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domenica 29 maggio 2016

Tiroide: Psicosomatica dell'Ipertiroidismo


La tiroide è una ghiandola endocrina che regola tutto il metabolismo energetico attraverso la produzione di ormoni tiroidei, la triiodotironina (T3) e la tiroxina (T4). Questi ultimi, per essere prodotti, hanno bisogno della presenza di iodio e calcitonina; la sintesi e la secrezione di queste sostanze, a loro volta, è regolata da due ghiandole posizionate nel cervello, l’ipotalamo (ormoni TRH) e l’ipofisi (ormoni THS).
Questo complesso meccanismo di interconnessioni svela l’importanza della tiroide; gli ormoni tiroidei hanno un’azione specifica sul sistema nervoso, così come le reazioni emozionali (tensione e stati ansiosi) influiscono sull’alterazione della secrezione ormonale.

Ipertiroidismo nella Psicoenergetica
La forma Yang (l'ipertiroidismo) manifesta un desiderio malgrado tutto di rivincita. L'individuo si trova in un costante attivismo. Il fuoco interiore lo consuma e la lotta è continua. Fisicamente gli ipertiroidei appaiono divorati da questo fuoco interiore, un fuoco che consuma senza produrre, perchè l'unica produzione è reattiva e difensiva.
Fonte: "Dimmi dove ti fa male. Glossario psicoenergetico" di Michel Odoul

Ipertiroidismo nella Metamedicina
Quando si è ipertiroidei è come se fossimo attaccati a una corrente di alimentazione di 250 volt.
C'è una certa determinazione a raggiungere i propri obbiettivi a detrimento del proprio bisogno di riposo, e ciò spinge a dover attingere alle proprie riserve di energia. Questa determinazioni può avere le proprie radici nella paura, si dice a se stessi: "Non posso fermarmi, bisogna che resista, altrimenti..." 
Può anche essere legata al desiderio di dimostrare agli altri ciò che si è capaci di fare, cosa che genera in noi uno stress che ci rende iperproduttivi fino a che raggiungiamo lo sfinimento e lo scoraggiamento che fanno passare alla fase ipotiroidea.
Ho preteso molto da me stesso per avere successo, per dimostrare ciò di cui ero capace, per essere amato o perchè mi ritenevo indispensabile?  
Fonte "Il Grande Dizionario della Metamedicina" di Claudia Ranville

Psicosomatica dell'ipertiroidismo
L’ipertiroidismo è intriso di simbolismi, primo fra tutti quello di un’eterna “fuga in avanti” (da qui l’accelerazione espressa dai sintomi) alla ricerca, da un lato, di un’autonomia quotidiana racchiusa nel “fare”; dall’altro, di un tentativo di colmare il vuoto che si sente dentro “tamponandolo” con una vita dal ritmo accelerato e con rapporti pieni e simbiotici. Il vuoto corrisponde all’angoscia di morte e al terrore di sentirsi annientati.
Un sintomo comune dell’ipertiroidismo, l’esoftalmo (occhi sporgenti) rappresenta perfettamente questo terrore profondo. Anche qui, le cause di tali meccanismi psichici si possono rintracciare nell’infanzia e nell’adolescenza. Mentre nell’ipotiroidismo il ruolo genitoriale è stato inibente per lo sviluppo di sé e dell’autonomia, nel vissuto dell’ipertiroideo c’è un bambino che ha avuto una maturazione precoce, per concrete necessità o per aspettative genitoriali, che è stato privato della naturale e necessaria fase di dipendenza affettiva fatta di sostegno, approvazione, calore, affetto.
Questo “salto” si traduce, nella fase adulta, in una difficoltà a chiedere o a manifestare il bisogno emotivo e affettivo, esperienza che rievocherebbe l’idea della dipendenza frustrata. Queste interpretazioni si rivelano ancora più vere quando si studiano le fasi d’insorgenza della malattia; in moltissimi casi di soggetti adulti, l’ipertiroidismo si manifesta in seguito a traumi da perdita di elementi di autosufficienza (figure di riferimento, lavoro, casa, patologie che obbligano a richieste d’aiuto).
Come per tutte le altre patologie, ci sono sempre delle tipologie di personalità più a “rischio” di manifestare una determinata malattia o disturbo. Molto spesso gli ipertiroidei sono persone che hanno paura di fermarsi, di rallentare su tutti i piani della vita; si sentono vive solo se agiscono, intensamente e di fretta. Cercano continuamente consigli (che tuttavia non riescono a seguire), vogliono l’autonomia a tutti i costi ma dentro hanno un enorme bisogno dell’approvazione altrui.
Il disturbo è prevalente nelle donne tra i 20 e i 50 anni d’età, e insorge soprattutto in quelle persone che sono cresciute in fretta o sono state sottoposte a carichi non adatti alla loro età. Molto spesso gli ipertiroidei hanno perso i genitori
Fonte e articolo completo: Psicoadvisor

