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venerdì 29 maggio 2015

L'Uomo Vero

La grandezza di Jung si denota nell'attualità delle sue parole, nel suo continuo ribadire il concetto di crescita spirituale interiore vissuta in privato e non messa sul palcoscenico del gregge, dal gregge e per il gregge!
Trovo che la frase: "Pecore e pastori sono sovente egualmente inetti" sia una profonda verità non sempre propriamente riconosciuta soprattutto dai pastori che spesso credono di fare bene... 
credono che il loro destino sia salvare le pecorelle smarrite, le quali non si rendono neanche conto del loro stato reale di cognizione di realtà, in questo recinto creato ad hoc dal Sistema per evitare l'evoluzione dell'uomo...
... ma che comunque sarà prima o poi inesorabile, ci vorrà di più, e questo è solo un freno, ma la forza risanatrice interiore che è in ognuno di noi riuscirà a venir fuori attraverso l'Uomo Vero che è dentro ognuno di noi:
Dentro non  fuori... perchè è là che bisogna rivolegere lo sguardo... è solo ciò che ognuno deve comprendere profondamente per attuare la propria ricerca verso l'elevazione animica..
Nell'AniMo Antico

L'"uomo interiore spirituale" degli gnostici (il vero uomo) corrisponde al chên-yên (uomo vero) dell'alchimia di Wei Po-yang (circa 142 d.C.).
Il chên-yên è il risultato dell'Opus.
È da un lato l'adepto che viene trasformato dall'Opera e, dall'altro, l'Homunculus o filius dell'alchimia occidentale, che deriva dunque dall'"uomo vero".
Di lui si dice nel trattato di Wei Po-yang:
L'orecchio, l'occhio e la bocca costituiscono le tre cose preziose.
Essi devono essere chiusi per interrompere ogni comunicazione.
L'Uomo Vero (...) che vive in un profondo abisso fluttua attorno al centro del vaso rotondo (...)
La mente è relegata nel regno della Non-esistenza, così da acquisire uno stato durevole di assenza di pensiero.
Se la mente è integra non si smarrirà.
Nel sonno riposerà nelle braccia di Dio, ma durante le ore della veglia si angustia sulla continuazione o sulla fine della sua esistenza.
Questo Uomo Vero è il vir unus di Dorneu, e allo stesso tempo è il lapis philosophorum.
L'"uomo vero" esprime l'Anthropos nell'individuo. Paragonato alla rivelazione del Figlio dell'Uomo in Cristo, esso sembra rappresentare un passo indietro, giacché l'unicità storica dell'incarnazione nell'uomo costituì allora il grande progresso che radunò intorno ad un unico pastore le pecorelle smarrite.
Si teme perciò che l'"Uomo" dell'individuo significhi una dispersione del gregge.
Questo rappresenterebbe in realtà un passo indietro, che però non può essere imputato al "vero uomo", bensì è causato piuttosto da tutte le qualità negative dell'uomo, che hanno continuamente contrastato e minacciato l'opera della civiltà.
Pecore e pastori sono sovente egualmente inetti.
Il "vero uomo" non ha nulla a che fare con tutto questo; soprattutto non distruggerà alcuna preziosa forma di civiltà, giacché egli stesso rappresenta la più elevata forma di civiltà.
Né in Oriente né in Occidente egli si presta a giocare a pecore e pastore, poiché ha già tanto da fare per essere il pastore di sé stesso.
Tratto da "Mysterium Coniunctionis" di C.G.Jung
Vedi anche:

mercoledì 27 maggio 2015

Il dogma e gli archetipi


"Il dualismo nelle sue varie forme, è caratteristico di tutti coloro il cui orizzonte si arresta a certi limiti, fossero pure quelli dell'intero mondo manifestato, e che di conseguenza, non potendo risolvere quella dualità, che constatano in tutte le cose all'interno di questi limiti, col riportarla ad un principio superiore, la ritengono veramente irriducibile e sono perciò condotti alla negazione dell'Unità suprema che per essi è come se non esistesse"
R.Guenon

Il destino ultimo di ogni dogma è quello di essere a poco a poco svuotato della sua anima.
La vita creerà nuove forme e perciò, quando nel dogma scompare l'anima, necessariamente prende vita l'archetipo, che da sempre ha consentito all'uomo di dare espressione al mistero dell'anima.
Si badi che non si sta affermando che sia l'archetipo a produrre la figura divina.
L'archetipo psichico rappresenta la possibilità di cogliere e dare forma a ciò che ne è privo.
La forza a ciò necessaria ed estremamente importante, che mette in moto le possibilità archetipiche in un dato momento storico, non può essere spiegata a partire dall'archetipo stesso.
Si può solamente stabilire in base all'esperienza quale archetipo è diventato operativo, ma non si sarebbe mai potuto predire che esso doveva necessariamente fare la sua comparsa.
Chi, per esempio, avrebbe potuto logicamente prevedere che il profeta giudeo Gesù avrebbe fornito la risposta decisiva alla situazione spirituale del sincretismo ellenistico, oppure che l'immagine ancora sonnecchiante dell'Anthropos sarebbe stata da lui destata con un'efficacia tale da imporsi poi in tutto il mondo?
La limitatezza del sapere umano, che deve lasciare inesplicate così tante cose incomprensibili e meravigliose, non è in alcun modo svincolata dal compito di accostarsi alla comprensione di quelle rivelazioni dello spirito difficili da intendere, che si sono incarnate nel dogma; altrimenti si vedrà crescere minacciosamente il pericolo che alla luce del giorno il tesoro della conoscenza suprema, il quale è proprio nascosto nel dogma, svanisca come pallido fantasma e divenga solo la facile preda di tutti gli illuministi superficiali e dei piatti razionalisti.
Un grande passo avanti sarebbe compiuto se per lo meno una volta si accettasse di vedere a che punto la verità del dogma è profondamente ancorata nell'anima, la quale non è fatta dalla mano dell'uomo.
Tratto da "Mysterium Coniunctionis" di C.G.Jung



