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mercoledì 31 luglio 2013

I colori Oro e Rosso di Roma

Nella romanità antica il 21 Aprile (e il mese di Aprile in genere) era sacro a Venere. Il 21 Aprile entra il sole in Toro e secondo i canoni astrologici si fa riferimento a Venere una Venere nascente e diurna.
La simbologia che si fonda sugli archetipi è universale, è un’opera di sintesi e di parallelismi, alla scoperta delle radici comuni dell’uomo.
In questo mese il culto era tutto rivolto alla Terra (Natura) che era stata preparata precedentemente dal sole vivificante di marzo; mese, questo, dedicato al Dio Marte. In pratica questo era il periodo in cui Marte s’univa a Venere ed, analogicamente, la fecondazione era rappresentata dall’azione rituale della fenditura del terreno prodotta da mano umana. Forse per questo gli iniziati di allora scelsero proprio aprile per fondare Roma; Aprile da aprilis, che vuol dire l’aprirsi della terra; ricordiamo in questo l’apertura del solco primigenio.
Ancora: aprilis ha le sue radici in Afrodite (Venere); aprilis da aprile, la spuma del mare, dalla quale, secondo la tradizione greca, la Dea nacque.
Venere da vincire (avvincere) unione dell’umore e del calore sinonimo di vittoria.
Venere è anche regolatrice del cielo e della terra, quando viene rappresentata come Venus Mater allattante Giove e Giunone.
Nei giorni dedicati alla Dea Rossa la libagione sacrificale che le si offriva era un succo di papavero, latte e miele.
Se andiamo a collocare sull’Albero della Vita cabalistico questi alimenti, ci accorgiamo di quanto equilibrio ci sia tra queste tre componenti, ovverosia di come siamo mirabilmente armonizzate.
Secondo la mistica ebraica ogni alimento ha un rapporto con l’Albero della Vita; ogni alimento appartiene a un pilastro dell’Albero:
Il latte associato al pilastro della Misericordia e il vino a quello del Rigore, il succo di papavero è associato al pilastro del Rigore, il miele a quello della Clemenza; l’Albero della Vita così attivato ed equilibrato nelle sue tre componenti essenziali: gli alimenti così riuniti sono tra loro in perfetto equilibrio ed apporteranno un effetto benefico.
Gli antichi romani avevano la vista lunga soprattutto per quanto riguarda le visioni di uccelli augurali infatti vollero rappresentare con l’acuta vista della simbolica aquila imperiale, che ardiva guardare direttamente il sole.
I colori scelti per il vessillo romano sono giallo-arancio e rosso-purpureo colori non scelti a caso come tutti i simboli romani;
Secondo testi attendibili di maestri che hanno studiato i chakra posso riferire il chakra della corona ovvero il ‘fiore dai mille petali’ è composto all’interno di dodici petali ed ha i seguenti colori: oro-rosso e arancio.
 
Anche il chakra cardiaco è composto da dodici petali e dai seguenti colori: ORO e ROSSO.
È interessante notare come la romanità prima attribuisse a Venere il colore rosso, tanto che ea chiamata la ‘Dea Rossa’ e il colore oro a Marte, che usualmente è il colore attribuito al Sole; anche il chakra ‘basale’ del sesso e ‘surrenale’ hanno i petali dei colori rosso e arancio.

Fonte"Roma segreta e pagana" di C. Monachesi

Le Sette Cose Fatali


Le sette cose fatali contribuirono a rendere imperitura Roma nei secoli. Assegnate ad essa dal fato, dal destino. Sette come i sette coli, come i re, sette come i giorni della creazione chi più ne ha più ne metta…
La tradizione vuole che, chi se ne fosse impossessato, avrebbe di certo compromesso questa inalterabilità o se vogliamo, invulnerabilità.
Virgilio in Eneide, 1,647 e sg ne cita alcune:

E i doni, inoltre , vuole che si portino,
gioie strappate alle rovine di Troia:
un manto rigido d’aurei ricami,
un velo intessuto d’un croceo fregio d’acanto,
ornamenti di Elena argiva,
che lei portò da Micene…
E ancora, uno scettro, che Ilione reggeva, la figlia maggiore di Priam,
e sul collo un monile…..”

è molto forte la radicale troiana-frigia do Roma, tanto forte che coinque delle ‘cose fatali’ sono di provenienza troiano-frigia.
La significazione più alta della COSA stessa sia la divinità ad essa associata: per questo, cosa fatale e non cosa in sé.
Le sette cose sono elencate rispettando un certo ordine cronologico e anche una certa gerarchia celeste.
Elenchiamo le COSE FATALI:

 -Lo SCETTRO DI PRIAMO; associato a JUPPITER;

 - il PALLADIO, che era un piccolo simulacro di MINERVA; era custodito insieme ad altre copie nel sacrario del tempio di Vesta, insieme ad alcune delle altre delle cose fatali.
Palladio da Pallade: virtù del cuore palpitante ;

 -il VELO DI ILIONE, che intendo associare a IUNO, oppure a VENERE.

Già in queste tre prime cose si forma la triade capitolina GIOVE-GIUNONE-VENERE che è d fondamentale importanza per la dedica di una città senza la quale non poteva essere ritenuta tale.

 -Le CENERI DI ORESTE, erano collocate sotto la soglia del tempio di SATURNO al Foro; furono trasportate in Roma dal tempio di Diana Arcina.

 -L’ANCILE, scudo sacro a MARTE, di forma romboidale e concavo d’ambo i lati, apparso a Numa sull’Aventino “…cadde da cielo nei pressi di Numa sull’Aventino” cit.

 -La QUADRIGA DI CRETA DE VEJENTI, portata a Roma nel 396 a.C., dopo le vittorie dei romani sugli Etruschi e la conquista definitiva di Vejo; associabile a MERCURIO, perché si è manifestata in movimento, portata da cavalli al galoppo, senza conduttore, fino in cima al colle capitolino.

 -Il LAPIS NIGER o AGO DELLA MADRE DEGLI DEI,  portata a Roma nel 200 a.C. circa, da Pessinunte in Frigia, su consultazione dei Libri Sibillini; era una pietra nera di forma conica, che alcuni sostengono trattasi di meteorite; associabile a VENERE avendo trovato dimora nella bocca della statua raffigurante la VITTORIA, o a IUNO essendo questa l’AGO  della Madre degli Dei, intesa come Cibele ma traslato anche come la Grande Madre Iuno.

A queste sette cose fatali  se ne può aggiungere un’altra di cui parlo in un post a parte e sono:
I LIBRI SIBYLLINI.
Fonte "Roma segreta e pagana" C. Monachesi

ROMA la provenienza del nome

Alcuni sostengono che l’etimo provenga dal greco Rome che significa forza.
Altre fonti dimostrano che dirivi dal nome arcaico (etrusco) del Tevere: RUMON o RUMEN la cui radice è analoga al verbo ruo: scorro (Città del fiume).
Altri dal nome stesso del 1° re: ROMULUS.
Servio sostenne: “….Roma, prima dell’avvento di Evandros, fu chiamata a lungo Valentia (forte) e poi Roma, con nome greco”.
Si pensi che nel 753 a.C. viene a germogliare un seme: l’abitato del Palatino, il cui primo nucleo centrale risale alla fine del II millennio a.C. e aveva già una storia sacrale.
Questo abitato aveva il nome di RUMA, con le varianti rumis e rumen che significavano sia nel latino arcaico che nell’etrusco poppa, mammella.
 RUMILIA era una dea che veniva invocata durante l’allattamento dei bambini, ad essa si offrivano libagioni d’acqua e nei sacrifici in suo onore si cospargevano le vittime di latte.
Da un punto di vista cabalistico, l’acqua rappresenta l’amore gratuito che, discendendo dal vertice del pilastro destro dell’Albero della Vita, manifesta in Hesed la virtù dell’amore: a questo pilastro viene assimilato il latte e tutti i suoi derivati.
Secondo Giovanni Lorenzo Lido nel V secolo d.C.  Romulus pronunciò il nome della città… una città ha tre nomi : SEGRETO, SACRALE; PUBBLICO. Quello pubblico era Roma;  quello sacrale Flora o Florens; quello segreto Amor.
Gli esperti non intravidero che AMOR fosse il nome segreto, ma semplicemente un aspetto femminile del Genio della Città, che si celava, ermafrodita, a gli occhi pubblici: infatti sul Campidoglio era posto uno scudo consacrato, sul quale era scritto:

