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mercoledì 10 febbraio 2016

La solitudine archetipica


...Esiste un senso di solitudine archetipico che ci accompagna fin dall'inizio, ...essere vivi è  anche sentirsi soli.
La solitudine viene e va indipendentemente dalle misure che possiamo prendere.
Non dipende dall'essere soli, letteralmente, perché si possono provare fitte di solitudine mentre siamo in mezzo ai nostri amici, a letto con l'amante, al microfono davanti a una folla osannante.
Quando i sentimenti di solitudine sono visti come archetipici, ecco che diventano necessari; che non sono più  annunciatori di colpe, di terrori, di uno stato morboso.
Possiamo accettare la misteriosa autonomia di questo sentimento, liberando la solitudine dall'identificazione con l'isolamento letterale.
Oltretutto, una volta situata sul suo sfondo archetipico, la solitudine non è sempre e principalmente spiacevole.
Se guardiamo (o meglio sentiamo) da vicino il senso di solitudine,  scopriamo che è composto di diversi elementi: nostalgia, tristezza, silenzio e un anelito dell'immaginazione verso "qualcos'altro" che non è qui e ora.
Perché queste componenti e immagini si mostrino, dobbiamo innanzitutto mettere a fuoco l'attenzione su di esse, anziché su come rimediare al fatto di essere soli in senso letterale.
La disperazione diventa più  brutta quando cerchiamo delle vie per uscirne.
Nostalgia, tristezza, silenzio e struggimento immaginativo sono anche la sostanza più  intima della poesia religiosa e romantica in molte lingue e in molte culture.
La solitudine presenta le emozioni dell'esilio; l'anima non è riuscita a crescere, cioè a discendere,  del tutto nella vita e vorrebbe tornare a casa. 
Dove? Non sappiamo, perché il luogo di cui parlano i miti e le cosmogonie è scomparso dalla memoria.
Ma il desiderio dell'immaginazione e la tristezza testimoniano di un esilio da qualcosa, che l'anima non sa esprimere in altro modo che come senso di solitudine.
L'unica traccia che le sia rimasta è quella nostalgia del sentimento e quello struggimento dell'immaginazione. 
È uno stato di bisogno che va oltre i bisogni personali.
L'immagine che ogni esule si porta nel cuore, con la sua nostalgia per ciò che non è di questo mondo.
La patria  del daimon non è sulla terra; il daimon vive in uno stato alterato; la fragilità della carne è una condizione imprescindibile per la vita dell'anima sulla terra; e, del resto, non lasciamo tutti debiti quando ce ne andiamo?
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman  

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