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domenica 29 settembre 2013

Il pensiero di Jung sulla vivisezione

Leggendo il libro "Ricordi, sogni, riflessioni" di C.G.Jung ho trovato questa riflessione nei ricordi degli anni universitari in cui dice la sua sull'utilizzo degli animali per vivisezioni dimostrative o per lo studio dell'anatomia.... Mi domando che cosa penserebbe delle atrocità che vi sono ora a causa della crescente indifferenza dell'uomo verso gli animali che vengono sfruttati per ogni scopo...
Estrapolo le sue parole su questo argomento dal libro sopracitato:
"La fisiologia, questa materia mi ripugnava profondamente a causa della vivisezione che veniva praticata per soli scopi dimostrativi. Non potei mai liberarmi dalla sensazione che le creature a sangue caldo fossero affini a noi, e non fossero solo degli automi dotati di cervello; di conseguenza, sempre che mi fosse possibile, evitavo le lezioni dimostrative.
Mi rendevo conto che si dovessero fare esperimenti sugli animali, tuttavia la dimostrazione di tali esperimenti mi pareva orribile, barbara e soprattutto superflua.
La mia compassione per gli animali non derivava dagli elementi buddistici della filosofia di Schopenhauer, ma poggiava sulle più profonde basi di un atteggiamento primitivo dell'animo, sull'inconscia identità con gli animali: allora, naturalmente, ero del tutto ignaro di questo fatto psicologicamente importante."
Da questo evince anche il fatto che ci sono persone che hanno una naturale empatia verso la natura e gli animali che non considerano come loro inferiori o come esseri privi di sentimenti e sensazioni, persone che hanno in loro la compassione (amore incondizionato) per tutto il creato
Anche personalità come Leonardo Da Vinci e Albert Eistein avevano questo forte sentimento empatico verso gli animali e credo sia una condizione archetipica dell'essere umano evoluto.
"La pietà verso gli animali è talmente legata alla bontà del carattere da consentire di affermare fiduciosamente che l'uomo crudele con gli animali non può essere buono" Arthur Schopenhawer
«Nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla terra quanto l'evoluzione verso una dieta vegetariana» Albert Einstein
«Verrà il tempo in cui l'uomo non dovrà più uccidere per mangiare, ed anche l'uccisione di un solo animale sarà considerata un gran delitto» Leonardo Da Vinci


L'incontro con i Pueblo Taos e la loro spiritualitá


Questo post nasce dalla lettura dell'esperienza di Jung con gli indiani pueblos in Nuovo Messico in cui ebbe occasione di avere una conversazione con un capo dei Pueblos Taos di nome Ochwìa Biano (Lago di Montagna) ed è qui che si rese conto di come gli altri popoli vedono l'uomo bianco...
Credo sia davvero una gran fortuna avere l'occasione di capire vari punti di vista e conoscere ed incontrare varie culture.
 Jung ha fatto diversi viaggi tra cui uno dei più significativi fu quello in Oriente, dal cui libro ho estrapolato vari post pubblicati in questo blog, ma questa sua esperienza con i Pueblos Tao mi ha colpito molto.
Dal libro  di C.G.Jung "Ricordi, sogni, riflessioni":
«Fu quella la prima volta che ebbi l'occasione di parlare con un non europeo, cioè con un non bianco.
era un capo dei Pueblos Taos, un uomo intelligente, dell'età di quaranta o cinquant'anni.
Il suo nome era Ochwìa Biano (Lago di Montagna). Potei parlare con lui come raramente ho potuto con un europeo. certamente era più prigioniero del suo mondo, così come un europeo lo è del proprio, ma che mondo era!
Con questo indiano la nave galleggiava su navi profondi sconosciuti. E non si sa cosa sia più affascinante, se la vista di nuove spiagge o la scoperta di nuove vie d'accesso a ciò che ci è noto da sempre e che abbiamo quasi dimenticato.»
Dei bianchi Ochwìa Biano dice:
«Quanto appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno lo sguardo fisso, come se stessero sempre cercando qualcosa. Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualche cosa, sono sempre scotenti e irrequieti. Noi non sappiamo che cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.
Dicono di pensare con la testa.
Noi pensiamo qui (indicando il cuore).»
Queste parole furono per Jung fonte di una lunga meditazione... effettivamente l'uomo bianco rispetto alle altre etnie appare proprio così perché ha perso il contatto con la natura e quindi con la propria Madre, per questo l'uomo medio cerca sempre qualcosa e non fa altro che circondarsi di beni materiali per compensare il deficit spirituale.
Riprendo le parole di Jung dal testo:
«Per la prima volta nella mia vita, così mi sembrava, qualcuno mi aveva tratteggiato l'immagine del vero uomo bianco. Era come se fino a quel momento non avessi visto altro che stampe colorate, abbellite dal sentimento.
Quell'indiano aveva centrato il nostro punto debole, svelato che una verità alla quale siamo ciechi.
Sentii sorgere dentro di me, come una informe nebulosa, qualcosa di sconosciuto ma pure di profondamente intrinseco.
......Co una fitta segreta mi resi conto della vuotezza del tradizionale romanticismo intorno alle Crociate! Poi seguirono Colombo, Cortès, e gli altri conquistadores che con il fuoco, la spada, la tortura e il cristianesimo atterrirono persino questi remoti Pueblos, che sognavano pacificamente, al sole, loro padre.
Ciò che noi dal nostro punto di vista chiamiamo colonizzazione, missioni per la conversione dei pagani, diffusione della civiltà e via dicendo, ha anche un'altra faccia, la faccia di un uccello da preda, crudelmente intento a spiare una preda lontana, una faccia degna di una razza di pirati e di predoni.
Tutte le aquile e le altre fiere che adornano i nostri stemmi mi parvero gli adatti rappresentanti psicologici della nostra vera natura.
Gli indiani Pueblos sono estremamente chiusi, e, per ciò che riguarda la loro religione, addirittura inaccessibile.
Mai prima mi ero trovato in una simile atmosfera di segretezza; le religioni di popoli civili oggi sono tutte accessibili... Qui invece avvertivo nell'aria la presenza di un segreto noto a tutti, ma rigorosamente inaccessibile per i bianchi.
Custodire questo segreto dà ai Pueblos l'orgoglio e la forza di resistere al soverchiante uomo bianco, dà loro coesione e unità, e si avverte con certezza che essi come comunità singola continueranno a esistere fin quando i loro misteri non saranno traditi.
Fu per me sorprendente vedere come muti l'espressione di un indiano quando parla delle sue concezioni religiose.
...quando parla dei suoi misteri si lascia dominare dall'emozione, e non riesce a nasconderla...
Per lui come per la sua gente, le condizioni religiose non erano teorie ma fatti, tanto importanti e commoventi quanto le corrispondenti realtà esterne.
Mentre sedevo sul tetto con Ochwìa Biano e il sole saliva sempre più alto, radioso, indicandolo mi disse: "Non è forse egli, che si muove là, il padre nostro? Chi potrebbe dire diversamente? Come potrebbe esserci un altro dio? Nulla può esistere senza il sole!"
"Gli americani vogliono proibire la nostra religione. Perché non possono lasciarci in pace? Quel che facciamo, non lo facciamo solo per noi, ma anche per gli americani. Sì, lo facciamo per tutto il mondo. Va a beneficio di tutti."
"Siamo un popolo che vive sul tetto del mondo; siamo i figli del padre Sole, e con la nostra religione aiutiamo nostro padre ad attraversare il cielo ogni giorno. Facciamo questo non solo per noi, ma per tutto il mondo. Se cessassimo di praticare la nostra religione, nel volgere di dieci anni il sole non sorgerebbe più. E allora sarebbe notte per sempre."
Capii allora da che cosa dipendesse la 'dignità', il contegno calmo e sicuro dell'individuo indiano: dall'essere figlio del sole. La sua vita ha un significato cosmologico, perché egli aiuta il padre e conservatore di ogni vita nel suo quotidiano sorgere e tramontare.
Per pura invidia siamo obbligati a sorridere dell'ingenuità degli indiani, e a vantarci della nostra intelligenza; poiché altrimenti scopriremo quanto siamo impoveriti e decaduti. La conoscenza non ci arricchisce; ci allontana sempre più dal mondo mitico nel quale una volta vivevamo per diritto di nascita.
Se per un momento mettiamo da parte tutto il razionalismo europeo, e ci trasportiamo nella limpida aria montana di quel solitario altopiano, che da un lato declina verso le vaste praterie continentali e dall'altro verso l'Oceano Pacifico; e se al tempo stesso rinunciamo alla nostra conoscenza del mondo e la barattiamo con un orizzonte che appare smisurato, con la coscienza di un mondo che sta al di là de nostro, allora cominceremo a capire il punto di vista dell'indiano pueblo.
"Tutta la vita deriva dalle montagne"
Se la consideriamo più da vicino, l'idea, per noi assurda, che un atto rituale possa 'influenzare' magicamente il sole, non ci apparirà certo meno irrazionale, ma molto più familiare di quanto si possa credere a prima vista. La nostra religione cristiana -come ogni altra del resto- è pervasa dall'idea che speciali atti, o uno speciale modo di condursi, possano influenzare Dio, per esempio attraverso certi riti, o con preghiere, oppure co una morale gradita alla Divinità.
"Dio è in noi" -anche se è soltanto un sottinteso inconscio- è senza dubbio l'equazione che sta a fondamento dell'invidiabile serenità dell'indiano pueblo.»
Ognuno di noi dovrebbe considerare la deitá che è insita nell'uomo... Quando si acquisisce un'autentica spiritualità la vita cambia inesorabilmente perché si osserva tutto con occhi diversi, si diventa parte di un tutto e partecipi del mistero della vita proprio come un pueblos... E le parole di questo post non sono più poi così incredibili perché in un certo senso si compartecipa al disegno divino....