lunedì 25 maggio 2015

Numeri celesti e numeri terrestri


Secondo lo Yi-king i numeri dispari corrispondono allo yang, cioè sono maschili o attivi, e i numeri pari corrispondono allo yin, cioè sono femminili o passivi.
Tale corrispondenza è conforme a quanto insegnano tutte le dottrine tradizionali; in Occidente, essa è nota soprattutto attraverso il Pitagorismo, si tratta di una verità che dev'essere parimenti riconosciuta dovunque esista la scienza tradizionale dei numeri.
I numeri dispari essendo yang possono essere considerati celesti e i numeri pari essendo yin posso essere detti terrestri; ma al di là di questa considerazione assolutamente generale, vi sono certi numeri che vengono attribuiti in modo più specifico al Cielo e alla Terra: sono soprattutto i primi numeri rispettivamente dispari e pari ad essere  considerati caratteristici del Cielo e della Terra, ovvero l'espressione della loro intima natura, in quanto tutti gli altri numeri ne sono in qualche modo  derivati e relativamente ad essi occupano nelle loro rispettive serie un posto secondario.
Sono quelli a rappresentare lo yin e lo yang al grado più alto o ad esprimere nel modo più puro la natura celeste e la natura terrestre.
L'unità essendo propriamente il principio non viene calcolata come numero; in realtà ciò che essa rappresenta è anteriore alla distinzione tra il Cielo e la Terra.
Perciò se il primo numero pari è il 2, come primo numero dispari sarà considerato il 3, e non l'uno; di conseguenza il 2 è il numero della Terra e il 3 è il numero del Cielo.
Anche altri numeri sono attribuiti al Cielo e alla Terra ma c'è una specie di inversione, infatti alla Terra viene attribuito il 5, numero dispari, e al Cielo il 6, numero pari.
Come può verificarsi questa cosa? Avviene tramite uno scambio «ierogamico» fra gli attributi dei due principi complementari:
Si può parlare propriamente di ierogamia solo quando i due complementari sono espressamente considerati come maschile e femminile l'uno rispetto all'altro, come avviene in questo caso, e in tutti i complementarismi, di qualunque tipo, hanno allo stesso modo il loro principio nella prima di tutte le dualità, come quella dell'Essenza e della Sostanza, o, secondo il linguaggio simbolico della tradizione estremo-orientale, del Cielo e della Terra e può verificarsi quando due termini complementari sono considerati nel loro reciproco rapporto e non presi in sé stessi e ciascuno indipendente dall'altro.
Ne risulta che, mentre il 2 e il 3 sono la Terra e il Cielo in sé stessi e nella loro specifica natura, il 5 e il 6 sono la Terra e il Cielo nella loro reciproca azione e reazione, dunque dal punto di vista della manifestazione che è il prodotto di tale azione e di tale reazione.
Tratto da "La Grande Triade" di R.Guenon
Il 5, il 6, il 10, il 12 e l'11