GENIO URBIS ROMAE SIVE MAS FOEMINA

(Al  Genio della Città di Roma sia maschi sia femmina)

Il nome della Città, se letto da sinistra a destra, si interpretava come Marte, Roma, forza; se invece letto da destra a sinistra si interpretava come Venere, Amor, la Dea dell’amore, nascente dalle acque.
L’unione del maschile, Marte, e del femminile, Venere, aveva generato il Figlio, cioè il Genio della Città il cui nome doveva rimanere celato ma si può intuire che essendo Marte e Venere due opposti  il nome del Genio poteva essere l’equilibrio cioè Optimo Maximo che esso rappresentava.
Secondo la tradizione romana, che rispecchia una tradizione universale, il nome era la formula che esprimeva  l’energia di ciò che si nominava : conoscere il nome era conoscere la cosa, e questa conoscenza dava le chiavi per poter influire sulla cosa stessa.
“il Romano conobbe il divino come AZIONE: prima di quella del DEUS era viva, nel Romano, la sensazione del NUMEN;L e il NUMEN è la divinità, intesa meno come “persona” che non come potere, come principio di azione: è l’ente, dal quale non interessa la figurazione, ma l’azione positiva.
Alla concezione del dio come numen  fece riscontro la concezione del culto come PURO RITO.
La più antica religione romana si lega agli Ingitamenta: indigitare significa, più o meno, invocare.
Gli Indigitamenta erano un trattato in cui erano fissati i nomi dei vari Dei  e le occasioni nelle quali ciascuno di essi poteva essere evocato efficacemente, secondo la natura propria e, per così dire, la sua giurisdizione. Questi nomi erano quindi NOMINA AGENTIS, non avevano cioè un’origine mitologica ma pratica.
Il nome contiene in una certa misura, il potere, l’anima della cosa nominata ed evocata.
Caratteristica è la formula romana che accompagnava il rito:

“IO SENTO CHE STO NOMINANDO”


 Fonte "Roma segreta e pagana" C. Monachesi

LA LUPA, L'AQUILA e LA PIETRA NERA

Tutta l’iconografia antica riporta Romolo e Remo che suggono dalle mammelle di una lupa, a volte sotto il fico, detto ruminale.
L’arcaico simbolo del Lupo assieme alla Civetta e al Picchio, che erano animali totemici degli antichi latini, possedevano valenza positiva anche nella mistica ebraica.
La parola ?lupo? in ebraico è zeev, parola-codice che racchiude il segreto dell’Albero della Vita.
“La zain, che vale 7, indica le sette sefirot inferiori, l’area normalmente occupata dalla consapevolezza umana; la beit, che vale 2, indica le due sefirot superiori, dimora della consapevolezza divina; l’alef, che vale 1, al centro della parola, rappresenta la conoscenza unificante che collega i due estremi in un tutt’uno”.
Fonte Navad dal libro “Numeri”.
La somma totale di ciò da 10, e ciò rappresenta la divinità, ma anche il più piccolo, in quanto la lettera iod, che vale 10, e la più piccola di tutto l’alfabeto.
Il decimo figlio di Giacobbe, il più piccolo fu detto “lupo rapace”.
L’associazione lupo-rapace è molto interessante: lupo come Lupa , rapace come Aquila, ovvero i die simboli principali della romanità. Va ricordato che l’Aquila simboleggia uno stato di elevazione spirituale che permette anche soltanto stazionando sulle cime dei monti, di perlustrare i cieli; nella simbolica cristiana l’Aquila rappresenta Giovanni l’Evangelista è, ancor prima, l’Aquila è uno dei quattro Santi Animali della visione del profeta Ezechiele. Second la santa cabala è la trasformazione dell’amaro in dolce:
lo stato dello “scorpione”  che in morti successive si riduce in cenere, dalla quale nasce l’Aquila.
L’Aquila in ebraico ha lo stesso valore numerico, 550, di amtaqa: addolcimento, ma lo stesso valore numerico corrisponde anche ad alto, esaltato.
La parola Aquila in ebraico ha valore numerico d sintesi  pari a 10, avendo Nescher il valore 550=5+5+0=10.
Il tempio della Grande Madre detta anche “Signora delle selve” : MATER DEUM MAGNA IDEA, fu costruito dopo 453 anni circa dalla fondazione di Roma, in questo tempio vi fu portato un simulacro della Dea il Lapis Niger, una pietra nera a forma conica.
Questa era ritenuta la prima più importante manifestazione della Dea e la madre pietra.
Non è incidentale che questa Pietra (questo Capo), sotto altre spoglie, ritorni nel medesimo luogo cioè il Vaticano attuale dimora di Chepha, Pietra: Capo della Chiesa di Cristo.
È interessante notare  le analogie che intercorrono tra i diversi periodi storici e culture diverse, cioè il ricorrere, sempre più perfezionato, degli aspetti esteriori dell’Immutabile, che si cela mirabilmente dietro questi  aspetti. La Vergine Nera sotterranea delle cattedrali gotiche e la pietra nera… la pietra nera dell’Islam, ovvero la Ka’ba della Mecca, considerata la tomba di Abramo, Capo riconosciuto delle tre grandi religioni monoteiste… la Grande Madre degli Dei, come certezza dell’unitdell’Assoluto e dei diversi aspetti (gli Dei) de questa unità… La Grande Madre come principio generatore… e le tre lettere Madri del Sfer ha-Yetzirah, che generano le altre diciannove lettere dell’alfabeto sacro.
Ciò dimostra che chi è al potere politico e spirituale conosce molto bene l’unità che tutto produce sotto molteplici aspetti. Per questo il Nome  occulto di Roma non poteva essere reso pubblico e infatti non è stato mai svelato, forse solo pochissimi eletti ne erano a conoscenza, in quanto questo nome rappresenta sulla Terra ciò che è in Cielo.
Esso era anzi è la quintessenza della Città.
Così nell’antica Roma, il Numen tutelare era conosciuto solo da pochissimi o forse solo dal Gran Sacerdote e risultava che  venisse pronunciato, durante i riti, solo due volte l’anno, probabilmente ai solstizi, dallo stesso Pontifex Maximus nei giorni ricorrenti e in gran segreto.

