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giovedì 28 novembre 2013

La Lingua degli Uccelli o Lingua Angelica

 
"Per coloro che sono schierati in ordine, 
E che cacciano respingendo, 
E che recitano l'invocazione..."
Corano XXXVII, 1-3
Si parla spesso, in varie tradizioni di un linguaggio misterioso chiamato 'lingua degli uccelli': designazione evidentemente simbolica valutando l'importanza  che è attribuita alla conoscenza di questo linguaggio come prerogativa di alta iniziazione.
Si legge nel Corano: "E Salomone fu l'erede di David; e disse: 'O uomini! Siamo stati istruiti al linguaggio degli uccelli (ullimna mantiqat-tayri) e colmati di ogni cosa..." (XXXVII, 15)
Altrove si vedono eroi vincitori del drago come Sigfrido, nella leggenda nordica, comprendere subito il linguaggio degli uccelli;
la vittoria sul drago ha per conseguenza immediata la conquista dell'immortalità, raffigurata da qualche oggetto al quale il drago impediva di arrivare.
Questa conquista implica lo stabilire della comunicazione dell'essere umano con il suo centro, e il contatto con gli stati superiori dell'essere.
Gli uccelli sono presi di frequente come simbolo degli angeli, vale a dire precisamente degli stati superiori.
Il secondo versetto "E che cacciano respingendo" esprime la lotta degli angeli contro i demoni, delle potenze celesti contro quelle infernali, cioè l'opposizione degli stati inferiori e quelli superiori.
Questa opposizione si traduce in ogni essere con le due tendenze ascendente e discendente chiamate  satwa e tamas dalla dottrina indù e la lotta tra i Deva e gli Asura , o nel mazdeismo  simboleggia l'antagonismo della luce verso le tenebre impersonificate da Ormuzd e Ahriman.
Troviamo sovente combattimenti di entità rappresentati da animali come l'uccello e il serpente in diverse dottrine di tutto il mondo.
Nel terzo versetto "E che recitano l'invocazione..." si vedono gli angeli recitare il dhikr, intendendo la recitazione del Corano ma non di quello espresso in linguaggio umano ma del suo prototipo eterno iscritto sulla tavola custodita (el-lawhul-mashfùz) che si estende dai cieli alla terra come la scala di Giacobbe, e quindi attraverso tutti i gradi dell'Esistenza universale.
Nella tradizione indù è detto che i Deva nella lotta contro gli Asura, recitano gli inni del Vèda per proteggersi questi inni prendono il nome di chhanda che significa 'ritmo'.
La stessa formula che si applica al dhikr nell'esoterismo islamico, che sono formule ritmate corrispondeti ai mantra indù; formule la cui ripetizione ha lo scopo di produrre un'armonizzazione dei diversi elementi dell'essere, e di determinare vibrazioni suscettibili con la loro ripercussione attraverso la serie degli stati e di aprire una comunicazione con gli stati superiori.
Possiamo definire la "lingua degli uccelli" come "lingua angelica", linguaggio ritmato e armonico che rispecchia il linguaggio usato dall'essere umano per entrare in connessione con gli stati superiori.
E' questa la ragione per cui i Libri sacri sono scritti in versi, in linguaggio cioè ritmato, e la poesia è ancora chiamata lingua degli Dei (Dei deriva da Deva= angeli, il sanscrito Deva e il latino Deus sono la stessa parola) cioè la lingua degli stati superiori.
In latino i versi venivano chiamati carmina, designazione che si riferiva alla loro celebrazione dei riti, dal momento che la parola carmen è identica al sanscrito Karma, che deve essere preso qui nel suo senso speciale di "azione rituale" (la parola poesia deriva dal verbo greco poiein che ha lo stesso significato della radice sanscrita Kri da cui deriva la parola Karma e che si trova nel verbo latino creare, inteso nella sua accezione primitiva; la poesia non era solo un'opera artistica in antichità); il poeta che era interprete della 'lingua sacra' attraverso la quale traspare il Verbo divino, veniva chiamato vates che significa 'dotato di un'ispirazione in qualche modo profetica'.
Più tardi il vates divenne non di più che un volgare indovino anche se la parola indovino è deviata dal suo vero senso poichè etimologicamente non è altro che divinus col significato di 'interprete degli Dei'.
Gli auspici (da aves spicere, "osservare gli uccelli"), presagi tratti al volo e dal canto degli uccelli, sono in special modo da accostare alla 'lingua degli uccelli', intesa allora nel senso più materiale, ma identificabile ancora col la 'lingua degli Dei' poiché si riteneva che quest'ultimi si manifestassero trami questi presagi, con gli uccelli che svolgevano la funzione di messaggeri.
Fonte "Simboli della scienza sacra" di Renè Guènon

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