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mercoledì 30 marzo 2016

Gli atti criminali

Gli atti insensati non sono semplicemente insani, ma acquistano senso, in quanto colmano il divario tra l'umano e il divino.
L'infrazione di tutti i comandamenti ti libera dalle catene dell'umano, consentono l'accesso a una condizione trascendente, dove demonio e divinità sono indistinguibili.
Il misticismo radicale, quale si esprime per esempio nelle messe nere, nel movimento ebraico del frankismo, nell'antinomismo e nei culti satanici del cristianesimo e nelle pratiche tantriche, spezza ritualisticamente i tabù che isolano il sacro nel recinto della morale.
L'elevazione del profano attraverso gli atti più profanatori immaginabili aumenta la sua potenza fino a renderla indistinguibile dal sacro.
Gli omicidi psicopatici non sono detti insensati solo perché sono a-razionali e arbitrari, perché la loro motivazione è così oscura.
Sono insensati perché presuppongono la "vertigine della devianza", un tuffo o un'ascesa radicali per mezzo di un delitto che è una trasformazione, un'apoteosi.
Katz lascia intendere che l'insensatezza ha senso, se guardata dal suo lato oltremondano, non dalla persona che eri o sei, ma da quella che potresti per suo mezzo diventare.
La ghianda si manifesta non soltanto come angelo che guida, ammonisce, protegge, consiglia, esorta e chiama.
Si esprime anche con una violenza implacabile.
Il demonio nasce in seguito alla relazione disfunzionale con il daimon.
Cerchiamo di realizzare integralmente la sua visione, rifiutando di lasciarci frenare dalle nostre umane limitazioni: diventiamo, insomma, megalomani.
La sproporzione tra gli strumenti a disposizione della persona e le pretese del daimon fa nascere sentimenti di inadeguatezza, di inferiorità, che poi, in conformità con il tipico concretismo  di fondo della psicopatologia, vengono ridotti al senso di inadeguatezza sessuale.
(Concretismo è  la definizione che meglio compedia l'atteggiamento psicopatologico: il considerare letteralmente, concretamente reali eventi psichici come i deliri, le allucinazioni, le fantasie, le proiezioni, i sentimenti e i desideri.
Solo nelle teorie occidentali troviamo che è  la cosa ad agitare il cane.
Le nostre teorie tendono ad avere in  comune con le patologie che vorrebbero spiegare la medesima immaginazione concretistica.
E sono, oltretutto, parimenti ossessionate dalle fantasie sessuali.
Riducono il Cattivo Seme allo scroto mezzo vuoto, la cura non consiste nel recuperare Potenza sessuale ma nel guarire dal concretismo,  che banalizza la potenza della ghianda allo scroto.
Il potenziale criminoso dello psicopatico è del daimon ed è  dato con la ghianda.
I suoi delitti non sono tanto il risultato di una scelta, quanto una necessità,  anche se, come si raccontano a volte psichiatri e criminologi, la necessità può essere dirottata, inibita, soffocata, sublimata.
Il Cattivo Seme si comporta come un parassita della vita dell'ospite prescelto, il quale sovente ne rimane destrutturato, pieno di sintomi, appiattito....sono le persone che chiamiamo asociali.
Il seme che desidera entrare nel mondo rimane prigioniero di un delirio che trascende il mondo.
Ciò che rende demoniaco il seme è  la sua ossessività monomaniacale che vede un unico orizzonte, prevedendo la più ariosa immaginazione del seme verso la ripetizione seriale del medesimo atto.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