 Fonte "Roma segreta e pagana" di C. Monachesi

lunedì 29 luglio 2013

Il Sacro Monte Palatino



La montagna nella cabala è la massima condensazione della luce: scalare una montagna, salire su un colle equivale quindi a riappropriarci della luce che ad ogni passo diventa nostra.
Non tutte le montagne sono in grado di attivare questo stato, che giace a livello postenziale.
Il Palatino è una di quelle montagne sacre ne mondo che hanno assolto questo compito e che tutt’ora, seppur in maniera diversa, loassolvono.
Secondo le narrazioni arcaiche, Romulus insieme a uno stuolo di seguaci compì il rito di fondazione della Città, che permise di aprire un canale verso l’alto e verso il basso, tale da rendere sacro il luogo.
Così, ecco la montagna sacra agli indù, il monte Meru o l’Olimpo dei greci antichi, il monte Sinai, dove fu data la legge a Mosè da Dio, o il monte Ararat, dove si posò l’arca di Noè, o il monte Moria sacro ad Abramo e ai suoi figli, e ancora il monte Tabor dove avvenne la trasfigurazione di Gesù… e tanti altri ancora….
Tutte montagne sacre, è sulle vette dei monti sacri che possiamo evocare la presenza di Dio in noi:
“Numen inest”
Iniziamo quindi questo viaggio consapevoli di fare nostra l’esperienza di salire su una montagna sacra, al di là di ogni personale religione e cultura, consapevoli che tutto quello che è mosso dal di fuori avviene contemporaneamente all’interno di noi, consapevoli che ad ogni passo di questa luminosa salita ci sarà, a gradi, un aumento della nostra luminosità, consapevoli della presenza sacra che “die ac nocte” agisce nel nostro interno:
“Numen inest! Numen inest! Numen inest!”
Saliamo su queste montagne sacre consapevoli che il nostro salire corrisponde al salire la scala interiore che conduce ai cieli: “La tua parola, Dio, è una lampada al mio piede e una luce sul mio sentiero” (David 119/105).
Il Palatino è la Montagna Sacra degli antichi romani; montagna al cui vertice viene posto il centro dell’Universo.
Romulus scelse il Palatino, perché proprio su questo si posero insieme dodici avvoltoi sacri ad Apollo.
Plutarco narra: “…..Romolo scavò in primo luogo un fosso rotondo, dove furono poste le primizie di tutte le cose utili e necessarie alla vita umana: il rappresentante di ogni popolo portò una manciata di terra del paese da cui proveniva e la gettò tra le primizie. Poi, preso come centro di un cerchio il fosso che si designa con il nome usato anche per l’Universo, cioè MUNDUS, tracciò intorno il perimetro della città”.
Romolo attaccò un vomere di bronzo, il bronzo è sinonimo di immortalità e, aggiogati un toro nero all’esterno simbolo di forza virile e centrifuga che deve proteggere l’Urbe dagli attacchi del caos esterno, ed una vacca bianca all’interno simbolo della purezza e della fecondità femminile, centripeta, tracciò il SULCUS PRIMIGENIUS, il solco primordiale.
Ora il palatino aveva al suo centro, il MUNDUS, la fonte di ogni provvidenza, l’utero materno in cui si erano gettate le sementi per propiziare la fertilità.
Ovidio precisa che: “…. dopo aver riempito il   MUNDUS di terra, si eresse un altare sul quale venne acceso il fuoco sacro”.
Il fuoco sacro sul MUNDUS rappresentava, anzi era il sacro sposalizio fra cielo e questa terra: era il focolare di Roma il primitivo tempio di Vesta, la madre Terra.
Vesta insieme a Pallade rappresentano i due fuochi del mondo sensibile: Pallade il celeste, vesta l’elementare di questo mondo.
Il materiale che tende alla salita, come se cercasse di separarsi dalla sostanza corruttibile a cui rimane unito, per tornare libero, come un’anima imprigionata in corpo ma appartenente al tempo stesso a quel corpo… l’altro all’opposto si protende verso il basso, verso la terra, come se entrambi aspirassero senza sosta a ritrovarsi l’uno davanti all’altro….
Viene spontaneo citare:
Come in alto così in basso, per realizzare i miracoli della COSA UNA” Ermete  Trismegisto
Oppure: “ Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”.
Da quel momento in poi Roma diventerà  “Caput Mundi”.
Il contatto con i piani divini era stabilito, l’alto e il basso erano comunicanti, il sacro ponte era stato gettato, la Città di già diventa eterna. Il successivo motto alchemico:
“Spiritualizza il corpo, e corporizza lo spirito”

Fonte: "Roma segreta e pagana" di C. Monachesi

LE SIBILLE, I LIBRI SIBYLLINI E IL DIO APOLLO

I LIBRI SIBYLLINI sono di facile associazione al dio Apolllo, la divinità oracolare; solo la solarità, la luce del giorno poteva essere preposta all’oracolo, perché ritenuta infallibile. 
I libri giungono a Roma tramite un re etrusco, Tarquinio il Superbo, che li aveva acquistati dalla Sibilla Cumana.                      
Si narra che fossero di numero dodici (secondo altre fonti i Libri erano 9, e ne rimasero dopo i rifiuti del re Superbo 3), Tarquinio decise di non acquistarli, perché riteneva il prezzo troppo alto.               
La Sibilla ne bruciò tre; alla nuova proposta, il Re ancora rifiutò, sicchè la Sibilla ne bruciò altri tre; alla fine Tarquinio decise di acquistare i rimanenti sei.                                                                              
Non si sa se i Libri vennero poi acquistati allo stesso prezzo iniziale.                                                             I Libri vennero custoditi in lamine d’oro, alla base della statua di Apollo, nel Tempio di Apollo Palatino il cui ingresso dava sul Mundus.                                                                                                         
Altra versione o successiva collocazione narra che i Libri furono deposti in Campidoglio sotto il tempio di Giove. In un incendio del campidoglio perirono.                                                                   
Orazio compose il Carmen saeculare cantato davanti al Tempio  di Apollo Palatino nel cerimoniale del 17 a.C. che inaugurava l’età dell’oro romana:

“Febo, luce del cielo
Diana, signora delle selve
sempre venerati e venerabili,
esaudite i voti                      
in questo sacro giorno
che nei versi sibillini prescrive
alle vergini elette e ai fanciulli
di cantare un inno agli dei che amarono
i nostri sette colli
Sole fecondo, che col carro ardente
Porti e nascondi il giorno, e nuovo e antico
rinasci, nulla più grande di Roma
possa mai tu vedere!
La Terra ricca di animali e biade
incoroni di spighe la campagna
piogge e brezze benefiche del cielo
ne nutrano i prodotti.
Deposti i dardi, tenero e tranquillo
ascolta, Apollo,  i giovani che pregano
e tu, Luna, regina delle stelle,
ascolta le fanciulle.
Se Roma è opera vostra e milizie
troiane occuparono il lido etrusco,
impegnate a mutare città, casa,
solcando in salvo il mare;
se scampato alla strage il pio Enea
aprì un varco che potesse
salvarli in mezzo alle fiamme di Troia,
per donargli di più;
o dei, date virtù ai nostri giovani,
date dolce riposo alla vecchiaia
e alla gente di Romulus potenza,
figli e tutta la gloria.
E ciò che vi chiede con tori bianchi
il sangue puro di Anchise e di Venere,
forte col nemico e mite coi vinti,
fate voi che l’ottenga.
Ormai per terra e per mare i Parti temono
l’arte del suo braccio e le scuri albane;
ormai la superbia sciti e indiani
attende la sentenza.
Fede, pace, onore e pudore antico,
la virtù smarrita osano ora
tornare e lieta appare l’abbondanza
col suo corno ricolmo….”

