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lunedì 29 febbraio 2016

Il "qualcos'altro"


"Io posso ricevere il dieci e il re di picche da papà, la donna e l'asso di picche dalla mamma, tutte carte che non hanno mai contato molto in nessuno dei due alberi genealogici, ma la cui combinazione in me potrebbe produrre.... un nuovo record olimpionico".

A determinare l'unicità non è tanto il mazzo di materiale genetico, la mano di carte che ho ricevuto, quanto il modo in cui le carte si dispongono, formando una particolare e vincente, configurazione...
(Disegno... immagine... paradeigma)

La psicologia scientifica taglia il regno delle cause in due parti soltanto, natura e cultura.
Ed elimina per definizione La possibilità di "qualcos'altro".
Dal momento che le scienze comportamentali, compresa la biologia molecolare e La psichiatria farmacologica,  situano tutte le ragioni del nostro carattere in quelle due categorie, e dal momento che noi ci stiamo immaginando una terza forza nella nostra vita, questo tertium non può che manifestarsi nascosto dentro gli altri due.
La divisione in sue alternative è una comoda abitudine della mente occidentale.
Al livello più elementare la troviamo nella Bibbia: Noi o Loro, Abele e Caino, Giacobbe ed Esaù - il buono e il cattivo - personificano quella divisione.
Il ragionamento antagonistico non l'ha inventato la televisione nei suoi dibattiti urlati, e il bipartitismo del nostro sistema politico non è certo venuto dal nulla.
Il numero due, con tutte le sue dicotomie e sdoppiamenti e duplicità e accoppiamenti e contrapposizioni, alimenta la "passione della mente occidentale", per citare il titolo della storia del pensiero occidentale di Richard Tarnas.
La logica aristotelica è incapace di pensare per triadi.
Dal principio aristotelico di non contraddizione, detto anche del terzo escluso, fino alla logica binaria - 0 o 1 - dei programmi del computer, la nostra mente organizza i suoi sistemi per pro e contro, per aut-aut.
Cartesio un posticino a un tertium l'ha concesso, giusto nel mezzo del cervello.
Ha collocato l'anima nella ghiandola pineale, confermandone così l'irrisorio valore a fronte dei due giganteschi contendenti del suo sistema, la mente pensante all'interno e lo spazio esteso all'esterno.
L'introduzione di un "qualcos'altro" viola la nostra modalità di pensiero e la convenienza  delle sue operazioni abituali.
Un "qualcos'altro"  turba le menti che confondono il pensare comodo con la chiarezza di pensiero.
Ma in fondo a tutti noi risulta con chiarezza, dall'evidenza dei nostri sentimenti e di personalissimi eventi fatali, che nella vita umana interviene qualcos'altro che non può essere contenuto entro i confini né della natura né della cultura.
La straordinaria singolarità degli individui, le differenze esistenti tra i miliardi di persone sulla terra...
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

domenica 28 febbraio 2016

Psicosomatica della Ritenzione Idrica


Ai giorni d'oggi la ritenzione idrica viene sottovalutata, viene affrontata solo come problema estetico, ma quante di voi si sono chieste perchè ci sono donne magrissime che ce l'hanno e donne molto in carne senza ad esempio? Oppure perché c'è chi ne soffre e chi no a parità di peso e fisionomia?
Ho compreso che in questo disturbo ci sono delle "parole chiave" importanti:
-Conflitto
-Rinuncia 
-Trattenimento 
Se si parte da queste tre "chiavi" possiamo aprire la porta verso la strada della liberazione di noi stesse.
Nella mia vita mi è successo di dimagrire in pochissimo tempo senza dieta, spesso il dimagrimento era conseguente a un periodo felice, di forte adrenalina... 
E poi ci sono dei periodi in cui mi sento come bloccata, trattenuta in uno stato di stasi profonda e non riesco a buttar giù un etto! Come se ci fosse una forte resistenza...
Ho sempre pensato che c'era qualcosa su questo argomento che non approfondivo e ora che ho fatto un po' di ricerche, sono sempre più convinta di quanto sia importante... ma che dico... fondamentale la psiche nel nostro modo di approcciare alla vita..
Anche la ritenzione idrica è  da considerare un tema importante della nostra salute, noi, erroneamente, lo classifichiamo solo come problema estetico e nulla di più.
E invece non è  così... 
Ognuno di noi dovrebbe comprendere le cause di tutto ciò che ci accade..problemi che sembrano meno importanti compresi. 
A fronte di un problema più serio ho fatto una profonda introspezione alla scoperta di me stessa e ho deciso di affrontare questo mio svalutarmi in ogni senso e situazione.. quello che non capivo era perché il sintomo più  significativo era questa ritenzione idrica che non accennava a diminuire pur mangiando molti vegetali e bevendo abbastanza acqua (la mia alimentazione è vegetariana)
Ad un certo punto ho avuto il bisogno di capire cosa mi stava dicendo il mio corpo tramite ciò che costituisce disturbo funzionale (malattia)... da lì sto facendo  un percorso all'interno di me stessa, in profondità e sto provando a "guardarmi" con autenticità e sincerità!!!
Ed ho scoperto queste informazioni importanti sulla ritenzione idrica...
Nell'AniMo Antico

Grazie alle scoperte delle Leggi Biologiche da parte dell dott Hamer, oggi sappiamo che l'aumento ponderale del proprio peso è dovuto alla ritenzione idrica, fenomeno denominato "conflitto del profugo".
Trattenere i liquidi senza disidratarsi, nel caso un'onda ci avesse spinto in riva di un'isola deserta, ha reso possibile la nostra sopravvivenza; ecco perchè, ancora oggi, reagiamo attivando questo programma biologicamente sensato, quando viviamo situazioni in cui
- ci sentiamo pesci fuor d'acqua
- perdiamo i nostri punti di riferimento
- ci sentiamo catapultati in una situazione diversa, in un "territorio" che non è il nostro
- quando lottiamo per la sussistenza
Il non aver appigli ci fa sentire soli e abbandonati, in continua lotta per la nostra esistenza.
L'organo preposto a mantenere inalterato l'equilibrio idrico è riposto nel rene, precisamente nei tubuli collettori, che nel momento in cui vengono vissute queste emozioni (in fase attiva), si restringono, con la finalità vitale di trattenere i liquidi, causando così un aumento di peso (i liquidi si accumulano nelle cellule e in altri tessuti).
in fase attiva di questo programma, si nota nel sangue un aumento di creatinina e di sostanze azotate, che la Medicina Ufficiale considera una grave malattia, in quanto gli scienziati non considerano la connessione mente-corpo, trascurando che l'evoluzione embriologica di questo tessuto risponde a precise emozioni.
Fonte: Anacleto.guru

Questo problema sembra prettamente femminile, in realtà non è esclusivo delle donne, ma noi, con la nostra sensibilità, abbiamo più rischi di avere forti emozioni che ci portano a squilibri energetici.
Andremo ad analizzare lo squilibrio principale femminile che causa questo disturbo così diffuso...