sabato 28 settembre 2013

Il Tre e il Quattro e la Monade

Da una cerimonia di fondazione:
....si costituiva un recinto in forma di cerchio o di quadrato e per esso erano previste quattro torriverso le quattro regioni del cielo.
Al primo quarto della Luna si cominciava a delimitare il terreno e i posti delle torri. Tre volte si conduceva un toro intorno alla città. Poi l'animale era portato dentro lo spazio circoscritto, insieme con quattro vacche. dopo averne montate tre, esso veniva sacrificato, Si seppelliva il suo membro al centro della nuova città e si innalzava un altare fallico accanto a una fossa sacrificale ( unione di un monumento di culto paterno e uno materno).
Sull'altare si sacrificavano sempre tre animali, mentre nella fossa sempre quattro.
Uomo, luna e tre da una parte, donna, sole e quattro dall'altra, sono qui in stretta connessione.
Evidentemente, la città deve costruirsi su tutti e due, sull'unione del principio paterno e quello materno.
L'osservazione del prof. Jung, secondo cui i Mandala tripartiti ricorrono soprattutto nei casi di uomini, acquista così un nuovo significato.
Naturalmente non sappiamo a quali dei due principi rendono omaggio gli autori dei disegni e dei sogni a quello maschile o a quello femminile.
Quando nel centro del mandala quadripartito indico si trova il triangolo, questo viene interpretato dagli indigeni come simbolo della femminilità.
Dappertutto in Grecia si osservano gruppi di tre divinità femminili, che soltando quando una divinità maschile si unisce ad esse, si trasformano in gruppi di quattro.
In preciso contrasto a questo, sta la Santa Trinità maschile del cristianesimo che ha un'analoga relazione con la Vergine Maria,
La trinità era maschile anche per i pitagorici, mentre il quattro era per loro un numero fondato su basi femminili, quale raddoppiamento del femminile due.
Elementi culturali caratteristici, come il rapporto del tre col l'uomo e del quattro con la donna sono atomi nucleari di cui ignoriamo la struttura più intima e l'ultimo significato.
Gli elementi che non permettono ulteriori spiegazioni vengono chiamati "monadi" dove vi sono i "principi costruttivi" che determinerebbero le diverse immagini del mondo delle diverse civiltà.
Nell'Africa occidentale, accanto alla monade della cultura sirtica (uomo: tre, donna: quattro) egli constata la presenza di altre due:
L'Atlantica (donna: tre, uomo: quattro) e la Nord-Eritrea (uomo: tre, donna: due).
Nella cultura sirtica all'uomo e al tre appartiene la luna, alla donna e al quattro il sole e la pianta della città, con la sua quadripartizione, è un'immagine del sole e della sua orbita.
Nella lingua tedesca c'è la concezione maschile della luna e femminile del sole e in questa civiltà dalla quale deriva la nostra settimana di 7 giorni, il mese lunare di 28 giorni era quadripartito.
Nelle lingue classiche luna è femminile e sole è maschile. La dea lunare Hekate è triforme, Apollo che, come Hekatos, le corrisponde è una specie di unione del quadrato e del circolo.

La segreta dea protettrice della quadripartita città di Roma era, secondo una fonte, Luna.
Volendo ora definire l'ultima base delle monadi dobbiamo dire: essa consiste nel bisogno insito nell'uomo di produrre cose formate, così come pure nel corpo non può prodursi nulla che non abbia una forma. Questo bisogno è l'origine il primo salto, ma già nel momento successivo, nel "salto" stesso, è presente la monade, il piano spirituale. Se intendiamo "cosmo" alla maniera greca, cioè in modo che anche il fattore spirituale e il bisogno della spiritualità siano già compresi nella sua idea, ciò cbr qui avviene è l'incontro del cosmo con sé stesso.
Parlando un linguaggio più vicino alle scienze naturali: sembra che già nel plasma umano sia presente qualcosa di spirituale: il bisogno dello spirituale. Ciò che si sviluppa da questo bisogno, è, come tutto ciò che cresce organicamente, soggetto anche all'ambiente: è guai a ciò che vuol crescere, se non corrisponde in niente al suo ambiente, se cioè fra esso e l'ambiente non può avvenire alcun incontro.
Creazioni culturali -miti che "fondano" e città fondate- possono sorgere ed esistere come opere solo perché l'incontro e l'unione sono possibili al paideuma come al plasma, alla monade non meno che alla cellula.
Si può ugualmente ritrovare nel mondo sia la base della quadripartizione che quella della tripartizione, il carattere solare sia nella donna che nell'uomo e nella luna sia il   femminile che il maschile-fecondatore, sempre secondo il piano monadico in cui penetra l'idea mitologica.
Fonte: "Prolegomeni allo studio della mitologia" k. Kerènyi

"Proprio oggi mi hanno regalato una Madonnina, oggi che, per motivi personali avevo bisogno di un segno che "qualcuno mi guarda"... Per me il simbolo della madonna è il simbolo della donna pura che fa sì che si compia il 'miracolo"  della trinità, il femminile che si unisce al 3 e diventa 4 come numero di completezza.... Il femminile che rappresenta la parte ctona della monade senza la quale, senza il suo ventre materno, nulla può nascere"
Pensiero personale di un'animo antico come il mio 