Fu sempre su consultazione dei Libri Sibillini, in occasione di una grave pestilenza che colpì il popolo romano nel 293 a. C., che fu inviata un’ambasceria  in Grecia,  ad Epidauro, presso il più importante santuario dedicato al Dio della meditazione Asclepio, prima divinità introdotta a Roma dalla Grecia. 
Gli fu dedicato un tempio (219 a.C.) col nome latinizzato di Esculapio sull’isola Tiberina, che assunse, come gli analoghi  Asklepièia, il ruolo di centro ospedaliero della Città.                                                   
Ad oggi sull’isola Tiberina vi è in piedi il centro ospedaliero chiamato dal 1700 “Fatebenefratelli”.
Fonte: "Roma segreta e pagana" di C. Monachesi

sabato 20 luglio 2013

La "funzione trascendente" della Terra

 
Questo post nasce dal commento di una donna su questioni di differenza tra il mondo femminile e quello maschile.
Queste parole mi hanno colpito e fatto riflettere in quanto vi ho riconosciuto gli effetti della funzione trascendente ma applicata alla Terra.
 La massima evoluzione del pianeta in cui viviamo!
 Fin ora ho sempre pubblicato post tratti dai testi di Jung che evidenziavano l'evoluzione psichica personale, beh, in base alla funzione trascendente dell'essere umano singolo inteso come microcosmo, possiamo comprendere quella dell'intera umanità intesa come macrocosmo con la medesima metodologia; 
 l'unione degli opposti che vanno a fondersi e a compensarsi  reciprocamente senza che l'uno danneggi, oscuri, divarichi o prescinda sull'altro, un Tao mondiale, la Via per rendere possibile l'amore Totale, Universale, quella via (la sola ed unica) che può ricondurci al Tutto.
 
Le parole sono queste:
" Per secoli la donna è stata : sfruttata, usata, violentata, venduta, usata come merce di scambio e dentro di lei si è creata una lacerazione, un vuoto. le energie planetarie dal 1900 sono cambiate e se prima per 5000 anni avevano sostenuto l'uomo, ora per altri 5000 sosterranno la donna che dovrà guidare l'umanità fuori dalla povertà (su più livelli, affettivi, emozionali, di bellezza, economici... ecc) che l'uomo ha creato. in questi primi 100 anni dove la donna ha dovuto lottare per farsi riconoscere, ha dovuto usare la parte più maschile di se stessa e a volte è divenuta più cinica dell'uomo, ma questo è solo un processo evolutivo. da ora in poi la donna e l'uomo dovranno guardarsi negli occhi e riconoscere reciprocamente i propri limiti e mancanze. dovranno fare pace e non essere in competizione, questa non è una gara. Dovrà essere riconosciuto dall'uomo il grande dolore provocato alle donne di tutte le ere,dovranno essere capaci di chiedere perdono, e la donna dovrà accettare che tutto questo facesse parte di un processo evolutivo e riuscire a perdonarvi. fino a che questo lavoro non verrà fatto da una massa critica consapevole, questo pianeta continuerà a muoversi con la stessa dualità. Al punto evolutivo nel quale ci troviamo non si deve più guardare chi ha ragione e chi ha torto, ma fare tutti un passo indietro, riconoscere i propri errori, chiedere umilmente perdono e ripartire con una integrità che possa essere attribuita ad un essere che si ritiene superiore."
Zelia R.
 
 Con questo si intende finalmente l'unione degli opposti in un unico nucleo, finalmente la congiunzione dello Yin e dello Yang senza che vi sia la supremazia dell'uno o dell'altro, finalmente la coppia cosmica, l'amore universale e totale, finalmente niente più contrasti ma solo cooperazione per la vera sopravvivenza... Questa è, e sarà la vera evoluzione ultima dell'essere umano, la conditio sine qua non per un'esistenza diversa! Il Tao della vita.... l'ultimo stadio evolutivo dell'uomo...
 

mercoledì 17 luglio 2013

L'Autoliberazione



“Un chiarore circonda il mondo dello spirito.
Ci dimentichiamo l’un l’altro, tranquilli e puri, potentissimi e vuoti.
Il vuoto è illuminato dalla luce del cuore del cielo.
L’acqua del mare è liscia e sulla sua superficie rispecchia la luna.
Le nuvole scompaiono nell’azzurro.
I monti risplendono.
La coscienza si dissolve in contemplazione.
Il disco lunare riposa solitario.”
Hui Ming Ch’ing (testo cinese)
(Questo testo è uno degli esempi di stato di consapevolezza distaccata, in Oriente è un’esperienza psichica molto ripetuta.)