Tiroide:Psicosomatica dell'Ipotiroidismo


La tiroide è una ghiandola endocrina che regola tutto il metabolismo energetico attraverso la produzione di ormoni tiroidei, la tiroidotironina (T3) e la tiroxina (T4). Questi ultimi, per essere prodotti, hanno bisogno della presenza di iodio e calcitonina; la sintesi e la secrezione di queste sostanze, a loro volta, è regolata da due ghiandole posizionate nel cervello, l’ipotalamo (ormoni TRH) e l’ipofisi (ormoni THS).
Questo complesso meccanismo di interconnessioni svela l’importanza della tiroide; gli ormoni tiroidei hanno un’azione specifica sul sistema nervoso, così come le reazioni emozionali (tensione e stati ansiosi) influiscono sull’alterazione della secrezione ormonale. 

Ipotiroidismo nella Psicoenergetica
La forma Yin (ipotiroidismo) comunica una rinuncia di fronte all'impossibilità di esprimersi. La fiamma si è spenta dentro di noi .
L'ipotiroideo può riassumersi nella frase "Tanto a cosa serve?".
Il corpo non brucia più e quindi immagazzina. Il volume aumenta come per compensare.
Fonte: "Dimmi dove ti fa male. Glossario psicoenergetico" di Michel Odoul

Ipotiroidismo nella Metamedicina
Si potrebbe dire che si è attaccati a una corrente di alimentazione di 70 volt. 
L'ipotiroidismo può esprimere una condizione di scoraggiamento "A che pro, non ci riuscirò, nessuno mi capisce!", un senso di colpa per il fatto di vivere o un rancore trattenuto.
posi le seguenti domande:
Ho la sensazione che nessuno mi capisca, che malgrado tutta la mia buona volontà non ce la farò?
Porto un senso di colpa che non ho mai osato rivelare? 
Nutro rancore nei confronti di una persona?
Nodulo tiroideo insieme di impotenza e frustrazione per non potersi esprimere, perchè la persona che si vorrebbe avvicinare si è chiusa o oppone resistenza.
Tiroidite porsi la domanda: Prima che mi venisse questa tiroidite ho forse provato una grande collera per il fatto di non potermi esprimere in ciò che rivestiva importanza per me?
Fonte "Il Grande Dizionario della Metamedicina" di Claudia Ranville

Psicosomatica dell'Ipotiroidismo
Per comprendere la dimensione simbolica dell’ipotiroidismo, bisogna partire da un sintomo chiave della patologia, il rallentamento fisico e psichico. Quando all’interno del soggetto avviene una ribellione nei confronti di uno stile di vita che non vuole più accettare, la psiche smette di affrontare la realtà in quella modalità; decide di farlo attraverso il corpo, con sintomi significativi come staticità, ristagno dell’energia vitale, aumento di peso, stanchezza, lentezza nel linguaggio, apatia, difficoltà di concentrazione, esaurimento. Chi si ammala di ipotiroidismo ha la sensazione di “affondare” nel proprio corpo e in tutto se stesso, meccanismo simile a quello che si verifica nello stato depressivo.
L’ipotiroidismo insorge dopo eventi traumatici che hanno fatto perdere alla persona il senso della quotidianità oppure che sono in forte contrasto con ciò che il soggetto desidera e vuole. Il “no” inconscio che il soggetto vorrebbe dire diventa passività, resa, rinuncia. Il danno metabolico, caratterizzato da una diminuzione del livello di energia e di calore prodotto dal corpo, rappresenta l’origine del disagio profondo di questi soggetti, che non riescono ad opporsi con forza e autonomia a quei meccanismi disfunzionali che vengono vissuti come “dogmi sociali”. L’ipotiroideo soffre di una grande paura, quella di non meritare nulla, soprattutto l’amore degli altri. È proprio il timore di non essere amati a bloccare la reazione, l’affermazione che potrebbe generare dispiacere nell’altro.
L’ipotiroidismo si instaura quando il soggetto decide di non esprimersi in alcuni o in tutti gli aspetti della vita, come quello dell’affettività o della sessualità. Nei casi più avanzati della patologia, si verifica un fenomeno tipico dell’insufficienza tiroidea denominato mixedema, una particolare forma di rigonfiamento dei tessuti che si manifesta con viso gonfio, rigido e fisso, pelle secca, ptosi palpebrale (una o entrambe le palpebre sono più abbassate rispetto al loro livello normale). L’aspetto tipico del volto simboleggia la maschera che il soggetto indossa impedendosi di essere se stesso.
Le personalità più soggette all’ipotiroidismo sono quelle con una depressione mascherata, che vivono una situazione esistenziale critica, oppure, più in generale, hanno uno stile di vita che rifiutano ma a cui non riescono ad opporsi. Il rallentamento di tutte le funzioni vitali simboleggia un’energia che resta bloccata, che “ristagna”, così come avviene per i liquidi corporei che gonfiano i tessuti. In particolare l’apatia indica un “ritiro” emotivo dalla realtà quotidiana, un’incapacità di affermazione di sé legata d un profondo senso di insicurezza e non riconoscimento del proprio valore. Molto spesso l’ipotiroideo è vissuto in un contesto familiare che non gli ha consentito di svincolarsi, di evolvere nell’autonomia.
I sintomi, che si riconducono quasi sempre ad una debolezza del corpo, mostrano una mancanza di forze che rende impossibile l’azione verso le soluzioni e, quindi, verso la vita.
Fonte e articolo completo: Psicoadvisor