Il Fiore e la Lancia. Simbolismo

L'uso dei fiori nel simbolismo è molto diffuso in diverse tradizioni, il suo significato varia da fiore in fiore da cultura a cultura, quindi si prenderà in considerazione solo il significato più generale:
Uno dei significati principali del fiore è quello che si riferisce al principio femminile o passivo della manifestazione.
Esso è equivalente a un certo numero di altri simboli, il più importante tra essi è la coppa, il fiore evoca con la sua stessa forma  l'idea di ricettacolo, di calice e in effetti nel linguaggio comune si parla di calice del fiore.
Lo sbocciare del fiore rappresenta al tempo stesso lo sviluppo della manifestazione, questo duplice senso è particolarmente chiaro nel simbolo del fiore del loto in Oriente:
fiore simbolico per eccellenza la cui particolarità è quella di sbocciare sulla superficie delle acque (L'Acqua e Funzione  Trascendente), quest'ultima rappresenta sempre l'ambito di un certo stato di manifestazione, o il piano di riflessione del Raggio Celeste.
Il simbolo del fiore si accosta a quello del Graal. (Sacro Cuore e Santo Graal)
La lancia viene spesso associata al Graal, nell'adattamento cristiano non è nient'altro che la lancia usata dal centurione Longino, con la quale fu aperta nel fianco di Cristo la ferita da cui sgorgarono il sangue e l'acqua raccolti da Giuseppe d'Arimatea nella coppa della Cena.
Questa lancia o l'equivalente simbolico esisteva già come simbolo complementare alla coppa nelle tradizioni anteriori al cristianesimo.
La lancia posta verticalmente assume il simbolo dell'Asse del Mondo, che si identifica come il Raggio Celeste, del raggio Solare (lancia, freccia, spada..)
Nel simbolismo cristiano vediamo la lancia che facendo sgorgare le gocce del sangue di Cristo dà vita a una rosa, ma vediamo anche che le cinque piaghe di Cristo sono rappresentate sulla croce da rose di numero equivalente.
La rosa in occidente, con il giglio, è uno dei più consueti equivalenti di ciò che rappresenta il loto in Oriente, che sembra interamente riferito alla produzione della manifestazione in equivalenza alla redenzione.
Le gocce di sangue che sgorgano dalla lancia vivificano il fiore e lo fanno sbocciare, simbolicamente la pioggia di sangue rappresenta anche la Rugiada Celeste, secondo la dottrina cabalistica, emanata dall'Albero della Vita (altra figura dell'Asse del Mondo), quindi l'influenza vivificante è collegata principalmente alle idee di rigenerazione e di resurrezione, connesse all'idea cristiana di Redenzione.
                        
La rugiada svolge un ruolo importante nel simbolismo alchimistico e rosacrociano , la somiglianza della parola rosa con la parola rugiada (ros), non può passare inosservata a coloro che conoscono l'uso del simbolismo fonetico.
Un'altra analogia con il simbolo del fiore lo troviamo con quello della ruota (Il Centro, il Centro e la Ruota)
con i raggi rappresentati dai petali, ma un fattore importante dell'analogia è l'irraggiamento intorno al centro, nella tradizione indù vediamo talvolta il Mondo raffigurato sotto forma di loto dove nel centro sorge Mèru,  la 'montagna polare'.
La rosa viene raffigurata in genere con cinque o sei petali e questi numeri di petali si riferiscono rispettivamente al 'microcosmo' e al 'macrocosmo'; in oltre nel simbolismo alchimistico la rosa a cinque petali viene posta al centro della croce (rappresentante i quattro elementi), come simbolo della quintessenza.
 Fonte "Simboli della scienza sacra" R.Guènon

Da alcune letture precedenti la lancia e il fiore sono associate  perchè rappresentano rispettivamente il simbolo fallico esterno e penetrante Yang e il simbolo accogliente femminile dell'utero Yin, attraverso il sangue creano la Vita, il sangue inteso come energia generativa quindi anche simbolicamente riconducibile allo sperma.
Anche l'Albero della Vita in alcune raffigurazioni nasce dall'organo genitale maschile ed esso produce la Rugiada Celeste che genera tutte le cose.
Questo lascia intendere che il principio Yin e Yang, femminile e maschile delle culture del mondo viene comunque riproposto sotto forma di simboli anche nella cultura cristiana.
Questo è il motivo per il quale bisogna conoscere i simboli, in quanto ci permettono  di avere una "lettura" completa della nostra storia, ci permettono di decodificare il 'non detto'....
Nell'AniMo Antico