L’inconscio è la radice di tutta l’esperienza dell’umanità darma-kàya;
è la matrice di tutte le forme archetipiche o strutturali sambhoga-kàya;
è la conditio sine qua non del mondo fenomenico nirmàna-kàya.
Gli dei sono forme di pensiero archetipiche appartenenti al bhoga-kàya. I loro aspetti benevoli e irati, che hanno grande parte del Libro tibetano dei morti, simboleggiano gli opposti.
Nel nirmàna-kàya questi opposti non sono che conflitti umani, ma nel sambhoga-kàya significano i principi positivi e negativi uniti in una stessa figura.
Ciò corrisponde all’esperienza psicologica, così come è formulata nel Tao Te Ching di Lao Tze, cioè che non esiste posizione senza la sua negazione.
Dove è la fede è anche il dubbio; dove è il dubbio è anche la possibilità di credere; dove è la moralità è anche la tentazione.
Gli opposti si condizionano l’un l’altro e sono propriamente una stessa cosa.
Il fatto che gli opposti appaiano come dèi deriva semplicemente dalla loro grande potenza; la filosofia cinese ne dedusse che erano principi cosmici e li chiamò yang e yin.
Quanto più vogliamo separare gli opposti, tanto maggiore diventa la loro potenza. “Se un albero cresce fino al cielo, le sue radici affondano nell’inferno” Nietzsche.
E pur si tratta sopra e sotto dello stesso albero, noi occidentale scindiamo i due aspetti in personificazioni antagoniste come Dio e diavolo.
 Il “vedere la realtà” si riferisce chiaramente allo spirito considerato come realtà suprema; in Occidente invece l’inconscio è tutt’ora considerato una fantasia irreale. Il “conoscere lo spirito” significa autoliberarsi.
Quanto maggior peso attribuiamo al processo inconscio tanto più ci stacchiamo dal mondo della cupidigia e degli opposti separati e tanto più ci avviciniamo allo stato d’incoscienza, caratterizzata dall’unità, dall’indeterminatezza, dall’eternità.
Si potrà comprendere il “proprio spirito” e dal nostro spirito potremmo comprendere l’Unità.
Lo Spirito Uno è l’inconscio, poiché è caratterizzato come “eterno, sconosciuto, non visibile, inconoscibile” per noi occidentali sono gli attributi stessi del Supremo
Per l’esperienza orientale gli attributi sono “ sempre chiaro, sempre esistente, splendente e senz’ombra” anche questi descrivono la medesima cosa che sia chiamato Spirito Uno, Dio, Inconscio collettivo, Supremo, il Buddha ecc.. e il nostro spirito ne è compreso.
Quanto più ci si concentra sui propri contenuti inconsci, tanto più essi si ricaricano di energia,
essi si animano come illuminati dall’interno e si trasformano in una specie di realtà sostitutiva.
Coloro che sono incatenati nella cupidigia  non possono percepire la “chiara luce”.
La “chiara luce” si riferisce allo Spirito Uno.
I desideri anelano a realizzarsi all’esterno e forgiano la catena che vincola l’uomo al mondo conscio; naturalmente in questo stato non può rendersi conto dei propri contenuti inconsci.
Il ritirarsi dal mondo conscio ha una forza guaritrice.
Perfino la “via di mezzo” finisce per essere oscurata dalla cupidigia; il problema non consiste tanto nel ritirarsi dagli oggetti desiderati, quanto in un atteggiamento distaccato nei confronti del desiderio in quanto tale, indipendentemente dal suo oggetto.
Non possiamo procurarci violentemente la compensazione inconscia servendoci dell’impeto di desideri incontrollati, ma dobbiamo spettare pazientemente, e stare a guardare se essa nasca da sola, e accettarla come ci si presenta. Siamo così obbligati a un atteggiamento contemplativo che non di rado ha già in sè un effetto liberatore e salutare.
“Dato che in realtà la dualità non esiste, la molteplicità è falsa”
Questa è certamente una delle verità fondamentali dell’Oriente. Non ci sono contrasti: sopra e sotto è sempre il medesimo albero.
La molteplicità è ancora più illusoria, poiché tutte le formule singole procedono dall’indifferenziabile unità della matrice psichica, nell’inconscio profondo.
Questo si riferisce al fattore soggettivo, al materiale costellato direttamente da un impulso, cioè alla prima impressione che interpreta ogni nuova percezione nel senso di precedenti esperienze.
L’”esperienza” precedente risale fino agli istinti e così alle forme ereditate e inerenti del comportamento psichico, alle leggi ancestrali ed “eterne” dello spirito umano. Se si tenta di identificarsi con l’origine monistica della vita, bisogna chiudere gli occhi al dualismo e al pluralismo e dimenticare che esiste un mondo. Ci si pongono le domande:
perché lUno dovrebbe apparire come i Molti, quando l’ultima realtà è un Tutt’uno?
Qual è la causa del molteplice o dell’illusione del molteplice?
Se l’Uno trova piacere in sé, perché dovrebbe specchiarsi nei Molti?
Che cos’è più reale, l’Uno che si specchia o lo specchio che è adoperato?
Tali domande sono lecite ma senza risposta.
Si raggiunge il diventare uno  al momento in cui ci si ritrae dal mondo della coscienza. Nella stratosfera dell’inconscio non ci sono più tempeste, poiché nulla è così differenziato, da essere in grado di produrre tensioni e conflitti che appartengono alla superficie della nostra realtà.
Lo spirito, in cui sono uniti i non-unificabili, samsàra e nirvana, è in definitiva il nostro spirito.
L’atteggiamento collettivo introverso dell’Oriente non ha permesso al mondo dei sensi d’interrompere il collegamento vitale con l’inconscio; la realtà psichica non è stata seriamente combattuta nonostante l’esistenza delle cosidette speculazioni materialistiche.
Il solo stato analogo a questo fatto è lo stato spirituale del primitivo che fonde nel modo più sorprendente sogno e realtà.
L’Occidente ha coltivato l’altro aspetto della primitività, cioè l’osservazione estremamente precisa della natura a spese dell’astrazione. Le nostre scienze derivano dalla sorprendente capacità di osservazione del primitivo.
Abbiamo fatto scarso uso dell’astrazione per paura che i fatti ci contraddicessero. L’Oriente invece coltiva l’aspetto psichico della primitività insieme con un’esorbitante quantità di astrazione.
I fatti sono storie interessantissime, ma non molto di più.
L’Oriente afferma che lo spirito è insito in ciascun uomo.
Spostando il sentimento della personalità sulle sfere spirituali meno note, si ottiene un effetto liberatore. E’ la funzione trascendente che produce la trasformazione della personalità, è importante che vi sia una compensazione spontanea inconscia.
La compensazione dell’”intera essenza” di queste dottrine sembra anche l’”intera essenza” dell’”autoliberazione”.
Per l’occidentale questo significherebbe: “impara la tua lezione e ripetila, e allora libererai te stesso”.
Molti europei che si limitano a svolgere l’attività dello yoga in modo estroverso, dimenticano completamente di volgere lo spirito verso l’interno, che è la cosa essenziale con questo tipo di dottrina.
In Oriente le verità fanno talmente parte della coscienza collettiva da essere comprese anche soltanto intuitivamente.
L’occidentale non è in condizioni di liberarsi dalla sua storia, egli ha per così dire, la storia nel sangue. Per questo la domanda da porsi è: “che senso ha praticare lo yoga se la parte oscura dell’uomo resta cristiano-medievale?
 Soltanto se una persona ha il coraggio di uscire dalla forza centripeta delle convenzioni occidentali e smette di pensare che ciò che importa nella vita sia la politica, la finanza ecc.. il suo caso può considerarsi favorevole ma tutto il resto è un falso spirituale, lo yoga è molto di più di un’attività sportiva, non deve essere praticato al posto dell’aerobica.
