età dei Pesci venne a lungo vagheggiata e annunciata come un'era benedetta.
Essa fu introdotta dalla tre successive Grandi Congiunzioni di Saturno e di Giove nei Pesci avvenute nel 6 a.C.: la Stella di Betlemme.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 26 settembre 2017

Le leggende della Stella Polare e la Fine del Mondo


Lapponi:
"Quando Arturo (ritenuto un arciere il cui arco è l'Orsa Maggiore) abbatterà nell'ultimo giorno il Chiodo del Nord con la sua freccia, il cielo cadrà, schiacciando la terra incendiando ogni cosa"
I Kirghisi siberiani dicono che le tre stelle dell'Orsa Minore più vicine alle Polare, quelle che formano un arco, sono una 'corda' a cui sono attaccate le sue stelle maggiori della stessa costellazione, i cavalli.
Uno dei cavalli è bianco, l'altro è grigioazzurro.
Chiamano poi le sette stelle dell'Orsa Maggiore "i sette guardiani" il cui compito è di custodire i cavalli dagli agguati del lupo.
Quando il lupo riuscirà a uccidere i cavalli, verrà la fine del mondo.
In altri racconti le stelle dell'Orsa Maggiore sono 'sette lupi' intenti a inseguire quei cavalli, e subito prima della fine del mondo riusciranno a prenderli.
Alcuni immaginano addirittura che l'Orsa Maggiore sia legata alla Polare; allorché si apprezzeranno tutti i legami vi sarà un grande sconvolgimento nel cielo.
Secondo il folklore della Russia meridionale, all'Orsa Minore è incatenato un cane che cerca sempre di spezzare a morsi la catena; quando ci riuscirà, sarà giunta la fine del mondo.
Altri dicono che l'Orsa Maggiore consiste in un tiro di cavalli con i loro finimenti; ogni notte un cane nero rosicchia i finimenti per distruggere il mondo, ma non ci riesce mai; all'alba, quando corre a dissetarsi a una sorgente, i finimenti si rinnovano.
I Pawnee Skidi raccontano;
"Prima vi saranno diversi portenti: la luna diverrà rossa e il sole morirà nei cieli.
La Stella del Nord è la potenza che dovrà presiedere alla fine di tutte le cose così come, quando incominciò la vita, la reggitrice era la Stella Luminosa della Sera.
La Stella Mattutina, la messaggera del cielo, colei che rilevò alle genti i misteri del destino, disse che in principio, al primo grande consiglio che assegnò al popolo delle stelle la stazione di ognuno, due di loro si ammalarono.
Uno era vecchio, l'altro era giovane; vennero deposti su due barelle portate da stelle (Orsa Maggiore e Orsa Minore), le quali vennero legate alla Stella del Nord.
Ora Stella del Sud, la Stella degli Spiriti o Stella della Morte, sale sempre più alta nei cieli, sempre più vicina alla Stella del Nord; e quando sarà prossimo il tempo della fine della vita, la Stella della Morte si avvicinerà tanto alla Stella del Nord che catturerà le stelle che portano le barelle, provocando la morte delle persone che giacciono malate su quei giacigli stellari.
Allora la Stella del Nord scomparirà e allontanerà e la Stella del Sud si impadronirà della terra e delle sue genti.
L'ordine per la fine di tutte le cose verrà dato dalla Stella del Nord e la Stella del Sud eseguirà gli ordini.
La nostra gente fu creata dalle stelle.
Quando verrà il tempo della fine di tutte le cose, la nostra gente si trasformerà in piccole stelle e volerà fino alla Stella del Sud, al luogo cui essa appartiene.
....Troppe sono le tradizioni che collegano l'Orsa o le Pleiadi con questa o quella catastrofe perché le si possa esaminare tutte.
(L'Orsa Maggiore e le Pleiadi sono raffigurate sullo scudo di Achille distruttore di Troia con il significato preciso della fine di "qualcosa di grande')
Citiamo solo un esempio preso dalla tradizione leggendaria ebraica di epoca tarda del diluvio di Noè, citata da Frazer:
"Ora, il diluvio fu causato dall'incontro delle acque maschili del cielo con le acque femminili che sgorgavano dalla terra.
I buchi nel cielo da cui sfuggirono le acque di sopra erano stati fatti da Dio, quando egli tolse alcune stelle dalla costellazione delle Pleiadi; e per fermare quella fiumana di pioggia dovette poi turare i due buchi con un paio di stelle prese in prestito dalla costellazione dell'Orsa.
È per questo che, ancor oggi, l'Orsa corre dietro le Pleiadi: vuole indietro i suoi piccoli, ma non riuscirà mai ad averli fino all'Ultimo Giorno".
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

