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giovedì 11 dicembre 2014

Significato di Materia


L'associazione più sovente e antica è quella che ricollega materia a mater, e ciò in effetti è ben appropriato alla sostanza in quanto principio passivo, o simbolicamente "femminile": si può dire che Prakriti svolge una funzione "materna" in rapporto alla manifestazione, così come Purusha svolge una funzione "paterna"; e ciò si verifica ugualmente a tutti i livelli in cui si può esaminare analogicamente una correlazione tra essenza e sostanza.
Il vegetale è per così dire la "madre" del frutto che da esso nasce e che esso nutre della sua sostanza, ma che non si sviluppa e non matura se non per l'influenza vivificante del sole, il quale in certo qual modo viene ad esserne il "padre"; per conseguenza il frutto stesso è simbolicamente  assimilabile al sole per "coessenzialità", se così è lecito esprimersi.
È anche possibile ricollegare lo stesso termine materia al verbo latino meriti, "misurare" ma dire "misura" equivale ad introdurre una determinazione, e ciò non è più applicabile all'assoluta  indeterminazione della sostanza universale o della materia prima, ma deve piuttosto riferirsi a qualche altro significato più ristretto:
Per tutto ciò che può essere concepito e percepito il sanscrito ha soltanto l'espressione nâma-rupa, i cui due termini corrispondono all' "intellegibile" e al "sensibile".
I due termini "intellegibile" e "sensibile" adoperati correlativamente sono propri del linguaggio platonico; si sa che il "mondo intellegibile" è per Platone l'ambito delle "idee" o degli "archetipi", i quali sono effettivamente le essenze del vero significato della parola: e, in rapporto a questo mondo intellegibile, il mondo sensibile, ambito degli elementi corporei o di quanto procede dalle loro combinazioni, sta dal lato sostanziale della manifestazione.
Intesa alla lettera, la misura si riferisce principalmente all'ambito della quantità continua, cioè alle cose che hanno carattere spaziale cioè alla "materia corporea".
Il concetto platonico e neo-platonico di misura concorda con il concetto indiano: il "non misurato" è ciò che ancora non è stato definito o finito nel cosmo, cioè l'universo "ordinato"; il "non misurabile" è l'infinito, origine ad un tempo dell'indefinito e del finito.
Si vede qui che l'idea di misura è intimamente connessa con quella di "ordine"   (in sanscrito rita), riferendosi alla produzione dell'universo manifestato, poiché si tratta della produzione dell' "ordine" a partire dal "caos"; quest'ultimo è l'indefinito nel senso platonico, mentre il cosmo è il definito.
Il termine sanscrito rita è apparentato al latino ordo, e ancora con il termine rito; etimologicamente il rito è quanto viene compiuto conformemente all' "ordine", e che per conseguenza imita, o riproduce al suo livello, il processo stesso della manifestazione.
Per questo che in una civiltà strettamente tradizionale, qualsiasi atto riveste un carattere essenzialmente rituale.
Questa produzione è anche assimilata da tutte le tradizioni ad un' "illuminazione", mentre il "caos" è simbolicamente identificato con le "tenebre": si tratta della potenzialità a partire dalla quale si "attualizzerà" la manifestazione, cioè, in definitiva, il lato sostanziale del mondo descritto anche come polo tenebroso dell'esistenza, mentre l'essenza ne è il polo luminoso, poiché è la sua influenza ad illuminare effettivamente questo "caos" per ricaricarne il "cosmo".
In accordo con il termine sanscrito srishti, che designa la produzione della manifestazione , e che contiene ad un tempo le idee di "espressione", di "concezione" e di " irraggiamento luminoso".
Tratto da "Il Regno della  Quantità e i Segni dei Tempi" di R. Guenon

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