E’ necessaria la congiunzione degli opposti, specialmente il difficile compito del collegamento di estroversione e introversione mediante la funzione trascendente altrimenti non si può entrare nella visione  della spiritualità orientale.
Per il pensiero orientale “Lo spirito è di saggezza intuitiva”
Per spirito viene inteso il “diretto apprendimento della prima impressione” che trasmette l’intera somma dell’esperienza precedente basata su fondamenti istintivi.
La formula richiama l’attenzione sul carattere eminentemente differenziato dell’intuizione orientale.
Lo spirito intuitivo è noto perché non si prendono in considerazione i fatti bensì le possibilità.
L’affermazione che lo spirito non ha “esistenza alcuna” si riferisce chiaramente alla “potenzialità” peculiare dell’inconscio. Una cosa sembra esistere soltanto in quanto ne siamo consci, e così si spiega l’inclinazione occidentale a non credere nell’inconscio.
Le differenti espressioni usate per esprimere un’idea “difficile” oppure “oscura” costituiscono una preziosa fonte d’informazioni sul modo in cui è possibile interpretarla. Una cosa poco nota o ambigua può essere descritta in molteplici modi al fine di descriverne la sua particolare natura.
I “differenti nomi dato allo spirito sono innumerevoli” e ciò che può essere descritto in vari modi presenterà altrettante qualità o sfaccettature che, se effettivamente innumerevoli non possono essere
contate, ne deriva che la sua natura è pressoché indescrivibile e incomprensibile.
Esso non può mai essere completamente realizzato. Spirito è l’equivalente orientale del nostro inconscio, specialmente nel concetto di inconscio collettivo.
Lo spirito è chiamato anche il “Sé spirituale”.
Il Sé è un concetto importante e benchè i suoi simboli siano prodotti dell’attività inconscia e si manifestino soprattutto nei sogni, i fatti compresi nel concetto non sono soltanto di tipo psichico, ma abbracciano anche aspetti della vita fisica.
 Nei testi orientali il Sé rappresenta un’idea puramente spirituale, nella psicologia occidentale il Sé rappresenta la totalità che abbraccia istinti, fenomeni fisiologici e semifisiologici.
Lo spirito come “mezzo per raggiungere l’altra riva” accenna a un collegamento tra la funzione trascendente e l’idea dello spirito o il Sé.
Poiché la natura inconoscibile dello spirito, cioè dell’inconscio, si mostra sempre alla coscienza sottoforma di simboli – il Sé è uno di questi – il simbolo funziona come un “mezzo per raggiungere l’altra riva”; in altre parole è un mezzo di trasformazione, il simbolo agisce come trasformatore di energia.
Una qualità propria dell’inconscio collettivo è la atemporalità, sembra che la pratica dello “yoga dell’autoliberazione” reintegri  nella coscienza tutto il sapere dimenticato del passato.
Questo è anche un aspetto importante della psicologia dell’inconscio; nell’analisi sistematica di un individuo, lo spontaneo ridestarsi delle forme ancestrali (come compensazione) produce una reintegrazione. È anche un fatto che i sogni premonitori sono relativamente frequenti e da ciò appare chiaramente  quello che testi spirituali chiamano “la conoscenza del futuro”.
La connessione col Tutto si può esprimere dicendo che “il proprio spirito è inseparabile dagli altri spiriti”.
Nello stato inconscio tutte le distinzioni scompaiono.
Nei testi orientali l’attuazione dello Spirito Uno è la congiunzione del Trikàya; esso provoca un divenire uno.
Ma noi non siamo capaci d’immaginare come una tale attuazione potrebbe essere mai perfetta in qualunque essere umano. Non possiamo conoscere cosa alcuna che non sia separata da noi. Quando dico conosco “me stesso” rimane un Io infinitesimale, l’Io che conosce, sempre separato da “me stesso”. Questo Io, non più grande di un atomo, è del tutto ignorato dal punto di vista essenziale non dualistico dell’Oriente, eppure in esso giace l’universo nascosto nella sua totale molteplicità e non scomponibile realtà.
Nella visione Orientale si può essere e non essere contemporaneamente: l’esperienza della “congiunzione” è un’esperienza che valica i confini umani.
“Dato che lo Spirito Uno promana realmente dal vuoto e non ha causa, lo spirito individuale è vuoto come il cielo”
Lo Spirito Uno e lo spirito individuale sono vuoti e privi di contenuto, come l’Inconscio collettivo e  quello individuale.
“Tutte le manifestazioni sono in verità le nostre proprie idee, autogenerate dallo spirito”.
Il dharma, legge, verità, guida, non può essere “se non soltanto nello spirito”.
Si attribuiscono così all’inconscio tutte quelle facoltà che l’Occidente attribuisce a Dio.
La funzione trascendente mostra tuttavia quanto sia giustificato l’Oriente nel presumere che la complessa esistenza del dharma provenga dall’”interno”; essa mostra anche il fenomeno della compensazione spontanea esistente al di là del controllo umano corrisponde pienamente all’espressione “grazia” o “volontà di Dio”.
L’Introspezione è l’unica fonte d’informazione giuda spirituale.
Lo spirito è “saggezza naturale”, rimane incontaminato dal male e non è congiunto al bene.
Ma può ciò accordarsi con il nostro temperamento o con la nostra storia?
Colui che si applica al più alto yoga, dovrà dare prova della propria indifferenza morale, non soltanto come colui che fa il male, ma, in misura ancora maggiore come colui che lo soffre.
 La liberazione orientale tanto dal vizio quanto dalla virtù è collegata sotto ogni aspetto con un distacco, così che lo yogi è condotto fuori da questo mondo a uno stato d’innocenza attiva e passiva.
Ma ogni tentativo europeo di distaccarsi significasoltanto liberarsi da considerazioni morali perciò chi si accosta alla cultura orientale dev’essere cosciente di quanto questa lo porterà lontano dagli schemi di vita e di pensiero occidentale.
Noi pensiamo che lo yoga consista soprattutto in un’intensa concentrazione, ma testi orientali affermano che “questa meditazione è libera da concentrazione intellettuale”.
Noi crediamo di sapere cosa si intenda per concentrazione, ma è molto difficile riuscire a comprendere cosa sia la concentrazione orientale.
Anzi il nostro modo di concentrarci può essere addirittura il contrario di quello degli orientali.
Come mostra lo studio del buddhismo zen “libero da concentrazione intellettuale” può significare soltanto che la meditazione non è rivolta ad alcunché. Non avendo centro, essa è piuttosto un dissolversi della consapevolezza e quindi un accostarsi direttamente allo stato inconscio.
La meditazione senza concentrazione sarebbe uno stato di veglia, ma vuoto, al limite dell’assopimento: ciò viene chiamata meditazione perfetta. Una specie di via regale verso l’inconscio.
L’esperienza mistica che sta al centro dell’illuminazione è giustamente simbolizzata, nella maggior parte delle forme di misticismo, dalla luce.
Il simbolo della rinascita descrive semplicemente la congiunzione degli opposti, conscio ed inconscio, mediante analogie concretistiche(sprofondamento nel buio e risalita verso la luce) 
Alla base di ogni simbolo di rinascita si trova la funzione trascendente, dato che questa conduce a un aumento della consapevolezza e questo stato porta con se maggiore penetrazione, viene simbolizzato da maggiore luce.
È perciò uno stato più illuminato in confronto alla relativa oscurità dello stato precedente.
“Il compimento della perfezione si raggiunge quando si cerca colui che agisce e non si trova in alcun luogo uno che agisca”.
Tratto e adattato dalla “Saggezza orientale” di C.G.Jung