venerdì 22 maggio 2015

Ouroboros e la figura di Cristo


Nell'osservazione di san Giovanni Crisostomo, Cristo fu il primo a bere il proprio stesso sangue (quando istituì l'Ultima Cena).
E Tertulliano afferma che il Signore si era rivestito di due lettere dell'alfabeto greco, l'A e l'Ω, ossia la prima e l'ultima, come segni dell'inizio e della fine, mostrando in tal modo che il lui si trova il decorso dal principio alla fine e il ritorno dalla fine al principio.
È sempre la stessa idea che si esprime con la massima efficacia nell'immagine dell'Ouroboros anche in campo ecclesiastico, corrisponde precisamente sotto ogni riguardo a ciò che gli alchimisti si sforzavano di esprimere con tale figura.
Questo è un simbolo pagano assai antico e non vi è motivo di supporre che l'idea della creatura che si autoproduce e che si uccide da sé medesima sia derivata dal mondo delle rappresentazioni cristiane.
È subito evidente l'analogia con Cristo che, come unico Dio, genera se stesso e volontariamente si offre in sacrificio e che, nel rito dell'Eucarestia, attraverso le parole della consacrazione, compie la propria immolazione.
L'idea dell'Ouroboros è ben più antica, e probabilmente risale anzitutto alla teologia egizia, ossia alla dottrina dell'homoousia del Dio-padre col figlio divino, il faraone.
Nella Cantilena di Ripley il mitologema dell'Ouroboros è tradotto in maniera inattesa e inusuale al femminile in cui è la madre che inghiotte se stessa, "divora la propria coda" oppure "ingravida se stessa".
La regina si trova in stato di gravidanza psichica: l'Anima è attivata, e invia i suoi contenuti alla coscienza.
Se i prodotti dell'Anima (sogni, fantasie, visioni, sinimi, casi fortuiti ecc..) vengono assimilati, digeriti e integrati, ciò produce benefici effetti sulla crescita e sullo sviluppo ("nutrimento") della psiche.
L'Anima diviene creativa allorché il vecchio re si rinnova in lei.
Dal punto di vista psicologico il re corrisponde alla coscienza, ma oltre a questo il re rappresenta anche una dominante della coscienza, ossia un principio generalmente riconosciuto, una convinzione collettiva o un punto di vista tradizionale.
Notoriamente tali sistemi e idee dominanti invecchiano e necessitano quindi di una "metamorfosi degli dei".
Vedi anche: Zolfo Drago Cristo

Tratto da "Mysterium Coniunctionis" di C.G.Jung



mercoledì 20 maggio 2015

Il significato del Sale nell'alchimia


Il sale è come la cenere, un sinonimo dell'albedo: è la pietra bianca, il sole bianco, la luna piena, la fertile terra bianca, purificata e calcinata ecc..
Uno dei principali significati del sale è quello di anima, come sostanza bianca e in quanto "donna bianca", il sale cristallino, il sal magnesiae nostrae (per gli alchimisti la magnesia ha di norma il significato di sostanza arcana), è una "scintilla dell'anima del mondo".
Per Glauber il sale è femminile e corrisponde ad Eva (per Eva si intende l'elemento femminile racchiuso nell'uomo).
La Gloria mundi dice: "Il sale della terra è l'anima":
Da un lato, l'anima è quell'"aqua permanens che dissolve e coagula", la sostanza arcana che trasforma e al tempo stesso è trasformata, la natura che vince la natura.
Dall'altro lato essa è l'anima umana, imprigionata nel corpo come l'anima mundi lo è nella materia: essa è soggetta alle stesse trasformazioni del Lapis; morte, purificazione e infine liberazione.
È la "tintura" che "coagula tutte le sostanze e addirittura fissa sé stessa".
L'anima non è cosa terrena bensì trascendentale.
Come l'anima del mondo, così il sale pervade ogni cosa. Esso è praticamente dappertutto e adempie alle condizioni che si esige dalla sostanza arcana: che si trovi ovunque.
In una maniera pressoché perfetta esso rappresenta il principio femminile dell'Eros, che pone tutte le cose in relazione reciproca.
In quanto Anima e scintilla dell'anima mundi, il sale è per così dire la figlia dello spirito vegetativo della creazione.
Glauber stabilisce l'equazione Sal:Sol=A:Ω (Alfa-Omega), cosicché il sale diventa analogo della divinità.
Cristo è il sale è il Verbo che è generato dall'eternità per la nostra conservazione.
Cristo è il "sale soave e fisso della silente dolce eternità".
Quand'è salato da Cristo, il corpo è tinto (battezzato), è perciò incorruttibile.
Il parallelo tra Cristo e il sale è proprio della riflessione alchemica che fu resa possibile dall'equivalenza sal = sapientia.
Il sale "contiene allo stesso tempo l'elemento dell'acqua e quello del fuoco" e il paradosso è la base fondamentale per distinguere la divinità).
Nel sale si trovano stranamente alleati tra loro due elementi che si giurano inesorabile inimicizia: il sale infatti è tutto fuoco e tutt'acqua.
"Il principio spirituale è esteriorizzato per essere formato, generato ed esaltato mediante il connubio con il principio psichico. Gli gnostici di Ireneo dicono che sono il sale e la luce del mondo", l'unione del principio spirituale maschile con quello psichico femminile.
Gli alchimisti tentarono di dire a proposito del sale: esso è lo spirito, la trasmutazione del corpo in luce (albedo), la scintilla dell'anima mundi, imprigionata nell'oscuro abisso del mare e proprio lì generata come una luce dall'alto e come "progenie del femminile".
Chi abbia familiarità allo stesso tempo con lo spirito dell'alchimia e con le concezioni gnostiche non mancherà di rimanere ogni volta profondamente colpito dall'intima affinità esistente tra questi due ambiti.
Il sale, la sostanza arcana, la colomba bianca (lo spiritus sapientiae), la saggezza e la femminilità compaiono in un'unica figura. Khunrath riassume: "La nostra acqua non può essere prodotta senza il sale della sapienza, poiché essa stessa è il sale della sapienza, dicono i filosofi; è un fuoco, anzi un fuoco di sale, il vero menstruum vegetativum universale".
Tratto da "Mysterium Coniunctionis" di C.G.Jung