lunedì 28 marzo 2016

Infinità dei mondi e l'indefinitezza dei mondi


Questa concezione dei presunti "gradi di infinità" presuppone insomma che possano esistere mondi incomparabilmente più  grandi e più piccoli del nostro, dove le parti corrispondenti di ciascuno di essi mantengono proporzioni equivalenti, sicché gli abitanti di uno qualunque di questi mondi potrebbero reputarlo infinito con altrettanta ragione di quanto facciamo noi nei confronti del nostro.
Un simile modo di considerare le cose non avrebbe a priori nulla di assurdo senza l'introduzione dell'idea di infinito, che certo non vi ha nulla a che vedere: ciascuno di questi mondi, per quanto grande lo si supponga, è  nondimeno limitato, come si può allora  chiamarlo infinito?
La verità è che nessuno di essi può  esserlo realmente, non fosse altro perché sono concepiti come molteplici, e perciò torniamo di nuovo alla contraddizione di una pluralità di infiniti.
Del resto ci si può chiedere se si tratti proprio di mondi diversi o non piuttosto, molto semplicemente, di parti più o meno estese di uno stesso mondo, poiché, per ipotesi, debbono essere tutti soggetti alle stesse condizioni di esistenza e in particolare alla condizione spaziale, sviluppandosi a una scala semplicemente ingrandita o rimpicciolita.
È  tutt'altro senso che si può  davvero parlare, non dell'infinità, ma dell'indefinitezza dei mondi, e ciò  soltanto perché, al di fuori di condizioni di esistenza quali lo spazio e il tempo, proprie al nostro mondo considerato in tutta la sua estensione di cui è  suscettibile, ve ne sono un'indefinitezza di altre ugualmente possibili: un mondo, cioè uno stato di esistenza, si definirà così tramite l'insieme delle condizioni cui è  soggetto; ma appunto perché sarà sempre condizionato, ossia determinato e limitato, e non comprenderà dunque tutte le possibilità, non lo si potrà mai ritenere infinito, ma soltanto indefinito.
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

domenica 27 marzo 2016

Il simbolismo del "camminare sulle Acque"


Ciò che costituisce la natura propria dell'individuo in quanto tale è  il fatto di essere rivestito di una forma, e tutto quanto appartiene al suo ambito.
L'insieme delle possibilità formali e quello delle possibilità informali sono ciò che le varie dottrine tradizionali simboleggiano rispettivamente con le "Acque inferiori" e le "Acque superiori"; le Acque, in generale e nel loro significato più ampio, rappresentano la Possibilità, intesa come la "perfezione passiva" o il principio universale che, nell'Essere, si determina come  "sostanza" (aspetto potenziale dell'Essere); in quest'ultimo caso si tratta soltanto della totalità delle possibilità di manifestazione, poiché le possibilità di non-manifestazione sono al di là dell'Essere.
La "superficie delle Acque", o il loro piano di separazione segna lo stato in cui avviene il passaggio dall'individuale all'universale, e il noto simbolo del "camminare sulle Acque" rappresenta l'affrancamento della forma, o la liberazione dalla condizione individuale.
Nârâyana, uno dei nomi di Vishnu nella tradizione indù, significa letteralmente "Colui che cammina sulle Acque"; l'accostamento alla tradizione evangelica si impone da sé.
Naturalmente, il significato simbolico non intacca minimamente il carattere storico che il fatto considerato possiede nel secondo caso e del resto è  tanto meno contestabile in quanto la sua realizzazione, corrispondendo all'ottenimento di un certo grado di iniziazione effettiva, è molto meno rara di quel che si pensa comunemente.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'Essere" di Réne Guénon