LOVE is ALL



WEB SITE: joepastore

"L'uomo ha barattato gran parte della sua felicità per un po' di sicurezza"
Sigmund Freud
E se nel passato la società permetteva alle persone di vivere la semplicità della vita e quindi anche l'amore, l'ispirazione di molte arti, oggi siamo più che mai immersi nella Matrix sociale che assorbe tutta la parte creativa...e quindi i sogni.. e quindi spesso anche l'amore stesso...
L'essere umano è  molto più impegnato a sopravvivere che a vivere nel senso più totale... poi ci sono i sognatori... i romantici, ma molto spesso proprio questi, sono coloro che cercano una corazza per adattarsi al mondo che li circonda...
Mi sono ritrovata in parte in questo corto, nel senso che per proteggerci spesso viviamo una vita controllata pur di non avere sofferenze... Ma in questo modo si escludono anche le gioie!
Purtroppo le persone sensibili in questo mondo sono penalizzate e quindi il controllo sulle proprie emozioni a volte è necessario per non soffrire della brutalità del confronto con la vita materiale...
LOVE is ALL è una rappresentazione esasperata del controllo della propria vita, il personaggio scandisce tutta la sua esistenza in schemi sistematici che gli permettono un'esistenza sicura senza sorprese!
Ma l'esistenza ha un'unica vera costante ed è  la sua variabilità!
Lo si può anche interpretare come metafora della "società" che ormai "controlla" tutta la nostra vita senza esserne consapevoli... tanta gente lavora, mangia, dorme... non ha sogni...ma solo bisogni...
E c'è da aggiungere che tantissima gente preferisce la sicurezza di una relazione "controllabile" alla "tempesta" di un grande amore..
Auguro a chi vorrà buona visione e rinnovo la mia stima per Giorgio e per i suoi lavori e vorrei aggiungere i complimenti per Luca Gatta capace di grande espressione e padronanza vocale davvero eccellenti.
Nell'AniMo Antico