lunedì 18 maggio 2015

Il serpente e il verme

Il serpente è stato uno dei principali oggetti di interesse degli alchimisti.
Secondo una rappresentazione mitica primitiva l'eroe, allorché si spegne la sua luce vitale, continua a vivere in figura di serpente e come tale è anche venerato.
D'altra parte le anime dei morti vengono spesso raffigurate sottoforma di serpenti nella medesima rappresentazione primitiva.
Nell'Amente, nel mondo egizio degli inferi, dimora il Grande Serpente dalle sette teste e nell'inferno cristiano è presente il verme per eccellenza ossia il diavolo, che è il "serpente antico".
In realtà l'inferno è abitato da una coppia di fratelli, ossia la morte e il diavolo: la prima caratterizzata dal verme, e il secondo dal serpente.
Il serpente-mostro per eccellenza è il Serpente Apep, tra i Babilonesi ad esso corrisponde Tiamat, nel Libro dell'apostolo Bartolomeo sulla risurrezione di Cristo si dice:
"Ora Abbatôn, che a la Morte, e Gaios e Trifone e Ofiate e Phthinôn e Sotomis e Komphion, i sei figli della Morte, strisciano nella tomba del figlio di Dio, sui loro volti, in forma di serpenti, strisciano dentro con il loro grande ladro in verità".
Il serpente gnostico dalle sette teste è solo una forma del serpente Nâu, e la credenza in questo mostro risale perlomeno alla sesta dinastia.
I "sette Urei del Libro dei Morti" (cap 83) sono probabilmente identici ai "vermi di Rastau", che vivono sui corpi degli uomini alimentandosi del loro sangue (Papiro di Nektu-Amen).
Quando Ra tradusse il serpente Apep con la sua lancia, quest'ultimo vomitò tutto ciò che aveva divorato in precedenza (Budge, 1911, vol. 1, p. 65).
Questo è un motivo che si ripete più volte nei miti primitivi del drago-balena.
Per lo più succede che dal ventre del mostro insieme con l'eroe che ers stato inghiottito, escano anche il padre e la madre.
Il verme o il serpente rappresentano la morte che tutto inghiotte (di sono delle versioni in cui dopo l'incenerimento della fenice compare il verme): e colui che uccide il drago è perciò sempre anche l'eroe che vince la morte.
Anche nella mitologia germanica l'inferno è in relazione con l'immagine del verme.
In inglese antico "inferno" si dice wyrmsele (sala dei vermi), e nel tedesco medievale wurmgarten (giardino dei vermi).
Allo stesso modo degli eroi e degli spiriti dei morti, anche gli dèi - e in particolare le divinità ctonie - vengono associati al serpente, come succede per esempio a Ermete e ad Asclepio con il caduceo.
Pare che anche il dio greco della medicina, uscendo dall'uovo, abbia preso forma di serpente.
Il verme rappresenta per così dire la forma di vita arcaica, primitiva, da cui si sviluppa poi la figura definitiva o perlomeno una figura opposta, ossia un uccello in opposizione all'animale ctonio.
Questa coppia di opposti - serpente e uccello - è classica.
Aquila e serpente, i due animali di Zarathustra, simboleggiano il cerchio del tempo, vale a dire dell'eterno ritorno: "Giacché le tue bestie, Zarathustra, sanno bene chi tu sei e chi devi diventare: ecco, tu sei il maestro dell'eterno ritorno, questo è ormai il tuo destino" Nietzsche.
Nella dottrina di Saturnino gli angeli in un primo tempo avrebbero creato un uomo il quale era soltanto in grado di strisciare come un verme (Ireneo, Adversus haereses, 1. 24,1).
Come osserva Ippolito (Elenchos, VII. 28,3), a causa della debolezza degli angeli che lo crearono, l'uomo "si dimenava come un verme".
Il cristianesimo ha assunto molti tratti della religiosità egizia; perciò è comprensibile che anche l'allegoria del serpente sia penetrata nel mondo delle rappresentazioni cristiane e sia stata prontamente raccolta dagli alchimisti.
Nell'interpretazione gnostica di Paracelso del Salmo 24. 7-10 alla domanda: "Chi è il re della gloria?" riceve da Ippolito come risposta: "Un verme e non un uomo, un'infamia e la feccia del popolo. È il re della gloria, possente in battaglia."
Questo passo - dice Ippolito - si riferisce ad Adamo e alla sua "rinascita, grazie alla quale egli diventa spirituale e non carnale".
Altra citazione biblica viene dal Salmo 22. 7 il che inizia: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". La trasformazione del "re della gloria" nel suo opposto più estremo, ossia nella più limitata delle sue creature, viene avvertita come abbandono da parte di Dio.
Il verme si riferisce dunque al secondo Adamo, ossia a Cristo.
Anche Epifanio menziona il verme come allegoria di Cristo.
Vedi anche:
L'Uovo del Mondo
"Mysterium Coniunctionis" di C.G.Jung