 
 


giovedì 11 luglio 2013

Pensiero orientale e occidentale messi a confronto da Jung


Lo sviluppo della filosofia occidentale negli ultimi due secoli ha avuto il risultato di isolare lo spirito nella sfera sua propria e di scioglierlo dalla sua originaria unità con l’universo.
L’uomo stesso ha smesso di essere microcosmo e immagine del cosmo, e la sua “anima” non è più la scintilla dell’anima mundi.
Non abbiamo alcun metodo intellettuale per accertare se questo atteggiamento sia giusto o sbagliato; sappiamo soltanto che non esiste certezza alcuna di mostrare il valore di un postulato metafisico, come ad esempio quello di uno spirito universale.
E’ possibile che il nostro spirito non sia altro che una manifestazione percepibile di uno spirito universale, ma non lo sappiamo, né vediamo la possibilità di conoscere se sia o non sia così.
La teoria della conoscenza è soltanto l’ultimo passo che ci porta fuori dalla giovinezza dell’umanità, fuori da un mondo in cui figure create dallo spirito popolano un metafisico cielo e un metafisico inferno.
Ci atteniamo alla convinzione che un organo della fede renda l’uomo capace di conoscere Dio. E’ così che  l’Occidente sviluppò una nuova malattia, il conflitto tra scienza e fede.
La filosofia critica della scienza divenne per così dire negativo-metafisica, in altre parole materialista, in base a un giudizio sbagliato; e la materia fu considerata una realtà tangibile e conoscibile.
La materia è un’ipotesi.
Dicendo “materia” creiamo realmente un simbolo di qualcosa di ignoto, che può essere tanto spirito quanto qualcos’altro, che può essere perfino Dio.
Contrariamente alla parola di Cristo, i fedeli tentano di rimanere fanciulli anziché diventare come fanciulli, e si aggrappano al mondo della fanciullezza.
Gesù è precisamente l’esempio lampante di un uomo che ha predicato cose diverse dalla religione dei padri. Ma sembra che l’imitatio Christi non includa il sacrificio spirituale e psichico che Egli dovette sopportare all’inizio del suo percorso senza il quale non sarebbe mai stato un Redentore.
Il conflitto tra scienza e fede equivale in realtà a fraintendere entrambe. Il materialismo scientifico ha dato un altro nome al supremo principio di realtà, presumendo di avere, così facendo, creato qualcosa di nuovo e dia aver distrutto qualcosa di vecchio.
Ora chiamando il principio dell’essere Dio, Materia, Energia, o altrimenti, non si è creato niente, si è soltanto barattato un simbolo con un altro.
Il credente tenta di conservare, per ragioni puramente sentimentali, uno stato spirituale primitivo.
Non è disposto a rinunciare al suo primitivo, infantile rapporto verso forme create dalla mente e ipotizzate, vuole godere ancora della sicurezza e della fiducia offertagli da un mondo controllato da genitori potenti, responsabili e benevoli.
La fede può comprendere un sacrificium intellectus, ma mai un sacrificio del sentimento.
Ogni pensatore onesto deve ammettere che tutte le posizioni metafisiche, specialmente le professioni di fede, sono incerte.
Deve anche ammettere che le affermazioni metafisiche non hanno conferma e accettare il fatto che non esiste prova alcuna della capacità della mente umana di tirarsi fuori dalla palude attaccandosi ai propri capelli.
Il materialismo è una reazione metafisica contro l’improvvisa intuizione che la conoscenza è una facoltà spirituale e, se portata al di là dei limiti della sfera umana, una proiezione.
L’uomo occidentale deve soltanto deve soltanto capire di essere rinchiuso nella sua psiche e che mai, neppure nella demenza, potrà valicare quei confini; così pure deve riconoscere che la forma di manifestazione del suo mondo o dei suoi dèi dipende in gran parte dalla sua propria condizione mentale.
 L’intelletto non è un ens per se (ente a sé stante) o una facoltà spirituale indipendente, bensì una funzione psichica e come tale dipende dalle condizioni della psiche in quanto essa è un tutto.
Lo spirito è considerato qualcosa di soggettivo o addirittura arbitrario.
Cominciamo a capire in che misura la nostra intera esperienza della così detta realtà sia psichica: ogni pensiero, ogni sentimento e ogni percezione sono composti d’immagini psichiche, e il mondo esiste soltanto in quanto noi siamo capaci di produrne un’immagine.
Siamo così profondamente impressionati dal fatto di essere imprigionati e limitati nella nostra psiche, che siamo addirittura pronti ad ammettere che esistano in essa cose che non conosciamo e che chiamiamo “l’inconscio”.
L’ambito apparentemente universale e metafisico dello spirito si è così ristretto al piccolo cerchio della coscienza individuale, e questa coscienza è influenzata nella misura più profonda dalla sua quasi illimitata soggettività e dalla sua tendenza infantile-arcaica a proiettarsi e illudersi senza freno.
Per compensarci della perdita di un mondo che pulsava col nostro sangue e respirava col nostro respiro, ci siamo entusiasmati per i fatti, per montagne di fatti che il singolo non può mai completamente abbracciare.
Nessun cervello umano può abbracciare la totalità di questo sapere prodotto in massa.
Nella sfera filosofica si può ancora trovare uno spirito universale impersonale che sembra un residuo dell’originaria anima umana.
In Oriente non c’è conflitto tra religione e scienza poiché nessuna scienza è fondata sulla passione per i fatti e nessuna religione soltanto sulla fede; esiste una conoscenza religiosa e una religione che conosce.
In Oriente l’uomo è Dio e redime sé stesso.
Gli dèi del buddhismo tibetano appartengono alla sfera della illusoria separatività e alle proiezioni create dallo spirito, e tuttavia esistono; ma, per quanto ci riguarda, illusione rimane illusione e perciò non è assolutamente niente.
In Occidente soltanto una minoranza considera il fenomeno psichico una categoria dell’Essere in sé, e per sé e ne trae le necessarie conseguenze.
L’essere psichico è, in verità, l’unica categoria dell’essere di cui abbiamo conoscenza diretta, poiché nulla può essere conosciuto se non appare come immagine psichica. Se il mondo non assume la forma di un’immagine psichica, è praticamente non esistente.
Di questo fatto l’uomo occidentale non si è ancora perfettamente reso conto, salvo in poche eccezioni.
L’Oriente si basa sulla realtà psichica, cioè sulla psiche come fondamentale e unica condizione dell’esistenza. Sembra che questa conoscenza orientale sia piuttosto una manifestazione psicologica che il risultato del pensiero filosofico.
Si tratta di un punto di vista tipicamente introverso in opposizione all’altrettanto tipicamente estroverso punto di vista occidentale.
L’introversione se è permesso esprimersi in questo modo, è lo stile dell’Oriente, un comportamento abituale e collettivo; l’estroversione è lo stile dell’occidente. In Occidente l’introversione è sentita come cosa anormale, morbosa, inammissibile.
In Oriente la nostra estroversione è stimata fallace avidità, esistenza nel samsara, la più intima essenza della catena di nidhana che raggiunge il suo culmine nella somma di dolore del mondo.
L’Occidente cristiano considera l’uomo totalmente dipendente dalla grazia di Dio o almeno della Chiesa, quale strumento terrestre di salvezza esclusivo e sanzionato da Dio.
Invece l’Oriente, che crede nell’”autorendezione”, crede che l’uomo è l’unica causa profonda del suo più alto sviluppo.
La psicologia occidentale è totalmente cristiana, come disse Tertulliano “anima natulier cristiana” affermazione valida per l’Occidente non come egli credeva in senso religioso, bensì in senso psicologico. La grazia viene da altrove e comunque non da dentro di noi. Ogni altra opinione è eresia pura. Così si comprende benissimo perché la psiche umana soffra un senso d’inferiorità.
Chi osa pensare a un rapporto tra psiche e l’idea di Dio è subito accusato di psicologismo o sospettato di morboso misticismo.
L’Oriente d’altra parte, tollera compassionevole questi gradini spirituali “inferiori” sui quali l’uomo, nella cieca ignoranza del Karma, è assorto nel pensiero del peccato o si tormenta la fantasia con una fede in dèi assoluti che, se egli guardasse più a fondo, gli apparirebbero soltanto come veli illusori tessuti dal suo stesso spirito non illuminato.
La psiche è perciò la cosa più importante, è il respiro che tutto penetra, l’essenza di Buddha; è lo spirito di Buddha, l’Uno, il dharma-kaya.
Tutta la vita fluisce da lui e tutte le diverse forme apparenti ridissolvono in lui.
Per l’occidentale l’uomo interiore è infimo è quasi un nulla; l’uomo è sempre in difetto davanti a Dio, egli cerca di propiziarsi quella grande potenza mediante il timore, la penitenza, le promesse, la sottomissione, l’autoumiliazione, le buone azioni e la lode.
La differenza tra gli occidentali egli orientali è tale che consigliare loro di imitarsi a vicenda non sarebbe ragionevolmente né possibile né opportuno.
Anziché mandare a mente le tecniche spirituali dell’Oriente e imitarle in modo assolutamente cristiano mediante un atteggiamento forzato – imitatio Christi! – sarebbe molto più importante scoprire se esista nell’inconscio una tendenza introversa, simile al principio spirituale che domina in Oriente. Saremmo allora in condizioni di edificare sul nostro suolo e con i nostri medoti.*