giovedì 24 marzo 2016

La voce della quercia


Gli Invisibili hanno bisogno di uno spazio minimo. Ma ad alcuni parlano con voce forte e chiara e lo fanno dall'interno delle querce.
Comunque venisse udita la voce degli Invisibili, nello stormire del vento tra le foglie, nello scricchiolio dei rami, nel fruscio delle fronde o anche in assenza di sensazioni esterne verificabili, le sue parole potevano essere interpretate da sacerdotesse in possesso di un dono speciale, come avveniva per esempio a Dodona, in Epiro, nella Grecia nordoccidentale, menzionata già in Omero.
La gente si recava sul luogo per chiedere consiglio all'albero oracolare.
Poiché nell'albero era incarnata la conoscenza del destino, una persona poteva rivolgersi a esso.
Nelle pratiche relative alla quercia in uso a Dodona e altrove, sono impliciti due presupposti pertinenti per la nostra tesi.
Primo, la quercia conosce ciò che all'occhio comune è nascosto; secondo, tale conoscenza può essere rivelata ad alcune persone, di solito donne, che sanno "ascoltare" e che permettono alla quercia di parlare attraverso di loro.
Le sacerdotesse di Dodona, come pure i druidi celtici, per indurre la trance profetica masticavano letteralmente le ghiande.
La ghianda, dal punto di vista della botanica, è una Angiosperma, una pianta completa di embrione.
L'essenza della quercia è  già lì, presente nella sua totalità.
Da un punto di vista teologico, la ghianda è  paragonabile alle rationes seminales, le ragioni seminali, di Agostino.
Prima ancora,  filosofi stoici, gnostici e platonici, come Filone, sostenevano che il mondo era pervaso da spermatikoi logoi, da parole-seme o idee getminali, le quali sono presenti in esso dall'inizio come primordiale a priori che dà forma alle cose.
Tali parole spermatiche fanno sì che ciascuna cosa possa dire la propria natura (a orecchie che sappiano ascoltare).
La nostra sordità, le ostruzioni che ci rendono duri di orecchio sono il riduzionismo, il letteralismo, lo scientismo del nostro cosiddetto senso comune.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

martedì 22 marzo 2016

La ghianda e la tradizione antica

Una psicologia che si dichiara archetipica è  obbligata a mostrare le proprie premesse mitiche,  come il mito della ghianda.
Perché le teorie non sono semplicemente qualcosa che viene fabbricato nel cervello oppure dedotto da freddi dati; le teorie sono rappresentazioni in termini concettuali dei drammi del mito, e il dramma procede per argomentazioni adattando via via il modello.
Galeno, medico e prolifico autore (129-200 ca), conferma l'antica credenza che la ghianda fosse un alimento primordiale, il che è  un modo mitico per dire che tutti noi ci nutriamo del nostro nocciolo interiore.
La vocazione è il primo nutrimento della nostra psiche.
Secondo Galeno, gli abitanti dell'Arcadia (paesaggio immaginale della natura primitiva, simile all'Eden, al Paradiso terrestre, dove l'anima naturale viveva libera in armonia con la natura) continuarono a cibarsi di ghiande anche dopo l'introduzione in Grecia della coltura dei cereali.
La ghianda è un dono della natura prima della cultura, ma di una natura mitica e vergine  (vale a dire, mai conosciuta, mai afferrata);  dunque la ghianda conferma il ramo d'oro di Frazer, appartiene al regno di Artemide, la vergine  che presiedeva al parto.
Nella ghianda sono contenuti non solo la pienezza della vita prima che sia vissuta ma anche lo scontento e la frustrazione della vita non vissuta.
La ghianda è come un bambinetto paonazzo di rabbia perché non è capace di fare quello che immagina.
La discrepanza tra seme e albero (potenziale divino e vita terrena),  riempie la ghianda del furore dell'impotenza di chi sfiora una cosa ma non riesce ad afferrarla.
La vita non è soltanto un processo naturale; è anche, più  ancora, un mistero.
Il voler spiegare le verità occulte della vita per mezzo di analogie con la natura rientra nella "superstizione naturalistica".
Gli esseri umani cercano instancabilmente di decifrare il codice dell'anima, di penetrare i segreti della sua natura.
Ma se la natura dell'anima fosse non naturale e non umana?
Se fosse non soltanto un "qualcos'altro", ma si trovasse altrove, anzi non avesse alcun "dove".
Secondo la tradizione, l'invisibilità che è  al cuore delle cose era il deus absconditus, "il Dio nascosto" di cui si poteva parlare solo per immagini, metafore e iperboliche allegorie.
La cosa più  importante, insegnava questa tradizione, è sempre la meno palese.
La teoria della ghianda attinge a questa tradizione.
La natura del daimon e il codice dell'anima non possono essere compresi con mezzi fisici, ma soltanto con un pensiero indagatore, un sentimento aperto al sacro, un'intuizione evocativa e un'immaginazione ardita...
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