mercoledì 20 settembre 2017

La Precessione e la Via Lattea


Con la scoperta della Precessione, la Via Lattea prese un significato nuovo e decisivo: non solo era la fascia più spettacolare del cielo, era anche il punto di riferimento dal quale si poteva immaginare avesse avuto inizio la Precessione.
Ciò sarebbe accaduto quando il sole equinoziale di primavere abbandonò la sua posizione nei Gemelli nella Via Lattea.
Si pensò che la Via Lattea potesse segnare la pista che il sole aveva abbandonato - una zona bruciata, per così dire, ima cicatrice nel cielo.
La Via Lattea era un "punto" di riferimento dal quale si poteva dire aver avuto inizio la Precessione e l'idea che s'ebbe non fu che la Via Lattea potesse segnare la pista che il sole aveva abbandonato, bensì che essa era l'immagine di una pista abbandonata, una formula che offriva ricche possibilità di 'raccontare' complessi mutamenti celesti.
Il sentiero abbandonato è probabilmente la formulazione originaria delle nozioni elaborate con insistenza intorno a un ipotizzato Tempo Zero.
Se la Precessione veniva vista come il grande orologio dell'Universo, il sole, nel suo spostarsi all'equinozio, rimaneva la misura di tutte le misure, l'"aurea fune", come dice Socrate nel Teeteto di Platone (153 c); anzi eccezion fatta per gli intervalli armonici, il sole era l'unica misura assoluta fornita dalla natura.
Esso va quindi inteso come colui che dirige in ogni istante le 'fughe' planetarie.
Così quando il sole alla stazione di controllo si spostò verso la Via Lattea, anche i pianeti, si diceva, trasferirono le loro cacce in quella direzione.
Tutto ciò non ha molto senso dal punto di vista geometrico, ma dimostra come un'immagine possa dominare le menti degli uomini e assumere vita propria.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 14 settembre 2017

La Stella Polare... e i suoi "spostamenti" dovuti alla Precessione

La Stella Polare va fuori posto e ogni poche migliaia di anni è necessario sceglierne un'altra stella, quella che più si approssima a tale posizione.
"....la precessione ha sulla posizione del Polo un effetto rimarchevole, costringendolo a descrivere un ampio cerchio avente per centro il polo dell'eclittica.
Oggi, naturalmente, il Polo è estremamente vicino all'Orsa Minore, la stella polare dell'astronomia contemporanea... ma tra circa 11.000 anni si troverà all'altra estremità della sua 'orbita', ad una declinazione approssimativamente di 45°Ν, nella costellazione della Lira non lontano da Vega.
Nel -3000 doveva invece trovarsi più o meno a 64° di declinazione Nord e 14° di ascensione retta. È per tanto del massimo interesse il rinvenimento per l'intera estensione del percorso seguito dal Polo celeste a partire da quella data, di stelle che...furono scelte a diverse riprese come stelle polari, ma in seguito abbandonate..."
E di fatto non sempre erano disponibili stelle adatte allo scopo.
È risaputo che la Grande Piramide, così scrupolosamente allineata, non è orientata sulla nostra stella polare, bensì su α Draconis, che 5000 anni fa occupava la posizione del Polo.
(Ad esempio i Draconis = Unità Celeste o Principio Celeste, Celeste Unico, il Grande Unico ecc...).
Ma i moderni trovano tanto più difficile immaginare che in quelle età lontane gli uomini sapessero seguire uno spostamento così impercettibile, in quanto molti di loro non sono al corrente dei fatti puri e semplici.
Vi è un'intera raccolta di miti che dimostrano come una volta si sapeva che la sfera delle stelle fisse non era destinata a compiere per sempre le sue rivoluzioni attorno allo stesso perno.
Parecchi miti narrano di come la Polare viene abbattuta o comunque rimossa dalla sua sede..
Tuttavia questi miti si presentano, per la maggior parte, con una denominazione ingannevole: sono stati infatti intesi come miti che trattano la fine del mondo.
Ciò che ha fine, in realtà, è un mondo, inteso come un'età del mondo.
La catastrofe spazza via il passato, che viene sostituito da "un nuovo cielo è una nuova terra" su cui regna una "nuova" stella polare.
Per la sua grande lentezza e la sua impercettibilità nell'arco di una vita umana, si è dato per scontato che nessuno avrebbe potuto accorgersi della Precessione prima del 127 a.C., anno della presunta scoperta del fenomeno da parte di Ipparco, il quale scoprì e dimostrò che Precessione ruota attorno al polo dell'eclittica.
La Precessione assunse un'importanza preponderante: divenne il vasto disegno impenetrabile del fato stesso, ove un'età del mondo diventava all'altra, mentre l'invisibile lancetta dell'equinozio scivolava lungo i segni e ogni età portava con sé ascesa e caduta di configurazioni e sovranità astrali, insieme con le loro conseguenze terrene.
Occorrevano storie pera gente comune, che narrassero come da un'origine fosse sorto il susseguirsi delle sovranità e come fosse avvenuta la creazione stessa del mondo.
Il sistema copernicano ha spogliato la Precessione della sua solenne grandiosità, facendone una questione puramente terrestre, il barcollare del corso individuale di un qualsiasi pianeta.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