mercoledì 25 settembre 2013

Jung e la nevrosi come crescita spirituale

Questo post è un modo per far conoscere la profondità di Jung e ciò che lui intende per psicanalisi e come il suo lavoro ha permesso a egli stesso di crescere e ai suoi pazienti di  crescere  spiritualmente.
Jung non era solo un grande psicologo ma un filosofo, un alchimista, un genio della mente umana, non concepiva l'uomo solo come essere materiale ma anche e soprattutto come potenziale essere illuminato e spirituale;
Egli stesso era capace di una forte spiritualità e quella giusta curiosità audace che lo hanno portato a scoprire i misteri della psiche umana... si potrebbe dire di lui che sia un eretico ma se eretico vuol dire essere un esempio di grande coraggio e spiritualità adogmatica come Giordano Bruno allora eretico sia!
Un grande alchimista della mente umana che solve et coagula i conflitti della psiche in modo che il contrasto formi un bellissimo equilibrio come la monade in cui è racchiuso il segreto dell'Universo.
Non tendeva alla normalizzazione dell'essere umano ma ove ne era possibile cercava di far raggiungere un'individuazione completa del singolo strappandolo dal concetto di uomo massa, illuminando il cammino che Iddio aveva messo a disposizione nel destino dell'anima della persona ma che arbitrariamente, come essere umano poteva o no intraprendere...
Per lui la nevrosi non è nient'altro che un tentativo inconscio di liberarsi dalle catene della convenzione, l'anima che spinge dall'interno (come tutte le malattie che ne derivano a livello fisico).
Dalle parole di Jung tratte dal libro "Ricordi, sogni, riflessioni":
Le diagnosi cliniche sono importanti perché consentono al medico di orientarsi in qualche modo, ma no  servono ad aiutare il paziente. Il fatto decisivo è il problema della sua “storia”, perché essa sola mostra lo sfondo umano  e l’umana sofferenza: e solo allora la terapia può mettersi all’opera.
Grazie al mio lavoro con i pazienti mi resi conto che le idee ossessive e le allucinazioni contenevano un nocciolo significativo.
Nascondono una personalità, la storia di una vita, speranze e desideri. E’ solo colpa nostra se non riusciamo a capirne il significato.
Mi fu chiaro allora per la prima volta che una psicologia generale della personalità è implicata nella psicosi, e che anche in questa si trovano i vecchi conflitti dell’umanità.
Anche in malati che appaiono torpidi o apatici, o idioti, avvengono più cose e cose che hanno più senso di quel che non sembri.
In fondo negli ammalati di mente non scopriamo nulla di nuovo e di sconosciuto, ma ci imbattiamo piuttosto nel substrato della nostra stessa natura.
Visti dal di fuori, i malati di mente ci mostrano solo la tragica devastazione, raramente cogliamo la vita di quella parte dell’anima che ci resta nascosta.
Le apparenze esterne sono spesso ingannevoli.
Spesso mi vengono chiesti chiarimenti circa il mio metodo analitico o psicoterapeutico.
Non posso rispondere in modo univoco: la terapia è diversa per ogni caso.
Quando un medico mi dice che segue rigorosamente questo o quel metodo, ho i miei dubbi  sull’efficacia della sua terapia.
E’ stato scritto tanto sulla resistenza che oppone il malato, da far sembrare quasi che il medico voglia tentare di imporgli qualcosa, mentre la cura dovrebbe provenire dal malato stesso.
La psicoterapia e l’analisi variano tanto quanto gli individui umani.
Per quanto mi è possibile tratto ogni paziente come caso individuale, perché la soluzione del problema è sempre individuale.
Una verità psicologica è valida solo se si può anche capovolgere: una soluzione che può essere fuori questione per me, potrebbe essere quella giusta per qualcun altro.
Naturalmente un medico deve avere familiarità con i cosidetti “metodi”; ma deve guardarsi dall’applicarli in modo stereotipato.
Secondo me avendo a che fare con individui, ciò che importa è solo la comprensione dell’individuo. Abbiamo bisogno di un linguaggio diverso per ogni paziente.
L’importante è che io mi ponga dinanzi al paziente come un essere umano di fronte un altro essere umano: l’analisi è un dialogo, che richiede due interlocutori.
L’essenza della psichiatria non consiste nell’”applicare un metodo”, il solo studio della psichiatria non è sufficiente….mi resi conto che non potevo curare le psicosi latenti se non capivo il loro simbolismo, e fu allora che mi misi a studiare la mitologia (alchimia e culti di varie culture).
Bisogna che il paziente riesca a comprendersi come individuo.
L’anima è certamente più complessa e inaccessibile del corpo: rappresenta, per così dire, quella metà del mondo che perviene all’esistenza solo quando ne diventiamo coscienti.
Per questa ragione la psiche costituisce un problema non solo personale, ma universale, e lo psichiatra ha a che fare con un intero mondo.
Oggi possiamo vedere, come mai in passato, che il pericolo che ci minaccia tutti non deriva dalla natura, ma dall’uomo, dall’anima dell’individuo e dalla massa.
Il vero pericolo è nell’aberrazione psichica dell’uomo.
Lo psicoterapeuta non deve solo capire il paziente; è importante che capisca  anche se stesso.
Il trattamento del paziente comincia, per così dire, dal medico; solo se questi sa far fronte a se stesso e ai suoi problemi, sarà in grado  di proporre al paziente una linea di condotta.
…il medico deve imparare a conoscere la propria anima e a prenderla sul serio: se egli non sa farlo, non potrà apprenderlo neppure il paziente. Questi perderà una parte della sua che non ha imparato a conoscere.
Nelle grandi crisi della vita, nei momenti supremi, quando è in gioco l’essere o non essere, i piccoli trucchi suggestivi non servono: in quei casi il medico è chiamato in causa con tutto il proprio essere.
Come medico devo costantemente chiedermi che specie di messaggio il paziente mi  reca. Che cosa significa per me?
Solo quando il medico è interessato la sua azione è efficace. “Solo il medico ferito guarisce”. Ma se il medico si rinchiude nell’ambito professionale come in una corazza, non ha efficacia.
Spesso accade che il paziente sia proprio il medicamento adatto per il punto debole del medico; quindi situazioni difficili possono presentarsi anche per il medico, o piuttosto proprio per lui.
Il mio consiglio agli analisti è sempre : “Abbiate un confessore o una madre a cui confessarvi”.
Le donne sono particolarmente dotate per questo compito. Spesso hanno eccellenti intuizioni e un senso critico penetrante, e sanno vedere che cosa gli uomini nascondono in sé, e a volte sanno penetrare anche nei meandri della loro anima. Scorgono aspetti delle cose che agli uomini sfuggono.
Non cerco mai di convertire i miei pazienti a qualcosa, e non esercito mai alcuna pressione. A me importa soprattutto che il paziente possa realizzare la sua personale visione delle cose.
Ho spesso visto persone diventare nevrotiche per essersi appagate di risposte inadeguate o sbagliate ai problemi della vita. Cercano la posizione, il matrimonio, la reputazione, il successo esteriore o il denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando  hanno   ottenuto ciò che cercavano. Persone del genere di solito sono confinate in un orizzonte spirituale troppo angusto.
La loro vita non ha un contenuto sufficiente, no  ha significato.
Se non riescono ad acquistare una personalità più ampia, generalmente la loro nevrosi scompare.
Per questo motivo ho sempre attribuito la massima importanza all’idea di sviluppo.
La maggior parte dei miei pazienti non consisteva di credenti, ma di persone che avevano perduto la fede. Venivano da me le “pecorelle smarrite”.
Persino al giorno d’oggi il credente ha la possibilità, nella sua chiesa, di vivere i simboli.
Si pensi all’esperienza della messa, del battesimo, dell’imitatio Christi, e a molti altri aspetti della religione.
Ma vivere e sperimentare dei simboli presuppone una partecipazione vitale da parte del credente, e molto spesso oggi questa manca.
Nei nevrotici è praticamente sempre assente. In tali casi dobbiamo osservare se l’inconscio non porti alla superficie spontaneamente i simboli per colmare questo vuoto. Ma rimane sempre impregiudicata la questione se colui che ha tali visioni o sogni sia capace anche di  intenderne il significato e di assumerne le conseguenze.
Le resistenze –specie quando sono ostinate- meritano considerazione, perché spesso rappresentano avvertimenti che non devono essere trascurati. La medicina risanatrice può essere un veleno che non tutti sopportano, o una operazione che – se controindicata – può risultare fatale.
Quando si tratta di un’esperienza interiore, che riguardi il nucleo della propria personalità, molti si sentono presi da timore, e molti fuggono via.
Il rischio dell’esperienza interiore, l’avventura dello spirito, è in ogni caso estranea a molti esseri umani, per i quali l’eventualità che una tale esperienza possa avere una realtà psichica è come un anatema.
Nella sua vita un medico, grazie alla sua attività professionale, fa incontri che sovente hanno un significato anche per lui. Incontra personalità che – per loro fortuna o sfortuna- non eccitano mai l’interesse del pubblico, e nondimeno, o forse proprio per questo motivo, posseggono qualità eccezionali o sono destinate ad affrontare sviluppi e catastrofi senza precedenti.
A volte sono persone di straordinario talento, e tali che potrebbero benissimo indurre un’altra persona a dare la vita per loro: ma il loro talento può essere radicato in una disposizione psichica così stranamente sfavorevole, che non possiamo dire se si tratti di un genio o di uno sviluppo frammentario.
Non di rado anche in circostanze inverosimili fioriscono rari boccioli dell’anima che non avremmo mai supposto di incontrare nella pianura della società.
Il rapporto consiste, dopo tutto, in un raffronto costante e in una mutua comprensione, nella contrapposizione dialettica di due realtà psichiche opposte.
Se queste reciproche impressioni non si urtano fra loro, il processo psicoterapeutico resta inefficace, e non produce alcun cambiamento.
Tra i così detti nevrotici dei nostri tempi ve ne sono molti che in altre epoche non  lo sarebbero stati, non sarebbero stati cioè in discordia con se stessi. Se fossero vissuti in un’epoca e in un ambiente nel quale l’uomo ancora dipendeva, grazie ai miti, dal mondo ancestrale, e quindi dalla natura sperimentata realmente e non vista solo dall’esterno, si sarebbero risparmiata questa frattura co se stessi.
Parlo di coloro che non possono tollerare la perdita del mito, che non riescono a trovare la via di accesso verso un mondo soltanto esteriore, un mondo come è visto dalla scienza, e non si soddisfano con intellettualistici giochetti di parole, che non hanno nulla a che vedere con la saggezza.
Queste vittime della dicotomia psichica dei nostri tempi sono solo “nevrotici condizionati”, il cui apparente stato patologico cessa non appena si colma il vuoto tra l’io e l’inconscio.
Il medico che non conosce per sua diretta esperienza l’effetto “numinoso” degli archetipi, difficilmente saprà sfuggire ai loro effetti negativi, trovandoseli di fronte nella sua clientela; sarà indotto a sopravalutarli o a sottovalutarli, avendone solo un concetto intellettuale, ma non un termine di paragone empirico.
Dai miei incontrai con i pazienti, e dalla loro contrapposizione con i fenomeni psichici che essi hanno rappresentato, in un’inesauribile successione di immagini, ho appreso moltissimo –non proprio come conoscenza scientifica, ma soprattutto come intuizione della propria natura; e non poco di ciò che ho imparato lo devo a errori e sconfitte.
Ho avuto specialmente da analizzare donne, che spesso affrontano il lavoro con straordinaria coscienziosità, comprensione e intelligenza.
Devo principalmente a loro se ho potuto incamminarmi per nuove vie nella terapia.
Alcuni miei clienti divennero miei discepoli nel vero senso della parola, e diffusero le mie idee nel mondo.
I  miei pazienti e analizzandi mi hanno portato così vicino alla realtà umana che mi hanno costretto ad apprendere cose essenziali.
Gli incontri con la gente più varia, e di tanto differenti livelli psicologici, sono stati per me incomparabilmente più importanti di episodiche conversazioni con celebrità.
I colloqui più belli e significativi della mia vita furono anonimi.