Rinuncia alla femminilità
Si rileva una stretta analogia tra la stasi dei liquidi del corpo e una stasi del tipo energetico- esistenziale, nello specifico, l'energia che ristagna nelle aree "cellulitiche" del corpo è di natura erogena.
Il corpo delle donne che hanno subito un trauma amoroso, attraverso la cellulite, cerca di proteggersi da un ulteriore dolore, quasi ad attutire il rischio di nuovi colpi e ferite sentimentali.
(Mi viene da pensare quasi come se ci si portasse dietro la copertina, o sarebbe ancora più preciso dire; la trapuntina di Linus per "proteggersi dal freddo")
La svalutazione sul piano estetico porta la persona alla rinuncia a un nuovo coinvolgimento affettivo e sessuale, creando, appunto una "corazza", in altre parole una barriera anestetica e antiestetica contro gli attacchi esterni.
(Si auto-elimina dalla competizione per paura di fallire, non si da chance di essere felice perchè come donna si auto-svaluta e non crede di essere all'altezza, questo nello stesso tempo la preserva da qualsiasi dolore o gioia e appunto ci si priva sia dell'ipotetico male... ma anche di un ipotetico bene, la donna così vive una falsa serenità basata su una menzogna che si racconta
Anche se si vive una relazione si è sempre sulla difensiva, non ci si lascia mai andare e si blocca l'espressività del vero sentimento.
In genere le persone che hanno un vissuto sessuale sofferto e blocchi affettivi sono più inclini a questo problema; persone che hanno ricevuto un'educazione rigida con un derivato sviluppo incompiuto della femminilità; che hanno una madre egoista e manipolatrice, anaffettiva nei confronti del marito o del patner o con problemi di carattere mentale.
La presa di coscienza all'origine del problema psico-somatico, rimuove la causa del sintomo, di conseguenza sciogliendo il blocco psicologico, sul corpo si ripercuote la stessa azione.
Fonte: Olistica.blogspot.it

Molti studi hanno dimostrato che "trattenere" a livello psicologico viene tradotto a livello fisico tramite il sistema respiratorio e quello cardiocircolatorio.
Trattenere un'emozione, un impulso, la tendenza a fare una certa cosa, si manifestano attraverso cambi di durata e intensità del respiro e della frequenza cardiaca: essi sono a loro volta collegati con uno squilibrio del sistema di drenaggio del corpo.
(La cellulite è anche sintomo di rabbia repressa, un accumulo di pensieri negativi , una ridotta espressione di sè)
Il secondo filone, connesso al primo, è il sistema endocrinologico e immunitario. Si è visto che l'ansia e lo stress causano l'aumento di produzione del cortisolo, definito l'ormone dello stress; il cortisolo, oltre ad abbassare le difese immunitarie nell'organismo, aumenta la ritenzione idrica nel corpo.
Inoltre lo stress psicologico e fisico causa infiammazioni ai vasi sanguigni e rallenta la circolazione.
La ritenzione idrica infatti, oltre ad essere vissuta come inestetismo, rimane sul corpo come il sintomo di una vita del tutto insoddisfacente.
Fonte: www.ormepsicologiche.com

Vedi anche: Psicosomatica (tutti i link sulla psicosomatica del blog)
                   Psicosomatica dell'Ipotiroidismo
                   Psicosomatica dell'Apparato Urinario


venerdì 26 febbraio 2016

Tradizionalismo e il "qualcos'altro"

Gli studi usano il termine "tradizionalismo" per indicare la "tendenza a ubbidire alle regole e all'autorità, e a invocare elevati standard morali e una disciplina rigorosa".
Gli studi di Jerome Kagan sul carattere innato parleranno prudentemente di inclinazione temperamentale; l'astrologia si immaginerà un'influenza di Saturno sui cromosomi; il femminismo prenderà tristemente atto di quanto siano inestirpabili gli atteggiamenti patriarcali; i marxisti capiranno come mai è così difficile risvegliare contadini e proletari alla rivoluzione; e la Chiesa potrà rassicurarsi: ci sarà sempre una riserva genica a cui il Vaticano possa attingere.
Forse il tradizionalismo è quella vena conservatrice presente nella natura umana che si esprime in tutte le culture come fondamentalismo e rigidità mentale ed è personificata nella figura archetipica del Vecchio Re.
Se consideriamo il fatto che il tradizionalismo ha una forte componente genetica, questo dato ci aiuta a capire perché il genio chiama lontano dalla vita tradizionale? 
Per molti secoli, dai Problemata di Aristotele sulla follia melanconica  (o furor, lo stato mentale fuori della norma delle persone "creative"), giù giù fino a Cesare Lombroso nell'Ottocento, la vocazione è sempre stata accostata o addirittura identificata con l'antitradizionale e l'anormale.
Nell'immaginazione popolare, novità e originalità sono il contrario di tradizione, come se l'ispirazione dovesse per definizione opporsi all'ordine, alla disciplina, alle regole, all'autorità, insomma al "tradizionalismo".
Tra gli atteggiamenti conservatori che sono genetici e un "qualcos'altro" che chiama contro e lontano, può crearsi un forte conflitto.
Ciascuna persona nasce con un innato  paradigma, che non coincide con la dotazione genetica.
Quando la vocazione il carattere e il destino sono diventati più ineludibili, ecco che allora l'intelligenza e tutto a cui ciò a cui essa si dedica, torna ad appartenere di più al codice dell'anima che non a quello genetico.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

mercoledì 24 febbraio 2016

I limiti dell'indefinito si possono raggiungere?