martedì 12 settembre 2017

La danza dei pianeti

Nella voce "Pitagorici" della RE van der Waerden ha dato la più concisa formulazione della differenza tra astronomia babilonese e astronomia greca;
"Gli astronomi babilonesi disponevano: 1) di osservazioni di lunga durata, 2) di periodo estremamente precisi, 3) di metodi aritmetici per il calcolo dei fenomeni celesti, in particolare le successioni crescenti e decrescenti.
L'astronomia greca è al contrario eminentemente geometrica.
Il suo problema principale non è "come si fa a calcolare i fenomeni celesti?", bensì "quali moti circolari uniformi bisogna ipotizzare per dare ragione dei fenomeni?".
Gli astronomi greci non si accontentarono del calcolo dei moti planetari, rifiutarono di "credere ai propri occhi" e si misero alla ricerca di modelli geometrici che potessero dare ragione degli straordinari fenomeni che osservavano - in particolare gli arresti e le traiettorie a cappio: e questo sono a che sulla base di quei modelli non fosse possibile ricostruire e dimostrare come si giungesse all'apparenza sensibile, cosa che poi riuscì perfettamente a Tolomeo.
Prima dei greci ci si preoccupava solo sei tempi; l'importante era quanto tempo occorresse a un pianeta per completare il proprio periodo; la forma della traiettoria percorsa aveva minore importanza.
Giacciono su un'orbita i luoghi ai quali un pianeta ritorna, i punti nei quali si ripetono le congiunzioni dopo intervalli di tempo di diversa lunghezza e così via.
Partendo da queste considerazioni si comprende il rapporto che esisteva tra i movimenti celesti e la danza, rapporto sul quale Luciano si è espresso nel modo più chiaro (i Greci chiamavano la stella polare χορευτής, "guida della danza").
La danza non consisteva nel semplice moto circolare, bensì nella descrizione, lungo l'orbita, di artistiche figure; non è un caso che il danzatore per eccellenza sia Marte con le sue sensazionali giravolte - sia che si presenti col nome di "Giovane-Guerra" (Neoptolemos, che avrebbe espugnato Troia con la sua danza) oppure, a Roma, con quello di Mars Ultor; sia che riceva, come nell'India antica, il nome di Skanda, "il saltellante", oppure quello di Ueuecoyotl, il coyote originario, come gli Aztechi chiamavano il loro dio della danza.
Gli storici affidabili sono concordi nell'affermare che la danza ha avuto origine contemporaneamente all'universo ed è comparsa insieme all'Eros arcaico - dunque non l'innocuo figlio di Afrodite, bensì l'Eros cosmogonico di Esiodo e degli orfici.
"In realtà" continua Luciano "la danza circolare degli astri, l'incontro dei pianeti in rapporto alle stelle fisse, i ben ritmati rapporti che li legano, la loro ben ordinata armonia dimostrano l'esistenza primordiale della danza".
La κοινωνία, l'intrecciarsi di pianeti e stelle fisse da luogo ad un buon ritmo.
E la άρμονία non è uno stato durevole, bensì qualcosa che si realizza "in buon ordine": e dopo tutto l'armonia e la figlia di Marte e di Venere (Ares e Afrodite).
In connessione con questi temi Luciano ci insegna quale fosse il "programma" che un buon danzatore doveva padroneggiare: una sintesi del corpus mitologico greco.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di de Santillana e von Dechend

giovedì 7 settembre 2017

Il cosmo e l'allegoria della nave "che scoprì se stessa"


Il cosmo era un unico vasto sistema pieno di ingranaggi che contenevano altri ingranaggi, enormemente intricato nei suoi collegamenti e paragonabile a un orologio dai molti quadranti.
Le sue funzioni apparivano e scomparivano dappertutto nel sistema, come strani cucù d'orologio e attorno a esse venivano intrecciati racconti meravigliosi per descriverne il comportamento; ma, proprio come avviene con le macchine, non è possibile comprendere la singola parte fino a quando non si è compreso il modo in cui tutte le parti sono collegate fra loro nel sistema.
In una buffa allegoria, La nave che scoprì se stessa, Rudyard Kipling ha descritto in termini analoghi quello che accade a una nave nuova durante il viaggi inaugurale.
Tutti i pezzi, via via che ciascuno fa per la prima volta la sua parte, sorgono chiassosamente alla vita: ed ecco il tutto dei pistoni, il gemito dei cilindri, la virgola dell'albero dell'elica, la tensione delle paratie, il chiacchierio dei rivetti: ciascuno si sente al centro del palcoscenico, ciascuno narra al vapore le proprie gesta uniche e incompatibili, finché tutti non si azzittiscono e allora s'ode una voce nuova, profonda ed è la voce della nave che ha finalmente trovato la sua identità.
La vastità e la complessità del sistema incominciano appena a configurarsi, a mano a mano che le parti vanno al loro posto.
La sola cosa da fare è procedere induttivamente, un passo dopo l'altro, evitando i preconcetti e lasciando che sia l'argomentazione a condurci alle sue conclusioni.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di G. di Santillana e H. von Dechend

martedì 5 settembre 2017

Le Sette stelle dell'Orsa


Quelli che in India e altrove sono chiamati i "Sette Sapienti", sono le Sette Stelle dell'Orsa (Ursae maioris), punto di riferimento obbligato in tutti gli allineamenti cosmologici sulla sfera stellata.
I Sette Sapienti sono le stelle del Gran Carro, i Saptarsi, i "sette Rsi" della tradizione indiana.
Il coluro solstiziale, detto "linea dei sette Rsi" (la linea dei Sette Sapienti), nel corso di vari millenni toccò queste stelle ad una ad una (a cominciare da η intorno al 4000 a.C.).
L'atto di determinare questo coluro viene 'intenzionalmente' detto "sospendere il cielo": i Babilonesi chiamavano il Gran Carro "legame del cielo", "legame-madre del cielo"; i Greci invece lo denominavano όμφαλόεσσα.
La denominazione "Orsa Maggiore" -femminile da cui deriva il termine "Artide"- è più diffusa rispetto a quella di "Gran Carro".
Tolomeo enumerava 27 stelle-orse.
Inoltre l'orsa corre nella direzione opposta a quella del carro: il timone del carro corrisponde alla coda dell'orsa.
Storicamente è più antica la concezione di un urside circumpolare, mentre il carro risale all'ambito mesopotamico.
Queste stelle dominatrici dell'estremo Nord sono legate in modo singolare ma sistematico con quelle che vengono considerate le potenze operative del cosmo, cioè i pianeti, nel corso del loro moto in diverse disposizioni e configurazioni lungo lo zodiaco.
Gli antichi pitagorici, nel loro linguaggio cifrato, chiamavano le due Orse "mani di Rea", la Signora del Cielo ruotante, e i pianeti "cani di Persefone", la Regina degli Inferi.
Lontano verso Sud, la misteriosa nave Argo con la sua stella Pilota reggeva gli abissi del passato, mentre la Galassia era il "ponte" che conduceva fuori dal Tempo.
Queste nozioni sembrano essere state dottrina comune nell'età precedente la storia e in tutta la fascia delle civiltà superiori intorno al nostro globo.
L'intensità e la ricchezza, nonché la coincidenza di particolari in questo stratificarsi di riflessioni hanno portato alla conclusione che tutto bene origine nel Vicino Oriente.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di G. de Santillana e H. von Dechend

