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martedì 22 marzo 2016

La ghianda e la tradizione antica

Una psicologia che si dichiara archetipica è  obbligata a mostrare le proprie premesse mitiche,  come il mito della ghianda.
Perché le teorie non sono semplicemente qualcosa che viene fabbricato nel cervello oppure dedotto da freddi dati; le teorie sono rappresentazioni in termini concettuali dei drammi del mito, e il dramma procede per argomentazioni adattando via via il modello.
Galeno, medico e prolifico autore (129-200 ca), conferma l'antica credenza che la ghianda fosse un alimento primordiale, il che è  un modo mitico per dire che tutti noi ci nutriamo del nostro nocciolo interiore.
La vocazione è il primo nutrimento della nostra psiche.
Secondo Galeno, gli abitanti dell'Arcadia (paesaggio immaginale della natura primitiva, simile all'Eden, al Paradiso terrestre, dove l'anima naturale viveva libera in armonia con la natura) continuarono a cibarsi di ghiande anche dopo l'introduzione in Grecia della coltura dei cereali.
La ghianda è un dono della natura prima della cultura, ma di una natura mitica e vergine  (vale a dire, mai conosciuta, mai afferrata);  dunque la ghianda conferma il ramo d'oro di Frazer, appartiene al regno di Artemide, la vergine  che presiedeva al parto.
Nella ghianda sono contenuti non solo la pienezza della vita prima che sia vissuta ma anche lo scontento e la frustrazione della vita non vissuta.
La ghianda è come un bambinetto paonazzo di rabbia perché non è capace di fare quello che immagina.
La discrepanza tra seme e albero (potenziale divino e vita terrena),  riempie la ghianda del furore dell'impotenza di chi sfiora una cosa ma non riesce ad afferrarla.
La vita non è soltanto un processo naturale; è anche, più  ancora, un mistero.
Il voler spiegare le verità occulte della vita per mezzo di analogie con la natura rientra nella "superstizione naturalistica".
Gli esseri umani cercano instancabilmente di decifrare il codice dell'anima, di penetrare i segreti della sua natura.
Ma se la natura dell'anima fosse non naturale e non umana?
Se fosse non soltanto un "qualcos'altro", ma si trovasse altrove, anzi non avesse alcun "dove".
Secondo la tradizione, l'invisibilità che è  al cuore delle cose era il deus absconditus, "il Dio nascosto" di cui si poteva parlare solo per immagini, metafore e iperboliche allegorie.
La cosa più  importante, insegnava questa tradizione, è sempre la meno palese.
La teoria della ghianda attinge a questa tradizione.
La natura del daimon e il codice dell'anima non possono essere compresi con mezzi fisici, ma soltanto con un pensiero indagatore, un sentimento aperto al sacro, un'intuizione evocativa e un'immaginazione ardita...
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

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