Non possiamo dire che limiti dell'indefinito non si possono raggiungere in alcun modo - impossibilità che d'altra parte sarebbe ingiustificabile dal momento che tali limiti esistono - , ma soltanto che non si possono raggiungere analiticamente.
L'analisi non raggiunge che le variabili, colte nel corso  stesso della loro variazione, mentre soltanto la sintesi ne raggiunge i limiti, è questo è  l'unico risultato definitivo e realmente valido, in quanto, perché si possa parlare di un risultato, occorre necessariamente giungere a qualcosa che si riferisca esclusivamente a quantità fisse e determinate.
L'idea di uno sviluppo indefinito di possibilità si può applicare anche a cose completamente diverse dalla quantità, ad esempio a uno stato qualunque di esistenza manifestata, e alle condizioni, quali che siano, cui lo stesso stato è  soggetto, che si consideri l'insieme cosmico in generale o un essere particolare, ponendosi cioè dal punto di vista "macrocosmico" o dal punto di vista "microcosmico".
Si potrebbe dire che il "passaggio al limite" corrisponde qui alla fissazione definitiva dei risultati della manifestazione nell'ordine  principiale;  solo così  infatti, l'Essere sfugge finalmente al cambiamento o al "divenire", inerente di necessità a ogni manifestazione in quanto tale.
La fissazione non costituisce in alcun modo un "ultimo termine" di sviluppo della manifestazione, ma si situa al di fuori è al di là di tale sviluppo, poiché appartiene ad un altro ordine di realtà trascendente rispetto alla manifestazione e al "divenire".
La distinzione tra l'ordine manifesto e l'ordine principiale corrispondono analogicamente a quella tra il dominio delle quantità variabili e quello delle quantità fisse.
Trattandosi si quantità fisse non può  esservi introdotta alcuna modificazione con una qualsiasi operazione, e di conseguenza il passaggio al limite non ha l'effetto di produrre qualcosa in tale dominio, ma solamente di darcene conoscenza; parimenti essendo l'ordine principiale immutabile, per pervenirvi non si tratta di "effettuare" qualcosa che non esisterebbe ancora, bensì di prendere effettivamente coscienza di ciò che è, in modo permanente e assoluto.
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

lunedì 22 febbraio 2016

La resistenza del daimon alla socializzazione

Dislessia,  ritardo cronico, distraibilità, iperattività  sono sintomi della "sindrome da deficit dell'attenzione".
Del resto in quale altro modo si può contenere e snidare l'altra faccia di questo "deficit"? Spesso i bambini così classificati, e anche gli adulti, sono quelli con intelligenza superiore alla media,  inclini a perdersi in fantasticherie e con un'anima così sensibile e aperta che l'"Io" non ti riesce a starle dietro e il suo comportamento risulta disorganizzato.
E allora alé! Una bella cura di Ritalin, Prozac, Xanax: e funziona, naturalmente.
Ma il fatto che le pillole combattano il deficit non vuol dire che la causa ne sia confermata o che se ne sveli il significato.
Le stampelle funzionano, ma non spiegano la mia gamba rotta.
Come mai questo disturbo è tanto diffuso oggi?
Su che cosa l'anima non vuole rivolgere  l'attenzione, e che cosa starà facendo il daimon, visto che non sta leggendo, non sta parlando, non sta dando prestazioni rispondenti alle aspettative?
Se è  vero  che esiste una ghianda, un daimon, e se è  vero che in molti casi questo fattore oppone resistenza alla socializzazione, non vuole collaborare, come mostrano spesso le storie delle persone eminenti, non potrebbe tale resistenza abbattere (addirittura) il rendimento ai test che misurano il QI? Il daimon non tenderebbe anzi a scegliere proprio quei test per il suo rifiuto, visto che un punteggio elevato è di solito il passaporto giusto per essere collocati in una zona più accettabile della curva a campana di Gauss (società)?
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

sabato 20 febbraio 2016

I giganti


I giganti sono notoriamente ottusi condannati a un pensiero corporeo, miopi e sempre affamati.
Nelle fiabe al gigante è  contrapposto l'animale astuto, l'elfo o lo gnomo, la fanciulla scaltra o il piccolo sarto.
Il gigante sa pensare soltanto secondo lo schema: "non è altro che", e riduce tutto al minimo comun denominatore, per non dover uscire dalla caverna o risvegliarsi dal suo sbracato, rintronante torpore.
Il gigante, con la sua solidità di adulto, minaccia l'immagine del bambino, il suo legame ecologico con il mondo meraviglioso.
La stupidità è  il gigante che non nota le piccole cose.
Se ci pensate, sono un fagiolo a salvare Giacomino e un sasso a salvare Davide da Golia.
Il gigante nella psiche è un'altro modo di chiamare la caverna platonica dell'ignoranza, e non è un caso se Ulisse incontra proprio in una caverna Polifemo, il gigante con un occhio solo,  che prende alla lettera il gioco di parole di Ulisse e in tal modo viene ingannato. 
Vedi anche:
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