Il Centro, il Cerchio, la Ruota. Simbologia

Il Centro è l'origine il punto di partenza di tutte le cose, il punto principale senza forma e senza dimensione, dunque invisibile, e di conseguenza, la sola immagine che sui possa dare dell'Unità primordiale.
Da esso sono prodotte, per irradiazione, tutte le cose, come l'unità produce tutti i numeri senza che la sua essenza ne venga intaccata o modificata in alcuna maniera.
Abbiamo un parallelismo tra simbolismo geometrico e simbolismo numerico, tanto che possono essere usati in maniera intercambiata.
L'unità aritmetica non è l'Unita metafisica, ne è solo una figura, ma una figura nella quale non c'è niente di arbitrario, poiché esiste tra l'una e l'altra una relazione analogica reale, ed è questa relazione che permette di trasporre l'idea dell'Unità oltre l'ambito della quantità, nell'ordine trascendentale.
Il punto centrale rappresenta l'Essere puro, il Principio; lo spazio che esso empie del suo irradiamento e non esiste che per questo stesso irradiamento (il Fiat Lux della Genesi), senza il quale lo spazio non sarebbe che privazione e nulla, è il Mondo nel senso più ampio della parola, l'insieme di tutti gli esseri e di tutti gli stati di esistenza che costituiscono la manifestazione universale.
La rappresentazione di tutto ciò è è il punto al centro del cerchio: il punto è l'emblema del Principio, il cerchio quello del Mondo. Noi e l'Universo
Talvolta il  punto è circondato da cerchi concentrici che sembrano rappresentare i diversi stati o gradi dell'esistenza manifesta, disposti gerarchicamente secondo la loro lontananza o vicinanza dal Principio primordiale.
Associabile anche al sole, perchè esso nell'ordine fisico è realmente il Centro o il Cuore del Mondo, esso da punto di vista di tutte le tradizioni antiche, è in sè soltanto un simbolo visibile dagli esseri umani del vero Centro del Mondo, che è il principio divino.
Una circonferenza non potrebbe esistere senza il suo centro, mentre quest'ultimo è del tutto indipendente, tale rapporto può essere raffigura tramite i raggi che partono dal centro e toccano la circonferenza.
Una delle figure più consuete è il cerchio con due diviso da quattro raggi che formano una croce, questo simbolo rappresenta varie cose: diversi periodi o fasi in cui si divide il ciclo, tale divisioni può essere considerata con metri diversi a seconda che si tratti di cicli più o meno estesi.
Per esempio limitandosi al solo ordine dell'esistenza terrestre si possono considerare:
I quattro momenti principali della giornata, le quattro fasi della lunazione, le quattro stagioni dell'anno ecc;
oltre questi secondo la concezione che ritroviamo nelle tradizioni dell' India, dell'America centrale e in quelle dell'antichità greco-latina, le quattro ere dell'umanità.
Troviamo poi ruote a sei o otto raggi come la rotella celtica che incontriamo anche nei paesi orientali dove la ruota prende il nome di chakra.
C'è una stretta connessione tra la ruota a sei raggi e e il monogramma di Cristo che si differisce perchè la ruota intorno alla figura non viene tracciata ( ma secondo delle mie letture precedenti, sostituita a volte nelle effigi dall'aureola nda).
La ruota essendo prima di tutto simbolo del Mondo, nel linguaggio simbolico dell'India si parla costantemente di "ruota delle cose" o di "ruota della vita" , si parla anche "ruota della legge", anche lo Zodiaco è una ruota, a dodici raggi, e il suo nome in sanscrito significa "ruota dei segni" ma potrebbe essere tradotto in "ruota dei numeri"
Il Centro è innanzitutto un punto di partenza e un punto di arrivo, tutto è generato da esso ed esso deve ritornare; poiché tutte le cose esistono grazie al Principio e non esisterebbero senza di esso, dev'esserci tra essi un legame permanente, raffigurato dai raggi che uniscono il centro con tutti i punti della circonferenza, tali raggi possono essere percorsi in entrambi i sensi dal centro alla circonferenza e da quest'ultima verso il centro.
Si direbbero due fasi complementari una di movimento centripeto e una centrifugo, queste due fasi possono essere paragonate alla respirazione secondo un simbolismo al quale si riferiscono spesso le dottrine indù, tra l'altro vi si trova una notevole analogia con la funzione fisiologica del cuore; infatti il sangue parte dal cuore, si diffondo in tutto l'organismo vivificandolo, poi ritorna ad esso (come in alto, così in basso)
Questa ultima rappresentazione corrisponde esattamente all'idea che dobbiamo farci di Centro del Mondo nella pienezza del suo significato.
Il ritorno al "Centro" nelle dottrine orientali è la rappresentazione simbolica del Centro del Mondo come centro Spirituale dentro di noi.
Il Centro è al tempo stesso il principio e la fine di tutte le cose, è secondo un simbolismo molto conosciuto l'alpha e l'omega o meglio ancora è il Principio il Mezzo e la Fine quindi per eccellenza è il simbolo del Verbo che è realmente il vero 'Centro del Mondo'.
"Simboli della scienza sacra" di R. Guenon