giovedì 26 maggio 2016

Gli accidenti


Se la nostra bussola è  puntata troppo fissamente sul lontano orizzonte e se la nostra visione teologica sa esattamente dove dovremmo andare e come fare per arrivarci e dove ci troviamo ora, non riusciremo a scoprire alcun senso negli accidenti avversi.
Ciò che conta non è tanto stabilire se un'interferenza abbia o no uno scopo; è  importante, piuttosto, guardare con occhio sensibile allo scopo e cercare il valore nell'imprevisto.
Il mondo è  governato dalla follia non meno che dalla saggezza, dal caos non meno che dall'ordine.
È  altrettanto fatalistico o teologico il credere nella casualità del cosmo quanto lo è  il credere in un disegno cosmico.
L'occhio sensibile allo scopo si limita a scrutare ciascun "accidente", come vengono chiamati questi eventi, per leggervi ciò  che esso dice di sé. Perché l'anima vuole accomodarlo dentro la sua forma.
La forma non solo integra la caduta,  ma se ne nutre.
La forma trova uno scopo e si piega ad accomodarlo dentro di sé.
(Come ad esempio le) piccole (?) cose accidentali che ci portiamo dietro dall'infanzia e che ricevono significato dall'anima.
Ciò  che le serve, l'anima lo usa.
Sono strabilianti, anzi, la saggezza e il senso pratico che essa dimostra nell'utilizzare accidenti e disgrazie.
Saggezza in greco era sophia ("filo-sofia" è dunque l'amore per la saggezza) e aveva un significato molto pratico, riferito in origine alle arti che richiedono destrezza manuale, in particolare all'arte del timoniere.
La saggezza del timoniere si manifesta nell'arte di compiere minimi aggiustamenti con la barra del timone, in accordo con le variazioni accidentali delle onde, del vento, del carico.
Il daimon, facendo costantemente la stima di eventi che sembrerebbero farci deviare dalla nostra rotta, insegna appunto questo tipo di saggezza.
Esiste un'arte del crescere, cioè discendere; è  la saggezza di osservare le cose con un occhio ai loro effetti.
Già in Aristotele l'anims era concepita insieme come la forma e il motore dei corpi.
La forma, che è  data dall'inizio come immagine della parte assegnataci,  si sposta via via che noi ci muoviamo.
Questa forma (immagine, daimon, vocazione,  angelo, cuore, ghianda, anima, modello, carattere) rimane fedele alla sua forma.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

martedì 24 maggio 2016

La conoscenza come mezzo di realizzazione

Non esiste vera conoscenza se non quella che ci consente di penetrare più o meno profondamente la natura intima delle cose.
Esiste vera conoscenza solo in quanto implica un'identificazione del soggetto con l'oggetto.
Si può considerare la conoscenza come procedente allo stesso tempo dal soggetto all'oggetto di cui il soggetto prende coscienza e dall'oggetto al soggetto che lo assimila a se.
Gli organi di senso sono, per l'essere individuale, gli "accessi" della conoscenza; ma, da un altro punto di vista, essi sono anche delle "uscite", proprio in quanto ogni conoscenza comporta un atto di identificazione che procede dal soggetto conoscente in direzione dell'oggetto individuale, come l'emissione di una specie di prolungamento esterno del soggetto stesso.
Tale prolungamento non è esterno se non in rapporto all'individualità poiché fa parte integrante dell'individualità estesa; l'essere estendendosi attraverso uno sviluppo delle proprie possibilità, non  deve in alcun modo uscire da sé stesso.
La conoscenza immediata quando si estende alla totalità degli stati, comporta in se stessa la loro realizzazione ed è  "il solo mezzo di ottenere la Liberazione completa finale".
La conoscenza che rimane puramente teorica evidentemente non può in alcun modo equivalere a una realizzazione di tal genere  e, non essendo una percezione immediata del suo oggetto, può avere soltanto un valore del tutto simbolico.
La conoscenza vera, che è immediata, può essere più o meno profonda, più o meno adeguata, ma non può essere essenzialmente "relativa" come vorrebbe la filosofia occidentale.
Conoscenza e verità non sono cosa diversa dagli "aspetti dell'Infinito".
Quando diciamo che il "conoscere" e l'"essere" sono due facce di una medesima realtà, il termine "essere" va inteso in un solo senso analogico e simbolico, poiché la conoscenza si spinge al di là dell'Essere.
Trovandoci essenzialmente nella "non-dualità" il contenente e il contenuto sono assolutamente identici... la Possibilità universale che comprende ogni cosa non può  essere compresa da nulla fuorché da se stessa.
Poiché la conoscenza totale è  adeguata alla Possibilità universale non esiste nulla di inconoscibile, ossia, non vi sono cose inintellegibili vi sono solo cose attualmente incomprensibili.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'Essere" di Réne Guénon

giovedì 19 maggio 2016

L'irruzione dell'"altro"