giovedì 31 agosto 2017

La sopravvivenza del mito ai giorni nostri


Oggi gli uomini vengono addestrati a pensare in termini spaziali, a localizzare gli oggetti.
A mano a mano che la scienza e la storia invadono l'intero campo del pensiero, gli eventi del mito retrocedono nella pura favola e ci appaiono come fantasie d'evasione: mancano di collocazione e di serietà; il loro spazio è ubiquo, il loro tempo è circolare.
Eppure, alcune di queste storie sono tanto forti da esser sopravvissute con tratti vigorosi: sono i veri miti, con personaggi identificati inequivocabilmente, e tuttavia fluidi e sfuggenti nei contorni.
Narrano di figure gigantesche e di eventi sovrumani che sembrano occupare tutto lo spazio abitabile tra il cielo e la terra.
Sono figure che spesso, al loro passaggio, prestano il loro nome a personaggi storici e poi scompaiono.
I fatti storici non potranno mai 'spiegare' gli eventi mitici; questo gia lo sapeva bene Plutarco.
Le figure mitiche invece, hanno invaso la storia sotto mentite spoglie, foggiandola sottilmente secondo i propri fini.
Le figure mitiche hanno bisogno di denominazioni caratteristiche, come quella di "Re nel Passato e nel Futuro", sono esistite ancor prima, o esisteranno ancora, con altri nomi, sotto altri aspetti, proprio come il cielo ci riporta in eterno le sue configurazioni.
Se si cercasse di definirle con precisione come le persone e cose, sicuramente svanirebbero ai nostri occhi, quanto i frutti di una fantasia malata.
Ma se si rispetta la loro vera natura, riveleranno questa natura come funzioni dell'ordine generale delle cose così come lo si poteva concepire.
Queste figure esprimono il comportamento di quel vasto complesso di variabili un tempo chiamato cosmo.
Esse combinano in sé varietà, eternità e ricorrenza, poiché tale è la natura del cosmo stesso.
La possibilità che il cosmo sia infinito sembra essere rimasta al di là della soglia dell'umana consapevolezza fino ai tempi di Lucrezio e a quelli di Giordano Bruno è Galileo.
E Galileo, che aveva seri dubbi al riguardo, si trovò d'accordo con tutti i suoi predecessori sul fatto che l'universo fosse sicuramente eterno, e che quindi i suoi mutamenti fossero soggetti alla legge della periodicità e della ricorrenza.
"Quello che è eterno" diceva Aristotele "è circolare, quello che è circolare è eterno".
Tratto da "Il mulino di Amleto" di G. di Santillana e H. von Dechend