venerdì 19 febbraio 2016

L'equilibrio delle forze


Si potrebbe applicare leggittimamente il termine "principio di inerzia" solo alla potenzialità pura della sostanza universale o della materia prima degli scolastici, che d'altronde, per questa stessa ragione, è propriamente "inintellegibile"; tale materia prima è però tutt'altra cosa rispetto alla "materia" dei fisici.
Un esempio del secondo caso è  quello che viene chiamato "principio di uguaglianza di azione e reazione", il quale è  così  poco un principio che lo si deduce immediatamente dalla legge generale dell'equilibrio delle forze naturali:ogni volta che questo equilibrio si rompe in un modo qualunque, esso tende subitoa ristabilirsi, per cui vi è  una reazione di intensità equivalente a quella dell'azione che l'ha provocata; si tratta dunque di un semplice caso particolare di ciò che la tradizione estremo-orientale chiama "azione e reazione concordanti", che non riguardano solo il mondo corporeo come le leggi della meccanica, bensì l'insieme della manifestazione in tutti i suoi modi e in tutti i suoi stadi.
Si rappresentano due forze in equilibrio tra loro mediante due "vettori" opposti, ossia due segmenti di retta di uguale lunghezza ma diretti in senso contrario: se due forze applicate in uno stesso punto hanno pari intensità e pari direzione, ma senso contrario, esse sono in equilibrio.
Si ha quindi come condizione dell'equilibrio lo 0, vale a dire che a somma algebrica delle due forze, o dei due vettori che la rappresentano, è  nulla, sicché l'equilibrio è  definito dallo zero.
Poiché, d'altro canto, i matematici, hanno il torto di considerare lo zero una sorta di simbolo del nulla, come se il nulla potesse essere simboleggiato  da qualcosa, sembra discenderne che l'equilibrio sia lo stato di non-esistenza, il che costituisce una conseguenza piuttosto singolare: anziché dire, come sarebbe esatto, che due forze in equilibrio tra di loro si neutralizzano, si dice che si annullano, il che è  il contrario della realtà.
La vera nozione di equilibrio è  ben diversa da questa: per comprenderla è  sufficiente osservare che tutte le forze naturali, ma anche le forze di ordine sottile come anche quelle di ordine corporeo, sono o attrattive o repulsive; le prime possono essere considerate forze compressive o di contrazione, le seconde espansive o di dilatazione.
Questo in fondo non è altro che un'espressione della stessa dualità cosmica fondamentale.
Se due forze, l'una compressiva e l'altra espansiva, agiscono su uno stesso punto, la condizione affinché si equilibrino o si neutralizzino, è  che le intensità delle due forze siano equivalenti.
Se non si produce né  compressione  né dilatazione il rapporto è  necessariamente uguale all'unità, perché la densità dell'ambiente non è modificata.
Così l'equilibrio sarà definito non più dallo zero, ma dall'unità; tale formula corrisponde esattamente alla concezione dell'equilibrio dei due principi complementari Yang e Yin nella cosmologia estremo-orientale.
L'equilibrio  è il punto di partenza di tutte le manifestazioni differenziate così come l'unità è  il punto di partenza di tutta la molteplicità dei numeri.
Questa unità è  ciò  che la tradizione estremo-orientale chiama l'"Invariabile Mezzo"; e secondo questa stessa tradizione, tale equilibrio o tale armonia costituisce, al centro di ciascuno  stato e di ciascuna modalità dell'essere,  il riflesso dell'"Attività del Cielo".
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

mercoledì 17 febbraio 2016

L'ambiente e l'anima


La via opposta alla riduzione della natura al semplicismo celebrale consiste nell'espandere la nozione di cultura fino a un'idea di ambiente molto più comprensiva.
Se ambiente significa, letteralmente, ciò  che c'è  intorno, allora si deve intendere tutto, ma proprio tutto, ciò che c'è  intorno.
Infatti la psiche inconscia sceglie in modo arbitrario tra le cose incontrate quotidianamente nell'ambiente.
Informazioni minuscole e banali possono avere effetti psichici subliminali giganteschi, come mostrano i residui diurni nei nostri sogni.
Gran parte della nostra giornata passa inosservata e non sarà maipiù ricordata, ma ecco che la psiche pesca i rottami che galleggiano nell'ambiente e li consegna nel sogno.
Il sogno, l'impianto di riciclaggio dell'ambiente, trova nella spazzatura i valori dell'anima.
Il sogno: un artista che si appropria di immagini presenti nell'ambiente per richiamarle alla memoria più tardi, in pace.
Poiché lo spazio in cui ci aggiriamo è fatto di realtà psichiche che influiscono sulla nostra vita, dovremo ampliare la nozione di ambiente nel senso di una "ecologia del profondo", partendo dall'ipotesi che il nostro pianeta sia un organismo vivente, che respira e si autoregola.
Poiché qualunque cosa abbiamo intorno può nutrire la nostra anima in quanto alimenta l'immaginazione, là fuori è  pieno di materia animica. 
E allora perché non ammettere,  con l'ecologia del profondo, che l'ambiente stesso è intriso di anima, animato, inestricabilmente fuso con noi e non già sostanzialmente separato da noi?
La visione ecologica restituisce all'ambiente anche l'idea classica di providentia: l'idea che il mondo provvede a noi, bada a noi, ci accudisce perfino.
E ci vuole vedere intorno.
Diventa sempre più difficile dividere con un taglio netto psiche e mondo, soggetto e oggetto, qui dentro e là fuori.
Non so più con certezza se la psiche è  dentro di me o se io sono nella psiche come sono i miei sogni, nelle atmosfere del paesaggio e nelle strade della città, come sono nella
"musica sentita così intimamente
da non sentirla affatto, ma finché essa dura,
tu sei la musica".
Dove finisce l'ambiente e dove incomincio io, e anzi come posso cominciare, senza essere in un qualche luogo, coinvolto intimamente e nutrito dalla natura del mondo?
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

lunedì 15 febbraio 2016

Differenza tra scienza tradizionale e scienza profana


Vi è  una totale differenza che intercorre tra la scienza tradizionale e la scienza profana;
La scienza profana, infatti, è  essenzialmente ed esclusivamente analitica: non considera mai i principi, e si perde nel dettaglio dei fenomeni, la cui moltitudine indefinita e indefinitivamente cangiante è  per essa veramente inesauribile, sicché non può  mai pervenire, in quanto conoscenza, ad alcun risultato reale e definitivo; essa si limita esclusivamente ai fenomeni, ossia alle apparenze esteriori, e non è in grado di afferrare il fondo delle cose.
In ciò  risiede del resto una delle ragioni che spiegano  l'"agnosticismo" moderno, poiché, essendovi cose che non possono essere conosciute se non sinteticamente, chi procede soltanto con l'analisi è  indotto per ciò stesso a dichiarare "inconoscibili".
È  vero che la conoscenza sintetica è  essenzialmente quello che si può  chiamare una conoscenza "globale", come lo è  la conoscenza di un insieme continuo o di una serie indefinita i cui elementi non sono e non possono essere dati distintamente; ma, oltre al fatto che in fondo è  questo ciò che importa veramente, si può sempre -giacché tutto vi è  contenuto in un principio- ridiscendere a considerare le cose particolari che si vorrà.
Invece partendo dalle cose particolari considerate in se stesse e nel loro dettaglio indefinito, non si può mai elevarsi ai principi: in questo il punto di vista e il marchio della scienza tradizionale sono in qualche modo l'inverso di quelli della scienza profana, come la sintesi è  l'inverso dell'analisi.
Ciò costituisce un'applicazione della verità evidente secondo la quale, se si può  trarre il "meno" dal "più ", non si può mai, al contrario, far uscire il "più" dal "meno"; eppure è questo che pretende di fare la scienza moderna, con le sue concezioni meccanicistiche e materialiste e il suo punto di vista esclusivamente quantitativo; ma, proprio perché si tratta di un'impossibilità, essa è in realtà incapace di fornire la vera spiegazione di alcunché.
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René Guénon