Presso gli Inuit, quando ti ammali, il tuo nome solito ti lascia, se ne va.
E  ne assumi un altro.
Se muori, a morire è  la persona con quel nome, che è il nome dell'anima-morte, è  lei il defunto; se guarisci, allora ti ritorna il nome di prima e il nome dell'anima-morte se ne va.
L'"altro" può  farci visita mentre dormiamo o ci troviamo in uno stato alterato, durante un digiuno o in segregazione o in momenti critici, quando la morte certa e imminente.
In quali altri modi si manifestano questi fenomeni nella nostra cultura psicologica? In molti modi, di solito periferici se non distorti.
Patologicamente, come dissociazioni indotte da droghe e come personalità multipla; come presenza estranea durante una malattia, "La sensazione di un'altra  persona che occupa insieme a te il tuo corpo": così Updike descrive la sua psoriasi nelle sue memorie e in maniera analoga altri hanno descritto le depressioni, gli stati ansiosi o ossessivi, i pensieri coatti.
È poi in maniere più  accettabili: negli amici immaginari dell'infanzia, nei fenomeni "para normali", in certe tecniche terapeutiche come l'immaginazione attiva, nella produzione artistica come personaggi, personae.
E anche nelle visioni ipnagogiche durante gli interventi gli interventi chirurgici, quando il paziente si vede come sopra la tavola operatoria e per le quali non si è  trovata una spiegazione.
Questi strani incontri la dicono lunga su una cultura che emargina l'invisibile.
Se l'ideologia di una cultura non lascia spazio all'altro, non da credito all'invisibile, allora l'altro deve infilarsi nel nostro sistema psichico in forma distorta.
Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che, in realtà, certe disfunzioni psichiche andrebbero localizzate nella disfunzionale visione del mondo che pretende di giudicare.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

martedì 17 maggio 2016

La coscienza


La coscienza è una condizione dell'esistenza in certi stati, non però rigorosamente nello stesso senso in cui parliamo, per esempio, di condizioni dell'esistenza corporea; si potrebbe dire, più esattamente, che essa è  una "ragion d'essere" per gli stati in questione, poiché è  evidente ciò attraverso cui l'Essere individuale partecipa dell'Intelligenza universale  (Buddhi nella dottrina indu); naturalmente, nella sua forma determinata (come ahankâra) essa inerisce alla facoltà mentale individuale  (manas), e di conseguenza in altri stati la medesima partecipazione dell'essere all'Intelligenza universale può manifestarsi in tutt'altro modo.
La coscienza è qualcosa di peculiare allo stato umano, nonché ad altri stati individuali più o meno analoghi a questo; essa non è affatto un principio universale, e se nondimeno costituisce una parte integrante e un elemento necessario dell'Esistenza universale, lo è  esattamente allo stesso titolo di tutte le condizioni inerenti a qualsiasi altro stato dell'essere, senza possedere al riguardo il benché minimo privilegio, come non ne hanno gli stati cui essa si riferisce in rapporto agli altri stati.
La coscienza nello stato individuale umano suscettibile di un'estensione indefinita; e anche nell'uomo ordinario, vale a dire in chi non ha specificatamente sviluppato le proprie modalità extra-corporee, si estende in effetti molto più in là di quanto si creda.
La concezione degli stati molteplici ci consente di considerare tutti questi stati come esistenti simultaneamente in un medesimo essere, anziché come stati che possono essere attraversati solo in successione, nel corso di una "discendenza" che segnerebbe non soltanto il passaggio da un essere all'altro, ma persino da una specie all'altra.
L'essere che come individuo appartiene a una data specie è nondimeno, al tempo stesso, indipendente da tale specie nei suoi stati extra-individuali, e può anche,  senza andare tanto lontano, avere legami con altre specie attraverso semplici prolungamenti della sua individualità.
La simultaneità degli stati molteplici basta a dimostrare l'inutilità di ipotesi perfettamente insostenibili, se considerate dal punto di vista metafisico, la cui mancanza di principio implica necessariamente la falsità di fatto, delle teorie "trasformiste".
Il "trascorrere delle forme" nel manifestato, a patto di mantenerne il carattere del tutto relativo e contingente, è pienamente compatibile con la "permanente attualità" di tutte le cose nel non-manifestato, ma, se non vi fosse alcun principio del cambiamento, il cambiamento stesso sarebbe privo di ogni realtà.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'Essere"  di Réne Guénon