Mi sembra che apprendiamo davvero qualcosa  dall’Oriente quando comprendiamo che la psiche contiene ricchezze a sufficienza senza bisogno di esser fecondata dall’esterno, e quando ci sentiamo capaci di svilupparci, con o senza la grazia di Dio.
Ma non possiamo avventurarci in questa impresa ambiziosa prima di aver imparato ad agire senzza orgoglio spirituale e autosufficienza blasfema.
L’atteggiamento orientale ferisce i valori specificamente cristiani.
Dobbiamo giungere ai valori orientali dall’interno e non dall’esterno, dobbiamo cercarli in noi, nell’inconscio; scopriremo allora quanta paura ci faccia e quanto siano violente le nostre resistenze, che ci fanno mettere in dubbio ciò che all’Oriente appare così evidente, cioè che la mentalità introversa è capace di auto liberarsi.
Molti negano totalmente l’esistenza dell’inconscio o sostengono che esso consti soltanto gli istinti o i contenuti rimossi o dimenticati che prima facevano parte della coscienza.
L’espressione orientale corrispondente al concetto di mind si avvicina al nostro ‘inconscio’, mentre il nostro concetto di ‘spirito’ è più o meno identico a consapevolezza. Per noi la consapevolezza è impensabile senza un Io.
Se non esiste un Io non c’è nessuno che possa essere consapevole di qualche cosa; perciò l’io è indispensabile nel processo di presa di coscienza.
Alla mente orientale invece non riesce difficile immaginare una coscienza senza un Io.
La coscienza è ritenuta capace di trascendere lo stato di Io; anzi, l’Io scompare completamente in quello “stato più elevato”.
Una tale condizione spirituale, priva di Io, può essere per noi soltanto inconscia per la semplice ragione che non vi sarebbe alcuno a testimoniare.
Ci rendiamo conto soltanto in via indiretta che esiste un inconscio.
Il fatto che l’Oriente elimini l’Io con tanta facilità fa pensare a uno spirito che non può essere identificato col nostro spirito.
Quello orientale sembra meno egocentrico, i suoi contenuti si riferiscono al soggetto soltanto in modo staccato e sembrano più importanti quegli stati che presuppongono un Io depotenziato.
Non vi è alcun dubbio che le forme di yoga più elevate mirino a uno stato spirituale dove l’Io è praticamente dissolto.
La consapevolezza, nel senso che noi diamo alla parola, è decisamente considerata inferiore, mentre ciò che noi consideriamo processi oscuri della consapevolezza è compreso in Oriente come consapevolezza superiore.
Così il nostro concetto di inconscio collettivo sarebbe l’equivalente europeo del buddhi, lo spirito illuminato.
Gli stati inferiori semifisiologici della psiche sono dominati per mezzo dell’ascesi, e tenuti così sottocontrollo, e non negati o repressi mediante il massimo sforzo di volontà, come accade nella sublimazione occidentale.
Gli strati psichici inferiori vengono pazientemente adattati per non disturbare la coscienza superiore, questo è ciò che succede in Oriente, essi arginano l’Io e i suoi desideri dando la maggiore importanza al fattore soggettivo; intendendo i recessi oscuri della coscienza, l’inconscio.
Prendono coscienza dell’oggetto esterno e assimilano la presa di coscienza a un’immagine preesistente o al concetto per mezzo del quale l’oggetto è compreso.
Ogni nuova idea sia essa una percezione o un pensiero spontaneo, risveglia associazioni originate dalle scorte mnemoniche che balzano prontamente nella coscienza producendo il quadro completo di un’impressione, benché questo già rappresenti una specie di rappresentazione.
Il fattore soggettivo è costituito in fin dei conti dalle forme eterne dell’attività psichica, e chiunque faccia assegnamento su di esso viene ad appoggiarsi sulla realtà delle premesse psichiche.
Se così facendo esso riesce ad estendere la sua coscienza in profondità in modo da toccare le leggi fondamentali della vita psichica, entra in possesso della verità che emerge in modo naturale dalla psiche, se questa nel far ciò non è disturbata dal non psichico mondo esterno.
Noi occidentali crediamo che una verità sia convincente soltanto quando può essere verificata per mezzo di fatti esterni. Crediamo alla più precisa osservazione e al più preciso studio sulla natura; la nostra verità corrisponde al comportamento del mondo esteriore, altrimenti è soltanto soggettiva.
L’Oriente nonostante la sua posizione introversa, sa intendersi molto bene col mondo esterno e anche l’Occidente può, nonostante la sua estroversione consentire alla psiche e alle sue esigenze.
Questi due mondi contrapposti si sono incontrati, l’Oriente è in piena trasformazione; è stato seriamente perturbato in modo gavido di conseguenze, e imita con successo perfino i più efficaci metodi europei di condotta della guerra.
Per quanto ci riguarda, la difficoltà sembra essere piuttosto psicologica, le ideologie sono il nostro destino, e corrispondono al lungamente atteso Anticristo.
A dire il vero siamo meglio difesi contri i cattivi raccolti, le inondazioni, le epidemie di quanto lo siamo contro la nostra lamentevole inferiorità spirituale, che sembra opporre così scarsa resistenza alle epidemie psichiche.
Spesso i beni terreni sono considerati una speciale ricompensa di un comportamento cristiano, è logico che una così ampia estroversione possa riconoscere all’uomo soltanto una psiche contenente cose apportatevi dal di fuori per mezzo dell’insegnamento umano o della grazia divina.
Nulla nella nostra religione incoraggia l’idea della forza autoliberatrice dello spirito ma c’è una possibilità, riconosciuta dalla psicologia moderna, che nell’inconscio si svolgano determinati processi che in virtù del loro simbolismo compensano le deficienze e le confusioni dell’atteggiamento conscio, causando nell’atteggiamento conscio un tale mutamento che abbiamo il diritto di parlare di un nuovo livello di coscienza.
E’ così che si arriva allo spirito che crea le immagini, la matrice di tutte quelle forme originarie che danno all’appercezione il suo particolare carattere. Queste forme sono proprie della psiche inconscia. La funzione trascendente non soltanto ci procura l’accesso allo Spirito Uno, ma ci fa anche comprendere perché l’Oriente creda nella possibilità dell’autoliberazione. Se mediante l’introspezione o la percezione conscia dell’esistenza di compensazioni inconsce riusciamo a trasformare una situazione psichica giungendo alla soluzione di conflitti dolorosi, ci sentiamo giustificati a parlare di “autoliberazione”.
L’estroversione va sempre di pari passo con la diffidenza verso l’uomo interiore, sempre che ci si renda conto di ciò, inoltre abbiamo tutti la tendenza a sottovalutare le cose che temiamo.
 Abbiamo la  nostra assoluta convinzione che nulla sia nell’intelletto che prima non sia stato percepito attraverso i sensi, è questo il motto dell’estroversione occidentale (cosi che si sottovalutano tutti i fenomeni extrasensoriali).
Con lo yoga gli orientali controllano perfino i processi inconsci così che nella psiche nulla può accadere che non sia guidato da una coscienza suprema.
Questo stato psicologicamente parlando può accadere solo a una condizione: occorre diventare identici all’inconscio.
L’equivalenza di questo stato in occidente è l’”obbiettività assoluta”.
Per il punto di vista orientale questa obbiettività assoluta è spaventosa perchè equivale a un’ identità completa con il samsara; per l’Occidente invece non è che uno stato di sogno privo di significato.
In Oriente l’uomo interiore ha sempre avuto un tale potere sull’uomo esteriore che il mondo non ha mai avuto la possibilità di strappare questo dalle sue intime radici; in Occidente al  contrario l’uomo esteriore è venuto talmente alla ribalta che si è estraniato dalla sua natura più interiore. L’unico spirito, l’unità, l’indeterminatezza e l’eternità furono riservate al Dio unico. L’uomo diventò piccolo e insignificante, e si trovò sistematicamente dalla parte del torto.
In Occidente abbiamo la mania dell’obbiettività, l’atteggiamento ascetico dello scienziato o dell’agente di cambio che getta via la bellezza e l’universalità della vita per una meta più o meno ideale.
In Oriente vi sono la saggezza, pace, distacco e impassibilità di una psiche ritornata alla sua origine oscura lasciandosi dietro tutte le preoccupazioni e tutte le gioie della vita qual è e probabilmente anche quale dev’essere.
Questa unilateralità produce in entrambi i casi forme molto simili di monachesimo, garantendo all’eremita, al santo, al monaco o allo scienziato l’indisturbata concentrazione sulla meta da raggiungere.
L’uomo questo grande esperimento della natura (o il suo proprio grande esperimento), è evidentemente giustificato a simile imprese, se le può sopportare. Senza unilateralità lo spirito umano non potrebbe svilupparsi nelle sue differenziazioni, ma il fatto di cercare di compensare i due punti di vista non può arrecare danno.
La tendenza estroversa occidentale e la tendenza introversa orientale hanno in comune uno scopo importante; entrambe compiono sforzi disperati per vincere la nuda natura della vita.
 E’ l’affermazione dello spirito sulla materia, l’opus contra naturam, un sintomo della giovialità dell’uomo che si delizia senza requie nell’uso dell’arma più potente che sia mai stata inventata dalla natura: lo Spirito Consapevole.

 
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