martedì 29 agosto 2017

Il mito arcaico e l'universalità dei dati sparsi nelle varie tradizioni


Platone sapeva ancora parlare la lingua del mito arcaico; nel costruire la prima filosofia moderna, egli rese il mito consono al proprio pensiero.
Platone ci ha dato una prima norma empirica, ed egli sapeva quel che diceva.
Dietro Platone si erge il corpus imponente delle dottrine attribute a Pitagora, di grezza formulazione in parte, eppure ricche di contenuto prodigioso della matematica primitiva, pregne di una scienza e di una metafisica destinate a sbocciare ai tempi di Platone; da qui provengono parole come "teorema", "teoria" e "filosofia".
Tutto ciò poggia a sua volta su quella che potremmo definire una fase proto-pitagorica, diffusa in tutto l'Oriente, ma con punto focale a Susa.
E infine c'è dell'altro ancora: il severo calcolo numerico dei Babilonesi.
Da tutto ciò deriva lo strano principio che "le cose sono numeri".
Una volta afferrato il filo che risale indietro nel tempo, la prova delle dottrine più tarde e dei loro sviluppi storici sta nella loro congruenza con una tradizione conservatasi intatta anche se compresa solo a metà.
Vi sono infatti semi che si propagano lungo le correnti del tempo.
E l' universalità, quando è unita a un disegno preciso, è già da sola una prova.
Quando per esempio un elemento presente in Cina compare anche in testi astrologici babilonesi, lo si deve considerare pertinente, poiché rivela un complesso di immagini insolite cui nessuno potrebbe attribuire una genesi indipendente per generazione spontanea.
Non è accidentale che i numeri come 108, oppure 9X13, si trovino, ripetuti in vari multipli, nei Veda, nei templi di Angkor, a Babilonia, negli oscuri detti di Eraclito e anche nella Valhöll norrena.
Vi è modo per controllare i segnali così sparsi negli antichi dati, nelle tradizioni, nelle favole, nei testi sacri.
Una morfologia comparata: il serbatoio dei miti e delle fiabe è assai vasto ma esistono 'segnacoli' morfologici per tutto ciò che non è semplice narrazione di tipo spontaneo.
Inoltre presso i promitivi 'secondari', quali gli Amerindi e gli indigeni dell'Africa occidentale, si trova materiale arcaico meravigliosamente ben conservato.
Abbiamo infine  racconti cortesi e annali dinastici che sembrano romanzi: il Feng-shen Yan-yi, il giapponese Nihongi, lo hawaiano Kumulipo, che non sono soltanto favole infarcite di credenze fantastiche.
Un'altra notevole fonte sono i testi sacri che in origine rappresentavano una forte concentrazione di attenzione su materiali distillati per la loro importanza nel corso di un lungo periodo di tempo e considerati degni di essere imparati a memoria generazione dopo generazione.
La tradizione druidica celtica veniva trasmessa non solo mediante canti ma anche attraverso una dottrina dell'albero molto simile a un codice; in Oriente, da giochi complessi fondati sull'astronomia si sviluppò una specie di stenografia che divenne poi l'alfabeto.
Una molteplicità rieccheggiante ove ogni cosa reagisce a ha un suo luogo e un suo tempo stabilito.
Una specie di matrice matematica, un'Immagine del Mondo che s'accorda a ognuno dei molti livelli, regolata in ogni sua parte da una rigorosa misura.
È la misura a fornire la controprova; molte cose possono essere identificate e ricombinante in base a regole a analoghe al vecchio detto cinese sui flauti rituali e il calendario.
Nell'universo arcaico tutte le cose erano segni e segnature l'una dell'altra, iscrizioni nell'ologramma, da divinarsi con sottigliezza.
E su tutte dominava il numero.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di G. di Santillana e H. von Dechend

giovedì 24 agosto 2017

Le scienze degli antichi sapienti


Alcuni antichi sapienti si sono preoccupati di cose meravigliose e grandi...
Uno diceva che questa scienza si divide in tre parti.
Di queste la prima è la magia; quelli che l'hanno maggiormente studiata e coltivata sono coloro che abbiamo chiamato Azahabin, che sono gli schiavi prigionieri dei Caldei.
La seconda è la scienza delle stelle e delle preghiere da rivolgere ad esse con fumigazioni, sacrifici, orazioni e scritti; quelli che vi si sono dedicati sono i Greci, molto abili, sapienti e intelligenti nel praticare l'astrologia: dominano una vera conoscenza perché la scienza dell'astrologia è considerata fondamento di tutta la scienza della magia.
La terza parte è la scienza che si pratica con le fumigazioni, formule e parole appropriate...come anche la scienza degli spiriti da associare o separare da quelle parole; soprattutto gli abitanti dell'India sono versati in essa e viene praticata anche in Egitto.
È noto ed evidente che gli abitanti dell'India hanno dominio e potere sulle parole con cui si liberano e guariscono dai veleni mortali, senza medicine.
Allo stesso modo dominano le frasi e le parole con le quali perseguitano qualunque demone vogliano e non è loro impossibile trasformare il senso di queste parole con il solo suono, influiscono a loro piacere sui movimenti astrali con il potere di queste parole.
Ugualmente possiedono uno strumento musicale detto alquelquella con una sola corda armonica con cui producono i suoni e tutti i loro virtuosismi nel modo che vogliono e desiderano.
Operano anche meraviglie riguardo alla donne: le fanno concepire senza l'unione con l'uomo è questo con i movimenti, le operazioni e i medicamenti.
Alcuni indiani rendono un vino, che bevono, tale da impedire loto di invecchiare e allontana la debolezza della vecchiaia, muoiono solo di morte naturale per la virtù di questo vino....
Queste facoltà sono loro concesse per natura, mentre altri le acquisiscono con lo studio e la pratica....
Alcuni indiani nella lingua comune, dicono e affermano che lungo la linea equinoziale meridionale esiste una certa popolazione che chiamano "diavoli"....
E lì i pianeti o corpi celesti che hanno potere e influenza sono Saturno e la Coda del Dragone.
Il saggio dice che tutte le figure e le immagini della generazione e della corruzione in questo mondo procedono dai poteri e dagli influssi delle stesse fisse e a seconda di come le figure e le configurazioni delle stesse si dispongono e ordinano nei talismani....
In cielo si trovano alcune figure che non si trovano in terra né possono essere conosciute o comprese se non dai sapienti istruiti..
A queste hanno imposto i nomi con i quali sono conosciute, non perché questi nomi indichino proprietà o qualità delle figure stesse.
Questi nomi sono immagini e sigilli... tramite le quali si rappresentano le figure celesti e i talismani: esse sono situate nell'ottava sfera insieme con le stelle fisse.
(Gli antichi sapienti hanno notato che i quattro quarti del cielo si muovono da Occidente verso Oriente di 8 gradi, poi ritornano da Oriente verso Occidente di altri 8 gradi; questo movimento lo hanno chiamato moto dell'ottava sfera)
Gli antichi sapienti hanno l'arte di osservare e interpretare i segni degli animali, il volo degli uccelli, l'arte degli specchi e delle spade e l'arte di spiegare le interpretazioni dei sogni.
Tratto da "Picatrix"