giovedì 12 maggio 2016

Il "mentale" e l'intelletto puro


Tra tutte le forme che la coscienza può assumere, ne esiste una che è  propriamente umana, e questa forma determinata (ahankâra o "coscienza dell'io") è quella inerente alla facoltà che noi definiamo "mentale", cioè precisamente al quel "senso  interno" designato in sanscrito con il nome di manas, e che è la caratteristica essenziale dell'individualità umana.
Impieghiamo il termine "mentale" preferendolo a ogni altro perché la sua radice è la stessa del sanscrito manas, e riappare in latino mens, nell'inglese mind, ecc; con la radice linguistica man- o men- e i vari significati delle parole da essa formati mostrano chiaramente che si tratta di un elemento ritenuto essenzialmente caratteristico dell'essere umano, poiché la sua designazione spesso serve anche a denominare l'uomo.
La facoltà del "mentale" è  qualcosa di molto particolare, deve essere accuratamente distinta dall'intelletto puro, il quale per la sua universalità, è al contrario, da considerarsi presente in tutti gli esseri e in tutti gli stati.
È una "differenza specifica" pura e semplice, senza che il suo possesso comporti di per sé alcuna effettiva superiorità dell'uomo sugli altri esseri.
Si può parlare della superiorità o inferiorità di un essere rispetto ad altri soltanto in relazione a ciò che quello ha in comune con questi, il che implica una differenza, non di natura, ma soltanto di grado,  mentre il "mentale" è appunto ciò che vi è di specifico nell'uomo, ciò che non ha in comune con gli esseri non umani, e dunque ciò in relazione a cui egli non può in alcun modo essere confrontato con questi.
La distinzione essenziale tra il "mentale" e l'intelletto puro, si può  definire ricordando il passaggio dall'universale all'individuale, l'intelletto produce la coscienza, ma questa,  appartenendo all'ordine individuale, non è in alcun modo identica al principio intellettuale stesso, pur procedendone immediatamente in quanto risultante dell'intersezione di quel principio con il particolare ambito, proprio di certe condizioni di esistenza, da cui l'individualità in questione è definita.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'Essere" di Réne Guénon

martedì 10 maggio 2016

Il "Doppelgänger" o "gemello ultraterreno"


Si aggira su questa terra un personaggio che è il mio gemello, il mio alter ego, la mia ombra, un altro me stesso, una mia immagine, che a volte sembra starmi al fianco,  il mio altro sé.
Quando parliamo da soli, quando ci rimproveriamo,  ci esortiamo da soli alla calma, forse ci stiamo rivolgendo al nostro Doppelgänger, al nostro gemello, ma non in un'altra famiglia in un altra città, bensì qui, nella stessa stanza.
Gli Inuit hanno una lingua a sé per parlare dell'altra anima, sia essa interna o esterna, un'anima che viene e va, si ferma un attimo e poi ci lascia, abita gli oggetti, i luoghi, gli animali.
Gli antropologi che condividono la vita con gli aborigeni australiani hanno chiamato questa seconda anima l'anima-boscaglia.
Accenni a questa doppiezza, a questa misteriosa duplicità della vita si trovano nelle fiabe,  nelle poesie del poeta persiano Rûmî, nelle storie Zen.
In molte culture si pone attenzione a sotterrare la placenta dopo il parto, perché essa è  qualcosa che nasce con noi e bisogna impedire che entri nella vita che noi vivremo.
Essa deve, come un bambino nato morto, ritornare nell'altro mondo, altrimenti il gemello congenito potrebbe trasformarsi in un fantasma mostruoso.
Le nascite gemellari sono spesso considerate di cattivo auspicio, una sorta di minaccioso errore, la presenza su questa terra dell'umano e il fantasma, questo mondo e l'altro.
I gemelli letteralizzano il Doppelgänger, esponendo alla vista contemporaneamente il visibile e l'invisibile.
Di qui i racconti dell'uccisione  (sacrificio) di uno  dei due gemelli per il bene dell'altro: Caino e Abele, Romolo e Remo. Il gemello ombra, immortale, ultraterreno, che libera il campo affinché quello mortale possa entrare appieno in questa vita.
(Anche) i diminutivi,  eufemismi che velano la presenza magica del successo e la paura che essa suscita, sono un elemento ricorrente dei miti e delle fiabe.
Il figlio/fratello più  piccolo, indicato in molte lingue con la desinenza del diminutivo, diventa l'astuto e magico salvatore.
Occorrono due nomi, perché essi rispecchiano due persone,  l'intrinseca duplicità in atto tra la ghianda e il suo portatore.
È  per questo che siamo affascinati dalle biografie?  Le biografie rendono visibili gli intrighi del rapporto tra i due nomi e noi: leggendole, speriamo di poter intuire qualcosa sul nostro, il daimon, e di scoprire come viverlo studiando come, palesemente, ci sono riusciti altri e anche vedendo i loro errori, le loro tragedie.
Non è per bisogno di eroi o di modelli o di fughe in vite non nostre, ma per sciogliere l'enigma fondamentale della nostra doppia nascita,  dell'essere nati con un Doppelgänger, e se da soli non riusciamo a trovare questo angelo estraniato,  ci rivolgiamo alle biografie in cerca di indizi.
All'inizio non siamo soli.
Veniamo al mondo con una controfigura magica o ultraterrena, la cui presenza qui e ora non è prevista.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