venerdì 15 maggio 2015

La natura oscura di Adamo

Nella letteratura non alchemica, si attribuisce ad Adamo una figura luminosa, il cui splendore eclissa perfino quello del sole. Il peccato originale gli avrebbe poi tolto quello splendore.
Con questo si allude alla duplice natura: da un lato egli è una creatura radiosa e perfetta; dall'altro, invece, è di natura oscura e terrena.
L'interpretazione haggadica fa derivare il suo nome da adamà=terra ( terra rossa)
La concezione islamica afferma che l'anima di Adamo era stata creata migliaia di anni prima del suo corpo e si era rifiutata di entrare nella figura modellata col fango, ragion per cui Dio l'avrebbe poi costretta ad entrarvi per forza.
Secondo la tradizione rabbinica, Adamo doveva essere perfino dotato di coda. All'inizio la sua condizione era assai sgradevole. Mentre giaceva a terra ancora inanimato, egli era di colore verdognolo e gli frullavano intorno migliaia di spiriti impuri che volevano entrare in lui.
Ma Dio li scacciò tutti, ad eccezione di uno, ossia di Lilith, la "signora degli spiriti", la quale riuscì a fissarsi nel corpo di Adamo, tanto da rimanerne gravida.
Ella fuggì solo quando fece la sua comparsa Eva.
La demoniaca Lilith pare essere in un certo senso un aspetto di Adamo, dal momento che il racconto mitologico dice che fu creata insieme a lui, essendo tratta dalla medesima terra.
Il fatto che dal suo seme nascessero numerosi demoni e spettri getta una luce sinistra sulla natura di Adamo.
"....O Adam Kadmon come sei bello! E adorno del rickmah del re del mondo! Fino a questo momento io sono nera (...) oh quanto allungo! Vieni dunque, mio Mesech, e liberami dalla mia veste, affinché appaia la mia bellezza interiore.
Oh, il serpente ha sedotto Eva! È ciò che io devo indicare con il colore nero che mi aderisce addosso e che è diventato mio per la maledizione di questa persuasione, ed è per questo che sono indegna rispetto a tutti i miei fratelli.
O Sulamith, afflitta dentro e fuori, i custodi della grande città ti troveranno e ti feriranno, ti strapperanno le vesti e ti toglieranno il velo (...) E tuttavia io tornerò ad essere beata quando verrò di nuovo liberata dal veleno portato dalla maledizione, e quando appariranno il mio seme interiore e la mia prima nascita (...) Io non conosco altro sposo che mi debba amare, poiché sono così nera...."
Elaezar, Uraltes chymisches Werk
È evidente che colei che parla in questo passo è la personificazione femminile della prima materia allo stato della nigredo.
In senso psicologico questa figura oscura significa l'Anima allo stato inconscio. In questa forma essa corrisponde alla nefesh dei qabbalisti.
Essa è "desiderio", come dice Knorr:
"La madre altro non è che l'inclinazione del padre alle cose inferiori".
Nello gnosticismo l'Uomo primigenio Adamas viene posto in parallelo (...) con il seduttore pederasta di Dionisio.
Nella Pistis Sophia incontriamo un Sabaòt Adamas, il signore degli Eoni, il quale combatte contro la luce della Pistis Sophia e si trova già pienamente sul versante del male.
Secondo la dottrina dei Bogomili, Adamo venne creato col fango da Satanele, primo figlio di Dio e angelo caduto. Satanaele però non riuscì a dargli la vita e fu quindi Dio a farlo per lui.
Anche nella tradizione rabbinica si allude a un'intima relazione di Adamo con Satana, secondo la quale Adamo sederà un giorno sul trono di Satana.
Tratto da "Mysterium Coniunctionis" di C.G.Jung