martedì 22 agosto 2017

La virtù della propria natura


Aristotele disse che ciascun sapiente ha una propria virtù infusagli dagli spiriti alti e proprio tramite queste potenze si aprono le serrature del senso e dell'intelletto e si manifestano le varie scienze.
E questa virtù si congiunge a quella del pianeta dominante nella scienza della natività; virtù che così intrinsecamente si dà e rafforza l'intelletto....
Aristotele ha affermato inoltre che l'immagine è detta così per il fatto che le forze dei suoi spiriti sono congiunte e che quindi l'immaginazione è inclusa là dove virtù consiste in uno spirito recluso.
Le fortezze degli spiriti sono quattro, ossia il senso, che nel mondo è ben ordinato, lo spirito della cosa dalla quale lo spirito stesso è attratto, lo spirito completo di riflessione, sano e illeso e lo spirito della cosa lavorata a mano.
Questi tre spiriti che esistono nella materia, nella volontà e nell'opera, sono riuniti in relazione al senso della riflessione completa, che....attrae i raggi (dei pianeti), riversandoli poi sulle cose che intende comporre, proprio come avviene in uno specchio....
E i tre spiriti sopra menzionati operano in modo che quando lo spirito superiore del tatto, del movimento e della quiete si congiunge al senso del mondo, le forze dello spirito stesso sono attratte e si fondono l'una nell'altra; è questa la radice dell'immagine o talismano...
Socrate disse che la natura completa è il solo cimento del sapiente e la sua intima radice.
Ermete disse "la natura completa è lo spirito del filosofo e del saggio, legato insieme al pianeta che lo governa.

È lui che apre le serrature della scienza da cui si comprendono tutti quei misteri altrimenti pressoché incomprensibili e da dove inoltre sgorgano le opinioni sulla natura, direttamente, sia nel corso del sogno che della veglia"....
Così opera propriamente la natura predetta, tramite la sua virtù ed influenza, disponendo l'intelletto del filosofo secondo una naturale inclinazione.
....è impossibile che alcuni pervenga a questa scienza se non vi è naturalmente portato per indole, tanto per propria virtù quanto per la buona disposizione del pianeta dominante al momento della sua venuta al mondo.
Tratto da "Picatrix"

giovedì 10 agosto 2017

La cosmologia arcaica


La teoria su come ebbe inizio il mondo" sembra comportare lo spezzarsi di un'armonia, una sorta di "peccato originale" cosmogonico per effetto del quale il cerchio dell'eclittica (assieme allo zodiaco) venne  inclinato rispetto all'equatore e ne nacquero i cicli del mutamento.
La cosmologia arcaica delineò l'unità dell' universo (e della mente umana) spingendosi verso i suoi più lontani confini.
In verità, oggi l'uomo sta facendo la stessa cosa.
Einstein ha detto:
"Ciò che è inconcepibile dell'universo è che esso sia concepibile".
L' uomo non si arrende.
Quando scopre milioni e milioni di remote galassie.... egli è felice di poter attingere simili profondità.
Ma paga un prezzo terribile per i suoi successi.
La scienza dell'astrofisica si protende su ordini di grandezza sempre più vasti senza perdere il proprio punto di appoggio; all'uomo in quanto tale ciò non è possibile: nelle profondità dello spazio egli perde se stesso e ogni senso della propria importanza.
L' uomo moderno sta affrontando il non-concepibile; l'uomo arcaico, invece manteneva una salda presa sul concepibile inquadrando nel proprio cosmo un ordine temporale e un'escatologia che avevano un senso per lui e riservavano un destino per la sua anima.
Era una teoria straordinariamente vasta che nulla concedeva a sentimenti meramente umani; anch'essa dilatava la mente oltre i limiti del tollerabile, ma non distruggeva il ruolo dell'uomo nel cosmo.
Era una metafisica spietata.
Non era un universo clemente, un mondo di misericordia...inesorabile come le stelle nel loro corso, miserationis parcissimae, dicevano i Romani.
Eppure era un mondo non immemore dell'uomo, un mondo dove ogni cosa trovava, di diritto e non solo statisticamente, il suo posto riconosciuto, dove nemmeno la caduta di un passero passava inosservata e dove anche ciò che veniva respinto per errore proprio non sprofondava nella predizione eterna; perché l'ordine del Numero e del Tempo era un ordine totale che tutto conservava e a cui tutti - dèi, uomini, animali, alberi e cristalli, gli stessi assurdi astri vaganti - appartenevano, tutti soggetti a legge e misura.
Tratto da "Il mulino di Amleto" di G. di Santillana e H. von Dechend

martedì 8 agosto 2017

Microcosmo e Macrocosmo


L' uomo è il più nobile degli animali, al punto tale che nel suo corpo gli elementi sono posti in vicendevole nonché giusta proporzione, rendendolo nel complesso, maggiormente uguale alla somma dei restanti animali.