Bardo Thodol questo post è l'analisi  junghiana del "Libro dei morti"  orientale e vi è una descrizione metafisica della "Ruota della vita"

martedì 24 settembre 2013

Evoluzione tecnologica: Involuzione dell'essere umano

Molto spesso, nei miei discorsi, ho ipotizzato un'involuzione dell'essere umano creata dall'evoluzione della tecnologia... sembrerebbe un paradosso e effettivamente spesso lascio che la conversazione slitti a temi diversi perché sovente non viene interpretata nel suo autentico significato.
Credo che la tecnologia sia stata creata ad oc per diminuire la capacità del cervello ad attingere a tutti quegli strumenti naturali che portavano, in epoche passate, al raggiungimento di obbiettivi pratici o intellettuali senza l'aiuto di strumenti multimediali.
I nostri cervelli stanno atrofizzando e l'essere umano sta sempre più rinunciando a "sentire" se stesso.
La mente umana è ormai piena di informazioni massive e stereotipate che impediscono di avere quelle curiosità intuitive e costruttive rivolte a tematiche inusuali... per meglio dire "fuori dal sistema".
Siamo come contenitori già pieni in cui non entra più nulla, più nulla che non sia "indottrinato" da chi muove le fila della "programmazione sociale".
Credo che la vera evoluzione personale sia il risveglio da questa uniformità massiva, e il  ritorno al contatto con sé stessi e con la natura.
L'abbandono di quegli schemi che portano a uniformarci con la massa creata simil-zombie incatenata alla sola materia senza alcuna introspezione.
Un po' come un oblio di chi non vuol vivere le vere sensazioni della vita ma non fa altro che sopportare lo stress che dà la fittizia felicità del successo economico dimenticando se stesso e ciò che è davvero importante come gli affetti e il tempo trascorso in libera serenità, ascoltando se stessi e la natura nelle sue manifestazioni.
Molto spesso sento la gente lamentare uno stato di malessere anche se in ambito materiale ha raggiunto ottimi obbiettivi, sempre, succede che le persone siano scontente di qualcosa, questo perché sotterrate nei meandri della loro psiche c'è una parte molto profonda che cerca di liberarsi ma ci sono persone che hanno messo troppe barriere mentali (pensando che sia giusto così) per ascoltare quella parte di sé ancora legata ai veri valori della vita che portano all'individuazione di sé stessi.
Leggendo il libro "Ricordi, sogni, riflessioni" di C.G.Jung ho trovato questa sua dichiarazione che calzava perfettamente con questo mio pensiero:
"Le nostre anime, come i nostri corpi, sono composte di elementi individuali che erano già presenti nella catena dei nostri antenati. La «novità» della psiche individuale è una combinazione variata all'infinito di componenti antichissime. Il corpo e l'anima hanno perciò un carattere eminentemente storico e non si trovano a loro agio in ciò che è appena sorto, vale a dire, i tratti ancestrali si trovano solo in parte a casa loro.
Siamo ben lungi dall'aver lasciato dietro di noi il medioevo, l'antichità classica e l'età primitiva, così come pretenderebbe la nostra psiche. Siamo invece precipitati nella fiumana di un processo che ci proietta verso il futuro con una violenza tanto maggiore quanto più ci strappa alle nostre radici. Ma se si apre una breccia nel passato esso per lo più crolla, e non c'è più nulla che trattenga. Ma è proprio la perdita di questo legame, la mancanza di ogni radice, che genera tale «disagio della civiltà» e tale fretta che si finisce per vivere più nel futuro e  nelle sue chimeriche promesse di un'età dell'oro che nel presente, a cui del resto la nostra intima evoluzione storica non è neppure ancora arrivata.
Ci precipitiamo sfrenatamente verso il nuovo, spinti da un crescente senso di insufficienza, di insoddisfazione, di irrequietezza.
Non viviamo più di ciò che possediamo, ma di promesse, non viviamo più nella luce del presente, ma nell'oscurità del futuro, in cui attendiamo la vera aurora.
Ci rifiutiamo di riconoscere che il meglio si può ottenere solo al prezzo del peggio.
La speranza di una libertà più grande è distrutta dalla crescente schiavitù allo Stato, per non parlare degli spaventosi pericoli ai quali ci espongono le più brillanti scoperte della scienza.
Quanto meno capiamo che cosa cercavano i nostri padri e i nostri antenati, tanto meno capiamo noi stessi, e ci adoperiamo con tutte le nostre forze per privare sempre più l'individuo dalle sue radici e dei suoi istinti, così che diventa una particella della massa, e segue solo ciò che Nietzsche chiama lo «spirito di gravità».
I miglioramenti che si realizzano col progresso, e cioè con nuovi metodi o dispositivi, hanno una forza di persuasione immediata, ma col tempo si rivelano di dubbio esito e in ogni caso sono pagati a caro prezzo.
In nessun modo contribuiscono ad accrescere l'appagamento, la contentezza, o la felicità dell'umanità nel suo insieme.
Per lo più sono addolcimenti fallaci dell'esistenza, come le comunicazioni più veloci che accelerano il ritmo della vita e ci lasciano con meno tempo a disposizione di quanto non ne avessimo prima.
Omnis festinatio ex parte diaboli est: tutta la fretta viene dal diavolo, come erano soliti dire i vecchi maestri.
Le riforme che si realizzano col ritorno al passato, invece, sono di regola meno costose e inoltre più durature, perché esse ci riportano alle più semplici e provate vie del passato, e richiedono il più parsimonioso uso di giornali, radio e  televisione, e di tutte le novità che si pensa ci facciamo guadagnar tempo."
Aggiungerei guadagnare tempo per riempirlo con qualcosaltro e altro ancora così da non avere più il contatto con la parte più profonda di noi e non ascoltarsi più... Ecco perché in giro c'è gente sempre più malata ma di successo....