venerdì 18 marzo 2016

Dal simbolismo tradizionale alla scienza profana


La concezione di una serie di mondi simili ma a scale differenti non è priva di un certo rapporto con le scoperte che nella stessa epoca furono dovute all'uso del microscopio, e con certe vedute che allora suggerirono la teoria dell'"inscatolamento dei germi": non è  vero che nel germe l'essere vivente sia attualmente è corporalmente "preformato" in tutte le sue parti, e l'organizzazione di una cellula non ha alcuna somiglianza con quella dell'insieme del corpo di cui è un elemento.
Le particelle di un corpo coesistono nel tutto.
L'idea che tutti gli astri che vediamo potrebbero non essere altro che elementi del corpo di un essere incomparabilmente più grande di noi, ricorda la concezione del "Grande Uomo" della Kabbala, ma singolarmente materializzata e "spazializzata", per una sorta di ignoranza del vero valore analogico del simbolismo tradizionale; similmente, l'idea dell'"animale", ossia dell'essere vivente, che sussiste corporalmente dopo la morte ma "ridotto in piccolo", è  manifestamente ispirata alla concezione del luz o "nocciolo di immortalità" secondo la tradizione giudaica.
In fondo, tutto ciò  non è  che un esempio del pericolo insito nel voler conciliare le nozioni tradizionali con le vedute della scienza profana, cosa che si può fare solo a danno delle prime che erano del tutto indipendenti dalle teorie originate dalle osservazioni al microscopio.
Anche la teoria del "migliore dei mondi" proviene da un dato tradizionale mal applicato, preso a prescindere dalla geometria simbolica dei Pitagorici;
La circonferenza, tra tutte le linee di uguale lunghezza, è quella che comprende la massima superficie, e parimenti la sfera, fra tutti i corpi di uguale superficie, è  quello che contiene il volume massimo, ed è  questa una delle ragioni per cui tali figure erano considerate perfette; tuttavia, se vi è  a tale riguardo un massimo, non vi è  però un minimo, non esistono cioè figure che racchiudono una superficie o volume minore di ogni altro.
Vi sarebbe quindi un "migliore dei mondi" ma non vi è  però un "peggiore dei mondi".
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

mercoledì 16 marzo 2016

Il continuo spazio tempo e la discontinuità


Se "in geometria sacra tutto si fa come se fossero perfette realtà" è  perché l'estensione, oggetto della geometria, è continua; e se lo stesso accade in natura è  perché anche i corpi sono continui, e perché vi è continuità anche in tutti i fenomeni come il moto, di cui i corpi sono la sede, e che costituiscono l'oggetto della meccanica e della fisica.
D'altronde se i corpi sono continui è  perché sono estesi e partecipano dunque della natura dell'estensione; parimenti, la continuità del moto e dei diversi fenomeni a esso più o meno direttamente riconducibili proviene essenzialmente dal loro carattere spaziale.
Insomma, è  la continuità dell'estensione il vero fondamento di tutte le altre continuità rilevabili nella natura corporea; la "divisibilità indefinita" applicata non alla materia in quanto tale ma all'estensione.
Non è necessario esaminare la questione delle altre forme possibili di continuità, indipendenti da quella spaziale; occorre sempre tornare a quest'ultima quando si considerano delle grandezze.
Essa è  sufficiente per tutto ciò che si riferisce alle quantità infinitesimali.
Dobbiamo tuttavia aggiungervi la continuità del tempo, poiché, contrariamente alla strana opinione di Cartesio in proposito, il tempo è realmente continuo in sé, e non solo nella rappresentazione spaziale tramite il moto che serve a misurarlo.
A tale riguardo si potrebbe dire che il moto è in qualche modo doppiamente continuo, sia per la sua condizione spaziale sia per la sua condizione temporale; questa specie di combinazione tra il tempo e lo spazio,  da cui risulta il moto, non sarebbe possibile se l'uno fosse discontinuo mentre l'altro continuo.
Questa osservazione permette di introdurre la continuità in altre categorie di fenomeni naturali che si rapportano più direttamente al tempo che allo spazio, sebbene si compiano sia nell'uno che nell'altro, come ad esempio qualsiasi processo di sviluppo organico.
Sulla composizione del continuo temporale si può  ripetere tutto ciò detto sul continuo spaziale in virtù di quella sorta di simmetria che esiste sotto certi aspetti tra lo spazio e il tempo.
Gli istanti, concepiti  come indivisibili, non sono parti della durata, non più di quanto lo siano i punti rispetto all'estensione:  è del carattere geberale di ogni continuo il fatto che la sua natura non comporti l'esistenza di "elementi ultimi".
Dato che il continuo esiste, possiamo dire che in natura vi et continuità o, se si vuole,  Che dev'esserci una certa "legge di continuità" applicabile a tutto quello che presenta i caratteri di continuo; ma non ne consegue affatto che una simile legge debba potersi applicare a tutto poiché, se vi è  del continuo, vi è  pure del discontinuo.
Un esempio di discontinuità riguarda i fenomeni naturali: se per rompere una corda è  necessaria una certa forza, applicando a tale corda una forza la cui intensità sia minore di quella richiesta non si otterrà una rottura parziale, ma soltanto una tensione,  cosa completamente  diversa; se si  aumenta la forza in maniera continua, anche la tensione all'inizio crescerà in maniera continua, ma giungerà un momento in cui avverrà la rottura e si avrà allora, in modo improvviso e quasi istantaneo, un effetto di tutt'altra natura rispetto al precedente, il che implica chiaramente una discontinuità.

Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

lunedì 14 marzo 2016

Simbolo della quercia


Anticamente nell'Europa mediterranea e a Nord, germanica e celtica, la quercia era un albero ancestrale magico.
Tutto ciò che le era associato partecipava dei suoi poteri: gli uccelli che vi nidificavano, le vespe nelle sue galle, le api e il loro miele, il vischio che vi si abbarbica e, naturalmente, la ghianda.
Le querce erano alberi paterni che arrattiravano  le folgori dal cielo ed erano sacri a divinità potenti come  Zeus, Thor/Donar, Giove e Wotan.
Ed erano anche alberi materni (proterai materes, le prime madri dei greci), che secondo molti miti sulla comparsa dell'uomo sulla terra, avevano origine dagli esseri umani.
Benché tutti gli alberi siano stati classificati come simbologicamente femminili, la quercia e la ghianda erano immaginate come fondamentale maschili.
Non soltanto perché la quercia era un albero-Dio-Grande Padre (Giove nell'Europa latina, Thor/Donar nel Nord), ma anche perché la ghianda era detta junglans, il glande di Juppiter/Giove.
In inglese la parola albero tree e la parola verità truth sono affini, così l'albero nella sua forma di ghianda contiene, in nuce, la verità.
Il linguaggio del mito compone in immagini ciò  che il linguaggio concettuale espone in frasi.
Ciò che fa della ghianda un'immagine primordiale della personalità è il fatto che le querce sono abitate da figure dell'anima oracolari.
Le querce, in particolare, sono alberi dell'anima perché offrono rifugio alle api e custodiscono nel loro tronco il miele, che nell'antichità mediterranea, come in molte altre parti del mondo, era considerato un ingrediente del nettare, la bevanda degli dèi, una sorta di primordiale, ultraterreno "cibo dell'anima".
Ninfe, profetesse e sacerdotesse vivevano nei pressi o nel cavo del loro tronco e davano espressione, per allusioni o oracoli, alla precognizione e comprensione  degli eventi possedute dalla quercia.
Tutti gli alberi grandi sono saggi perché i loro movimenti sono impercettibili, il nesso con il sopra e il sotto è così saldo, la loro presenza fisica così generosamente utile.
La quercia, con le sue dimensioni ed età e bellezza e solidità, sarebbe perciò particolarmente saggia e le sue ghiande conterranno compressa in un minuscolo nucleo tutta la sapienza dell'albero.
Vedi anche: Meditazione con  gli alberi e fiori di Bach
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

giovedì 10 marzo 2016

Ethos e il "carattere"