domenica 14 febbraio 2016

L'amore e l'immagine del cuore

....L'amore si innamora anche di "qualcos'altro", che è invisibile.
Diciamo: "Lui/lei ha un non so che";  "Il mondo intero cambia quando c'è lui/lei".
Come pare abbia detto Flaubert: "Lei era il punto di luce sul quale convergeva la totalità delle cose".
Le teorie psicodinamiche devono situare la chiamata dell'amore dentro il "sé"personale.
La mia teoria (Hillman) psicodaimonica immagina tale chiamata più fenomenologicamente, usando il linguaggio che l'amore stesso usa: mito, poesia, storie, canzoni; e questo situa la chiamata oltre il "sé ", come se venisse da un essere divino o demoniaco.
La chiamata si cristallizza in quella persona la cui faccia ci chiama a ciò che ci sembra il nostro destino.
Quella persona diventa una divinità esteriorizzata, padrona del mio fato, signora della mia anima, come dicono i romantici, demoniaca e angelica insieme, alla quale devo aggrapparmi, dalla quale non posso separarmi, non perché io sia troppo debole o fragile, ma perché lei, la chiamata, è troppo forte.
È ovvio allora che sono tormentato,  possessivo, dipendente, sofferente.
Il daimon sta facendo a pezzi la mia mappa amorosa (i prototipi che abbiamo dell'amore).
La psicologia come scienza non osa immaginare ciò che non può misurare.
A conferma dell'autonomia del daimon il suo fuoco illumina precisamente il compagno o la compagna che ci vogliono per me, nel bene o nel male, a breve o a lungo termine, convincendomi che questa altra persona è  l'unica e la sola e che questo evento è unico e irripetibile.
Questa particolare persona incarna l'immagine che mi porto nel cuore.
La mania amorosa vede ciò che è  già contenuto nella ghianda prima di venire al mondo.
L'innamoramento è  un evento raro e fortuito, che colpisce a una profondità incredibile.
Quando accade, accade esclusivamente per la singolarità dell'oggetto: quella persona, non un'altra.
Non gli attributi e le virtù, non la voce o i fianchi ecc... semplicemente l'unicità di quella persona che l'occhio del cuore ha veduto fra tante.
Se manca quel senso di scelta fatale il romanticismo non scatta.
Perché questo tipo di amore non è un rapporto personale o una epistasi genica, ma più probabilmente un'eredità demoniaca e maledizione degli antenati invisibili.
L'amore romantico più di tutti riverbera del senso dell'eterno e insieme della brevità e fragilità della vita, come se sulla passione romantica  fossero sempre sospesi l'ombra e il respiro della morte, con il suo richiamo di un'altrove che è "oltre" e senza confini.
Si affrontano rischi pazzeschi.
E quando la letteratura unisce gli amanti romantici, unisce anche il loro amore con la morte.
L'occhio del cuore che "vede" è anche l'occhio della morte che vede al di là dell'apparenza visibile fino a un invisibile cuore.
In ciascuno di noi è  racchiusa un'immagine del cuore.
L'incontro tra amante ed essere amato avviene da cuore a cuore..
È un incontro di immagini, uno scambio di immaginazioni.
E quando immaginiamo intensamente incominciamo ad innamorarci delle immagini evocate davanti all'occhio del cuore..
Siamo innamorati perché c'è l'immaginazione.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman 

venerdì 12 febbraio 2016

La discesa dello spirito e l'immergersi dell'individuo nel mondo


L'immergersi dell'individuo nel mondo testimonia la discesa dello spirito. La virtù consisterebbe nel rivolgersi verso il basso, come nell'umiltà, nella carità, nell'insegnare, nel non essere superbi.
Le anime  che provengono da vite precedenti soggiornano in una sorta di aldilà, hanno ciascuna un destino da compiere, una parte assegnata (moira), che corrisponde in un certo senso al carattere di quell'anima.
"Quando tutte le anime si erano scelte la vita, secondo che era loro toccato, si presentavano davanti a Lachesi [lachos, "parte, porzione di destino"].
A ciascuna ella dava come compagno il genio  [daimon] che quella si era assunto, perché le facesse da guardiano durante la vita e adempisse il destino  da lei scelto.
Il daimon conduce l'anima dalla seconda delle personificazioni del destino, Cloto  [klotho, "filare, volgere il fuso"].
"Sotto la sua mano e il volgere del suo fuso, il destino  [moira] prescelto è  ratificato".
"....Quindi il genio [daimon] conduceva l'anima alla filatura di Atropo [atropos, "che non si può volgere all'indietro, irreversibile"], per rendere irreversibile la trama del suo destino.
"Di lì senza voltarsi, l'anima passa ai piedi del trono di Necessità" (Ananke), o, come traducono alcuni, "nel grembo di Necessità".
Il kleros viene lasciato cadere ai piedi delle anime affinché ciascuna scelga il proprio.
Il termine kleros può avere tre significati strettamente connessi:
pezzo di terra come nostro lotto di terreno;
lo spazio, la parte assegnata nell'ordine delle cose;
l'eredità, ciò che per diritto ci viene in quanto eredi.
L'anima percepirà un'immagine che abbraccia l'insieme di una vita tutto in una volta.
Platone chiama questa immagine della vita paradeigma, "modello".
Dunque quella che ricevo è  l'immagine che è la mia eredità, la porzione assegnatami nell'ordine del mondo, il mio posto sulla terra, condensata in un modello che è stato scelto dalla mia anima o, per meglio dire, che viene sempre e di continuo scelto dalla mia anima perché nell'equazioni del mito il tempo non entra.
Se pure quell'immagine viene  percepita tutta in una volta (dall'anima), la si comprende solo lentamente.
Sicché l'anima possiede un'immagine del proprio destino che il tempo può rendere manifesta soltanto come "futuro".
Prima di fare il loro ingresso nella vita umana, però, le anime attaversano la pianura del Lete (oblio, dimenticanza), sicché al loro arrivo sulla terre tutto ciò che è  accaduto viene cancellato.
È  in questa condizione di tabula rasa che noi veniamo al mondo.
Secondo una leggenda ebraica la prova che abbiamo dimenticato la scelta prenatale dell'anima la portiamo impressa sul nostro labbro superiore: il piccolo incavo sotto il naso è l'impronta dell'indice che l'angelo ci ha premuto sulle labbra per siggillarle, tutto ciò che resta a rammentarci il pregresso sodalizio dell'anima con il daimon; ed è per questo che, quando insegniamo un'intuizione o un pensiero che sfugge, ci portiamo automaticamente il dito a quella significativa scannellatura.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