martedì 10 settembre 2013

MUSICOTERAPIA: la musica, i suoi e il loro effetto curativo


Dopo la vista, l’udito è la percezione sensoriale più importante dell’uomo. Prima di vedere la luce del  mondo, per mezzo dell’orecchio (che è già perfettamente formato a quattro mesi di gravidanza) nel grembo materno siamo in grado di sentire i rumori: impariamo a distinguere la voce della mamma, i sentimenti che riusciamo ad immaginare dal suono, la voce paterna che imprimiamo nella mente in quanto parla frequentemente con la mamma.
Da quanto ascoltiamo, capiamo se si tratta di situazioni per noi sgradevoli o gradevoli, eccitanti o noiose, innocue o pericolose.
Già tra il quarto e il quinto mese di gestazione i bimbi reagiscono quindi in modo molto differenziato alla musica: si calmano in presenza di melodie dolci e rasserenanti  anche i bimbi più irrequieti o si agitano in presenza di melodie eccitanti anche i bimbi più tranquilli.
I rumori, i suoni, le melodie incideranno sulla nostra vita anche in seguito.
Le orecchie sono un organo che non è possibile chiudere, contrariamente agli occhi: persino nel sonno siamo in grado di sentire, sebbene il nostro cervello sia in grado di distinguere i suoni che indicano un pericolo e che richiedono una reazione, da quelli innocui i quali, al fine di non disturbare il riposo notturno, è meglio che non raggiungano la nostra coscienza.
La comunicazione con l’ambiente che ci circonda avviene prevalentemente attraverso i suoni sotto forma di linguaggio e musica.
Infatti la comunicazione parlata tra due persone non serve unicamente alla reciproca comprensione perché, oltre a trasmettere comunicazione, affinità,  affetto e disponibilità emotiva, rende possibile anche lo scambio di sentimenti a livello verbale.
L’espressione delle emozioni attraverso la musica avviene in maniera assai più diretta: essa riesce ad aggirare “il filtro logico e analitico della razionalità e a creare un accesso diretto ai sentimenti e alle passioni più profonde”.
In questo modo essa richiama spesso alla memoria ricordi piacevoli di avvenimenti accaduti, oppure esprime i bisogni non soddisfatti del momento presente, deliziandoci con i ricordi o facendoci sognare.
Risulta che i suoni riescono a d agire sulla nostra coscienza, tanto da arrivare a poterla manipolare. Questo può essere utilizzato terapeuticamente:
la musica ritmica ci eccita e ci coinvolge, mentre i suoni dolci che si susseguono lentamente agiscono su di noi svolgendo un’azione calmante rilassante (io aggiungerei equilibrante).
Alcuni brani ci suscitano malinconia, altri invece trasmettono allegria e ci distolgono dagli stati d’animo cupi.
Di solito la musica sacra eseguita con l’organo e cantata con i cori suscita gioia, mentre le sequenze monotone di canti ripetitivi ci fanno cadere in un vero stato di trance.
Oltre a brani musicali ci sono i suoni della natura che generalmente vengono mischiati per creare melodie rilassanti.
Esistono i cosidetti suoni  definiti Binaural Beats, attraverso i quali il cervello viene stimolato attraverso il loro ascolto in cuffia, i suoni sono trasmessi ad altezze differenti nell’orecchio sinostr e nell’orecchio destro questo per stimolare il cervello a compensare la differenza tra le due frequenze, cosichè i due emisferi vibrano con la medesima frequenza (sincronizzazione dei due emisferi); in questo modo non solo migliora la coordinazione tra l’emisfero destro e sinistro (quindi tra sentimento e intelletto), ma è possibile produrre qualsiasi onda celebrale si desideri. Si possono con questa tecnica produrre sia stati alpha che theta (sopore e quiete profonda).
Se il processo uditivo attraverso l’orecchio trasforma le onde sonore in impulsi che vengono poi trasmessi al cervello, nel corpo esse si propagano per mezzo dell’alto tasso di acqua in esso contenuto, e mettono in vibrazione i tessuti penetrati.
Così facendo, esse massaggiano dolcemente e più o meno profondamente il corpo a livello molecolare.
Si parla quindi di un effetto risonanza, un processo di vibrazione che non dipende dal gusto personale verso il tipo di suono ma agisce a prescindere.
La bioenergetica  definisce la malattia un’energia contenuta nel corpo nel punto e nel momento sbagliato, cosa chiaramente avvertita nel caso di dolore acuto.
In modo analogo si parte dal presupposto che ciascun organo e tessuto  possiedano una frequenza propria secondo la quale essi sono soliti vibrare, il disturbo corporeo può essere considerato anche suono sbagliato nel punto sbagliato.
Mettendo quindi in vibrazione un punto bloccato del corpo, vi si provoca una stimolazione: esso inizia a vibrare secondo la frequenza esterna, per tornare successivamente alla sua frequenza personale armonica.
Purtroppo al giorno d’oggi non si conoscono le frequente specifiche di risonanza dei singoli organi e tessuti, cosichè tutto dipende solo dagli esperimenti e dalle percezioni.
Alcuni strumenti suonati alla distanza di alcuni metri provocano un vibrazione del corpo che viene avvertita più o meno chiaramente.
Si tratta in particolare di alcuni tipi di tamburi ed alcuni strumenti etnici come le campane tibetane e il didgeridoo australiano.
Le prime possono essere poggiate direttamente sulla zona del corpo e cercare di provocare una vibrazione in quel punto particolare, il suono della campana tibetana aleggia nell’aria e penetrano il corpo esercitando benessere psichico e fisico.
Il secondo è uno strumento che emette un suono particolare simile a quello degli scaccia pensieri il suono uah-uah passa dentro le ossa e al contempo svolge un’azione terapeutica che può essere potenziata inondando di suono le parti malate del corpo suonandoci sopra.
Un altro metodo consiste nel lavorare col diapason. Oltre ad ascoltare e ricantare meditativamente il suono che essi producono, li si può appoggiare sulle zone bloccate del corpo affinche essi vi trasmettano la loro vibrazione.
Un altro modo per far vibrare il corpo fisico con l’aiuto dei suoni consiste nel cantare gli armonici.
Il canto degli armonici costituisce una tecnica molto particolare, per mezzo della quale vengono generati il maggior numero possibile di armonici. Al contempo si cerca di arrivare  alla maggior risonanza possibile della voce del corpo (il canto dell’OM)
Questo tipo di canto trasmette quiete interiore, sicurezza e maggiore sensibilità nei confronti dei rumori esterni. Esso possiede anche proprietà terapeutiche.
I suoni permettono di sciogliere i blocchi in materia fine, quindi hanno un grande potere terapeutico nella cura dei chakra.

 

Fonte " Terapie Esoteriche" di Dietmar Kramer 

lunedì 2 settembre 2013

Yin e Yang


Yin e Yang e il ciclo dei mutamenti:
Originariamente, Yang significava la parte di collina illuminata dal sole e rappresentava il concetto di luce e di calore, mentre Yin si riferiva alla parte ombrosa che conteneva il concetto di oscurità e di freddo.
Da questa rappresentazione derivò una concezione filosofica che cercava di spiegare, per mezzo di due polarità contrastanti, il processo naturale del perenne mutamento.
In questo caso lo Yang rappresenta il principio attivo e viene associato a termini come iniziativa, movimento, eccitazione e calore, mentre lo Yin incarna il principio passivo, che indica quiete, immobilità, ricettività e freddo.
Dunque è possibile considerare espressioni di Yin e Yang tutte le polarità a noi note:
maschile/femminile, giorno/notte, sole/luna, cielo/terra, coscienza/inconscio, ratio/emotio, spirito/ materia, pienezza/vuoto e così via.
Tuttavia i due principi non rappresentano due entità puramente contrastanti che si fronteggiano staticamente, ma sono l’espressione di un processo di perpetuo cambiamento e mutamento.
Yang inizia, Yin porta l’impulso Yang alla sua realizzazione: Yang comincia, Yin completa.
Tuttavia, anche in questo caso nulla è statico, perché Yin e Yang evolvono l’uno nell’altro.
Nel ciclo della natura, il giorno muta nella notte e la notte nel giorno, la calura dell’estate nel feddo dell’inverno….
Per ogni cosa in alto ce ne deve necessariamente essere una in basso, per ogni cosa dentro una fuori….
Tuttavia, anche lo Yang contiene una componente Yin, così come lo Yin contiene una componente Yang.
Questo concetto viene rappresentato per mezzo della monade cinese, secondo la quale nel campo bianco dello Yang si trova un punto nero Yin ed in quello Yin un punto bianco Yang.
Il simbolo, però significa molto di più: infatti, la linea curva di demarcazione non divide semplicemente il cerchio in due parti uguali, ma fa si che le due componenti entrino profondamente l’una nell’altra, alludendo così al fluire dinamico e costante dello Yin dentro lo Yang:
esse si creano, si controllano e si trasformano l’uno con l’altro.
Fonte “Terapie esoteriche” di Dietmar Kramer

Secondo me una delle spiegazioni più esaudienti semplici e complete mai lette sul simbolo del Tao. Per questo nulla da aggiungere....
 