giovedì 5 maggio 2016

Lo stato di sogno


Lo stato di sogno costruisce una delle modalità di manifestazione dell'essere umano, corrispondente alla parte sottile della sua individualità, e nel quale l'essere umano produce un mondo che procede interamente da lui stesso, e i cui oggetti consistono esclusivamente in concezioni mentali, cioè combinazioni di idee rivestite di forme sottili, forme che, peraltro, dipendono sostanzialmente dalla forma sottile dell'individuo stesso, di cui gli oggetti del sogno sono altrettante modificazioni accidentali e secondarie.
Nello stato di sogno l'uomo si trova in un mondo interamente immaginato da lui i cui elementi sono di conseguenza tratti da lui stesso, dalla sua individualità più o meno estesa (nelle sue modalità extra-corporee), come altrettante "forme illusorie" (mâyâvi-rûpa).
Gli avvenimenti che vi si svolgono possono soltanto risultare da una combinazione di elementi contenuti, almeno in potenza e in quanto suscettibili di un certo genere di realizzazione, nella comprensione integrale dell'individuo.
Il sogno deve essere considerato come un modo di realizzazione per possibilità che, pur appartenendo all'ambito dell'individualità umana, non sono suscettibili, per un motivo o per un altro, di realizzarsi in modo corporeo.
Per esempio le forme degli esseri appartenenti allo stesso mondo (animali, vegetali ecc...) ma diverse dall'uomo, forme che egli possiede virtualmente in sé a causa della posizione centrale che occupa in questo mondo.
L'essere umano può realizzare queste forme soltanto nello stato sottile, e il sogno è  il mezzo più comune.
Se l'individuo che sogna prende anche parte attiva nel corso del sogno, se vi recita un determinato ruolo attraverso la modalità extra-corporea del suo essere, che corrisponde allo stato della sua coscienza o zona centrale della coscienza, egli vi interpreta simultaneamente anche tutti gli altri ruoli, o le modalità, appartenenti alla sua coscienza individuale.
Tutti questi ruoli appaiono naturalmente secondari rispetto al ruolo che, per l'individuo, è principale.
Poiché gli elementi del sogno esistono soltanto per mezzo suo, si può affermare che essi sono reali solo in quanto partecipano alla sua esistenza: è lui stesso a realizzarsi come altrettante modificazioni di sé, senza per questo cessare di essere se stesso.
Se l'individuo è  cosciente di sognare, cioè sa che gli eventi che si svolgono hanno la realtà che egli stesso conferisce loro, non ne sarà in alcun modo toccato quando vi comparirà come attore e allo stesso tempo come spettatore dato che la concezione e la realizzazione non sono più separate per la sua coscienza individuale.
Se ciò  non accade l'individuo è  portato ad attribuire agli avvenimenti una realtà esterna a sé e, nella misura in cui effettivamente la attribuisca loro, è  soggetto a un'illusione la cui causa in realtà risiede in lui stesso.
Le stesse considerazioni valgono anche nel caso delle allucinazioni, in cui l'errore non consiste nell'attribuire una realtà all'oggetto percepito, bensì nell'attribuirgli un modo di realtà diverso da quello che è  veramente il suo.
Il  caso del mondo dei sogni ha il vantaggio di non prestarsi ad alcuna contestazione perché nel mondo del sogno l'uomo è  isolato da tutte le cose esteriori, che costituiscono il mondo sensibile.
Ciò che conferisce realtà al mondo dei sogni è unicamente la coscienza individuale considerata in tutto il suo sviluppo, in tutte le sue possibilità di manifestazione che essa comprende.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'Essere" di René Guénon

In altre parole: 
Lo stato di sogno può essere paragonato alle infinite possibilità dell'Uno, immaginando che dal perno di una ruota possono derivare infiniti raggi, che sono le infinite possibilità di manifestazione della Fonte, nel sogno, come un microcosmo, possiamo vivere infinite possibilità di esistenza perché tutto ciò che è sognato è nostra estensione... e non per questo il sogno è  meno importante della realtà.
Le possibilità di manifestazione universale che costituiscono il Macrocosmo si rispecchiano nell'uomo (Microcosmo) sintetizzate nello stato di sogno in cui l'uomo è il perno da cui provengono i vari raggi, che sono rappresentati come terzi, ma che derivano solo e unicamente da un'unica fonte, ovvero la dimensione psichica dell'essere sognante.
Nell'AniMo Antico 