mercoledì 13 maggio 2015

Il conflitto interiore divenuto esteriore

La mia marcia "pacifica", ma non troppo, per smascherare la falsità New Age continua e continuerà fino a quando riuscirò a trovare ciò che indebitamente, arbitrariamente e in maniera del tutto fuorviante hanno estrapolato da fonti valide e mescolato nel loro pappone di "luce e bontà"...
Il loro messaggio di pace che invita tutti noi a sorridere al mondo, a ignorare ciò che di brutto accade si traduce a mio avviso in uno stato di negazionismo che non risolve alcunché.
Questo passo chiarisce il fatto, che sì, il conflitto è all'interno di noi ma che grazie al nostro conflitto non risolto abbiamo creato um "cancro" a livello mondiale.
Forse dovremmo chiederci se un giorno ci sarà soluzione, dal momento che la maggioranza degli esseri umani non comprenderanno mai determinati concetti dentro-fuori, forse, anzi sicuramente, non dovremmo ignorare le bruttezze del mondo per far entrare la "luce" ma, analizzarle e imparare a compredere noi stessi e i nostri conflitti interiori...
Qualcuno già ci riesce ma credo che sia la grande utopia mondiale che ogni essere umano accetti la propria anima.
Credo anche che solo in questo caso è colpa anche delle manipolazioni socio-psicologiche che il Sistema ha imparato molto bene a fare mediante il subliminale per far sì che sempre meno individui riescano a guardare dentro loro stessi anziché fuori....
Nell'AniMo Antico
Come nell'individuo la decadenza della dominante della coscienza è seguita da un'irruzione del caos lo stesso capita anche per le masse (guerre dei contadini, anabattisti, rivoluzione francese ecc...) e, mentre nel primo caso divampa la lotta tra tutti gli elementi, nel secondo si scatena il piacere di uccidere e l'ebbrezza del sangue.
Gli esseri umani incapaci di discernimento sono assai numerosi, in apparenza nessuno si accorge che quella verità espressa nel dogma si dissolve in una brumosa lontananza, e nessuno pare sentirne la mancanza.
L'uomo capace di discernimento sa e avverte che la propria anima è afflitta e inquieta per la perdita di una cosa che era l'essenza vitale dei suoi antenati.
L'uomo privo di discernimento non risente di alcuna mancanza e scopre soltanto attraverso i giornali (e dunque troppo tardi) sintomi allarmanti, che sono ormai divenuti "reali" nel mondo esteriore, perché in precedenza nessuno li aveva percepiti in sé stesso...
Se i sintomi sono ormai esternati sotto forma di insania socio-politica, allora non è più possibile convincere nessuno che il conflitto è presente nell'animo di ciascuno, perché ormai ognuno sa bene dove di trovi il nemico.
Quindi si verifica proprio quel conflitto, che nell'anima di chi è capace di discernimento rimane un fenomeno interno alla psiche, ma che sul piano della proiezione si trasforma in divisione politica e in violenza assassina.
Occorre che da tutti i pulpiti le autorità spieghino che ogni salvezza può unicamente provenire dall'esterno e che il senso dell'esistenza si trovi solo nella "comunità" e che l'anima dell'essere umano è priva di significato.
In tal modo si conduce l'essere umano dove la sua natura lo conduce fin troppo facilmente: nella terra dell'infanzia, dove si pongono esclusivamente pretese agli altri, e dove, se uno sbaglia, è sempre colpa degli altri.
Se un uomo non sa più la sua anima da cosa sia sostenuta, si accresce il potenziale dell'inconscio, e quest'ultimo prende il comando.
L'uomo è sopraffatto dai suoi desideri e mete illusorie prendono il posto delle immagini eterne e ne stimolano la cupidigia (ecco a cosa servono i messaggi subliminali che la società studia ad oc).
La bestialità predatrice si impadronisce dell'individuo e egli dimentica di essere uomo.
Allora soltanto chi si renderà conto che il conflitto gli appartiene e non se ne può sbarazzare attaccando gli altri e che se il destino gli farà carico di una colpa sarà una colpa che egli commette verso se stesso.
Da questo egli riconosce il valore della propria anima, dal fatto che nessuno può essere colpevole di nulla nei confronti di un altro.
Il conflitto proiettato all'esterno, per essere sanato deve ritornare nella psiche del singolo, da dove inconsciamente era nato.
Tratto da "Mysterium Coniunctionis" di C.G.Jung
Vedi anche:

lunedì 11 maggio 2015

Cielo e Terra


"Il Cielo copre, la Terra sostiene": è la formula tradizionale che determina, con estrema concisione, i ruoli di questi due principi complementari e definisce simbolicamente le loro posizioni, rispettivamente superiore e inferiore, rispetto ai "diecimila esseri" (numero assunto a rappresentazione simbolica dell'infinito), cioè tutto l'insieme della manifestazione universale.
Sono così indicati, da un lato, il carattere "non agente" dell'attività del Cielo o di Purusha, e, dall'altro, la passività della Terra o di Prakriti, che propriamente è un "terreno" o un supporto di "manifestazione" .
Nell'Universale e visti dall'alto del loro principio comune, il Cielo e la Terra si assimilano rispettivamente alla "perfezione attiva" (Khien) e alla "perfezione passiva" (Khouen), nessuna delle quali peraltro è la Perfezione in senso assoluto perché già in questo vi è un distinzione che necessariamente implica una limitazione; visti dal lato della manifestazione, sono soltanto l'Essenza e la Sostanza che, in quanto tali, si situano a un grado minore di università appunto perché appaiono così solo rispetto alla manifestazione.
Il Cielo e la Terra sono sempre rispettivamente un principio attivo e uno passivo, o secondo uno tra i simbolismi più frequentemente usati, un principio maschile e un principio femminile, e tale appunto è il modello del complementarismo per eccellenza.
È noto che, in un complementarismo i cui termini siano considerati come attivo e passivo l'uno rispetto all'altro, il termine attivo è in genere simboleggiato da una linea verticale e il termine passivo da una linea orizzontale; anche il Cielo e la Terra sono talora rappresentati conformemente a questo simbolismo.
Le due linee potranno essere considerate come l'altezza e la base di un triangolo i cui lati obligui partono dal culmine del cielo e determinano la misura della superficie della Terra, ossia il terreno di base alla manifestazione.
La rappresentazione geometrica che si incontra con maggiore frequenza nella tradizione estremo-orientale è quella che associa alla Terra le forme quadrate e al Cielo le forme circolari:
La Terra viene rappresentata dalla forma più definita, il cubo e il Cielo da quella meno specificata, la sfera; e potremmo dire che la sfera ha un carattere eminentemente dinamico mentre il cubo eminentemente statico corrispondendo ancora una volta ai principi attivo e passivo.(Dalla sfera al cubo)
Secondo le apparenze sensibili, il Cielo e la Terra si congiungono proprio alla loro periferia e ai loro più remoti confini, vale a dire all'orizzonte; ma bisogna notare che la realtà simboleggiata da queste apparenze dev'essere presa in senso inverso perché secondo questa realtà, essi si uniscono invece per il centro, oppure se li consideriamo nello stato di relativa separazione necessaria affinché il Cosmo possa svilupparsi in mezzo a loro, essi comunicano attraverso l'asse che passa per il centro e che appunto li separa e li unisce nello stesso momento.
Tratto da "La Grande Triade" di R.Guènon