mercoledì 10 febbraio 2016

La solitudine archetipica


...Esiste un senso di solitudine archetipico che ci accompagna fin dall'inizio, ...essere vivi è  anche sentirsi soli.
La solitudine viene e va indipendentemente dalle misure che possiamo prendere.
Non dipende dall'essere soli, letteralmente, perché si possono provare fitte di solitudine mentre siamo in mezzo ai nostri amici, a letto con l'amante, al microfono davanti a una folla osannante.
Quando i sentimenti di solitudine sono visti come archetipici, ecco che diventano necessari; che non sono più  annunciatori di colpe, di terrori, di uno stato morboso.
Possiamo accettare la misteriosa autonomia di questo sentimento, liberando la solitudine dall'identificazione con l'isolamento letterale.
Oltretutto, una volta situata sul suo sfondo archetipico, la solitudine non è sempre e principalmente spiacevole.
Se guardiamo (o meglio sentiamo) da vicino il senso di solitudine,  scopriamo che è composto di diversi elementi: nostalgia, tristezza, silenzio e un anelito dell'immaginazione verso "qualcos'altro" che non è qui e ora.
Perché queste componenti e immagini si mostrino, dobbiamo innanzitutto mettere a fuoco l'attenzione su di esse, anziché su come rimediare al fatto di essere soli in senso letterale.
La disperazione diventa più  brutta quando cerchiamo delle vie per uscirne.
Nostalgia, tristezza, silenzio e struggimento immaginativo sono anche la sostanza più  intima della poesia religiosa e romantica in molte lingue e in molte culture.
La solitudine presenta le emozioni dell'esilio; l'anima non è riuscita a crescere, cioè a discendere,  del tutto nella vita e vorrebbe tornare a casa. 
Dove? Non sappiamo, perché il luogo di cui parlano i miti e le cosmogonie è scomparso dalla memoria.
Ma il desiderio dell'immaginazione e la tristezza testimoniano di un esilio da qualcosa, che l'anima non sa esprimere in altro modo che come senso di solitudine.
L'unica traccia che le sia rimasta è quella nostalgia del sentimento e quello struggimento dell'immaginazione. 
È uno stato di bisogno che va oltre i bisogni personali.
L'immagine che ogni esule si porta nel cuore, con la sua nostalgia per ciò che non è di questo mondo.
La patria  del daimon non è sulla terra; il daimon vive in uno stato alterato; la fragilità della carne è una condizione imprescindibile per la vita dell'anima sulla terra; e, del resto, non lasciamo tutti debiti quando ce ne andiamo?
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman  

lunedì 8 febbraio 2016

Infinito e indefinito


Procedendo in un certo modo in senso inverso rispetto alla scienza profana dobbiamo stabilire innanzitutto il principio che ci permetterà di risolvere le difficoltà cui ha dato luogo il metodo infinitesimale.
Il principio in questione è l'idea stessa di Infinito inteso nel suo solo vero significato, ossia il significato puramente metafisico.
L'infinito è  propriamente ciò  che non ha limiti, non si può dunque, se non abusivamente, applicare tale termine ad altro che a ciò che non ha assolutamente alcun limite, vale a dire al Tutto universale, il quale include in sé tutte le possibilità.
Così inteso, l'Infinito e metafisicamente e logicamente necessario, la sua negazione sarebbe contraddittoria.
Non può evidentemente esservi che un Infinito, perché due infiniti supposti distinti si limiterebbero a vicenda, dunque si escluderebbero per forza; di conseguenza, ogni volta che il termine "infinito" è usato in senso diverso da quello che abbiamo appena indicato, possiamo essere sicuri a priori che tale uso è  necessariamente abusivo, poiché comporta o, l'ignorare in modo puro e semplice l'Infinito metafisico, o il supporre accanto ad esso un altro infinito.
Non perché una cosa non è  limitata in certo senso o sotto un certo aspetto è legittimo concluderne che non sia in alcun modo limitata.
Una definizione non è altro che l'espressione di una determinazione e le parole stesse dicono chiaramente che quanto è  suscettibile di definizione non può  che essere finito o limitato.
Non può esservi infinito matematico o quantitativo, che anzi tale espressione non ha alcun senso, perché la quantità stessa è una determinazione; il numero, lo spazio, il tempo, ai quali si vuole applicare la nozione di questo presupposto infinito, sono condizioni determinate, e, come tali, non possono che essere finite; si tratta di certe possibilità o di certi insiemi di possibilità, accanto e al di fuori delle quali ne esistono altre, il che implica evidentemente il loro essere limitate.
Concepire l'Infinito quantitativamente non significa soltanto limitarlo, ma concepire altresì come suscettibile di aumento o diminuzione, il che non è meno assurdo (come) immaginare più  infiniti che coesistono senza mescolarsi o escludersi, ma anche infiniti maggiori o minori di altri.
L'idea totalmente falsa è che l'Infinito metafisico sia solidale con l'infinito matematico, quando non vi si identifichi in modo puro e semplice.
È  qui che interviene, per rettificare questa falsa nozione, o piuttosto per sostituirla con una concezione vera delle cose, l'idea di indefinito,  ossia l'idea di uno sviluppo di possibilità di cui non possiamo raggiungere attualmente i limiti: in tutte le questioni in cui compare il presunto infinito matematico arriva la distinzione tra Infinito e indefinito.
Ogni conoscenza metafisica implica ciò che non ha alcun limite e non può essere nient'altro che il Tutto universale.
Affermiamo che l'indefinito non può essere infinito, perché il suo concetto comporta sempre una certa determinazione, si tratti dell'estensione, della durata, della divisibilità o di qualsiasi altra possibilità.
Senza dubbio i limiti sono retrocessi sino a trovarsi fuori dalla nostra portata, almeno finché tentassimo di raggiungerli in una maniera che possiamo definire "analitica".
Poiché in virtù della propria natura ogni cosa particolare è  finita a qualunque grado possa essere spinta effettivamente l'estensione di cui è  suscettibile.
L'esempio della serie dei numeri: in essa non è mai possibile fermarsi a un punto determinato,  perché dopo ogni numero ve n'è sempre un altro ottenuto aggiungendo ad esso l'unità; la natura stessa del numero in tutta la sua generalità, ossia la sua determinazione, fa sì al contempo che il numero sia ciò  che è e non qualsiasi altra cosa.
L'indefinito procede dal finito di cui è  lo sviluppo e al quale di conseguenza è  sempre riducibile, essendo evidente che non si può  tratte dal finito, con un procedimento qualsiasi,  né più né meno che ciò  che vi era già contenuto potenzialmente.
La serie dei numeri si forma quindi per addizioni successive dell'unità a se stessa indefinitivamente ripetuta, il che costituisce l'estensione indefinita del procedimento di formazione di una somma aritmetica qualsiasi: e qui si vede molto chiaramente come l'indefinito si formi a partire dal finito.
Tratto da "I principi del calcolo infinitesimale" di René  Guénon