martedì 3 maggio 2016

La non-manifestazione, il "nulla" e l'Io


La non manifestazione possiede il carattere di assoluta permanenza; e dunque da essa a che la manifestazione, nella sua condizione transitoria, deriva tutta la propria realtà.
Il Non-Essere lungi dall'essere il "nulla", ne sarebbe invece l'esatto contrario, se il "nulla" potesse avere in un contrario, cosa che gli attribuirebbe ancora un certo grado di "positività", mentre non che la "negatività" assoluta, cioè la pura impossibilità.
Il nulla dunque non si oppone all'Essere, contrariamente a quanto si afferma di solito; semmai, si opporrebbe alla Possibilità, se potesse entrare in opposizione con qualcosa alla stregua di un termine reale; ma non è così, non vi è nulla che sia in grado di opporsi alla Possibilità, il che è  facilmente comprensibile, dal momento che la Possibilità è identica all'Infinito.
Sono essenzialmente gli stati di non-manifestazione ad assicurare all'essere la permanenza e l'identità...
Poiché l'ambito della manifestazione è  propriamente l'ambito del transitorio e del molteplice, soggetto a continue e indefinite modificazioni.
E' quindi facile capire che cosa si debba pensare, dal punto di vista metafisico, della conclamata unità dell'"Io", cioè dell'essere individuale..
si tratta di un'entità frammentaria, poichè non si riferisce che a una porzione dell'essere, a uno dei suoi stati preso singolarmente e arbitrariamente, fra un'indefinità di altri...
Questa unità, anche considerando soltanto il particolare stato cui si riferisce, è del tutto relativa, poichè tale stato si compone a sua volta di una indefinità di modificazioni diverse e ha tanto meno realtà in quanto si prescinde dal principio trascendente (il "Sè" o la personalità)che è il solo in grado di conferirgliela davvero, mantenendo l'identità dell'essere, in modo permanente, attraverso tutte queste modificazioni.
L'"Io" non rappresenta che uno stato come gli altri, e fra una indefinità di altri, e questo anche considerando soltanto gli stati della manifestazione; inoltre dal punto di vista metafisico tali stati sono quel che vi è di meno importante nell'essere totale.
Tratto  da "Gli stati  molteplici dell'Essere" di Réne Guénon  

domenica 1 maggio 2016

La realtà speculare delle relazioni


La vita la si può vivere in vari modi... 
accettando passivamente tutto ciò che ci succede senza mai porsi domande; oppure approcciando all'esistenza mediante una visione più completa e metafisica comprendendo che ogni evento della nostra vita ha un senso, e spesso, anche la più piccola esperienza ha un significato...

La mia ultima relazione mi ha messo davanti tutta l'insicurezza e il disprezzo che ho per una parte di me stessa... Ma in maniera del tutto speculare...
Ciò che amo in me era temuto e disprezzato... ciò che disprezzo di me era amato e apprezzato...
Amo la mia essenza,  ma disprezzo la mia esistenza, questo conflitto mi porterà sempre un infausto squilibrio tra il materiale e lo spirituale se non sarà risolto...
Si cerca la persona giusta per sé, per essere "felici"... Ma a volte la persona giusta, in un determinato momento, è  proprio colui o colei che ti ricorda dove hai fallito...
Se l'equilibrio viene a mancare in te, mancherà specularmente, anche all'esterno, se non si raggiunge un equilibrio, ogni situazione ti porterà sempre a guardare in faccia la realtà che non vuoi vedere...
Attirerai e verrai attirato da ciò che hai bisogno di capire attraverso gli altri...
Il problema è, che se si ha coscienza e conoscenza di ciò, se ne esce sconfitti, perchè ti rendi conto di aver fallito in qualcosa...
Se ne esce feriti, non dall'altro, ma proprio da se stessi..
E non ci sono ferite peggiori di quelle autoinflitte...
Rimane la paura e il terrore di riaprire e riscavare sempre le stesse dolorose ferite ogni volta attraverso l'altro, ci si chiude e si ha il terrore dell'amore...
Da bellissimo sentimento diventa un pauroso demone.. Diventa difficile ritornare ad amare, riappropriarsi del proprio corpo per comunicare con l'altro...
Ma io voglio essere felice, voglio che la prossima persona che amerò, non sia lo specchio della mia insicurezza e per avere ciò, debbo essere io in primis a non danneggiare l'amore che ho per me stessa attraverso l'insicurezza di non essere mai abbastanza...
Voglio accettare ogni parte di me, in ogni angolo del mio cuore, e solo così ciò che vedo di sbagliato in me ora, sarà amato davvero poi...
Nell'AniMo Antico

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