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giovedì 19 maggio 2016

L'irruzione dell'"altro"


Presso gli Inuit, quando ti ammali, il tuo nome solito ti lascia, se ne va.
E  ne assumi un altro.
Se muori, a morire è  la persona con quel nome, che è il nome dell'anima-morte, è  lei il defunto; se guarisci, allora ti ritorna il nome di prima e il nome dell'anima-morte se ne va.
L'"altro" può  farci visita mentre dormiamo o ci troviamo in uno stato alterato, durante un digiuno o in segregazione o in momenti critici, quando la morte certa e imminente.
In quali altri modi si manifestano questi fenomeni nella nostra cultura psicologica? In molti modi, di solito periferici se non distorti.
Patologicamente, come dissociazioni indotte da droghe e come personalità multipla; come presenza estranea durante una malattia, "La sensazione di un'altra  persona che occupa insieme a te il tuo corpo": così Updike descrive la sua psoriasi nelle sue memorie e in maniera analoga altri hanno descritto le depressioni, gli stati ansiosi o ossessivi, i pensieri coatti.
È poi in maniere più  accettabili: negli amici immaginari dell'infanzia, nei fenomeni "para normali", in certe tecniche terapeutiche come l'immaginazione attiva, nella produzione artistica come personaggi, personae.
E anche nelle visioni ipnagogiche durante gli interventi gli interventi chirurgici, quando il paziente si vede come sopra la tavola operatoria e per le quali non si è  trovata una spiegazione.
Questi strani incontri la dicono lunga su una cultura che emargina l'invisibile.
Se l'ideologia di una cultura non lascia spazio all'altro, non da credito all'invisibile, allora l'altro deve infilarsi nel nostro sistema psichico in forma distorta.
Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che, in realtà, certe disfunzioni psichiche andrebbero localizzate nella disfunzionale visione del mondo che pretende di giudicare.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

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