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venerdì 1 agosto 2014

Jung: Dall'era dei Pesci all'era dell'Acquario



«Allorché terminò il mese dei Gemelli, gli uomini dissero alla propria Ombra: "Tu sei me", perché prima avevano avuto il proprio spirito attorno a sé, quasi fosse una seconda persona. Così i due divennero uno, e da questo scontro scaturì qualcosa di grandioso, appunto la primavera della coscienza, che si chiama civiltà e che continuò fino all'epoca di Cristo (Riferimento alla concezione astrologica del mese platonico o eone: qui quello dei Pesci, basato sulla precessione degli equinozi. Ogni mese platonico corrisponde a un segno zodiacale e dura all'incirca 2300 anni. Intorno al 7 a. C.si verificò nella costellazione dei Pesci una congiunzione di Saturno e Giove, che denota l'unione degli opposti estremi: in questo modo la nascita di Cristo avrebbe avuto luogo nel segno dei Pesci, che è spesso rappresentato da due pesci che nuotano in direzioni opposte.
Il Pesce però indicò il momento in cui ciò che era unito si era separato - secondo l'eterna legge della corsa nell'opposto - in un mondo infero e un mondo superiore. Quando le energie della crescita incominciano ad affievolirsi, quel che era unito si divide nelle sue parti opposte. Cristo mandò all'inferno ciò che era infimo, perché esso si muove nella direzione opposta del bene. Così doveva essere. Ma ciò che è separato non può restarlo per sempre. Si unirà nuovamente, e presto avrà fine anche il mese dei Pesci (astrologicamente l'inizio del prossimo eone, quello dell'Acquario, dovrebbe cadere tra il 2000 e il 2200).
Noi presagiamo e comprendiamo che per crescere sono necessari entrambi, perciò teniamo accostati bene e male. Poiché sappiamo che troppo avanti nel bene vuol dire anche troppo avanti nel male, li manteniamo entrambi insieme.
L'eone dei Pesci è dominato principalmente dal motivo dei "fratelli nemici", si pone, in coincidenza con l'approssimarsi del successivo mese platonico dell'Acquario, il problema dell'unione degli opposti. Allora non è più accettabile la vanificazione del male in quanto mera privatio boni: la sua reale esistenza de ben essere riconosciuta»

Da una visione di Jung in cui Filemone rappresenta l'archetipo del saggio, e nella quale egli chiede all'anziano di iniziarlo ai segreti della magia ma quest'ultimo non dà risposte esplicative ma lascia che la mente dell'uomo trovi le risposte.
A questo punto Jung fa il paragone tra il Salvatore del Cristianesimo e il Saggio:

«Il tuo modo di fare Filmone è istruttivo. Tu mi lasci nell'oscurità salutare, dove non ho nulla da vedere o da cercare. Non sei una luce che brilla nelle tenebre. Non sei il salvatore che stabilisce una verità eterna e così facendo spegne la luce notturna dell'intelletto umano. Tu non vuoi dare nulla agli altri ma innaffi i fiori del tuo proprio giardino.
Cristo ha reso gli uomini avidi, perché da allora essi si aspettano doni dai loro salvatori, senza dare nulla in cambio.
Elargire doni è infantile come il potere. Chi dona si arroga il potere. Tu sei saggio non regali nulla. Tu vuoi che il tuo giardino fiorisca e che ogni cosa cresca per forza propria.
In te lodo l'assenza di pose da salvatore, tu non sei il pastore che corre dietro alle pecorelle smarrite, poiché credi alla dignità dell'uomo.
Tu versi l'acqua viva da cui sbocceranno i fiori del tuo giardino, un'acqua di stelle, una rugiada della notte.
Hai bisogno degli uomini per le piccole cose poiché è presente in te già tutto ciò che è grande e sommo.
Cristo a viziato gli uomini,poiché ha insegnato loro che potevano trovare la redenzione solo in uno, cioè in Lui il Figlio di Dio. E allora gli uomini chiedono sempre agli altri le cose più grandi.
O Filemone, tu sei uomo e dimostri che gli uomini non sono pecore, perché hai cura di ciò che in te è sommo, quindi nel tuo giardino, da una brocca inesauribile, fluisce acqua di fertilità.
La tua umanità pagana non piacque alle bestie cristiane, perché sentivano che tu eri colui di cui avevano bisogno. Essi cercano sempre uno che sia segnato, e non appena lo abbiano sorpreso in libertà da qualche parte, lo rinchiudono in una gabbia d'oro sottraendogli il vigore e la virilità, in modo che resti paralizzato e silente. Lo esaltano e inventano false favole su di lui. Lo so, essi la chiamano venerazione, e se non trovano quello vero, hanno per lo meno un papa che per professione mette in scena la divina commedia. Quello vero però rinnega sempre se stesso perché non conosce nulla di più elevato del fatto di essere uomo.»
Tratto da "Liber Novous" di C.G.Jung

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