Ognuno degli elementi influenza il proprio animale che non è mai separato da esso, come gli uccelli non si separano mai dal cielo, né i pesci dall'acqua e gli spiriti diabolici, chiamati per questo infernali, dal fuoco eterno.
Ma il fuoco che si può percepire è sentito in modo particolare dai sensi e risulta, nello specifico, legato a un animale chiamato Salamandra, il quale si origina dall'apparire un sorcio in mezzo al fuoco.
E gli animali più pesanti, proprio in ragione di questa loro pesantezza, non sono separati dalla terra.
Ora rispondiamo a una domanda non ancora posta, ossia cosa vi è di diabolico nel fuoco.
Affermo, infatti, che l'uomo è detto microcosmo e questo per paragone in relazione al macrocosmo, quasi si volesse affermare che tutte quanto è contenuto nell'uno appartiene virtualmente anche all'altro.
Per cui se i diavoli si trovano nel macrocosmo, è necessario che in qualche modo, conseguentemente, si trovino anche nel microcosmo.
Perciò si verifica che, quando nell'uomo si accende un irascibile appetito, egli diventa sommamente furibondo, si infiamma d'ira in modo sconsiderato e si trasforma in un essere diabolico in ogni sua azione.

E per  una certa quale similitudine, possiamo affermare che i diavoli si trovano nel fuoco, o meglio, nell'accezione del fuoco irascibile presente nell'uomo e da questo, appunto, derivano le diaboliche conseguenze.
Viceversa, quando la volontà dell'uomo stesso è particolarmente moderata e retta da virtù e ragione, egli si rende simile ad un angelo.
Per cui possiamo ragionevolmente affermare il perché, in questo microcosmo, tutte le cose si presentino allo stesso modo in cui si trovano in quello maggiore.
Tratto da "Picatrix"

giovedì 3 agosto 2017

I pianeti e le influenze sulle cose inferiori del mondo


Luna, la cui proprietà principale è quella di accrescere le cose.
Essa, invero, fa crescere e diminuire alberi e frutti;
Essa è causa della crescita di uova e gemme e dell'accrescimento e della diminuizione di fiumi ed acque.
Essa infatti congiunge e quasi lega le potenze dei pianeti e degli spiriti celesti con le cose inferiori di questo mondo, come appare in alcuni alberi, che, per la virtù della Luna, crescono e si rafforzano, mentre al contrario, ricevono danni dalla virtù degli altri pianeti; al contrario, tuttavia, in alcuni alberi, come il fico, sembra che la luna porti solo danni; il Sole invece, accrescimento e forza; e lo stesso accade per gli animali e vegetali marini, fruitori degli influssi favorevoli di Diana e quelli terreni che, al contrario, scoperti nella notte gelida dagli occhi della Luna, ne traggono solo calamità.
Giove è il padre della vita e delle scienze; da lui, infatti, promanano leggi, fedeltà e processi.
Venere è la madre dei giochi, degli strumenti musicali, delle cantilene e dei suoni; anche se a cagione della sua voluttà e scienze, queste cose non sono regolate a dovere, ella ne ha, pur tuttavia, il pieno potere e controllo.
Mercurio è padre della fecondità, dell'intelletto razionale e del sentimento; da lui promana la consapevolezza dei segreti più difficili e profondi.
Saturno presiede agli inganni, all'agricoltura e all'edilizia; da lui promana la conoscenza duratura; da lui le leggi antiche.
Il Sole illumina tutti gli altri pianeti; per suo tramite ogni tenebra si ritira; grazie a lui lo spirito si rallegra e si espande; per mezzo del suo intervento, in ogni albero i frutti maturano e si seccano e si sviluppa l'evoluzione di tutto quanto è vegetale.
In genere diciamo che esso è la luce e la candela dell'Universo.
Tratto da "Picatrix"

giovedì 27 luglio 2017

Divinazione e rettitudine

La divinazione è la quintessenza dell'arte, quella che chiamiamo profezia.
Le percepisce  e le comprende durante il sonno o la veglia perché quando la qualità in cui si formano gli esseri è completa e libera da superfluità e impurità, vedrà le cose separate come gli esseri che appaiono in uno  specchio; allo stesso modo si manifestano nello spirito quanto è puro e completo.
Se possiede queste facoltà complementari sarà un profeta.
Questo si può verificare solo nelle persone eccezionali nelle quali gli spiriti profetici sono riversati completamente dal primo ordinatore degli esseri che è Dio stesso, che trasmette e infonde gli spiriti profetici tramite i sensi, così che lo stesso Dio pone naturalmente questa virtù in esso; da questo senso comune proviene la virtù e la potenza al senso o all'intelletto umano.
Questo senso si unisce alle forze da cui si formano gli esseri; poi, a causa dell'unione di questa virtù, il senso della persona stessa è arricchito dalla sapienza, poiché attinge alle virtù che formano gli esseri è chiamato anche profeta.
Una persona così disposta è più nobile, più completa e più fortunata di chiunque altra.
Per questo ci conviene coltivare buone inclinazioni per non essere persone malvagie.
Per questo gli uomini si istruiscono nelle leggi e nelle credenze delle cose future affinché si riuniscano secondo un unico principio di bontà.
Profezia va dalle cose sensibili e via via sempre più alte fino a che si perviene alla scienza metafisica nella quale la virtù umana giunge a completezza; grazie alla scienza speculativa l' uomo diviene perfetto.
Questo è il bene che cercano le persone...colui che metterà in pratica questi principi inizia bene e senza tristezza; anzi avrà in perpetuo e per sempre gaudio, letizia e sapienza duratura...
Tratto da "Picatrix"