All'inizio, prima di Socrate, prima di Platone, era Eraclito. 
Quelle sue tre parole, "Ethos anthropoi daimon", spesso rese con "Il carattere è  il destino", sono citate innumerevoli volte per oltre duemilacinquecento anni.
Ethos, la prima parola del frammento eracliteo, alle nostre orecchie suona come "etica" .
Se proviamo a spogliare l'ethos dall'etica, scopriamo che portapiuttosto il significato di "abito", "abitudine".
Forse Eraclito stava dicendo che l'ethos è  il comportamento abituale.
Come conduci la tua vita: tale sei e tale sarai.
È  un autoinganno aggrapparsi a un sé  privato, nascosto e più vero, a prescindere da come siamo in pratica, e piuttosto la psicoterapia promuove questa grande illusione e ci guadagna sopra.
Invece, ecco il realismo di Eraclito: tu sei il modo che sei.
"Il modo come": è  questa locuzione cruciale, che lega la vita, così come viene abitualmente "eseguita", con la chiamata della tua immagine.
Le cose che facciamo nella nostra vita hanno effetti sul nostro cuore, modificano la nostra anima e riguardano il daimon.
Con il nostro comportamento noi facciamo anima, perché l'anima non arriva preconfezionata dal paradiso.
Lassù è solo immaginata, è un progetto irrealizzato che vuole scendere per crescere.
Il daimon diventa allora la sorgente dell'etica umana, e la vita felice, ciò  che i greci chiamavano eudaimonia, è  la vita che va bene per il daimon.
E come il daimon chiamandoci  ci dispensa un bene prezioso,  una benedizione, così facciamo noi con lui attraverso lo stile con il quale lo seguiamo.
L'invisibile sorgente della coerenza personale, ciò che chiamo "abitudine", è  detta dalla psicologia "il carattere".
Il concetto di carattere si riferisce alle strutture profonde della personalità, che sono particolarmente resistenti al cambiamento.
Sono come le impronte digitali del daimon, non ce n'è  una uguale all'altra.
Il termine stesso "carattere", originariamente indicava uno strumento per incidere che intaglia linee indelebili e lascia tracce.
E "stile" viene dal latino stilus, l'affiliato strumento usato per incidere i caratteri sulle tavolette cerate.
Il daimon rappresenta i tratti comportamentali profondi che frenano gli eccessi, impediscono l'arroganza inflattiva e ci conducono a rimanere fedeli ai paradigmi  della nostra immagine.
Per trovare il nostro genio dobbiamo guardare nello specchio della nostra vita.
L'immagine visibile rende manifesta la verità interiore, sicché, nel giudicare gli altri,  quello che vediamo è ciò che ci verrà restituito.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

martedì 8 marzo 2016

L'Infinito e la Possibilità


L'Infinito, secondo il significato etimologico del termine che lo designa, è  ciò  che non ha limiti; e, per mantenere a questo termine il senso che gli è  proprio, è necessario riservarne rigorosamente l'impiego alla designazione di ciò che non ha assolutamente alcun limite.
La Possibilità universale e totale è  ciò che potremmo chiamare un aspetto dell'Infinito, da cui non è distinta in alcun modo né in alcuna misura; nulla può  esservi al di fuori dell'Infinito, poiché ciò sarebbe una limitazione, e l'Infinito non  sarebbe più  tale.
Se parliamo dell'Infinito e della Possibilità come correlati, possiamo aggiungere che, non per stabilire fra questi due termini una distinzione che in realtà non può  esistere, ma si può  dire; che l'Infinito è considerato più  particolarmente nel suo aspetto attivo, mentre  la Possibilità ne è  l'aspetto passivo; però, sia esso da noi considerato come attivo o come passivo, si tratta sempre dell'Infinito, che non può  essere toccato da tali punti di vista contingenti, e le determinazioni, qualunque sia il principio in base a cui le si voglia effettuare, esistono qui soltanto in rapporto al nostro pensiero.
Si tratta in definitiva di ciò  che altrove abbiamo chiamato, seguendo la terminologia della dottrina estremo-orientale, "perfezione attiva" (Khien) e "perfezione passiva" (Khouen), in quanto la Perfezione, in senso assoluto, è identica all'Infinito inteso nella sua totale indeterminatezza;  esse sono analoghe - ma a un grado differente e da un punto di vista più universale - a quelle che nell'Essere sono l'"essenza" e la "sostanza".
Occorre avere ben chiaro che l'Essere non racchiude l'intera Possibilità e, di conseguenza, non può in alcuna maniera venire identificato con l'Infinito.
La Possibilità universale è illimitata, e non può che essere illimitata; volerla concepire in modo diverso è dunque, come condannarsi a non poterla concepire affatto.
Ne discende che tutti i sistemi filosofici dell'Occidente moderno sono ugualmente impotenti dal punto di vista metafisico, cioè universale, e lo sono in quanto sistemi con concezioni limitate e chiuse, le quali possono avere un certo valore in ambito relativo, ma diventano pericolose e false nel momento in cui ambiscono a qualcosa di più  e pretendono di essere un'espressione della realtà totale.
Non è  legittimo affermare che rappresentano l'intera Possibilità e negare tutto quel che oltrepassa la portata della propria comprensione individuale, più o meno strettamente limitata.
Il pensiero filosofico occidentale, nel senso corrente del termine, non ha e non può avere niente in comune con le dottrine di ordine puramente metafisico.
Tratto da "Gli stati molteplici dell'essere" di René Guénon