venerdì 5 febbraio 2016

Il muschio nei sogni

La notte del 31 gennaio ho fatto un  sogno:
Ho sognato di salire su una montagna che era piena di muschio alla mia destra c'era una scalinata di montagna di quelle con il corrimano in legno e anche gli scalini erano pieni di muschio (era un paesaggio molto suggestivo) arrivata alla cima mi ritrovo su di una specie di trampolino da cui avrei dovuto fare tipo volo dell'angelo ma non ci riesco ma comunque, mi spingo fino alla fine di questo piccolo trampolino per testare la mia paura e un ragazzo (che nella vita non si chi sia in realtà non ho visto il viso) mi sta alle spalle e mi  rassicura, mi guida in questa prova di coraggio.
Ad un certo punto decidiamo di scendere e arrivare più a valle: non scendo fisicamente dalle scale ma mi ritrovo giù con queste scale alla mia destra vicino a una casa di legno.
A questo punto arriva una ragazza e la  mia guida toglie l'attenzione da me è la da solo a lei.. io ci rimango un po' male ma poi realizzo che è  giusto
Mi sveglio serena e rilassata da questo sogno
Sognare il muschio:
assume due significati diametralmente opposti; Trascuratezza dei propri progetti e rinunce di vario tipo, per cui sognare il muschio suggerisce al sognatore di rafforzare la propria autostima.
L'altro significato del muschio è di futuro guadagno e di benessere psicofisico.
Il muschio invita il sognatore alla pazienza.
 Ho fatto questo sogno in un momento in cui ho preso coscienza che la mia profonda insicurezza spesso ha fatto sì che io rinunciassi a dei progetti per paura di cadere o della vertigine che proverei nel "volare alto" dalla felicità.
In questo momento in cui ho deciso di lavorare sopra a questa mancanza di autostima nel sociale il significato di questo simbolo è assolutamente pertinente...
Questo sogno mi ha dato un senso di serenità, quando mi sono svegliata ho sentito un senso di tranquillità del tipo: "tutto andrà bene".
Nell'AniMo Antico

La civetta nei sogni


Nella notte tra il 3 e il 4 ricordo un sogno in particolare perché era molto vivido.
Ho sognato di entrare in un posto molto particolare, come una serra con le travi di legno.
Un posto molto suggestivo quasi incantato... il particolare più significativo è che lì c'era una civetta, era in una "culla" fatta apposta per lei e una voce (o persona) fuori campo mi invita ad accarezzarla.
Io la prendo e la coccolo, lei è dolce e docile, un particolare che ricordo sono gli occhi dolcissimi molto grandi tra l'altro, una cosa particolare era che la civetta a tratti sembrava più un gatto che un uccello.
Ricordo vividamente la docilità, la mia tenerezza per lei, il fatto che questo grazioso animaletto stava molto confortevolmente tra le mie mani.
Il significato della civetta:
La civetta appare di rado nei sogni... la civetta nell'antichità era l'emblema di Atena, dea della sapienza e dell'intelligenza, nonchè della facoltà di vedere oltre, di prestare attenzione e di intuire.
La civetta viene accostata sia al mondo lunare e misterioso della notte, alla chiaroveggenza, alle arti magiche, alle visioni, alla capacità di illuminare le tenebre dell'ignoranza umana con la luce del raziocinio.
Partecipa così di un duplice significato apparentemente antitetico:
è rappresentante del mondo notturno, del suo fascino e del suo mistero, e contemporaneamente, è colei che vede con chiarezza acuta, illuminando come un raggio laser ciò che appare nebuloso e incerto.
Simbolo di qualcosa di nuovo in arrivo.
Simbolo di riflessione, di concentrazione ed intuizione, di visione allargata, di progettualità mediata dall'intuito, di attenzione alle proprie sensazioni e ai propri sogni.
Nell'AniMo Antico