venerdì 8 maggio 2015

Due generi di ternari

Uno dei due generi di ternario è costituito da un pricipio primo dal quale derivano due termini opposti o meglio complementari; un ternario siffatto potrà essere rappresentato da un triagolo con il vertice in alto.
L'altro genere è quello in cui il ternario è costituito da due termini complementari e dal loro prodotto o dalla loro risultante: a tale genere corrisponde la triade estremo-orientale; in modo inverso al precedente, questo ternario viene rappresentato da un triangolo la cui base è posta in alto.

Nel primo caso il ternario è completato dal loro principio e nel secondo dalla loro risultante.
In una qualsiasi dottrina può esservi "dualismo" solo se due termini  opposti o complementari fossero posti come due termini ultimi e irriducibili, senza alcuna derivazione da un principio comune.
Una dottrina siffatta si potrebbe trovare solo in ternari del secondo genere, e quindi riferita solo all'ambito della manifestazione, ne deriva chiaramente che ogni "dualismo" è necessariamente al tempo stesso un "naturalismo".
Il fatto di riconoscere una dualità e di situarla al posto che realmente le compete, non costituisce in alcun modo un dualismo, dato che i due termini di questa dualità procedono da un unico principio, appartenente a un ordine superiore di realtà: la prima di tutte le dualità  è quella dell'Essenza e della Sostanza universale, generate da una polarizzazione dell'Essere o dell'Unità principiale e fra le quali si produce ogni manifestazione.

Al di sopra di ogni altro principio vi è ancora il Tao che nel suo significato più universale, è insieme Non Essere e Essere, ma che peraltro non è realmente diverso dal Non Essere in quanto contiene anche l'Essere il quale a sua volta è principio primo di ogni manifestazione e si polarizza in Essenza e Sostanza (o Cielo e Terra) per produrre effettivamente tale manifestazione.
I due ternari possono essere considerati come aventi la stessa base e, se li rappresentiamo uniti da questa base comune, vediamo che l'insieme dei due ternari costituisce un quaternario, la cui base rappresenta il piano di riflessione, e ciò non è altro che il piano intermedio su cui si situano i due complementari che vengono generati dal primo termine e producono l'ultimo.
L'Essenza e la Sostanza universale sono rispettivamente il polo superiore e il polo inferiore della manifestazione e possiamo dire che l'una si trovi propriamente al di sopra e l'altra al di sotto di ogni esistenza; quando esse vengono designate come Cielo e Terra, ciò si traduce in modo esattissimo anche nelle apparenze sensibili che servono loro da simboli.
La manifestazione dunque si situa interamente fra questi due poli; e lo stesso vale naturalmente anche per l'Uomo che ne costituisce simbolicamente il centro stesso.
L'Uomo posto com'è tra il Cielo e la Terra, dev'essere considerato prima di tutto come il prodotto o la risultante dei loro reciproci influssi, costituisce per così dire il "ponte" gettato tra loro.
Nell'ordine "Cielo, Terra, Uomo", l'Uomo vi appare come il Figlio del Cielo e della Terra; invece nell'ordine " Cielo, Uomo, Terra" egli vi appare come il Mediatore tra il Cielo e la Terra.
Tratto da "La Grande Triade" di R.Guènon

mercoledì 6 maggio 2015

Luna e Anima

La luna con la sua natura contraddittoria è, in un certo senso, un prototipo dell'individuazione, una prefigurazione del Sé in quanto "madre e sposa del sole", la quale porta nel vento e nell'aria l'embrione spagirico concepito dal sole nel suo grembo e utero.
Quest'immagine corrisponde allo psicologema, che ricorre di frequente, dell'Anima gravida, il cui figlio corrisponde al Sé ed è caratterizzato da attributi eroici.
Come l'Anima rappresenta l'inconscio collettivo, così Luna simboleggia i sei pianeti ovvero gli spiriti dei metalli o metalla spiritualia.