venerdì 4 marzo 2016

Fantasia immaginativa

"Un aspetto più  importante per  la cultura che non il tessuto sociale è la necessità dell'immaginazione"
Perché non è dall'autoritarismo o dalla confusione dei genitori che i figli fuggono; i figli fuggono dal vuoto insopportabile del vivere in una famiglia senza altre fantasie che il fare compere, lavare la macchina e scambiarsi convenevoli.
Il grande valore delle fantasie dei genitori, per i figli, è di obbligarli a opporsi, a riconoscere che il proprio cuore è eccentrico, diverso, insofferente dell'ombra che su di esso getta l'occhio dei familiari.
Se non altro, la ghianda avrà una sfida da superare, una realtà contro cui combattere,  la realtà delle fantasie dei genitori, che può portare a smascherare la superstizione parentale stessa, a vedere che io non sono condizionato dai miei genitori, non sono il loro risultato.
La ghianda ha bisogno di personificazioni viventi delle fantasie, di persone in carne ed ossa la cui vita assomigli a un romanzo di appendice, il cui comportamento, modo di parlare è di vestirsi apporti una ventata di pura fantasia.
La possibilità di stringere relazione che oltrepassano l'orizzonte solito, un'estensione dell'immaginazione dal familiare al romanzesco, dal padre e madre a quei personaggi chiacchierati, leggendari ma raramente visti, perché stanno in carcere, in paesi lontani o sono scomparsi anni fa.
Le storie romanzate di gente "fuori" evocano come la magia immagini del possibile che sono salutari per potenzialità contenute nella ghianda.
Su che cosa si basa l'attrazione esercitata d teatro, dal baule dei travestimenti, dai nasi finti, dalle sedute davanti allo specchio con trucchi e ceroni?
Lo scopo non sarà quello di uscire dalla forma in cui mi hanno calato per svelare magicamente l'immagine del cuore? È  possibile liberarsi il mio genio dal sarcofago dell'adattamento con l'improvvisa visione di un'altro possibile inquilino?
Se i genitori non possono essere mentori né,  all'estremo opposto, degli svitati, possono però, se non altro, lasciare dischiusa la porta alle invasioni dall'altro lato dello specchio, rammentando così al bambino la sua appartenenza di fondo all'angelo che chiama.
Che si trattino con rispetto le attività ossessive dei bambini sull'immaginazione nei sogni, nelle fantasticherie, nella follia, nella scrittura creativa e nei bambini.
Finché dura l'attività immaginativa, è  come se fossimo fuori di noi, in un altro territorio.
A volte si tratta solo di uno stato di fantasticheria, lo sguardo nel vuoto,  un'assenza; altre volte invece si dispiega nei partcolarti di un progetto futuro; altre ancora può essere una visione estatica, come quella dei santi.
La sua realtà ci possiede al punto che "fantasia", "immaginazione", "visione" non sono le parole giuste: sembra tutto troppo vero e troppo importante. In particolare i bambini sotto i dieci anni, ma anche gli adolescenti e naturalmente i vecchi si ritrovano attirati di continuo in questo stato,  fuori dalla realtà ordinaria.
L'attività immaginativa esige attenzione assoluta.
Quando si trova nelterritorio dell'immaginazione, la mente non può  tollerare interruzioni.
E quando un bambino sta seduto per terra tutto sporco e bagnato con tre bambole in braccio, oppure, in giardino, corre come un forsennato dentro e fuori dai cespugli, è  intento al suo lavoro tanto quanto lo siamo noi.
Anzi, forse di più.
Il gioco è il lavoro dei bambini.
Prendere in braccio il piccolo lavoratore e toglierlo dal bagnato,  chiamarlo in casa perché si vesta e rimetta tutto in ordine, prima che abbia finito quello che sta facendo, è  un'illecita interruzione.
La ghianda è  ossessiva.
È tutta e solo concentrazione, come una goccia di essenza, non si può diluire.
I comportamenti infatti elaborano questa alta densità. Il bambino mette i  gioco il codice germinale che lo spinge dentro queste attività ossessive.
Attraverso la sua concentrazione, il bambino crea spazio vitale...permette a questa verità di articolarsi in stili e forme e strumentazioni in cui egli può esercitarsi soltanto ossessivamente, rispettivamente, fino a esaurimento.
Ci vuole rispetto.
Per favore bussare prima di entrare.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