martedì 25 luglio 2017

Ermete e il pozzo


Ermete:
"Quando in verità volli capire ed evincere i segreti dell'opera del mondo e della natura stessa, mi posi sopra un pozzo molto profondo e buio, dal quale usciva un vento impetuoso, ma non  riuscivo a guardarvi dentro per questa oscurità;
ed ogni volta che tentavo di sporgere in esso una candela, subito questa veniva spenta dal vento.
Quindi mi apparve in sogno un uomo imponente e di incredibile autorità, che così mi parlò:
'Prendi una candela accesa e mettila in una lanterna di vetro, sì che non si spenga  per l'impeto del vento, poi mettila nel pozzo, nel mezzo del quale vuoi fare luce e di lì afferrare l'immagine, una volta tratta la quale dal pozzo, il vento che spira in esso si estinguerà e in tal modo, proprio nello stesso punto potrai tenere saldo il lume.
Quindi illumina i quattro angoli del pozzo, dai quali riuscirai a evincere i segreti del mondo, la natura completa e la sua essenza, nonché le generazioni di tutte le cose".
Gli chiesi chi fosse ed egli mi rispose: "Sono la natura completa e quando desideri parlare con me, chiamami col mio nome proprio ed io ti risponderò"....

Tratto da "Picatrix"

giovedì 20 luglio 2017

Amore e "Ali"


La virtù delle ali è quella di portare in alto ciò che pesa, sollevandolo sino alla sfera abitata dagli dei... e il divino vuol dire bellezza, sapienza, bontà e ogni altra cosa simigliante.
...L'intelletto  si nutre di pensiero e di scienza pura, come quello di ogni anima a cui stia a cuore accogliere ciò che le si conviene, vedendo di tanto in  tanto l'ente, se ne compiace; e, contemplando il vero, si nutre e si diletta, fino a che il moto circolare non lo riporti al medesimo luogo.
E nel suo tragitto esso contempla la giustizia in sé, contempla la temperanza, contempla la scienza, non quella che è soggetta a divenire, ed è diversa nei diversi oggetti che chiamiamo enti, ma quella che è la vera scienza del vero ente.
È legge di Adrastea (la dea a cui non si sfugge, la dea della necessità) che qualsiasi anima, fattasi seguace d'un dio, riesca a vedere qualcuno dei veri, fino all'altro giro sia immune da dolore; e qualora possa farlo sempre, non vada mai soggetta ad alcun male.
Allorché un uomo, vedendo la bellezza di quaggiù e rammentandosi della vera bellezza, metta le ali e desideri, così alato, di levarsi in volo e s'accorga di non poterlo fare e, come un uccello, guardi in alto e trascuri le cose terrene, costui si acquista la fama di folle.
Ebbenei, io dico che di tutte le forme di delirio divino questa è la più alta e derivante dalle più alte sorgenti, così per chi la possiede, come per chi ne partecipa; e che colui il quale, possedendola, s'innamori di quelli che son belli, si chiama appunto amante..... ricordarsi attraverso le cose terrene di quel che vide lassù non è facile per ogni anima...
Alcune appena ne serbano un ricordo sufficiente; e queste, allorché vedono qualcosa che somigli a quelle, ne rimangono sbalordire.
La giustizia infatti e la temperanza e quant'altro hanno importanza per le nostre anime, nelle loro immagini di quaggiù hanno perso ogni splendore; e ben pochi e a stento, attraverso questi nostro torbidi organi, appressandosi a queste immagini, contemplano il modello che esse rappresentando.
Ma la bellezza brillava ai nostri occhi, quando insieme col coro dei beati...c'iniziavano alla più beata delle iniziazioni che celebravamo, allorché perfetti e immuni dei mali che ci attendevano nell'avvenire, iniziati ai più profondi misteri, godevamo di quelle visioni perfette, semplici, calme, felici, in una luce pura, puri noi stessi e non sepolti in questa tomba, che chiamiamo corpo e che trasciniamo con noi, imprigionati in esso, come ostriche nel proprio guscio.
La bellezza.... sfolgorava allora nella sua essenza tra quegli spettacoli; e noi, venuti quaggiù, l'abbiamo senz'altro riconosciuta per la sua luminosità mediante il più luminoso dei nostri sensi.
La vista è infatti il più acuto dei nostri sensi corporei, ma con essa non si vede la sapienza - che desterebbe in noi ardentissimi amori, se la sua immagine si offrisse altrettanto chiara al nostro occhio - come del resto non si vedono le altre amabili essenze.
Alla sola bellezza toccò questo privilegio d'essere la più evidente e la più amabile.
Chi è iniziato di recente, chi è pieno delle visioni avute, allorché veda un volto divino o una forma corporea, imitazione felice della vera bellezza...è assalito dagli sgomenti d'un tempo...la contempla e la venera come un nume..
Nell'accogliere attraverso gli occhi l'efflusso della bellezza si riscalda d'un calore, da cui si ristora la natura delle ali, e per effetto di esso si fonde l'involucro che copriva i germogli e che da tempo induratosi ne impediva lo sviluppo.
Quindi, penetrandovi il nutrimento, il gambo delle penne si gonfia e tenta di spuntare dalla radice di sotto a tutta l'anima, perché questa era un tempo tutta alata.
...Tutta l'anima ribolle e sussulta...soffre l'anima, quando comincia a rivestirsi di penne; essa prova un ardore, una pena, un solletico nel metter le ali.
Ma non appena volge lo sguardo alla bellezza...si ristora e riscalda e, cessando di soffrire, si sente lieta e felice.....si sente lieta nel ricordo della bellezza...
A questa passione....gli uomini hanno dato il nome di amore...
Lui Eros alato noman per fermo i mortali
Ma gl'immortali Pteros, perché egli impenna le ali.
Tratto da "Dialoghi sull'amicizia e sull'amore" Platone
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