"Da Saturno, Mercurio, Giove, Marte e Venere non può scaturire nulla né alcun altro metallo che non sia Luna (ossia argento)... Luna infatti è composta dai sei metalli spirituali e dalle loro virtù, che sono due per ognuno di loro... Dal pianeta Mercurio, dall'Acquario e dai Gemelli, o dall'Acquario e dai Pesci, Luna riceve la liquidità (liquatio) e il suo bianco splendore... Da Giove, dal Sagittario e dal Toro il colore bianco e la sua grande resistenza al fuoco... Da Marte, dal Cancro e dall'Ariete la durezza e la risonanza.... Da Venere, dai Gemelli e dalla Bilancia il suo grado di solidità (coagulatio) e di malleabilità... Dal Sole, dal Leone e dalla Vergine la vera purezza e la grande resistenza contro la forza del fuoco... Da Saturno, dalla Vergine e dallo Scorpione o dal Capricorno il corpo omogeneo, la pura bellezza (pura mundities) e la resistenza alla violenza del fuoco." Dorneus
La Luna costituisce quindi la somma e la quintessenza delle nature dei metalli, che trovano tutti il loro posto nel suo biancore sfolgorante.
Essa rappresenta la pluralità dei metalli, mentre il sole, per parte sua è di natura eccezionale, in quanto "settimo dei sei metalli spirituali".
Esso è "in sé stesso null'altro che puro fuoco".
Questa funzione della luna compete anche all'anima, che personifica la pluralità degli archetipi, e anche alla Chiesa e alla Beata Vergine Maria che, entrambe di natura lunare, raccolgono sotto la loro protezione la molteplicità degli esseri umani e li rappresentano dinanzi al Sol iustitiae.
La luna è l'univesale receptaculum omnium (vaso universale di ogni cosa), la prima ianua in coelo (prima porta in cielo); e Wilhelm Mennens sostiene che essa riunisce in sé le virtù di tutti gli astri come in un grembo materno, per poi ripartirli tra le creature sublunari.
Luna è la luce di tutte le luci e il fiore e il frutto di tutte le luci, che illumina tutte le cose.
Tratto da "Mysterium Coniunctionis" di C.G.Jung

lunedì 4 maggio 2015

La contraddizione e l'univocità


"Sono immerso in un profondo fango, e non c'è per me sostegno alcuno" Bibbia di Zurigo, Salmo 69. 3
"Dal profondo (profondità della divinità) io grido a te, o Signore". Salmo 69, Ancoratus, 12.
Nell'alchimia, questa contraddizione nell'interpretazione del "profondo" è assai più stretta, spesso a tal punto che gli opposti sono i diversi aspetti della medesima cosa.
Naturalmente il profondo riveste entrambi i significati, le immagini eterne non hanno mai avuto un significato univoco.
È caratteristico dell'alchimia di non ignorare mai il carattere contraddittorio dei suoi contenuti; essa costituisce perciò un'evidente compensazione dell'universo dogmatico che, per giungere a un senso preciso, respinge gli opposti nell'incommensurabile.
La tendenza a separare il più possibile gli opposti, vale a dire lo sforzo di trovare un senso univoco è assolutamente necessaria per avere chiarezza di coscienza, dato che la discriminazione fa parte della natura di quest'ultima.
Se però la separazione è talmente ampia che si perde di vista l'opposto complementare, e non si scorge più il risvolto nero del bianco, il male che c'è nel bene, le bassezze presenti nelle cose sublimi eccetera, allora subentra l'unilateralità, che viene compensata dall'inconscio senza il nostro intervento.
Questo bilanciamento avviene contro la nostra volontà, che di conseguenza assumerà atteggiamenti ancora più fanatici giungendo all'enantriodromia catastrofica.
La saggezza invece non dimentica mai che ogni  cosa ha due risvolti.
Purtroppo la saggezza non ha mai il potere necessario, ma quest'ultimo è al centro degli interessi della massa e perciò si accompagna inevitabilmente all'illimitata stupidità dell'uomo-massa.
Mentre si accentua l'atteggiamento unilaterale, decade il potere del re (coscienza), che in origine consisteva proprio nella sua capacità di unire simbolicamente le polarità dell'essere.
Quanto più distintamente emerge un'idea, tanto più la coscienza acquista chiarezza, tanto più insistente e tirannico si fa il suo contenuto, a cui deve inchinarsi tutto ciò che lo contraddice.
La natura nell'uomo, ossia l'inconscio, cerca immediatamente di produrre una compensazione; questo riesce estremamente sgradito alla posizione estrema, perché quest'ultima si considera sempre come ideale e per di più si trova nella  condizione di provare la sua eccellenza con i migliori argomenti.
Essa è comunque imperfetta perché esprime solo una metà della vita: quest'ultima non vuole soltanto ciò che è limpido, ma anche ciò che è torbido; non solo la luce, ma anche l'oscurità; anzi vuole ad ogni giorno segua la notte e che anche la saggezza celebri il suo carnevale...
Vedi anche:
Il paradosso nell'alchimia Tratto da "Mysterium Coniunctionis" di C.G.Jung
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