mercoledì 2 marzo 2016

Lo zero è un numero nullo?

L'Infinito nel suo vero significato non può avere né opposto né complementare, e non può  entrare in correlazione con alcunché -non con lo zero, in qualsiasi modo lo s'intenda, che con l'unità o con un numero qualunque, né d'altronde con una cosa particolare, a qualsiasi ordine appartenga, quantitativo o meno; essendo Tutto universale e assoluto, contiene tanto il Non-Essere quanto l'Essere, sicché lo stesso zero, qualora non sia inteso come un puro nulla, deve essere necessariamente considerato come compreso nell'Infinito. 
Un significato dello zero è il Non-Essere che tra l'altro è  il più importante dal punto di vista del suo simbolismo metafisico; è necessario, per evitare ogni confusione tra il simbolo e ciò che rappresenta, precisare che lo Zero metafisico - ossia il Non-Essere - non è  lo zero di quantità, così come l'Unità metafisica - ossia l'Essere - non è l'unità aritmetica; ciò che è  così designato con questi termini può esserlo soltanto per trasposizione analogica, poiché, quando ci si pone nell'Universale, si è  evidentemente al di là di ogni ambito particolare come quello della quantità.
Lo zero non può essere assunto come simbolo Non-Essere, in quanto rappresenta, secondo la sua accezione matematica più  rigorosa, l'assenza di quantità, che infatti simboleggia nel suo ordine la possibilità di non-manifestazione  - nello stesso modo in cui l'unità simboleggia la possibilità di manifestazione, essendo il punto di partenza della molteplicità indefinita dei numeri, così come l'Essere è  il principio di tutta la manifestazione.
In qualunque maniera si consideri lo zero, non lo si può in ogni caso prendere per un puro nulla, il quale non corrisponde metafisicamente che all'impossibilità e d'altronde non può logicamente essere rappresentato da alcunché.
Un esempio è  quello del punto che essendo indivisibile, è  perciò stesso inesteso, ossia spazialmente nullo, ma è  nondimeno il principio stesso di tutta l'estensione.
È del resto veramente strano che i matematici abbiano in genere l'abitudine di considerare lo zero un puro nulla, e tuttavia sia loro impossibile non ritenerlo al contempo dotato di una potenza indefinita, poiché, posto a destra di una cifra detta "significativa", contribuisce a formare la rappresentazione di un numero che, con la ripetizione dello zero, può crescere indefinitamente, come accade ad esempio nel caso del numero dieci e delle sue potenze successive.
Se lo zero fosse realmente un puro nulla, questo non potrebbe accadere e anzi, a dire il vero, esso non sarebbe allora che un segno inutile, del tutto privo di ogni valore effettivo.
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon
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