Il processo iniziatico individuale

Ogni processo iniziatico presenta nelle sue diverse fasi una corrispondenza, sia con la vita umana individuale,  sia anche con l'insieme della vita terrestre, che si può considerare come la stessa evoluzione vitale, particolare o generale, come lo sviluppo di un piano analogo a quello che l'iniziato deve realizzare per realizzare sé stesso nella completa espansione di tutte le potenze del suo essere.
Piani corrispondenti ad una stessa concezione sintetica, essi sono principialmente identici, benché tutti differenti ed indefinitamente variati nella loro realizzazione, essi derivano da un unico Archetipo ideale, piano universale tracciato da una Forza o Volontà cosmica che potremmo chiamare il Grande Architetto dell'Universo.
Ogni essere, individuale o collettivo tende, consciamente o no, a realizzare in se stesso il piano del Grande Architetto e a partecipare così, secondo la funzione che gli appartiene nell'insieme cosmico, alla realizzazione totale di questo stesso piano: l'universalizzazione della sua propria realizzazione personale.
Allorché egli ha preso coscienza di sé stesso essa lo deve condurre secondo la sua via personale a quella realizzazione integrale che si compie, non nello sviluppo isolato di certe facoltà speciali e più o meno straordinarie, ma nello sviluppo completo, armonico e gerarchico di tutte le possibilità virtualmente implicate nell'essenza di quest'essere.
Non c'è da stabilire nessuna comparazione di inferiorità o di superiorità fra differenti funzioni, che corrispondono ad altrettanti ordini particolari ugualmente differenti, perché tutti siamo ugualmente compresi nell'Ordine universale.
L'insegnamento iniziatico deve comprendere in varietà indefinita d'un medesimo principio trascendente ed astratto, tutte le vie di realizzazione particolari non solo di ciascuna categoria di esseri ma di ciascun essere.
E comprendendole così tutte esso le totalizza e le sintetizza nell'unità assoluta de la Via universale.
Fa si che matematicamente non ci possono essere due cose identiche in tutto l'universo, perché,  se esse fossero veramente identiche in tutto e  per tutto, se fossero perfettamente coincidenti in tutta la loro estensione, evidentemente non potrebbero essere due cose distinte bensì una sola e medesima cosa.
È (per questo) impossibile che, per due individui, vi siano due iniziazioni assolutamente simili.
L'insegnamento iniziatico, esterioree trasmissibile mediante delle forme, non può essere  in realtà che la preparazione dell'individuo a ricevere il veroinsegnamento iniziatico tramite il risultato del suo lavoro personale.
Si può indicargli la via da seguire, il piano da realizzare e disporlo ad acquisire l'attitudine mentale ed intellettuale necessaria per comprendere dei concetti iniziatici ma nessun altro può  fare questo lavoro al posto suo, l'insegnamento serve da base e da supporto al suo lavoro personale a finché si apra a delle possibilità illimitate che  gli permettano di estendere indefinitamente le sue concezioni, invece che rinchiuderle nei limiti più o meno stretti di una teoria sistematica o di una formula dogmatica.
Tratto da "La tradizione e le tradizioni" di R. Guènon

mercoledì 3 febbraio 2016

I genitori cosmici


I genitori cosmici, mitici, vengono confusi con le madri e i padri personali.
Le forze dislocate dalla coppia mitica che regge il mondo, come Zeus ed Era, diventano "Il romanzo familiare", come Freud ha chiamato questa fantasia.
I legami con i genitori ci fanno e ci disfano.
Inoltre crediamo di appartenere soltanto a questa nostra storia personale con l'influenza personale che su di essa esercitano i nostri genitori, invece che agli invisibili miti che i genitori hanno spodestato.
Essere plasmati in maniera così  fatale dall'universo dei genitori significa aver perduto i genitori universali e anche l'universo come nostro genitore.
Perché anche l'universo ci plasma, ci nutre, ci insegna.
Tutte le cose intorno a noi ci fanno da genitori, se essere genitori significa sorvegliare, istruire, incoraggiare, ammonire.
Più restiamo aggrappati all'importanza esclusiva dei genitori e più li investiamo di un potere cosmico, meno riusciamo a vedere le cure paterne e materne offerte quotidianamente dal mondo nelle piccole cose che ci mette davanti.
Il mondo non è fatto tanto di nomi, quanto di verbi.
Non consiste solamente di oggetti e di cose; è pieno di occasioni utili, ludiche, avventurose.
L'oriolo non vede un ramo, vede un'occasione per appollaiarsi; il gatto non vede l'oggetto da noi definito una scatola vuota, bensì un buon nascondiglio per vedere non visto.... il mondo è  tutto un ronzare,  uno sbocciare di informazioni, accessibili a tutti, mai negate.
I bambini in particolare, riconoscono questa disponibilità della natura a nutrire e istruire.
L'immaginazione infantile dipende completamente da questo intimo contatto con l'ambiente.
L'immaginazione non cresce da sola dentro le pareti domestiche e neppure si nutre soltanto delle fiabe raccontate dalla mamma e dal papà.
I bambini sono "per natura" a casa propria nel mondo; il mondo li invita a discendere, cioè a crescere e a partecipare.
Quanto più sono convinto che la mia natura mi venga da mio padre e mia madre, tanto meno sarò aperto alle influenze dominanti che ho intorno; tanto meno sentirò come intimamente importante per la mia storia il mondo che mi circonda.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman

lunedì 1 febbraio 2016

L'intuizione


La modalità tradizionale per percepire l'invisibile è l'intuizione. 
L'intuizione comprende anche la sensibilità mitica perché quando un mito ci colpisce esso sembra la verità e di colpo ci fa vedere le cose da dentro.
In psicologia, intuizione significa "conoscenza diretta e non mediata", "percezione immediata o innata di un insieme complesso di dati".
L'intuizione prescinde dal pensiero ma non è uno stato emotivo; è una percezione chiara, fulminea e completa, "il suo tratto distintivo essendo l'immediatezza del processo".
Le intuizioni "arrivano senza che vi siano passaggi logici coscienti o processi di pensiero riflessivo".
Le intuizioni arrivano non le facciamo noi.
Ci arrivano come idea improvvisa, giudizio certo, significato colto al volo.
Arrivano insieme a un evento, come se fossero portare da se da quell'evento o insite in esso.
È l'istantanea comprensione che ci afferra portando quella reazione intuitiva che ci lascia esterrefatti per la sua subitaneita, fa trattenere il respiro o lo fa emettere per la forza contenuta nella frase, nei versi...
Il pensiero mitico attribuisce questa energia, che provoca l'intuizione alla potenza insita nella cosa stessa.
La potenza nella cosa stessa stabilisce in modo definitivo la realtà, la fisicità quasi, dell'invisibile.
L'intuizione è  chiara, fulminea, completa.
Come una rivelazione, essa arriva tutta in una volta, istantaneamente.
Anzi, prescinde dal tempo, esattamente come i miti,  che sono senza tempo e si sbriciolano quando li sottoponiamo a domande temporali.
All'intuizione ci si richiama anche per spiegare la creatività e la genialità; l'inesplicabile, cioè, viene spiegato per mezzo di un processo a sua volta inesplicabile.
Per afferrare un mito o esserne afferrati, occorre l'intuizione.
La pertinenza e l'importanza di un mito per la nostra vita ci colpisce come una rivelazione o una proposizione assiomatica,  che non può essere dimostrata con la logica o indotta da prove fattuali.
Tratto da "Il codice dell'anima" di James Hillman 
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