 

L’ACQUA



I Templi di culti passati spesso venivano generati su fonti di acqua sorgiva, nate sui Pozzi druidici.
Questo perché si entrava in contatto con queste sorgenti, con queste acque; il più intimo contatto con la Maria sotterranea che rende l’uomo terso cristallino e vergine.
Non è nuovo il fatto che all’ingresso di un tempio fossero previste le abluzioni, che permettevano di togliere all’iniziato, mediante la capacità magnetica dell’acqua e la collaborazione vigile del purificando, tutte le impurità che l’iniziato aveva raccolto inevitabilmente durante il vivere quotidiano.
H2O Acqua; la formula chimica di una molecola d’acqua due atomi di idrogeno e un di ossigeno.
L’alchimia madre-padre della chimica, conferma questa composizione che completa con un’aggiunta: il fuoco.
Cioè nella molecola dell’acqua, oltre alle due componenti atomiche, c’è una terza cosa il fuoco.
Che vuol dire?
Che l’acqua è animata da una sostanza ignea , che può essere paragonata allo “spirito”, che in essa dimora patentemente e, quando viene attivata da questo quid, essa si mostra come acqua ardente, alchemicamente si intende il raggiungimento dell’equilibrio maximo, perché l’acqua è matrimonializzata dal fuoco.
Ecco perché glia antichi davano una cosi forte importanza alle sorgenti, alla loro vitalità, alla loro potenza energetica e perché su ognuna di esse o nelle vicinanze,  erigevano dei luoghi di culto.
Tra l’altro tutte le sacre architetture gotiche, vennero costruite su pozzi druidici già preesistenti: aree sacro-sacerdotali di religioni celtico-ariane.
La forza nascente dalle acque è idealizzata dai greci con Afrodite e dai romani con la Venere, e simboleggia la forza dell’Amor nascente.
E’ la forza dell’Amore, di quel fuoco (Fuoco Sacro), invisibile rispetto all’Idrogeno e all’Ossigeno di nostra signora molecola d’Acqua.
L’acqua che vediamo all’interno della terra ha una valenza ben precisa con le acque all’interno di noi, terra appunto, volendo usare il linguaggio dell’Arte alchemica.
Solo dalle nostre acque può nascere in noi quella Venere, o quella Maria che avvolta dagli abiti del nostro quotidiano travaglio urla, insentita , la sua verginità e la sua capacità di generare la divinità in noi.
Senza la verginità dell’acqua(Maria) nulla può nascere.
Se paragoniamo il nostro corpo emotivo all’acqua, sarà interessante vedere l’uso che faremo di quest’acqua, e i rapporti che intercorrono tra questo e quella: la quale acqua, per assonanza, potrà essere utile per curare le nostre malattie, intese come impedimento per la nostra ascesi, o realizzazioni di se stessi, o raggiungere, qui e ora, del Paradiso, o conquista dell’immortalità dell’anima, o ricongiunzione con Dio, dal quale ci dipartiamo per divenire una moltitudine.
Alla base l’acqua servirà per la purificazione, per ritornare perfetti come alle origini, ma con più coscienza della biblica caduta, vissuta alla fine solo come sogno.
In noi dovrebbe far sorgere una coscienza ideale, speciale, straordinaria, capace di attrarre a sé tutte le cose, capace di farci vivere qui e ora, e dentro soprattutto, quella fides , fiducia che ha fatto dire al Messia venuto:
“Tutto quello che domandate, abbiate fede di averlo ottenuto, e vi sarà accordato”
Un lavoro alla nostra portata, che possiamo tentare, è quello di assimilarci alla sostanza acqua, comportarci come l’acqua ( e in fondo non siamo già costituiti dal 70% di essa?).
Comportarci come l’acqua significa acquisire la capacità di adattarci ad ogni circostanza, ad ogni tipo di contenitore; tenendo presente che la forma è oltremodo rigida ed è molto difficile adattarsi ad essa.
Mi riferisco alla più o meno riconosciuta rigidità di noi stessi nei confronti della nostra interiorità;
“rigidità” che viene meno, se ci comportiamo come le acque.
Proviamo ad essere adattabili come l’acqua in ogni momento del nostro vivere, forse qui risiede il pensiero dell’accettazione.
Uno stralcio dal Libro dei Mutamenti  (I Ching), testo sacro e sapiente della Tradizione cinese:
“L’acqua scorre ininterrottamente e arriva a meta… Così il nobile incede in durevole virtù ed esercita l’arte dell’insegnante….
L’acqua è durevole nel suo correre; così il nobile è durevole nella sua virtù…”
Rendendo questa frase nostra: “Scorriamo ininterrottamente per arrivare alla meta e, possiamo essere sempre durevoli nelle nostre virtù…”
Fonte “Roma segreta e pagana” di C. Monachesi

In alchimia uno degli arcana più frequenti e più importanti è la cosidetta acqua permanens, che secondo l’unanime testimonianza dell’alchimia più antica e più recente, è un aspetto di Mercurio.
Di questa “acqua divina” ci parla Zosimo:
“Questo è il grande e divino mistero, ciò che è cercato. Esso è infatti il Tutto. E da esso il Tutto e attraverso di esso è il Tutto. Due nature, un’essenza. Ma una (essenza) attira l’una. E l’una domina sull’una. E’ l’acqua argentea, maschile e femminile, che sempre fugge… essa infatti non è dominata. Essa è il Tutto in tutte le cose. Essa ha la vita e spirito ed è distruttiva.”
L’acqua è tanto l’arcanum dell’alchimia quanto il Mercurius, il Lapis, il filius philosophorum  ecc.
Essa è come questi, un’immagine di totalità e, come vediamo dalla citazione di Zosimo , l’acqua era già tale nell’alchimia greca del III secolo d.C.
 Il testo sotto questo aspetto non lascia dubbi: l’acqua è il Tutto.
E’ l’hydrargyrum , l’argento vivo, non però l’argento vivo comune, che l’alchimia latina distingueva come Mercurius crudus  dal Mercurius non vulgi.
In Zosimo l’argento vivo e spirito.
L’alchimia intesa come processo psichico codificato con proiezioni è la chiave per capire cosa intende Zosimo nella sua opera:
Il Tutto di Zosimo è un microcosmo, il tutto o l’intero nella più piccola particella di materia, e si trova perciò in ogni  cosa animata e inanimata. Poiché il microcosmo è identico al macrocosmo, l’uno attrae l’altro, così che si produce una sorta di apocatastasi, una reintegrazione di tutti gli individui nell’unità originaria.
Così che il piccolo uomo, il singolo, diventa il “grande uomo”, l’homo maximus o l’Anthropos, ossia il Sé.
L’equivalente morale della trasmutazione fisica in oro è l’autocoscienza.
“Calma il tuo corpo e addomestica le tue passioni, e comportandoti così, chiamerai a te il divino, e in verità il divino che è ovunque verrà a te.
Ma se tu conoscerai te stesso, allora tu conoscerai il Dio, che veramente è uno.”
Fonte “L’albero filosofico” C.G.Jung

L’acqua è vita
L’acqua è esempio di delicatezza e forza al tempo stesso
L’acqua è nutrimento
L’acqua ci cura grazie alla sua memoria, e E.Bach ha intuito che essa poteva "registrare"  le caratteristiche vitali dei fiori per riequilibrare i nostri squilibri energetici dell’anima che conducono alle malattie…
L’acqua è in noi, la rigidità è un’illusione, noi siamo per il 70% acqua.....
Dovremmo imparare molto dall'acqua, il suo adattarsi, la sua flessibilità, il suo essere limpida e cristallina...
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